Sergio Soglia (Nome di battaglia Ciro)


Nasce il 3 maggio 1926 a Castel S. Pietro Terme. Operaio alla Sabiem, ha i primi contatti con operai antifascisti nel 1941. Con Otello Simoni, a nome dei giovani apprendisti, presentano alla direzione la rivendicazione di un aumento di salario da L. 2.40 a L. 3.16 all’ora: nel corso della trattativa vengono intimiditi e invitati ad indicare chi gli aveva suggerito di abbandonare il lavoro e di avanzare quella richiesta. Per aver rivelato nessun nome sono sospesi dal lavoro per due gioni.

Dopo il 25 luglio 1943 e i primi bombardamenti su Bologna si trasferisce presso il nonno a Castel S. Pietro Terme. Subito dopo l’8 settembre 1943 partecipa alla costituzione di gruppi di giovani castellani che compiono i primi atti di sabotaggio spargendo chiodi spaccagomme sulla via Emilia e facendo propaganda con scritte contro i nazifascisti sui muri della città.

Agli inizi del 1944 si iscrive al Partito Comunista Italiano e nel maggio partecipa al disarmo dei “polizai” della stazione ferroviaria di Varignana (Castel S. Pietro Terme). Successivamente raggiunge Monte Cenere dove contribuisce alla costituzione della 66ª brigata Jacchia Garibaldi.

Mentre è in corso il rastrellamento della Bastia, passa alla 36ª brigata Bianconcini Garibaldi.

Dopo aver partecipato al combattimento di Cà di Guzzo del 30 settembre 1944 rientra a Bologna superando numerose difficoltà. Sfuggito ad un rastrellamento, ha contatti con Remo Nicoli il quale, nel dicembre 1944, gli affida il comando del battaglione Busi della 1ª brigata Irma Bandiera  Garibaldi.

Il suo racconto dell’esperienza nella Resistenza

È certamente vero che nella notte tra il 20 e il 21 aprile 1945 qualche cosa non funzionò nel dispositivo  insurrezionale messo a punto da qualche settimana dal Comando militare della Divisione Bologna e dal CLN nella clandestinità.

Non giunse il convenuto ordine di attacco. L’impegno partigiano fu frutto quasi esclusivo dell’iniziativa autonoma dei singoli comandi di formazione e di singoli gruppi. Non ci fu quello scontro totale col nemico in fuga che avrebbe sicuramente dato all’operazione militare un connotato diverso da quello che in effetti ebbe. Ma non è esatto affermare, con sentenza sommaria, che i partigiani liberarono una città di fatto evacuata dai nazi-fascisti e dai loro collaboratori.

Le testimonianze personali sui giorni della liberazione propongono un esame più attento dello storico avvenimento e danno una immagine più giusta dei fatti. A me sembra, intanto, che l’emergere della spontaneità dell’iniziativa partigiana nella notte e nella mattina della liberazione tolga un po’ di lustro alla lungimiranza tattica e strategica degli alti comandi, e renda ai protagonisti di quella giornata ciò che è loro dovuto.

La cattura dell’ufficiale di collegamento Sante Vincenzi (Mario), trucidato insieme a Giuseppe Bentivogli, la notte stessa dello sganciamento delle truppe nemiche, fu davvero un drammatico inceppo nel meccanismo insurrezionale. Il colpo di coda del nemico in fuga non spiega tuttavia, fino in fondo, perché mai l’ordine di attacco non giunse a tutti i comandi di brigata, di battaglione e ai distaccamenti.

Ci fu, penso, della indeterminazione al comando di Divisione. Non credo, come alcuni compagni partigiani sostengono, che il CUMER (Comando Unico Militare Emilia-Romagna) concedesse agli alleati un credito che non meritavano.

Semmai ci fu — a mio avviso — un eccesso di sfiducia. La promessa e mancata offensiva dell’autunno del 1944 suggerì nell’aprile una prudenza eccessiva al nostro alto comando.

Il messaggio radio, del resto, gli alleati l’avevano lanciato. “Domani — diceva — ci saranno le corse all’ippodromo”. Era il segnale convenuto. In assenza della direttiva d’azione che doveva venire dal comando militare, i partigiani uscirono allo scoperto e agirono non senza risultati: lo scontro con le retroguardie nazifasciste a nord di Bologna e nei comuni della bassa ci fu. In città i ritardatari non ebbero scampo. Le caserme, non tutte vuote e inoffensive, furono prese e presidiate. Non si trattò sempre di normale amministrazione. Si dovette anche fare uso delle armi.

Non c’è dubbio che l’iniziativa autonoma dei partigiani non appena si resero conto, spesso in maniera fortuita, delle mosse degli occupanti tedeschi e dei repubblichini, rese assai meno grave il ritardo palese della nostra offensiva.

Anche se non tutto il potenziale partigiano entrò in azione con la tempestività che era necessaria, il movimento fece la sua parte contribuendo validamente a rendere trionfale, in un clima di festa, l’ingresso dei soldati polacchi che per primi varcarono le mura del centro storico da porta Mazzini. Nessuna direttiva dall’alto e nessuna decisione autonoma di azione avrebbe ad ogni modo prodotto effetti se non ci fosse stata una preventiva organizzazione di forze ed una adeguata preparazione insurrezionale. Ma cominciamo dall’inizio.

Con la mia prima tuta da apprendista aggiustatore ho conosciuto l’antifascismo; quello vero, organizzato. Eravamo nell’autunno del 1941. Avevo quindici anni. Alla SABIEM sono rimasto fino all’8 settembre 1943. Ricordo con grande rispetto e riconoscenza i maestri di lavoro e di educazione politica. Gli operai: Bedeschi, Dall’Aglio, Gandolfi, Del Pin, Mutti, Rubbi, Antinori, Armaroli. La loro è stata una buona semina. Quasi tutti i ragazzi che sono entrati in officina negli anni di guerra hanno poi partecipato attivamente al movimento di liberazione. Diversi compagni, giovani e meno giovani, sono caduti in combattimento.

Cito soltanto, con particolare commozione, Otello Spadoni, (Fulmine), ucciso a tradimento il 3 gennaio 1945. Insieme avevamo cominciato l’attività clandestina dopo avere insieme frequentato le scuole di avviamento a Castel San Pietro ed esserci poi, casualmente, ritrovati al lavoro nella stessa fabbrica. Quando Otello partì per il Veneto con alcuni altri giovani del Pontevecchio, io facevo le prime esperienze di lotta a Varignana (frazione di Castel San Pietro). Si trattava di fare scritte antifasciste, di seminare dei chiodi a tre punte sulla via Emilia. Dirigeva, e organizzava politicamente questo primo gruppo, Remo Niccoli. Anche Remo non conoscerà la gioia della liberazione. Arrestato e deportato all’inizio della primavera del 1945 non farà più ritorno dal lager nazista.

Fu Remo, che un anno prima mi aveva consigliato di salire in montagna. “Circolano troppe voci sul tuo conto — disse — farai il “ribelle” in montagna”. Concertammo il piano. Feci domanda di essere assunto come guardiafili sulla linea ferroviaria. Non mi volevano perché non avevo ancora compiuto i 18 anni. Dovetti insistere. E così, dopo 15 giorni di servizio tranquilli, disarmai, senza colpo ferire, il posto di guardia della stazione ferroviaria di Varignana. Il bottino non era poi disprezzabile: quattro moschetti e due pistole Beretta. Si costituiva a Monte Calderaro una formazione partigiana e quando giungemmo io e Mario De Braud (uno studente che convinsi a seguirmi) eravamo i più armati del gruppo, forte di una ventina di uomini in tutto. Ben presto le fila s’ingrossarono. Ma i nostri presidi nella zona di monte Calderaro, monte Cerere e Cà del Vento erano facilmente raggiungibili dagli automezzi nemici.

Un territorio, insomma, troppo agibile e niente affatto difendibile, anche per una grossa formazione. Gli alleati salivano dal sud con passo lento ed era davvero impensabile una guerra di posizione da parte nostra. La guerriglia, del resto, esigeva rapidità di movimento e diverse, più munite, basi di ripiegamento. Credo siano queste le ragioni che suggerirono al CUMER l’ordine di unificare il contingente formato a monte Cerere con la 4a brigata Garibaldi, che di lì a poco sarà la 36a « Bianconcini ». Non intendo dilungarmi sull’avventuroso trasferimento.

Va detto, però, che la nostra compagnia (quella di Marièn) giunse in vista dei compagni della 36a brigata in pieno rastrellamento nemico. Imbottigliati in una gola, per un errore della guida, fummo fatti segno del fuoco concentrico dei partigiani e dei nazi-fascisti.

Per fortuna i nostri nuovi compagni si resero conto con prontezza del drammatico equivoco e ci coprirono le spalle, intensificando il fuoco sul nemico. Quando, finalmente, fummo al sicuro nella zona controllata dalla 36a si verificò nella compagnia una crisi di rigetto. Il comandante Marièn e diversi altri partigiani non intendevano più unificarsi con la nuova brigata. Si scatenò una discussione piuttosto animata.

La mia squadra che, tra l’altro, si era trascinata dietro per alcuni giorni quattro prigionieri tedeschi da utilizzare per un eventuale scambio di ostaggi, sostenne con calore la validità dell’unificazione. Venne Bob, il comandante dalle 36a, a dirimere la questione. La dissidenza si ridusse a proporzioni modeste. Anche il commissario del raggruppamento, Aldo Bacchilega, tornò sui suoi passi.

Una nuova formazione si rifondò dove noi eravamo stati. Sarà la 66a brigata Garibaldi. Bob disarmò soltanto coloro che avevano manifestato l’intenzione di tornasene a casa. La mia squadra fu incorporata dalla compagnia di Oscar, con Annibale vice comandante, una specie di piccola legione straniera, composta cioè di partigiani di diversa esperienza e provenienza.

Rividi il comandante Bob soltanto dopo la liberazione, a Imola. Si ricordava di me. Volle sapere come me l’ero cavata e dov’ero finito. Gli dissi delle mie vicende; di Cà di Guzzo, delle peripezie per raggiungere Bologna, tenendo fede alla direttiva ricevuta. “Molto bene — disse — sei riuscito a creare un distaccamento della 36a in città?”. “No — risposi — Mi hanno dato il comando di un battaglione della prima brigata “Irma Bandiera””. Mi parve deluso per la storia del mancato distaccamento, (al quale, per la verità, non aveva mai pensato), ma orgoglioso che un suo giovanissimo partigiano fosse cresciuto e diventato uomo nella battaglia.

La credenziale di appartenenza alla 36a brigata era di tutto riguardo. Ce ne accorgemmo, io e De Braud, quando, nel novembre 1944, una quarantina di giorni dopo la battaglia di Cà di Guzzo che segnò la dispersione delle compagnie di Oscar e di Guerrino, (comandata da Umberto, perché Guerrino era stato destinato al comando di un battaglione) riuscimmo a mettere piede in città. La milizia di cinque mesi nella brigata di montagna ci aveva formati come combattenti ed anche politicamente.

Un aiuto decisivo per passare i posti di blocco tedeschi e fascisti ci prestò il compagno Tonino Pirini. Fu lui a fornirci documenti falsi di identità. A Bologna, dopo la battaglia di porta Lame, ritrovare i collegamenti era una impresa molto difficile. Eravamo braccati. Ogni due-tre giorni cambiavamo abitazione, grazie all’ospitalità di famiglie di ufficiali antifascisti amici del padre di De Braud, colonnello comandante dell’Autoparco, morto qualche mese prima.

Ci furono fatte proposte d’inserimento in formazioni azioniste e “Matteotti”.

Il maestro Tega, socialista, (mia madre lavorava come bidella nella sua scuola) venne a un incontro con noi. Insistemmo per ritrovare il contatto con le brigate Garibaldi. L’ottenemmo più presto di quanto ormai sperassimo attraverso la conoscenza di un altro compagno della 36a brigata: Luciano Caldi (Athos), ferito ad una gamba a monte Battaglia. Il caso voleva che fosse anche lui figlio di una bidella collega di mia madre. Luciano era già reinserito e curava il lavoro del Fronte della gioventù, insieme ai compagni Giuseppe Lambertini e Otello Casagrande. Ricominciò un paziente e pericoloso lavoro di ritessitura della rete militare.

L’inverno 1944-45 fu disastroso per il movimento partigiano. La tregua concessa ai nazi-fascisti dagli alleati che svernavano sulle montagne a ridosso di Bologna, permise al nemico di concentrare i colpi contro le formazioni partigiane. Fu una repressione sanguinosa. Le insidie erano tante per chi, come me, era salito in montagna non alla chetichella, ma a seguito di un clamoroso colpo di mano. In città non erano tornati soltanto gli sfollati. La voce accreditata di Bologna città aperta aveva convogliato dentro le mura, con una specie di esodo alla rovescia, decine di migliaia di persone. Persino il saluto di un conoscente poteva metterti nei guai.

Ci furono anche alcuni casi gravissimi di defezione nelle nostre file. Ci fu, in ottobre, un rastrellamento per cercare nella zona compresa tra porta Mazzini e porta San Vitale due partigiani (io e De Braud) del capitano Bob. Ci salvammo per il rotto della cuffia. Ma chi aveva parlato? Mistero.

Un altro giorno fui sorpreso alle spalle da un compagno di scuola finito nelle brigate nere. A mani alzate, tra grida, insulti e calci ho percorso via Mazzini e un tratto di via Fondazza. Debbo la vita a un comune amico d’infanzia (Antonio Zuppiroli) che all’altezza di via del Piombo, vista la scena, intervenne con inaspettato coraggio. Renato Bacchilega — così si chiamava il coetaneo brigatista — abbandonò la preda che, a suo dire, gli avrebbe procurato la promozione a tenente, dietro una sorprendente minaccia. Zuppiroli, che non era nel movimento partigiano, disse a Bacchilega: “Se non lo lasci andare ti ammazzo”. Il brigatista scoppiò in una risata sguaiata. “Scherzavo — si giustificò — volevo solo fargli paura. È un traditore della patria; un ribelle”. Me ne andai senza voltarmi. Mi aspettavo una raffica di mitra che non venne, perché nella sua esaltazione — seppi poi — Bacchilega era certo che avrebbe regolato i conti con me in un’altra circostanza.

Un inverno, dunque, terribile; pieno di incognite e di pericoli, non sempre prevedibili. In questo clima ebbi il comando di un battaglione di cui non conoscevo la reale consistenza. Si ricominciava da capo, con più sapienza cospirativa e con una determinazione che rasentava talvolta la cocciutaggine. La convinzione un po’ fatalistica di non arrivare alla fine, anziché deprimermi, agiva da energetico.

Bisognava far presto, bruciare i tempi. Dovevo riuscire a rimettere in piedi il battaglione e a sottoporre i compagni che andavo man mano recuperando all’unica prova della verità possibile: l’azione.

Ci riuscirono diversi colpi che ridiedero slancio operativo e aiutarono la stessa riorganizzazione delle compagnie. Andarono a segno alcune azioni di polizia; s’intensificò il disarmo di tedeschi e fascisti isolati nei viali di periferia e realizzammo due clamorosi recuperi d’armi (alla Finanza di piazza Malpighi e al Centro della Croce Rossa in via San Petronio Vecchio). All’inizio del mese di marzo 1945 il battaglione aveva un volto nuovo: recapiti, staffette, alcuni domicili ritenuti sicuri e basi di armi. Una rete cospirativa funzionante. Costituimmo il comando di battaglione e ci demmo un inquadramento militare analogo a quello delle formazioni di montagna, con compagnie e squadre. Enzo (Otello Bersani) era il mio vice; Mario De Braud, capo di stato maggiore; Gianni Sinoppi, intendente; Sergio Scagliarini commissario; Marino (un altro della 36a di cui non ricordo il cognome), ufficiale di collegamento. Cito a memoria: Tito, Gildo, Francesco Leoni, Dante Bondi, Sergio testa di mitra, le staffette Clara Travaglini, Isa e Cilla Bonora; con questi ebbi un rapporto più assiduo e mi scuso con tutti gli altri che non nomino, taluni dei quali operarono spesso come autentici gappisti.

Un aiuto prezioso ebbi dall’anziano militante antifascista, Omero Ghini. Il duro inverno 1944-45 ci insegnò a stringere la catena dei rapporti, ad estendere la ramificazione, quasi a riccio, di modo che l’arresto di un compagno non  mettesse a repentaglio l’intera organizzazione. A metà marzo i miei incontri volanti con alcuni componenti del comando di brigata diventano sempre più frequenti; con il comandante Renato Capelli, con il vice, Lampo, con i commissari Paian (Malisardi) e Badiali. Ritrovai anche Remo. Un rapidissimo incontro in via Centotrecento.

Mi parlò della preparazione dello scontro finale. Bisognava affrettare i tempi. Si parlava oramai dell’insurrezione a scadenza ravvicinata.

Non ho vissuto a Bologna il clima dell’insurrezione mancata, dell’autunno 1944, ma credo che il concentramento di forze in città alla vigilia della liberazione, avesse subito, proprio alla luce di quella esperienza, alcune opportune modifiche. Non ci furono più massicci concentramenti in poche basi più o meno munite e sicure, ma si costituirono articolati e decentrati punti di convergenza operativi. Non intendo affatto riabilitare il discusso e tuttora discutibile proclama Alexander che nell’inverno 1944 chiamava le forze partigiane ad attendere tempi migliori. La risposta fu data in maniera esemplare con la continuità della guerriglia. Lo stesso proclama, pur nell’infelice e non realizzabile invito del ritorno a casa, conteneva tuttavia, per le formazioni che operavano in città, un suggerimento tattico valido: quello cioè di mimetizzarsi tra la gente, operando individualmente o in piccoli gruppi.

Così, d’altro canto, si era iniziato e così in condizioni diverse, più difficili, dopo porta Lame e la Bolognina, si continuò ad operare. L’offensiva della primavera 1945 non poteva più contare sull’apporto delle formazioni di montagna da convogliare e concentrare in città perché in parte disperse, in parte reinserite nelle brigate di pianura e di città, e, in misura preponderante, già schierate con gli alleati in formazioni combattenti più o meno riconosciute.

Al mio battaglione, che portava il nome di Walter Busi, fu assegnato come territorio di operazione la zona compresa nel triangolo delle vie San Vitale e Castiglione con al vertice, le Due Torri, e per base la immediata periferia entro i viali Gozzadini, Oriani e il Ricovero. Qui erano tra l’altro ubicate le caserme Magarotti, Borgolocchi, e di via Cartolerie, le carceri di San Giovanni in Monte e il comando delle SS di via Santa Chiara. Per il momento dell’attacco, atteso con la liberazione di Imola il 14 aprile di ora in ora, furono predisposti gli obiettivi e le direttrici di marcia, fissando alla squadre partigiane i punti su cui convergere.

Avevamo due depositi d’armi; uno in via Broccaindosso e l’altro in via Rialto. La mobilitazione completa delle tre compagnie — che io valutavo in 80 uomini certi — poteva avvenire in meno di un’ora. Il nostro servizio di staffetta entrò subito in funzione. Avvertii Clara (Travaglini) che abitava al piano di sopra della mia casa. Doveva raggiungere Isa e Cilla (Bonora) a Porta San Vitale. Le tre staffette portarono l’ordine di attacco direttamente alla squadra di Gildo (via Begatto); di Marino (via Remorsella) e al gruppo di via Giuseppe Petroni. Da porta Mazzini corsi in Broccaindosso nel rifugio di Fusilai, dov’era anche l’armeria. Di lì raggiunsi Mario nella abitazione-base con doppio ingresso da via Guerrazzi e via Posterla. Fusolai doveva intanto avvertire il commissario Sergio Scagliarini (vicolo Bianchetti) per la parte sua.

Come si vede in un raggio di poche centinaia di metri avevamo predisposto tutta la catena dell’organizzazione. Io e Mario percorremmo a ritroso via Santo Stefano per raggiungere la caserma della brigata nera in via Borgolocchi, sicuri di trovare in via De’ Coltelli altri compagni. Non ci fermammo. Un uomo in bicicletta che veniva da porta Santo Stefano ci gridò: “Ragazzi fate attenzione. Le brigate nere sono nel convento di Sant’Antonio”. La notizia — come si dice — ci mise le ali ai piedi. Tutto finì rapidamente.

Il battaglione nel suo complesso assolse ai compiti che gli erano stati assegnati. Fu semplicemente fortunoso il modo con il quale scattò il meccanismo. Nella relazione del capo di stato maggiore della divisione Bologna, cap. in SPE Carlo Zanotti (Garian) l’azione del Walter Busi nella storica giornata di aprile ha una parte di rilievo. È quanto in realtà successe. Ecco l’arido, ma essenziale, passo del rapporto che ci riguarda “… si ebbero i primi scontri: reparti del battaglione Giacomo della la brigata Irma Bandiera prendevano contatto col nemico a porta Saragozza dove dopo un combattimento vittorioso rimanevano uccisi due tedeschi. Reparti della stessa brigata prendevano contatto col presidio di porta Castiglione dove dieci germanici venivano disarmati in seguito a resa dei medesimi dopo un breve combattimento. Reparti del Btg. Busi della la brigata Irma Bandiera avevano scontri con briganti neri nei pressi del carcere di San Giovanni in Monte dove in seguito al combattimento rimanevano uccisi sette briganti neri e catturati venti elementi tra cui la famosa spia fascista Kora. Reparti della la brigata Irma Bandiera facevano irruzione nella caserma del P.A. in via Cartolerie dove trovavano armi dei nazi-fascisti e la presidiavano. Lo stesso dicasi per la caserma Magarotti, ex carcere e camera di tortura degli eroici partigiani. Il comando del battaglione Busi costrinse pure alla resa un nido di franchi tiratori nazifascisti appostati nel convento di Sant’Antonio, dove si trovavano cinque briganti neri ed una ausiliaria. Successivamente irrompeva nella caserma Borgolocchi, la famosa caserma dei briganti neri e vi insediava il comando di battaglione…”.

C’è solo un’inesattezza: il comando di battaglione si insediò nella villetta delle SS in via Santa Chiara e non alla caserma Borgolocchi, dove rimase, per qualche giorno, un nostro presidio.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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