Adalcisa Gallerani (Nome di battaglia Tosca)


Nasce il 10 maggio 1905 a Bologna. Emigra in Francia nel 1928 e avendo aderito al Partito Comunista Italiano, svolge attività politica in particolare trasportando materiale propagandistico in Italia.

Rimpatriata nel 1941, viene incaricata dal PCI di trovare un appartamento che serva da base nella lotta clandestina. Dopo l’8 settembre 1943 fa parte del CUMER con l’incarico di tenere i collegamenti fra Bologna e Milano.

Rimane gravemente ferita durante un bombardamento aereo a Piacenza, dove si trova in missione, muore il 16 settembre 1944 «sola tra sconosciuti perché non volle dire neppure il suo nome per timore di compromettere i collegamenti e il lavoro militare di partito».

Testimonianze

 Giuseppe Dozza. Membro del CLN Alta Italia e del « Triumvirato insurrezionale» dell’Emilia-Romagna.

Avevo un indirizzo, via Bertiera 5, e dovevo attendere che venissero a cercarmi. La padrona di casa era una compagna incaricata di tenere i collegamenti con Milano. Avrei dovuto attenderla uno o due giorni, ma l’attesa purtroppo fu inutile perché essa fu colpita a morte in un mitragliamento presso Piacenza proprio mentre era in viaggio verso Bologna.

Da ciò potevano derivare gravi conseguenze anche per me, ma (lo si è saputo più tardi), essa non diede nemmeno il suo nome, proprio per questo motivo. Mi preme ricordare il nome di questa eroica compagna, che come tante altre si sacrificò per la Resistenza: Tosca era il suo pseudonimo; il nome vero era Adalgisa Gallerani.

Giuseppe Cavallazzi membro del Comitato militate del partito comunista.

Nel marzo 1940 arrivò a Bologna dalla Francia la compagna Tosca (Adalgisa Gallerani), che a Parigi era a contatto con la direzione comunista, e ci incontrammo a casa mia, in via Pratello 94. La Tosca disse che non c’erano collegamenti tra la direzione di Parigi ed il partito a Bologna e che bisognava crearli. Io la misi a contatto con Leonida Roncagli, che allora era segretario della federazione, e poi ci incontrammo altre due volte con Roncagli e un funzionario di partito di cui non ho mai saputo il nome. La Tosca si vide altre volte con Roncagli e poi tornò in Francia. Un mese dopo la vidi di nuovo arrivare a casa mia per cercare un appartamento, che trovammo in via Piella 7, che diventò il recapito bolognese del centro interno del partito.

Ricordo di Renata Viganò

Si chiamava Tosca di nome di battaglia, e lavorava per il Partito fino dal tempo clandestino. Un lavoro pericoloso e sotterraneo, prima della caduta del fascismo. Era corriere tra l’Italia e Parigi, aveva gravi responsabilità benché fosse tanto giovane, nata il dieci maggio millenovecentocinque. Questo voleva dire una semplice ragazza cui si affidava nell’azione la sorte rischiosa sua propria ma anche quella dei compagni.

Appunto perchè la sua prestazione al Partito cominciò in anni oscuri, fuori legge, poco si sa di quell’andare e venire, e come faceva a passare all’estero, e quanto le era richiesto di compiere. Certo era intelligente e fedele a tutta prova, poiché mai accaddero danni per sua colpa: uno stato di servizio perfetto.

S’intende che la lotta partigiana la trovò adatta ed addestrata come poche altre, per le esperienze ben più scabrose che pure era riuscita a superare. Subito entrò a far parte del Comando unico militare Emilia-Romagna, si rese necessaria nel collegamento con il Comando Centrale del C.V.L. di Milano. Ricominciò l’andare e venire, questa volta nell’Italia occupata, senza sbarre di frontiere ma con l’incerta avventura della presenza fascista e tedesca.

Non aveva paura, era abituata al rischio di passare in ogni parte con armi, stampa, ordigni, timbri. Ognuna delle cose che portava nella sua borsetta era tale, per lei, da essere fucilata al momento della cattura. Non gli scritti più importanti, per quelli la Tosca aveva un sorprendente rimedio, la sua memoria le serviva, molto duttile e fresca: ore ed ore studiava le carte che avrebbe dovuto consegnare, le imparava riga per riga come si studia a scuola la Cavallina storna. Quando si sentiva sicura, andava dove era indirizzata: là ripeteva ai responsabili ciò che doveva dire, in caso di assenza scriveva essa stessa, consegnava il foglio e ripartiva, per un altro viaggio.

La Tosca, coraggiosa, svelta alle invenzioni e agli accorgimenti, brava di uscire illesa per anni interi perfino dal sospetto, di un fatto aveva timore: gli aerei. Era una cosa fisica, non facilmente superabile. Non per la vita che già tante e tante volte aveva messa perduta, ma, chissà, forse per il rumore, gli urli, la polvere, lo scoppio. Si stizziva con la propria debolezza, andava incontro impassibile a pericoli molto più gravi, si consolava con questo. E ad ogni allarme, o bombardamento cercava di abituarsi, con la volontà ci riusciva fu felice quel giorno che non risentì più nessuna impressione.

Era un giorno qualunque dei suoi trasferimenti tra Bologna e Milano, dovette fermarsi a Piacenza. Una formazione pesante bombardava il ponte sul Po, da un pezzo ci tiravano senza prenderci, questa volta vennero in forza, con le fortezze volanti. I grappoli di bombe sganciati l’uno dopo l’altro scoppiavano dove toccavano terra, fossero o no sul bersaglio. Sappiamo che nelle incursioni aeree molte bombe furono sprecate e raserò al suolo mezze città senza raggiungere l’obiettivo. Ma forse di lassù gli aviatori non ci vedevano, oppure dovevano disfarsi del carico, in un modo qualsiasi, per ritornare vuoti alla base.

La Tosca s’era riparata come poteva, non aveva trovato un rifugio, non pratica del posto. Ma tutto andò bene anche se era dentro un portone, passò il grosso dell’attacco aereo, s’allontanò il rombo altissimo e musicale degli apparecchi. «Che brava sono — disse la Tosca tra sè — nessun inconveniente mi è capitato in mezzo a questo inferno ». Uscì col fischio del cessato allarme, salutando due o tre persone che erano state con lei dentro la stessa porta. Ma non passò mezz’ora che venne un volo di caccia, con allarme rapido, s’abbassarono fin quasi in mezzo alle case non si sa perchè si misero a mitragliare. Una delle tante azioni insensate aderenti ad una guerra assurda.

La Tosca era sulla strada, non c’era aperto un altro portone, i proiettili grossi delle mitragliatrici là colpirono nelle gambe, nell’addome. Cadde senza aiuto, soltanto più tardi al termine, dell’incursione un’autoambulanza la raccolse, la portò all’ospedale. Rinvenne nella sala operatoria, quando già i medici avevano tentato un intervento con scarsa,speranza. Il primario stava togliendosi i guanti, si lavava le mani. «Come si chiama, signorina?» chiese, e la Tosca mormorò il nome dei suoi documenti falsi.

In corsia le parve di stare un po’ meglio. Si sentiva lucida di mente e questo le importava soprattutto. Al mattino dopo venne l’impiegata dell’ufficio per le generalità. Ma la Tosca risultava nata a Reggio Calabria nel 1919, e là residente. Un cognome, figlia di… e della… Segni particolari: niente. «Ma come mai è qui a Piacenza se abita a Reggio Calabria?» domandò l’impiegata. « Noi stavamo a Milano — rispose la Tosca — i miei andarono nel meridionale per ragioni di lavoro. Io dovevo in breve raggiungerli, ma poi venne lo sbarco degli alleati, rimasi tagliata fuori. Non posso avere notizie dai miei ». «E come vive, che cosa fa?» — disse curiosamente la ragazza d’ufficio. «La sarta — rispose la Tosca — perciò andavo a Bologna. Ho delle clienti». Passò una infermiera, si fermò: «Basta, adesso. Non la faccia più parlare, signorina. E’ una operata bisognosa di calma». Si allontanarono insieme lungo la corsia. «E’ grave?» domandò l’impiegata. «Muore» rispose l’infermiera.

Invece non morì quel giorno, nè i seguenti. Lottava per vivere, aveva a casa la mamma, una bambina piccola, e il marito soldato disperso, prigioniero chissà dove, ma lei sperava di rivederli tutti, ecco, specialmente la sua mamma e la sua bambina, a Bologna, vicine, tre ore di treno! Ci pensava di continuo quando la febbre era bassa, si diceva; «Non posso, non posso chiamarle. Dovrei dare il mio vero nome e l’indirizzo. E poi qualcuno potrebbe domandarsi perchè la mia carta di identità è falsa, trovare una traccia, sapere per chi lavoro ». Aveva terrore di compromettere minimamente l’apparato militare cui apparteneva. Anche da prima le avevano dato tanti incarichi sempre portati a buon fine. In modo assoluto non poteva strappare neppure per un punto il tessuto duro e fragile della Resistenza. Se la febbre saliva, nella testa s’accendeva la girandola del delirio. Ma sempre rimaneva fissa, ostinata l’idea: «Non devo dire chi sono. Non posso chiamare nessuno».

La ferita non guariva, un po’ era meglio, e un’ora dopo peggio. Un’altalena della morte, dove la Tosca ci rimetteva piano piano la sua vigoria, calava di forza ad ogni assalto del male; aveva fatto la faccia piccola, gli occhi scavati, specialmente nella luce di primo mattino le infermiere se ne accorgevano. Dopo la visita, il primario scuoteva la testa, diceva con gli assistenti: «Non ce la fa».

Una sera che la Tosca stava male venne la suora del reparto. Non era cattiva, comprendeva le sofferenze, i malati le volevano bene. Si sedette vicino al letto, nella penombra delle lampadine già abbassate per la notte, disse: «Signorina, non vorrebbe domattina parlare col reverendo padre?». «Non ho niente da dire al reverendo padre — rispose la Tosca — e poi, non credo di morire». «Lei guarirà certamente — disse la suora — ma intanto non si potrebbe far venire qualcuno dei suoi, un parente, un’amica, solo per farle compagnia?». La Tosca taceva, stordita dalla febbre. Per farle compagnia? La sua mamma? La sua bambina? Le parve come un sogno, che entrassero nella sala, la bimba per mano alla nonna. Le lacrime le scendevano sulla faccia, era sveglia e cosciente. «Non si può, suora, tutta la mia famiglia è a Reggio Calabria, io non ho fatto in tempo a raggiungerla, sono rimasta di qua dalla linea». Ebbe paura di parlare troppo, fece come se dormisse. E la suora se ne andò in silenzio.

Alla mattina la Tosca era peggiorata ancora. Il primario alla visita se ne accorse al primo sguardo. «Non ha nessuno, signorina, da chiamare presso di lei?», le chiese con riguardo. «Sto per morire, vero, professore? — disse la Tosca. — Ho capito. Ma proprio non ho nessuno». Con il lembo di vita che le rimaneva, cercò di ricordare i visi della bimba, della mamma, del marito. Li vide in una nebbia soffice, li salutò. Poi perse la conoscenza, e verso sera, sola, morì.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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