Bettini Enrico (Nome di battaglia Lampo)


Nasce il 13 maggio 1920 a Granarolo Emilia. Presta servizio militare nella guardia alla frontiera in Jugoslavia fino all’8 settembre 1943. Rientra a Bologna, entra in contatto con membri del Partito Comunista Italiano e partecipa, con Omar Benini, all’organizzazione di gruppi partigiani a Viadagola (Granarolo Emilia). Milita nella 7a brigata GAP Gianni Garibaldi e nel novembre 1944 viene nominato vice comandante della 1a brigata Irma Bandiera Garibaldi.

E’ incarcerato a Bologna dal 15 marzo 1945 all’1 aprile 1945.

 

I suoi ricordi

L’8 settembre 1943 ero soldato nella Guardia di frontiera in Jugoslavia. Riuscii a sfuggire alla cattura dei tedeschi e raggiunsi Fiume dove ci incontrammo coi partigiani jugoslavi che ci accompagnarono fino a Trieste e di qui, inosservato, riuscii ad entrare nello scalo ferroviario e a prendere un treno in partenza per Bologna che però era pieno di tedeschi e noi — eravamo in tre — ci aggrappammo all’ultimo vagone e così arrivammo a casa.

Mi incontrai subito con amici antifascisti e fra questi Giacomino Masi, Enrico Bonazzi e De Maria. Erano tutti dei comunisti e sapevo che erano stati in galera. Io non sapevo niente di politica e, pur conoscendo molti comunisti, non avevo mai svolto nessuna attività; però le cose che avevo imparato mi aiutarono quando mi trovai coi partigiani jugoslavi nell’Istria.

Giunto a casa trovai il paese distrutto e occupato dai tedeschi. Fu Giacomino che mi mise a contatto coi primi gruppi della Resistenza. Poi sfollai a Viadagola, in casa di parenti, e qui insieme a Omar Benini, organizzai una squadra di partigiani. Omar teneva i contatti con altri gruppi e così cominciammo a fare le prime azioni.

Queste prime formazioni erano composte in prevalenza di comunisti o vecchi antifascisti che avevano fatto della galera e che erano nelle liste della Questura tanto che quando veniva un’autorità in visita nella zona venivano messi dentro perchè giudicati pericolosi. Vi erano anche dei giovani che però si stavano orientando verso il comunismo e facevano parte di cellule che lavoravano in segreto e isolate le une dalle altre. Da questi primi gruppi vennero fuori elementi attivi che poi andarono nella 7a Brigata GAP, nelle Brigate di montagna e poi nelle SAP.

Ad esempio quelli del Pontevecchio, dopo il ritorno di Lorenzini (Libero Lossanti) da Vidiciatico, andarono nel Bellunese perchè in principio vi era l’opinione che la lotta partigiana non si potesse sviluppare nella nostra zona. Però continuarono i tentativi per creare delle basi e dei gruppi e in un primo tempo si fecero degli atti di sabotaggio e i primi gruppi erano guidati dall’organizzazione comunista.

Ricordo che verso la fine del febbraio 1944, quando si cominciarono ad organizzare gli scioperi nelle fabbriche fissati per il primo marzo, l’organizzazione delle squadre armate non era molto efficiente: vi erano dei gruppi a Corticella, a Borgo Panigale che lavoravano alla Ducati che era la più grande fabbrica bolognese e anche in altre zone della città, specie vicino alle fabbriche. Sempre in quel periodo vi furono dei richiami alle armi e delle chiamate di nuove classi ed allora molti vennero nelle nostre basi della città e molti andarono anche in montagna dove già c’erano la Stella Rossa e la 4a Brigata sopra Imola (che poi verrà chiamata 36a Brigata).

In questo periodo i fascisti furono attaccati soprattutto nella periferia verso la pianura, specialmente verso Castel Maggiore dove i partigiani furono di aiuto agli operai durante gli scioperi di marzo e alle donne che già allora fecero delle manifestazioni per avere maggiori razioni di viveri e contro i rastrellamenti.

Nel marzo 1944, dopo gli ultimatum ai partigiani (che venivano chiamati ribelli), dopo i bandi di Graziani e i nuovi richiami, ai gruppi di gappisti e agli attivisti del PCI, si unirono molti renitenti alla leva e così, specie nelle zone di Corticella, San Sisto e della Beverara, si fecero molte azioni di sabotaggio, attacchi ai fascisti, disarmo di caserme e allora i giovani, invece di andare in montagna, cominciarono ad organizzarsi in gruppi, anche grossi, suddivisi in squadre, con una migliore disciplina militare e di guerriglia: queste formazioni, che poi divennero SAP, furono in principio comandate da Beltrando Panealdi (Ran) che era anche il responsabile comunista, poi da Renato Capelli.

Queste formazioni, seguendo l’esempio dei GAP, dopo aver appoggiato scioperi e manifestazioni in vari luoghi ed essersi così collegate meglio con le popolazioni nelle periferie campagnole, cominciarono a ripulire l’ambiente (i quartieri, i rioni) dagli elementi infidi e dalle spie. Vennero disarmate le pattuglie fasciste e tedesche che battevano la zona e ricordo che quando chiedevamo la resa, quelli che non buttavano a terra le armi venivano giustiziati.

A Corticella le linee di comunicazione erano spesso interrotte da nostri atti di sabotaggio. Poi catturammo una Fiat 1100 ai pompieri di Castel San Pietro e con quel mezzo veloce facemmo molte azioni contro le pattuglie tedesche, partendo dalle basi di Corticella. Naturalmente però, il mezzo più usato era la bicicletta e i fascisti cominciarono ad avere paura delle biciclette allora imposero un salvacondotto speciale per usarla, ma noi ne stampammo dei falsi e allora proibirono l’uso della bicicletta e poi le sequestrarono.

Fra tanti gruppi, il più attivo era quello della Casa Buia, comandato da Elio Vigarani e formato da Gioti (Gino Rovinetti), Mastice (Bruno Tagliavini), Gino Bettini ed altri. In via San Vitale vi era il gruppo di Musi, a Santa Viola quello di Ateo (Orazio Mignani), fuori porta Sant’Isaia e al Meloncello vi era il gruppo di Enzo Cinelli e al Pontevecchio vi era un gruppo del Fronte della gioventù.

In luglio oltre alle azioni armate, che erano sempre più frequenti, cominciò la lotta per impedire i raduni di bestiame, specie dei buoi, che i tedeschi volevano trasferire a Bologna e poi in Germania. Poi cominciò la battaglia contro le trebbie, nella campagna attorno alla città: lo scopo era di impedire che si trebbiasse il grano perchè i tedeschi l’avrebbero portato via. Facemmo molti sabotaggi alle trebbiatrici e arrivammo anche a distruggerle dopo gli scontri con le squadre fasciste e tedesche che le autorità avevano messo a guardia delle trebbiatrici perchè venisse fatto il lavoro. Inoltre noi volevamo che il bestiame e il grano restassero ai contadini, anche perchè questi potessero assicurare il pane e un po’ di carne alle popolazioni e inoltre così potevamo assicurare la sussistenza ai molti gruppi di partigiani e inviare anche grano in montagna.

Più volte per assicurare vitto ai partigiani requisimmo dei generi alimentari agli agrari, ai ricchi e ai « borsari neri » della zona e a quelli che non ci erano ostili consegnavamo il buono di requisizione col bollo e la firma del commissario politico.

In questo periodo le nostre forze, anche militari, crescono molto e non pochi partigiani dei nostri gruppi vengono avviati verso la montagna. Nei mesi di luglio e agosto, nei vari scontri, restano uccisi 15 soldati tedeschi, 27 della GNR o delle brigate nere e anche le nostre perdite sono elevate, e cioè 14 morti.

Già all’inizio di settembre cominciò la fase offensiva che impegnerà tutti i nostri reparti. Il 3 settembre quelli del battaglione di Corticella partecipavano all’occupazione di Castel Maggiore e altri gruppi, il 7 settembre, prendevano parte all’azione su Castenaso. Quando si formò il Comando di piazza, i partigiani che normalmente operavano nella città furono inquadrati nei settori secondo le quattro zone in cui venne divisa la città. La prima zona, che va da via San Felice a via Indipendenza era comandata da Walter Busi; la seconda zona, da via Indipendenza a via Mazzini, era comandata da Renato Capelli; la terza zona, da via Mazzini a via d’Azeglio, era comandata da Beltrando Pancaldi, con commissario Diego Orlandi e consulente militare un tenente colonnello dell’aeronautica (di consulenti militari, ufficiali delle varie Armi, ce n’erano diversi e oltre a far parte dei comandi di zona erano collegati al col. Trevisani, che era il comandante del Comando Piazza); il quarto settore, al comando di Bruno Tosarelli, con commissario Enzo Cinelli, andava da via d’Azeglio a via Saffi.

Il piano di divisione in zone prevedeva che la via principale che divideva le zone era difesa da un solo settore e la linea di demarcazione passava alla sinistra della via principale in modo da permettere alla zona di avere tutti gli appoggi naturali possibili sia per difendersi sia per attaccare.

Come è noto, la 7a Brigata GAP operava nell’interno della città come formazione autonoma mentre le Brigate di montagna e le formazioni di pianura, secondo il piano elaborato dal CUMER, dovevano, a cominciare dai primi di ottobre 1944, entrare in città alle dipendenze delle zone loro assegnate. All’inizio i partigiani, entrando in città, si sistemarono nelle zone dove c’erano i rifugi ritenuti più sicuri, con l’obiettivo, però, di smistare al più presto le forze nelle varie zone operative.

Alla fine di settembre e ai primi di ottobre le forze della nostra Brigata erano valutabili in un centinaio di partigiani nel battaglione di Corticella, in circa 50 uomini nelle zone dello Stadio e altrettanti a Santa Viola e al Sostegnino e una trentina di uomini erano inoltre raggruppati nella zona del Pontevecchio. Da queste zone venivano anche gli aiuti concreti ai comandi per l’organizzazione dei servizi ausiliari (infermerie, intendenza, ecc.) e i CLN locali, oltre a quello cittadino, erano collegati alle zone in modo diretto. Nell’attività complessiva dei mesi di settembre ed ottobre le perdite umane sono state di 45 fra tedeschi e fascisti e 18 partigiani delle varie formazioni.

All’inizio di ottobre la nostra attività si sviluppa e si intensifica ovunque: ricordo l’attacco al comando dell’organizzazione Todt di San Sisto, il combattimento sostenuto dal comando di battaglione appena fuori porta Mascarella conclusosi con la sfilata dei partigiani per le strade, con Gioti alla testa, al canto di Bandiera rossa, il combattimento in via dei Mille e la rottura dell’accerchiamento tedesco. Dopo questi fatti viene il mese più duro, quello di novembre, nel quale, oltre alle battaglie di porta Lame e della Bolognina, vi furono anche molti scontri che misero alla prova tutti i nostri reparti.

La sera del 7 novembre, mentre era in corso la battaglia di porta Lame, io ero a Viadagola, nella base situata nel podere del colono Tartari. Verso le 18 arrivò una staffetta con l’ordine di raggiungere subito Bologna in aiuto ai gappisti impegnati nel durissimo scontro contro forze tedesche e fasciste dieci volte superiori nella zona di porta Lame-ospedale Maggiore. La staffetta ci diede la parola d’ordine e ci indicò anche la strada che dovevamo seguire per non scontrarci con altri partigiani in movimento verso la stessa direzione: ci disse di andare per via Beverara anziché per via Arcoveggio.

In una macchina salimmo io, i fratelli Ezio e Tom e anche Luigi Neri che faceva da autista. Percorremmo la strada molto velocemente, passando per il sottopassaggio di fuori porta Lame e pensavamo di scendere per avanzare a piedi verso la porta, che già si intravvedeva in distanza, quando fummo investiti da un lancio di bombe a mano e da raffiche di mitra. La macchina sbandò e si schiacciò contro un mucchio di macerie e Neri morì sul colpo, mentre Ezio e Tom gravemente feriti riuscirono tuttavia a fuggire e poi si potè ricoverarli nell’infermeria di via Lionello Spada. Io pure riuscii fortunatamente a fuggire e raggiunsi Granarolo e qui subito seppi che quelli che ci avevano sparato erano dei partigiani che stavano avviandosi anch’essi e che, nell’oscurità, ci avevano scambiati per fascisti. Purtroppo non fu quello il solo tragico errore della giornata e dire che le necessarie precauzioni erano state prese per evitare che nella corsa verso il luogo di combattimento accadessero questi fatti.

Dopo le battaglie di porta Lame e della Bolognina venne, come si sa, il proclama di Alexander che fu un colpo alle spalle dei partigiani in generale e di quelli concentrati dentro le mura della città in particolare, e così cominciò il tragico inverno bolognese, il più duro e sanguinoso della storia della città. Le forze partigiane e delle SAP in ispecie, di fronte alla nuova situazione procedettero ad una completa riorganizzazione. Pancaldi e Capelli passarono poi rispettivamente al comando della nuova Brigata Paolo e alla Bolero e Remo Nicoli venne a prendere il comando della Brigata in città, e la Brigata stessa assunse il nome di Irma Bandiera ed io fui vice-comandante. In principio si pensò di chiamare la Brigata Gramsci, ma poi si cambiò idea perchè si ritenne che quel nome non poteva essere gradito agli alleati.

La Brigata fu divisa in cinque battaglioni: il 1° battaglione, intestato al nome di Walter Busi e che copriva la zona Mazzini-San Vitale, era comandato da Ciro (Sergio Soglia) con commissario Angelo Grazia; il 2° battaglione denominato Giacomo (Ferruccio Magnani), che operava nella zona di Sant’Isaia e Meloncello, era comandato da Elio Morini, con commissario Giorgio Danielli; il 3° battaglione denominato Ciro (Giuseppe Rimondi) e che operava nella zona di porta Lame-Beverara, era comandato da Oscar Muratori, con commissario Libero Gamberini; il 4° battaglione, denominato fratelli Pinardi, operava nella zona della Bolognina-Casaralta-Corticella ed era comandato prima da Orlando Mandrioli, poi da Idalgo Bonora; il 5° battaglione, denominato Rosini, che operava nella zona San Felice-Santa Viola, era comandato da Aureliano Cariani.

Ognuno di questi bataglioni era collegato al comando di Brigata con delle staffette e la sede del comando, fino all’arresto di Renato Patuelli (Stefano) era nella casa del giornalaio Boccetta, in via Portanova, poi si spostò in via Galliera, nella base di Remo Nicoli. Gli uomini che venivano posti al comando delle varie unità operative venivano scelti nella lotta di tutti i giorni tenendo conto delle capacità, del coraggio, dello spirito di iniziativa ed è così che si è fatta nell’inverno la selezione dei quadri per la lotta in città, svolta nelle condizioni più difficili e a piccoli gruppi che si muovevano quasi esclusivamente di notte per colpire il nemico con rapidissime azioni. Particolarmente intensa fu la lotta contro le spie e contro quelli che erano passati al servizio della Questura e che, se non colpiti subito, potevano causare delle perdite gravissime al movimento partigiano. Causa l’azione di queste spie, in dicembre vennero arrestati i nostri compagni Luciano Tura e Ildebrando Brighetti. Nel complesso dei mesi di novembre e dicembre, 14 partigiani della nostra Brigata furono uccisi, mentre i tedeschi, uccisi nei vari scontri, furono 23 e i fascisti 40.

All’inizio del 1945 la Brigata Irma Bandiera passò, sia pure con tutta la necessaria prudenza, all’attacco con un piano più organico. Passammo anche all’attacco di colonne autotrasportate tedesche nella città e uno scontro importante avvenne sulla via Emilia, nei pressi del Velodromo, dove, appena terminato uno scontro vittorioso contro un’autocolonna tedesca, sopraggiunsero rinforzi di brigatisti neri e noi fummo purtroppo costretti ad abbandonare la preda al momento giusto. Ci spostammo allora nella via Porrettana dove immobilizzammo due autocarri e molti furono i morti e i feriti tedeschi e in quella azione c’erano anche Satana e Frabetti.

Si può dire che questa attività, fra febbraio e marzo, aumentò di continuo ed oltre agli attacchi alle autocolonne ci furono scontri anche con pattuglie notturne di tedeschi e fascisti. Riuscimmo anche ad apprendere il nome della spia che aveva fatto arrestare Brighetti e la eliminammo nella sua casa. A cominciare da febbraio noi appoggiammo anche le frequenti manifestazioni di donne contro il carovita, per il pane ed il sale.

Proteggemmo con gruppi armati anche la grande manifestazione del sale che si svolse in via Indipendenza, via Roma e davanti alla Manifattura, il 3 marzo 1945. Questa attività ci permise di aumentare la nostra forza ed alla fine di febbraio la Brigata Irma Bandiera era già forte di circa 400 uomini. Nei primi tre mesi dell’anno perdemmo circa 13 partigiani; i tedeschi uccisi furono 16 e i fascisti 9.

In questo periodo Brighetti e Tura riuscirono ad evadere dal carcere e furono avviati in montagna.

Ormai si sentiva nell’aria l’imminenza della liberazione ed il nostro solo obiettivo era quello di partecipare alla liberazione della città prima dell’arrivo degli alleati: dovevamo riuscire a dimostrare la forza politica e militare della Resistenza nella prima grande città del nord. Anche Renato Capelli, che era stato arrestato dai tedeschi a Pieve di Cento, era riuscito a sfuggire ed era rientrato nella base del nostro comando che si era trasferito in via del Riccio, in casa di Danielli. I battaglioni Ciro e Pinardi cominciarono a spostarsi verso il centro e sì sistemarono dentro al seminario dei Salesiani, in via dei Mille, in accordo coi Padri che avevano messo a disposizione della Brigata una soffitta dello stabile. Altri reparti si concentrarono in uno stabile in piazza Malpighi.

La notte del 20 aprile una pattuglia del battaglione Rosini, mentre da via San Vitale si portava verso il seminario, notò che i fascisti ed i tedeschi si stavano preparando ad andarsene. Anche Ciro, comandante del battaglione Busi, ebbe notizie da sua madre che i tedeschi stavano togliendo la gendarmeria dalla porta ed allora procedette alla occupazione della caserma Magarotti. I vari reparti della Brigata GAP cominciarono all’alba l’occupazione della città. Mastice che quella notte era in una base fuori porta Mazzini, appena seppe che gli alleati stavano avvicinandosi a San Lazzaro, corse a Corticella e dopo aver occupato il quartiere con un gruppo di uomini, armò la popolazione e tutti insieme tennero testa ai tedeschi che volevano attestarsi nel rione finché giunsero i polacchi e allora con un’azione comune i tedeschi furono annientati.

Nelle sole azioni di aprile, i tedeschi ebbero 123 morti ed i partigiani 24 morti. La Brigata Irma Bandiera, oltre ai partigiani, uomini e donne, permanentemente in armi, fu sostenuta nelle varie zone durante l’attività da un numero considerevole di contadini.

Quest’aiuto fu determinante perchè voleva dire una cosa, il pane, un minimo di sicurezza anche nei molti trasferimenti. In complesso furono 1066 i partigiani che direttamente, o come forza di sostegno, ebbero una parte attiva nella Brigata, e fra questi 115 donne. I nostri morti furono in complesso 94 e i feriti 46.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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