Miceti Giulio


Nasce il 14 maggio 1893 a Lugo (RA). Entra nel partito socialista da giovane. Nelle elezioni amministrative del 26 settembre 1920 viene eletto sia consigliere comunale di Imola, sia consigliere dell’amministrazione provinciale di Bologna.

E’ designato sindaco di Imola il 1° ottobre 1920. Non riesce mai a partecipare alle sedute del consiglio provinciale a causa dello scatenarsi dello squadrismo fascista e decade dal mandato a seguito dello scioglimento del consiglio stesso, decretato dal prefetto di Bologna il 21 aprile 1921.

La stessa amministrazione comunale di Imola, fin dal suo insediamento e nei mesi successivi, è bersaglio della violenza: i fascisti assaltano più volte il municipio, aggrediscono il sindaco (16 maggio 1921) e minacciarono di morte tutta l’amministrazione. Il sindaco e l’intera amministrazione sono costretti a rassegnare le dimissioni il 30 giugno 1921.

E’ stato il direttore de “La Lotta”, organo circondariale socialista imolese, dalla fine del 1919 all’8 ottobre 1922. In quel periodo la sede del giornale è ripetutamente oggetto delle violenze squadristiche. Un primo saccheggio ed incendio avviene nell’autunno 1920, a causa del fatto che il gerarca Dino Grandi dopo aver inviato una lettera alla redazione del giornale per manifestare i suoi sentimenti socialisti, passa repentinamente al fascismo e tenta di rientrare in possesso del compromettente documento.

Nel luglio del 1921 un altro assalto fascista distrugge la redazione. Per la ricorrenza della festa internazionale del lavoro dello stesso anno, Miceti scrive il numero unico “La Sorgente” dal sottotitolo: I socialisti imolesi ai bimbi ed alle madri nel 1° maggio 1921. Fonda con Rezio Buscaroli ed altri giovanni socialisti il Gruppo Amici dell’Arte di Imola che promuove iniziative di carattere artistico, musicale e ricreativo, e serve, fino al 1924, da copertura all’attività politica dei socialisti, ormai costretti alla semiclandestinità.

Nella seconda metà del 1921, fatto oggetto di ulteriori violenze e persecuzioni da parte dei fascisti, si rifugia per qualche tempo nella Repubblica di San Marino.

Con la promulgazione delle leggi eccezionali, nel novembre 1926 (dopo aver subito diversi arresti – uno dei quali il 10 dicembre 1923 – bastonature, angherie d’ogni sorta) viene nuovamente carcerato e il 4 dicembre 1926 assegnato al confino per 3 anni e inviato nell’isola di Ustica (PA).

Qui nel 1927, vienne arrestato e deferito al Tribunale speciale, assieme ad una quarantina di altri confinati, tutti accusati di un inesistente complotto. Dopo dieci mesi di carcere all’Ucciardone (PA) viene assolto, assieme agli altri, «per non avere commesso il fatto». Liberato il 14 agosto 1928 rientra ad Imola e trova lavoro nella cooperativa SACMI (Società anonima cooperativa meccanica imolese) della quale diventa (benché guardato sospettosamente dai fascisti) il direttore.

L’11 marzo 1930 per «manifestazione antifascista in occasione dei funerali di un noto antifascista» (Paolo Nonni), è nuovamente assegnato al confino per 3 anni, ma ha la pena commutata in ammonizione il 29 luglio 1938 e, quindi, viene liberato.

Dopo la caduta del fascismo, fa parte del Comitato cittadino antifascista, che guida le manifestazioni popolari durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio e che, all’indomani dell’armistizio, si trasforma in CLN. Alla fine del 1943 il suo nome viene incluso nella lista di proscrizione, con altri 72 antifascisti, preparata dal Partito Fascista Repubblichino di Imola. Dietro l’accusa di aver rifornito un gruppo di partigiani in località Campiano (Borgo Tossignano), ricercato dai nazifascisti si costituisce per rendere libere due donne arrestate e tenute in ostaggio.

Incarcerato a Bologna assieme a diversi altri imolesi, dopo durissimi interrogatori protrattisi per circa un mese, tutti vengono liberati. Ritornato ad Imola, nel CLN ricopre la carica di segretario. Alla SACMI favorisce l’insediamento di una sede clandestina del CLN, l’installazione di una radio clandestina e il nascondiglio per vari macchinari dello stabilimento Cogne che i tedeschi intendevano sequestrare.

Riesumando la vecchia testata socialista imolese, dirige due numeri dattiloscritti del foglio “La Lotta”, nel gennaio e febbraio 1945. Il 14 marzo 1945 viene sorpreso dai tedeschi mentre sta riscrivendo il periodico per la pubblicazione e viene arrestato.

Incarcerato ad Imola, nel porcile del carcere, viene seviziato come tanti altri antifascisti rinchiusi nelle celle della Rocca Sforzesca.

Nella prima decade di aprile, con una ventina di altri detenuti politici, viene trasferito al carcere di S. Giovanni in Monte (BO). Pochi giorni prima della liberazione della città, dopo essere stato trasferito alla caserma d’artiglieria, viene lasciato libero, assieme ad un nutrito gruppo di detenuti politici, dai militari tedeschi in cerca di manodopera per lavorare alle fortificazioni, perché troppo macilenti o malati.

Dal CLN di Imola, all’atto della liberazione (avvenuta il 14 aprile 1945), è nominato sindaco, in omaggio alla continuità della tradizione socialista dell’amministrazione delle città, interrotta 24 anni prima della violenza fascista.

Tale carica l’assume al ritorno ad Imola, dopo la liberazione di Bologna. Nei giorni precedenti lo aveva sostituito il socialista Mario Tarlazzi. Ha combattuto nella brigata Matteotti Città con funzione di comandante di formazione e poi capo del SIM.

I suoi ricordi.

Dopo la scissione di Livorno del 1921 il movimento socialista imolese, così ricco di tradizioni e di generose battaglie languì, privato di un cospicuo numero di aderenti, passati al PCI, e perseguitato fortemente, data la sua struttura non clandestina, dalle incipienti azioni delle squadre fasciste. Infatti il nuovo partito, nato dalla scissione di Livorno, assunse subito una struttura segreta, cosicché le ire fasciste si rivolsero particolarmente verso quei socialisti che avevano ricoperto cariche amministrative o politiche e che, fedeli ad una tradizione (che avrebbe dovuto essere superata, date le circostanze, per assumere forme più moderne ed adeguate, di organizzazione e di azione) continuavano apertamente a manifestare il loro dissenso ed agire, attraverso gli istituti, la stampa, il sindacato, elementi della strutturazione democratica che dovevano essere poi gradualmente soppressi dalla violenza illegale, prima, e da quella legalizzata, poi, del regime fascista.

Si possono ricordare nomi di socialisti imolesi che seppero affrontare ogni difficoltà con coerenza, coraggio e fedeltà all’idea quali: Romeo Galli, il prof. Rezio Buscaroli, Giuseppe Solaroli, Decio Marchesi, Alfonso Brini, Elio Pagani, Mario Tarlazzi, Mario Sangiorgi, Giuseppe Maiolani, Roberto Vespignani, Romeo Minardi, Umberto Baroncini, Innocenzo Poggiopollini, Filippo Balducci e numerosi altri tra i quali certo anch’io e tutti, chi più, chi meno; ebbero a subire dolorose conseguenze nei lunghi anni del fascismo.

Nel 1919 io, allora giovane di 25 anni, fui eletto sindaco del comune di Imola, carica che mantenni fino al 1921 epoca in cui, dopo una serie di violenze e soprusi che ne pregiudicavano l’attività amministrativa, fui defenestrato d’autorità, unitamente alla Giunta con scioglimento del Consiglio comunale e successiva nomina di un commissario prefettizio.

Allora io ero anche direttore del settimanale locale La Lotta, giornale che, in mezzo ad innumeri difficoltà e traversie, continuò le sue pubblicazioni fino agli inizi del 1922. Un episodio: nel 1920 Dino Grandi, il futuro ministro degli esteri fascista, di recente laureato in giurisprudenza, aprì uno studio legale in Imola. Ad un certo momento Dino Grandi sospettato, non senza ragione, di essere di sentimenti fascisti e di condividere le azioni degli squadristi, ebbe a subire un attentato senza conseguenze. Pochi giorni dopo lo stesso Grandi venne da me e mi consegnò una lettera da pubblicarsi nel settimanale da me diretto, nella quale dichiarava di non essere fascista, e nemmeno di nutrire simpatia alcuna per tale movimento ma, all’opposto, di essere di sentimenti socialisti, inspirati soprattutto dall’apostolato di Andrea Costa. Il Grandi, contemporaneamente, consegnò analoga dichiarazione da pubblicarsi sulla Squilla di Bologna, allora diretta dal prof. Silvio Alvisi, lettera che io stesso provvidi a recapitare.

Due giorni dopo vennero da me due ceffi i quali, con modi bruschi, si dissero incaricati dal Grandi di ritirare la lettera poiché, a seguito di un ripensamento, non ne considerava più opportuna la pubblicazione. Ne ebbero un rifiuto e la dichiarazione che la lettera sarebbe stata comunque pubblicata. Nella stessa notte una squadraccia forzava le porte della redazione de La Lotta, che era anche sede della Sezione del PSI, in via Felice Orsini, casa Compadretti, e, previa sottrazione del documento che interessava, vennero dati alle fiamme carteggi e suppellettili ed asportati danaro ed alcuni oggetti di valore.

Non si conoscono le ragioni per le quali la compromettente lettera del Grandi non apparve sulla Squilla, ne’ si sa se il manoscritto venne restituito. Immediatamente io fui oggetto di violenze fasciste e persecuzioni da parte della polizia (avevo costantemente due guardie regie al fianco) e dovetti riparare per qualche tempo nella ospitale Repubblica di San  Marino, che accoglieva altri profughi del Bolognese.

Dopo l’ottobre 1922 il movimento socialista imolese visse nella semiclandestinità, limitandosi a tenere raccolte le fila dei fedeli diradatesi man mano che le prepotenze fasciste aumentavano di intensità, con il beneplacito degli organi di polizia. Per  mascherare l’attività politica socialista venne allora creato un Gruppo Amici dell’Arte, composto esclusivamente da giovani, guidati con accortezza dal prof. Rezio Buscaroli con la collaborazione mia, di Elio Pagani ed altri. Detto gruppo, oltre alle iniziative di carattere artistico, musicale e ricreativo, esplicava una certa attività politica.

Le peripezie dei socialisti imolesi furono innumerevoli: colpiti in modo particolare con arresti e bastonature, chissà perché, sempre con azioni simultanee, fummo io e Decio Marchesi. Gli arresti ed i fermi di elementi socialisti si susseguivano metodicamente alla vigilia di manifestazioni fasciste o di ricorrenze particolari che caratterizzavano la vita politica di allora. Nel 1926 io fui arrestato e condannato al confino insieme ai socialisti: Vespignani, Baroncini, Marchesi, Romeo Minardi ed altri destinati alle isole Tremiti ed Ustica.

In questa ultima isola vennero, nel 1927, arrestati e deferiti al Tribunale Speciale, con il pretesto di un inesistente complotto, una quarantina di confinati, fra i quali, oltre a me, figuravano Giuseppe Massarenti, Giuseppe Bentivogli, l’avvocato Cannine Mancinelli, Giuseppe Romita, Ernesto Minghetti ed altri, tutti della provincia di Bologna, escluso Romita. Dopo circa 10 mesi di carcere sofferto all’Ucciardone di Palermo, tutti gli imputati vennero assolti per non aver commesso il fatto.

Tale inusitata formula adottata dal Tribunale Speciale dovette essere usata a seguito del fatto che io riuscii fortuitamente, a reperire un compromettente documento di un falso delatore, anch’esso confinate, documento che io feci pervenire, tramite la compiacenza di una guardia carceraria, alla signora Maria Romita la quale provvide, a mezzo dei legali, a produrlo al Tribunale Speciale.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale i socialisti imolesi serrarono le fila di fronte ai drammatici avvenimenti, convinti che dalla smisurata tragedia voluta dalle dittature nazista e fascista sarebbero scaturite le premesse per un avvento della democrazia ed una ripresa del movimento socialista nel paese.

I socialisti, analogamente ad elementi di altri partiti, furono protagonisti della dura battaglia che servì a restituire al nostro paese la sua indipendenza ed unità.

Si giunse così al 25 luglio 1943. Venne costituito un Comitato cittadino, che prenderà successivamente la denominazione di CLN, al quale partecipavano elementi di tutte le correnti politiche. Dal 15 settembre 1943 in poi si effettuarono a Imola rastrellamenti ai quali, sia pure in tempi diversi, non sfuggirono i socialisti Galli, Scheda, Sangiorgi Mario e Francesco, Bandini Bruno, Franco ed Alfredo, Falco, Guadagnini, Galamini, Miceti Riccardo, Alvisi, Baroncini, Serrantoni, Benfenati, Borghi, Gaddoni, Naldi, Padovani, Vespignani, Vignoli ed altri.

Io pure fui arrestato e rinchiuso nella caserma di artiglieria, a Porta d’Azeglio, in Bologna, insieme ai socialisti Scheda Pietro, Bandini Alfredo, Monducci Mimo, tutti parenti fra di loro, accusati di avere rifornito elementi partigiani in località Campiuno di Tossignano. A noi si unirono Silvestrini Giuseppe di Fontanelice e consorte ed altri. In precedenza erano state arrestate le mogli dello Scheda e del Monducci, come ostaggi, in attesa che io, non subito rintracciato, mi costituissi, come di fatto avvenne.

La detenzione a Bologna si prolungò per circa un mese e fu particolarmente drammatica per le minacce, gli assalti e le sparatorie notturne di elementi squadristi e di militi fascisti contro le porte della stalla dove eravamo rinchiusi, azioni che venivano effettuate ogni qualvolta si verificavano scontri fra fascisti ed antifascisti, o per l’uccisione di qualche ufficiale delle brigate nere. Avemmo salva la vita per l’abnegazione del guardiano, un infermiere di Reggio Emilia, certo Fontanesi, il quale coraggiosamente minacciava di mitragliare gli assalitori qualora avessero tradotto in fatti le loro minacce. Dopo durissimi interrogatori, fummo poi liberati.

Frattanto in Imola funzionava regolarmente — come ho già detto — il CLN, composto da elementi di tutti i partiti. Il CLN di Imola era infatti così composto: Ezio Serantoni (PCI) presidente, Primo Bassi (anarchico), dott. Mario Neri (PRI), Ubaldo Venturi (DC), Quinto Golinelli (PCI), Giuseppe Maiolani (PSI), Anselmo Galassi (P. d’A.), ed io, per il PSI, come segretario. L’attività del CLN si esplicava localmente con il mantenere contatti con le formazioni partigiane, con perseguitati, con il prodigare aiuti alle famiglie delle vittime e degli arrestati, salvare beni e bestiame, distribuire materiale propagandistico ed informazioni.

L’Avanti clandestino giungeva regolarmente in Imola a mezzo di staffette istruite da Maria Falco, con mezzi degli autotrasporti Bartolini. Non si ritiene qui di fare la storia delle attività del CLN di Imola e delle sue iniziative in campo militare, politico e civile, ma solo di puntualizzare episodi che hanno un certo riflesso con il movimento socialista e con militanti del medesimo partito, al fine di documentare la partecipazione attiva socialista al movimento di liberazione nazionale.

Ad esempio, Casadio Arrigo, io ed altri ci adoperammo, nell’ottobre 1944, a porre in salvo vari macchinari dello stabilimento Cogne che vennero custoditi dalla Cooperativa Meccanici ed a guerra finita restituiti. Nella sede della Cooperativa Meccanici, azienda da me diretta, aveva trovato una sede clandestina il CLN. Qui facevano capo le varie staffette per la trasmissione di ordini e la distribuzione di materiale di propaganda. Nella stessa sede era stata da noi installata una radio ricevente. L’antenna era costituita dalla linea ad alta tensione che i tedeschi avevano inutilizzata unitamente agli impianti dell’acqua e del gas. Alle ore 14 di ogni giorno veniva captato il bollettino del Comando alleato e successivamente diramato in molti esemplari, tramite apposite staffette.

Si giunge così, fra innumerevoli peripezie e disagi, al 1945. Romeo Galli, quasi cieco, sofferente, continuava a svolgere una esemplare attività. Successivamente venne ricoverato nell’Ospedale della Croce Rossa istituito con mezzi di fortuna nella sede del Seminario Diocesano nel quale, in piena lucidità di mente, decedette fra la costernazione della intera città, il 27 maggio 1945.

Nel locale carcere della Rocca venivano frattanto rinchiusi e torturati innumerevoli elementi antifascisti ad opera delle brigate nere e dei tedeschi. L’esito delle operazioni belliche volgeva ormai decisamente a favore degli alleati. Io ripresi la pubblicazione del settimanale socialista fondato da Andrea Costa, La Lotta, in fogli dattilografati ed in numero di circa 50 copie.

Mentre stavo trascrivendo le copie del secondo numero, in parte già distribuite, venni casualmente sorpreso da elementi delle SS che mi trassero in arresto, unitamente a mia moglie: era il 14 marzo 1945.

Quello che accadde dopo ha del romanzesco. Fui rinchiuso nel porcile del carcere, senza un giaciglio, senza coperte e senza mangiare. Alla notte venivo prelevato e condotto nella camera di inquisizione, un vasto locale in cui si interrogavano nottetempo i prigionieri, infliggendo loro inumane sevizie.

Nella stessa stanza erano disseminati gli arnesi degli inquisitori: maschere antigas che venivano applicate fino all’asfissia ai prigionieri, manette, staffili, pugnali, rivoltelle ed altri strumenti di tortura. Sovente i prigionieri, dopo l’interrogatorio, venivano immersi in una vasca di acqua gelida e ricondotti nudi e fradici in cella.

Un tale trattamento mi fu riservato più volte (taluno ha trovato la morte): volevano conoscere i nomi dei componenti il CLN di cui ero sospettato di fare parte. Una guardia carceraria, certo Monti, provvedeva, con estrema prudenza, fingendo di dare cibo a delle galline che razzolavano nel cortile, a gettarmi attraverso una apertura, tozzi di pane e pezzetti di cioccolata, evitandomi così di morire di fame. La notte il carcere si tramutava in un ambiente di tragedia: urla, spari, lamenti di seviziati, rumore di ferraglie si mescolavano al fragore delle granate che scoppiavano nei pressi e nell’interno della Rocca.

Pochi giorni prima della liberazione di Imola, una ventina di detenuti, fra i quali ricordo Emiliani di Castel San Pietro, vennero, alle tre del mattino, trascinati nel cortile del carcere, legati con funi e fatti salire su di un autocarro che, attraverso bombardamenti e mitragliamenti, condusse i prigionieri nel carcere di San Giovanni in Monte, a Bologna. Io ero fra questi. Altri 16 prigionieri, trattenuti nel carcere, vennero, prima della evacuazione dei tedeschi e dei fascisti dalla città, trucidati e gettati nel tragico pozzo Becca.

Io ritengo di avere avuta salva la vita a seguito di un singolare colloquio con il brigatista nero Brusa, che comandava il carcere e conduceva di notte gli interrogatori. Quest’ultimo ebbe ad esclamare, quasi con accento di esasperazione, che comunque i nazifascisti avrebbero vinto la guerra perche, in caso di sconfitta, gerarchi e gregari fascisti avrebbero avuto un triste destino. Io obbiettai che certamente i responsabili di atrocità avrebbero dovuto rendere conto alla giustizia e che comunque, i meno responsabili avrebbero potuto rifarsi, in regime di libertà e democrazia, una nuova vita. Lo spirito informatore dei socialisti, dissi, era quello.

Il Brusa apparve scosso da tale ragionamento e dichiarò di essere, in fondo, socialista anch’egli, però socialista all’Andrea Costa (tutto dire!); che suo padre, banconiere della Cooperativa di Spazzate Sassatelli, era un vecchio socialista di altre confidenze. Conclusione: il Brusa ordinò che mi venissero consegnati i vestiti che mi erano stati tolti e disse al tedesco che si accingeva, come di solito, a somministrare qualche staffilata: “Niente botte”.

La permanenza nel carcere di Bologna apparve come un lieto e comodo soggiorno in confronto alle sofferenze del carcere imolese. Tramite agenti carcerari, presi contatto con il CLN di Bologna dal quale ricevetti aiuti specie per le attenzioni dell’avv. Roberto Vighi, di Delfo Balducci e Giuseppe Bentivogli di Molinella. Circa cinque giorni prima della liberazione di Bologna, irruppero nel carcere le SS che procedettero all’interrogatorio dei detenuti politici, che vennero tradotti successivamente alla Caserma di Artiglieria, a Porta d’Azeglio. Fra questi c’ero io, Minghetti Erminio di Altedo, Emiliani di Castel San Pietro ed altri socialisti. All’uscita del carcere, mentre i tedeschi mi sospingevano nell’autocarro, con atto di singolare coraggio e solidarietà, io trovai l’avv. Roberto Vighi e Armando Bartolini di Imola che mi rifornirono di viveri, denari ed indumenti.

Nella Caserma di Artiglieria ci disposero in una lunga fila, per due, dalla quale fummo fatti uscire io e Minghetti e due altri dei quali mi sfugge il nome.

Gli altri furono inviati al fronte per lavori. Forse la scelta avvenne per le nostre apparenti pessime condizioni fisiche. L’ufficiale ci tolse dalla fila e ci disse bruscamente: “Via!”. Al cancello d’uscita si aggiravano minacciosamente una decina di tedeschi con il mitra imbracciato. Dopo un’ora di trepidante attesa lo stesso ufficiale che passava occasionalmente per il cortile chiese cosa stessimo facendo e ripetè, indicando il cancello: “Via! Fuori!”.

Nessuno però si azzardava ad accogliere l’allettante invito in quanto appariva come certo che nessun ordine di lasciar passare i prigionieri era stato dato alle sentinelle le quali, armate di mitra, sorvegliavano l’uscita. Dopo un’ora di preoccupata e snervante attesa, io, esasperato, presi una decisione e dissi agli altri che avrei tentato comunque di uscire; se fosse andata bene gli altri avrebbero potuto seguirmi. Andò bene. I tedeschi rimasero impassibili ed il paventato dramma si risolse con una precipitosa fuga di tutti fino ai Giardini Margherita dove ciascuno seguì la destinazione prescelta.

Alla vigilia della liberazione di Bologna io mi trovavo, con Giuseppe Bentivogli, a porta Zamboni dove, in una casa era stata indetta una riunione del CLN e di vari dirigenti politici. Bentivogli, che poco dopo doveva venire trucidato dalle brigate nere, mi intimò di non seguirlo oltre per non espormi a nuovi pericoli, anche per il fatto che da pochi giorni ero riuscito a scongiurarne uno. Ubbidii: poco dopo avvenne la tragedia che privò il movimento socialista bolognese di uno dei suoi più fervidi ed intelligenti organizzatori.

Il mattino della liberazione, verso le 5, io, insieme ad Emiliani di Castel San Pietro, che era fuggito dai lavori al fronte cui i tedeschi l’avevano assegnato, mi recai nello studio dell’avv. Vighi, in via S. Stefano, per annunciargli che militari alleati erano apparsi nei pressi di porta Mazzini. Successivamente ci recammo in Prefettura dove funzionari della medesima, allineati nel cortile, compreso il vice-prefetto, si misero a disposizione dell’avv. Vighi e del CLN, e poi a Palazzo d’Accursio dove stavano affluendo partigiani e popolo.

Nella stessa giornata diversi ex prigionieri imolesi, con un mezzo offerto dalla ditta di autotrasporti Bartolini, raggiunsero Imola. Il CLN, non appena avvenuta la liberazione di Imola, nominò sindaco, in mia assenza, il maestro Mario Tarlazzi.

Io poi assunsi la carica di sindaco con legame ideale e simbolico al tempo in cui da tale carica venni defenestrato dall’arbitrio e dalla prepotenza fascista.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

2 thoughts on “Miceti Giulio”

  1. Posso solo dire con sollievo che ho trovato qualcuno che sa realmente di cosa sta parlando! Lei sicuramente sa come portare un problema alla luce e renderlo importante. Altre persone hanno bisogno di leggere questo e capire questo lato della storia.

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  2. Quanta storia passa nella vita delle persone…leggendo queste testimonianze mi ritrovo a riflettere su una cosa propria del nostro tempo: oggi si parla tanto di come la politica, i politici, siano distanti dalla vita del Paese reale e di come sia dovere dei cittadini prendere il loro posto in Parlamento per rendere più limpido ed efficace il rapporto fra il Governo e i governati. Nessuno ricorda mai che la politica è sorella della filosofia; una sorella molto pratica, ma dalle stesse radici di pensiero, portata come la filosofia a porsi domande e incline per natura a cercare risposte concrete. Nessuno spiega mai che la politica è parte di ogni individuo pensante e che è tanto più complessa e raffinata quanto è maggiore la capacità dell’individuo stesso di usare la logica e l’immaginazione. Ecco, mi rivesto di questa definizione cucita sul momento, che però mi piace molto: la politica è filosofia dotata di immaginazione; quindi imperfetta, come filosofia, ma importantissima come forma di elevazione del pensiero e del futuro in termini molto concreti. Queste testimonianze trasmettono tutto questo, al di là degli eventi, delle circostanze, dei passi compiuti: un pensiero vivo, molte domande, la ricerca di risposte concrete e l’immaginazione, capace di prospettare un futuro di cui essere fieri. Allora la politica non è più solo distante dai cittadini, dal Paese, ma è prima di tutto distante da sé stessa, dalla sua natura di pensiero elevato, che si fa domanda e poi risposta con il coraggio di immaginare l’onestà a venire.

    Grazie per quello che ricevo sempre qui.
    Un caro saluto

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