Lorenzini Folco


Nasce il 16 maggio 1904 a Porretta Terme. Milita nella brigata Toni Matteotti Montagna con compiti di collegamento e opera nel porrettano, dove anche se le formazioni erano sostanzialmente autonome si integravano spesso nel campo operativo là ove si poteva stabilire un’azione armonica e concorde.

Per lui proveniente da un vago populismo tinteggiato di repubblicanesimo passare ad un forte, sofferto impegno marxista, il passo non fu breve ne semplice.

Tramite un operaio metalmeccanico toscano aderisce al Partito Comunista Italiano e alla resistenza. La sua è un’adesione più intellettualistica che passionale e istintiva. Entrato nella lotta partigiana si rende conto dei complessi problemi esistenti a livello organizzativo, di coordinamento, di accettazione da parte delle diverse forze politiche e degli stessi alleati di un esercito partigiano.

Questi ultimi sono più disposti ad accettare gruppi di sabottatori da smobilitare facilmente in concomitanza del loro arrivo.

Nonostante tutte le difficoltà, gli errori tattici alcuni anche gravi, l’impreparazione politica dei giovani, il movimento partigiano riusce a organizzarsi.

La sua analisi del movimento partigiano.

Da un vago populismo, tinteggiato di repubblicanesimo, ad un forte, sofferto impegno marxista, il passo non fu breve né semplice. Certo più delle esperienze dirette, l’adesione al partito comunista, e conseguentemente alla Resistenza, fu di natura intellettualistica più che passionale e istintiva. Un operaio metalmeccanico toscano fu il tramite tra me e il partito comunista.

Ciò che mi colpì maggiormente nel periodo iniziale della clandestinità fu il naturale consenso alla Resistenza, soprattutto degli umili, che, attraverso le più disparate esperienze, confluiva in un unico filone di avversione e di condanna alla guerra. Nei più consapevoli, poi, quella guerra rappresentava un capovolgimento di certi ideali e valori risorgimentali ed in coloro che avevano una ideologia ben radicata urgevano le componenti sociali mai venute meno nel lungo ventennio fascista. Si aggiunga che il basso clero pareva riprendere una tradizione che si ricollegava ai Don Giovanni Verità, agli Ugo Bassi e che il nazismo paganeggiante, il razzismo e la deificazione dello stato erano estranei ad ogni tradizione italiana e cristiana. Tuttavia si determinavano già le manovre di certi ambienti laici od ecclesiastici che avevano iniziato il gioco del gattopardo e certe manovre che troveranno consensi nei comandi alleati.

Al modesto livello della mia personale esperienza, constatavo che non si voleva trattare coi commissari, i rifornimenti ed i lanci venivano elargiti con discriminanti nei riguardi delle formazioni partigiane, e si interferiva spesso nei rapporti tra le formazioni trovando qualche volta un’eco anche all’interno di esse.

Non si voleva in sostanza un esercito partigiano, un esercito di volontari che nella maggioranza dei quadri e dei gregari certamente non era disposto a riportare l’Italia alla situazione pre-fascista, ma vedeva nella raggiunta unità di tutto un popolo, le premesse per un divenire di progresso sociale. Si volevano piccole bande di sabotatori od eventuali nuclei da smobilitare man mano che giungessero a contatto con le truppe alleate o da inserirsi nelle loro unità come ausiliari.

Non ero d’accordo con coloro che sottovalutavano l’azione dei commissari; evidentemente si doveva spesso improvvisare anche in questo campo, non tutti erano certo preparati ad un compito così complesso, ma sovente il commissario prese il posto del comandante caduto o, sostituito, dando prova anche di capacità militare.

Molte erano le ragioni che spingevano i giovani ad entrare nelle formazioni partigiane; era un materiale spesso grezzo e bisognava additare loro una più ampia prospettiva ai fini della lotta. Qualche volta lo stesso comandante fu un educatore e la funzione del commissario, in parte, fu superata, com’è nel caso del capitano Toni, della Matteotti. Ma dove vi erano elementi politici venuti dal carcere e dall’esilio, o dalla guerra di Spagna si riscontrava un altro tenore: capacità organizzativa ed insegnamento validissimo, ma spesso, troppo spesso, si era costretti all’assoluta spontaneità e tuttavia nel corso della lotta si formavano uomini e caratteri che poi avrebbero trovato il loro posto in una fase successiva.

Vi furono poi elementi che nella loro spontaneità noi si potè controllare e che spesso agirono con danno di certi valori: sorsero alle volte, anche nel Porrettano, piccole bande non riconosciute dal CLN e al margine di queste spesso agirono tipi indesiderabili (obbiettivamente, tuttavia, un’analisi approfondita di questa resistenza impura non è stata fatta), ma anche eserciti regolari con disciplina tradizionale hanno dimostrato ben maggiormente come la guerra potenzi nell’uomo tutti i più bassi istinti, accanto a gesti sublimi di incommensurabile valore. Ed a proposito di questa resistenza minore risultava anche che certi comandi tedeschi spesso la sopravvalutavano e, sopravvalutandola, erano costretti a tenere in allarme altri reparti, oltre a quelli particolarmente addestrati alla lotta antipartigiana, che erano chiamati Gruppi di allarme, composti con elementi presi a seconda delle necessità dai vari corpi od armi; questi reparti, tempestivamente radunati, si trasferivano da un punto ad un altro di vaste zone.

Al contrario, gli ausiliari della milizia fascista erano tenuti in scarso conto e già tra il luglio e l’agosto 1944 saranno allontanati dalla zona ed in parte si autosmobiliteranno rinviando gli effettivi alle loro case ed alcuni passeranno addirittura alle formazioni partigiane. Poi vennero fuori i facili critici a misurare col bilancino dell’orafo il bene ed il male, ad additare quello che si doveva e non si doveva fare, degni continuatori, questi, degli attesisti che spesso infestavano i comitati clandestini, non portando alcun contributo di equilibrio, ma solo ostacoli all’urgere dell’unità che doveva essere raggiunta superando tutte le barriere ideologiche, al fine comune.

In guerra, in una guerra spietata, molto spesso le decisioni erano dolorose, laceranti, ma il fine era luminoso, esaltante: chi non ha vissuto quei giorni raramente può afferrarne il significato.

Dal punto di vista delle operazioni militari ero personalmente contrario alle azioni vicino ai centri abitati, se non nel caso di superiore necessità. Infatti, Casa Berna fu — a mio avviso — un errore tattico: si attaccò la testa della colonna nemica senza conoscere la consistenza del grosso. Eventualmente bisognava attaccarne il centro per tentare di dividerla in due tronconi: la reazione avversaria fu fulminea e costrinse all’immediata ritirata lasciando il villaggio in mani nemiche con conseguente strage di inermi. Ronchidos fu il risultato di un attacco isolato, non previsto dal comando, contro elementi nemici che si ritiravano in prossimità di alcune case rigurgitanti di sfollati: le conseguenze furono identiche. Commissari e comandanti furono quasi sempre concordi con le mie tesi e solo con un commissario ebbi un vivace scontro.

I contatti che tra i Comitati di liberazione dei comuni che erano sorti, in parte nella clandestinità ed in parte a contatto o in prossimità dell’arrivo delle truppe alleate, e le formazioni partigiane che già operavano nel Porrettano non erano sempre costanti, molti elementi di interferenza incidevano su una chiara visione dei rapporti; tuttavia questi comitati rappresentavano spesso veri e propri organi di governo e, pur mancando di un colloquio costante tra loro, esprimevano una minima comune uniformità di intenti e di opere. Infatti, vi era qualche cosa di inequivocabile che tutto permeava e che legittimava a tutti i livelli, nel consenso generale, nell’apporto delle più disparate categorie, questi organi, spesso improvvisati, in un primo tempo fortemente unitari al punto di ricercare in alcuni uomini la vocazione ad essere e rappresentare una corrente politica che in quel momento aveva certamente importanza a livello nazionale, ma in quel dato luogo non aveva, né poteva avere radici profonde.

I CLN comunali designavano i sindaci e le relative Giunte e ciò, si badi bene, non era un atto di imperio, ma una necessità vitale anche di fronte agli alleati e dopo la liberazione si constaterà che questi uomini, così scelti, avranno un voto unanime di popolo, voto che sanzionerà con questo la scelta compiuta durante lo stato di guerra.

Nel Porrettano le formazioni partigiane erano sostanzialmente autonome, ma si integravano spesso nel campo operativo, là ove si poteva stabilire un’azione armonica e concorde. Le più importanti formazioni della zona furono le brigate Matteotti comandata da Toni e la Giustizia e Libertà, comandata dal capitano Pietro. Tra la Gotica e la linea verde molti sono stati gli episodi altamente positivi della guerriglia, riconosciuti validissimi dallo stesso Comando alleato: alcuni colpi di mano con bottino di armi e cattura di prigionieri, si possono considerare degli autentici gioielli di guerra partigiana.

Tuttavia non mancarono errori tattici, alcuni anche gravi. Spesso attorno ad iniziative individuali si formavano piccoli nuclei che poi confluivano in organismi più solidi ed allorché si poteva stabilire un collegamento con le città, a volte sorgevano formazioni organizzate da elementi politici o militari che determinavano un’indirizzo particolare e ne influenzavano la struttura e se, in certi casi, vi furono delle lacerazioni dolorose, queste non impedirono al movimento nel suo insieme di crearsi appositi organismi.

In Porretta Terme fu creata una polizia partigiana che assolse per breve tempo il suo compito ed il CLN locale adottò delle sanzioni che, pur minime, ebbero il potere di mantenere la legalità che non fu turbata da fatti rilevanti: un tentativo di forza fu stroncato sul nascere per il pronto intervento di membri del CLN. Alcuni provvedimenti apparvero forse un tantino pesanti e certamente furono commessi errori di valutazione, ma nel complesso si esercitò il potere, pur condizionato dallo stato di eccezionaiità, in modo da dimostrare una notevole maturità politica ed una volontà precisa di equilibrio democratico costituendo organismi e commissioni il più largamente rappresentative. L’Amministrazione comunale poi fu sempre in contatto con i rappresentanti dell’AMG e si cercò, nel comune rispetto, una linea collaborativa non sempre facile da definire, essendo il paese in prossimità del fronte, ma che tuttavia risulterà proficua per tutta la popolazione.

Il ricordo delle azioni della Matteotti 

Nell’impossibilità di agire diversamente, seguendo cioè le mie inclinazioni, a causa dei postumi di una grave malattia, avevo creato una modesta rete informativa che disgraziatamente, allorché aveva raggiunto una certa efficienza, venne a mancare dell’anello più importante. Poi i tempi precipitarono, tuttavia tra le altre informazioni smistate in quel periodo, mi era stata segnalata con certa precisione e tempestività, la data nella quale si sarebbero ritirati i reparti SS che da alcuni giorni stanziavano in Porretta, ultima retroguardia proveniente dalla Toscana.

Nella seconda quindicina del settembre 1944, elementi della Matteotti montagna, che operava partendo dalla base di Monte Cavallo ed era mirabilmente comandata dal capitano Toni, alpino senza penna e senza retorica, guerrigliero laureato che pareva seguitare la più dura tradizione risorgimentale, si erano scontrati sotto Castelluccio con forze rilevanti gettandovi lo scompiglio con il loro consueto valore.

Il compito della pattuglia, composta in parte di russi, era eminentemente esplorativo e di assaggio delle forze nemiche e non prevedeva ancora l’occupazione del paese, in attesa del grosso.

Eseguita l’azione con notevole audacia, data la sproporzione delle forze, i partigiani erano rientrati alla base di partenza.

Il giorno precedente ero salito a Castelluccio, considerando il mio compito terminato e desideroso di prendere contatto finalmente con la Matteotti montagna.

I tedeschi, in seguito allo scacco subito sotto Castelluccio, avendo ricevuto ulteriori rinforzi, dopo un nutritissimo fuoco di mortai sul paese si apprestavano con tutta probabilità a fare rappresaglia sugli abitanti inermi, come era loro consuetudine. Edotto da questi metodi ed essendo rimasto sorpreso in paese, decisi subitamente e convinsi con poche parole, non nascondendo loro il probabile sacrificio, due suore ed un civile ad andare incontro ai tedeschi. Quest’ultimo era stato interprete ed era incerto del domani per i suoi trascorsi collaborazionisti e palesemente pentito si mise a mia disposizione.

Pur dubbioso di riuscire nel mio intento, il senso del dovere mi spingeva a quell’atto. E con quell’apparato scenico, chiedendo se vi erano dei feriti e mettendo l’ospedale a disposizione, riuscii inoltre a far credere all’ufficiale comandante l’operazione di essere in grandissimo pericolo, data la posizione completamente scoperta nella quale si trovavano parte dei suoi uomini in quel momento e, di conseguenza, di essere caduto in un probabile tranello: erano uomini estremamente provati pur nella loro protervia e ferocia. Certamente avevano sopravvalutato il volume di fuoco che si era riversato su di loro qualche tempo prima: un attimo di incertezza del loro comandante, la necessità di raggiungere i loro reparti già essendo tutto il fronte in movimento sotto la pressione offensiva delle formazioni partigiane e le ormai prossime avanguardie alleate, la situazione tattica del momento e quella strategica nel suo insieme e molta, molta fortuna da parte nostra, valsero a lasciare liberi anche alcuni rastrellati nel fondo valle, mentre due pagliai ed una casa già bruciavano, sinistri segni premonitori.

Ma prima di ritirarsi definitivamente, un sottufficiale chiedeva insistentemente al suo comandante di uccidere almeno noi che eravamo a portata di mano…

Pur appartenendo all’organico della Matteotti, non feci parte della forza combattente ; il mio incarico era di ufficiale di collegamento.

L’episodio che ho raccontato prima può sembrare che abbia un significato del tutto marginale, ma la singolarità di esso va ricercata nel fatto che i nazisti, in casi analoghi, avevano compiuto stragi orrende in Toscana, ed in quel periodo sul nostro Appennino si verificarono gli eccidi di Casa Berna sopra Vidiciatico, e di Ronchidosso sopra Gaggio Montano, episodi che raramente sono ricordati, anche nei libri di storia della Resistenza.

Le formazioni della Matteotti Montagna con audaci azioni di disturbo impegnarono, in seguito a ciò che ho raccontato, le retroguardie nemiche e in più di una occasione le batterono,  impossessandosi di armi e facendo numerosi prigionieri: liberarono poi Porretta scontrandosi con forze avversarie in Pracchia, Taviano, Badi, Treppio, Castel di Casio.

I tedeschi lasciarono sul terreno numerosi morti e feriti ; autocarri e materiale vario da guerra caddero nelle mani dei matteottini. Purtroppo vi furono dolorose perdite anche da parte nostra.

Verso la fine di settembre giungeva dall’alto Appennino la Divisione Modena Montana del leggendario Armando; una divisione temprata da numerosissimi scontri, le cui formazioni avevano dato prova di brillanti capacità nella guerriglia: lo sganciamento dopo la battaglia di Montefiorino era un modello della tattica militare, partigiana.

In seguito arrivò la Giustizia e Libertà del capitano Pietro, un ufficiale di grande capacità: era il militare che aveva adombrato Carlo Pisacane nei suoi scritti.

La Giustizia e Libertà, brigata della Divisione Bologna, aveva cominciato le operazioni pressoché priva di armamento: mancato un lancio, era stata costretta attraverso molteplici difficoltà, a procurarsi armi togliendole spesso all’avversario in più di una azione vittoriosa.

I tedeschi intanto si erano assestati sulla linea Verde (Grüne line) dal Monte Belvedere al Monte Spigolino vicino al lago Scaffaiolo e i partigiani dimostrarono di saper combattere anche in linea liberando Lizzano, Vidiciatico, Gabba, Gaggio Montano fino ai crinali, crinali che il comando alleato credette, per ragioni tatticologistiche e strategiche nell’insieme della situazione generale, di non mantenere e la riconquista dei quali costò grandissimi sacrifici.

A dicembre cadde il Capitano Toni, comandante della Matteotti: e tale era il rispetto, l’amore dei suoi partigiani e la sua capacità di condottiero, che nessuno volle ufficialmente sostituirlo nel comando.

Intanto il CLN nominava le autorità civili e cominciava l’opera di riorganizzazione del territorio liberato.

Sorgevano i CLN locali spesso in modo spontaneo, alcuni preesistevano nella clandestinità, altri si formavano appena i partigiani prendevano possesso della zona: il commissario di zona, Nino, era instancabile in quest’opera unitaria. Gli alleati, pertanto, si trovavano di fronte a fatti nuovi, alcune centrali salvate, la luce e l’erogazione dell’acqua potabile immediatamente riattivate sotto il tiro dei mortai, anche qualche piccolo ponte veniva ricostruito, popolazioni dignitose, fiere, davano ospitalità con grazia e non chiedevano mai nulla e di tutto mancavano!

Molti partigiani locali smobilitarono ma è anche vero che avevano pagato un fiero scotto con numerosi caduti in combattimento o fucilati. Vi era stata anche una resistenza minore, e neppure erano mancate le lacerazioni inevitabili in un periodo tanto complesso: in primo luogo l’eredità lasciataci dal fascismo con tutte le conseguenze materiali e morali, i labili contatti tra i comitati clandestini e le formazioni che erano sorte nella spontaneità e gli inevitabili errori dovuti all’inesperienza ed alla improvvisazione. Ma grande era la fede nei più, anche se vagamente sentita vi era un’ansia di giustizia e la necessità di non tornare a posizioni prefasciste ma di accorciare i tempi al fine di creare un tutto aperto a più vaste riforme sociali. Anche localmente, nonostante che il piccolo esercito partigiano non fosse stato smobilitato come era avvenuto altrove, ma potenziato in un certo senso e messo all’avanguardia delle forze alleate, già si delineavano discriminazioni e interpretazioni conservative che trovavano spesso una eco anche all’interno dei Comitati locali.

I partigiani dimostrarono un grande valore durante il lungo periodo dell’inverno durissimo fino allo sfondamento della Linea Verde ed alla liberazione di Bologna e di Modena, ed è ben vero che anche sull’alto Appennino, marxisti e cattolici, azionisti ed indipendenti, uomini di diversa fede ideologica o provenienza sociale, uniti, versarono il loro sangue nelle stesse brigate per un fine comune: la liberazione e il rinnovamento dell’Italia.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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