Gino Battistini (Nome di battaglia Matteotti)


Nasce il 20/5/1925 a Sasso Marconi. E’ stato commissario politico nella 63a brigata Bolero Garibaldi ed operò a Sasso Marconi e Monte S. Pietro. Incarcerato a Peschiera del Garda (VR) per un mese. Trasferito in seguito alle Caserme rosse (Bologna) viene poi deportato nel campo di sterminio di Chemnitz (Germania). 

La sua testimonianza dove racconta la cattura e la sua vita nel lager.

Sono nato nel 1925 a Monte San Pietro. La mia era una famiglia di braccianti e durante la guerra abitavamo a Casa Balusera presso Rasiglio. Facevo parte della 63ª Brigata come addetto ai collegamenti.

L’8 ottobre 1944, quando le SS tedesche diedero inizio ai rastrellamenti, mi nascosi dapprima assieme ad altri in un rifugio nel Canalone del Pipino e poi decisi di raggiungere casa mia. Fu qui che io e mio fratello venimmo catturati dai tedeschi. Per fortuna io avevo nascosto la pistola nell’orto e perciò mi presero senz’armi. Ci unirono ad altri e ci portarono via.

Durante il cammino i tedeschi sostavano in ogni casa che incontravano ed aggiungevano qualcuno al gruppo dei rastrellati.

Quando arrivammo alla borgata di San Chierlo ci chiusero dentro ad un porcile. C’erano anche i partigiani fatti prigionieri al Cavallaccio ed alcuni contadini. Vi restammo tutta la notte stretti come sardine in scatola.

La mattina dopo ci fecero partire a piedi. Eravamo una trentina. Attraversammo le borgate di Oca, Badia, Monte San Giovanni, Calderino, Gessi, Riale, Ceretolo e giungemmo a Casalecchio. Durante il percorso i tedeschi ci spronavano a camminare alla svelta percuotendo col fucile chi restava indietro. Ogni tanto gridavano: Sneli, sneil, alle kaput! Noi ubbidivamo in silenzio. Una motoretta sidecar con un tedesco armato di mitra andava avanti e indietro. Sul cavalcavia di Casalecchio vedemmo sopraggiungere una camionetta scoperta con a bordo un ufficiale tedesco al quale mancava un braccio. Dopo la guerra ho saputo che si trattava di Reder, il massacratore di Marzabotto.

I tedeschi dell’auto parlarono con quelli della motoretta, e questi con quelli a piedi. Quindi prelevarono dal nostro gruppo gli undici partigiani e due anziani contadini nelle cui case c’erano state basi partigiane e li condussero nello spiazzo sottostante. Noi dall’alto osservammo come li legavano col filo spinato ai cancelli delle ville e ai pali. Noi rimasti fummo spinti a proseguire per Bologna fino alle Caserme Rosse e la stessa sera fummo trasferiti con un camion al campo di raccolta di Fossoli presso Carpi.

Due giorni dopo partimmo per Peschiera, nel cui carcere restammo una settimana, poi, col treno, in vagoni bestiame, raggiungemmo in una settimana di viaggio il transito di frontiera di Innsbruck. Di qui io e mio fratello ed altri fummo smistati a Chemnitz, vicino a Dresda, dove venimmo messi a lavorare in una fabbrica che produceva pezzi per mitragliatrici.

Si lavorava di giorno e di notte, a turni di 12 ore. Il vitto consisteva in 1 kg. di pane nero alla settimana e in rape e zucche secche. Le patate ce le diedero solo per Natale e per  Pasqua.

Abitavamo in baracche con letti a castello a 3-4 piani. Parecchi morivano di fame e di stenti. Il “lagerführer”, il capo del campo, era sadicamente astuto nel procurare ogni sorta di tortura fisica e morale ai suoi sorvegliati. Se uno non gridava «Heil Hitler» appena lui lo comandava, erano botte. E se qualcuno non riusciva, correndo con gli zoccoli ai piedi, a portare, nel tempo da lui stabilito, un ritratto di Hitler da un capo all’altro della baracca, erano pugni e calci. Un giorno io ed alcuni altri tentammo di fuggire e di tornare in Italia ma venimmo ripresi e riportati nel lager.

Nella primavera del 1945 venimmo impiegati per sgomberare le macerie nella città di Dresda rasa al suolo dai bombardamenti aerei degli alleati. Era una fatica tremenda. Al tormento della fame si aggiunse il tormento del gelo.

In maggio giunse la sospirata liberazione. Da noi arrivarono i russi. Venimmo portati in Ucraina. Ci trattarono bene. Ci curarono e ci nutrirono. Poi ci fecero partire per l’Italia. Facemmo il viaggio di ritorno un po’ in camion un po’ in treno. Alla metà del giugno 1945 ero a casa. Il mio arrivo fu una sorpresa per familiari e amici. Tutti mi credevano morto. Pensavano che io fossi uno dei trucidati al Cavalcavia di Casalecchio.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.