Pancaldi Beltrando (Nome di Battaglia Ran)


Nasce il 29 dicembre 1910 a Castello d’Argile. Entra nel Partito Comunista nel 1929.

Negli anni 1931 e 1932 presta servizio militare a Torino. Il 16 marzo 1935 viene arrestato a Como mentre introduceva clandestinamente dalla Svizzera stampa antifascista. Con la sentenza del 9 ottobre 1935 viene inviato al Tribunale speciale che il 30 gennaio 1936 lo condanna a 6 anni di reclusione per appartenenza al Partito Comunista Italiano e per propaganda.

Trascorre parte della pena nelle carceri di Turi (BA) e di Bari. Il 19 febbraio 1937 viene amnistiato e sottoposto a libertà vigilata per 2 anni a Castello d’Argile. Gli sono inoltre comminati 2 anni di ammonizione. Richiamato alle armi nell’agosto 1939, partecipa alle campagne di Francia e di Jugoslavia. Rientrato a Bologna, nel 1943 diventa  responsabile del PCI in alcuni comuni della pianura bolognese. Partecipa all’organizzazione delle manifestazioni per la caduta del fascismo e l’8 settembre 1943 incita in caserma i soldati alla resistenza armata contro i tedeschi. Rinchiuso in campo di concentramento, riesce a fuggire. Dopo aver partecipato ad alcune azioni armate nei GAP, fa parte del comandò provinciale SAP. Diventa membro del Comando piazza di Bologna; dal dicembre 1944 al marzo 1945 assume il comando del battaglione Pinardi della 2ª brigatag Paolo Garibaldi ed in seguito diventa vice comandante della 63ª brigata Bolero Garibaldi.

Il 3 settembre 1944 organizza l’occupazione di Castel Maggiore; il 10 partecipa a quella di Medicina e il 15 a quella di Sesto Imolese (Imola). Ha combattuto nella battaglia di Porta Lame e ad altri scontri in città. Il 19 aprile 1945 viene ferito a Monte Capra (Casalecchio di Reno).

Gli è stata conferita la medaglia d’argento al Valor militare con la seguente motivazione:

«Sfuggito alla cattura, organizzava all’atto dell’armistizio i primi nuclei locali partigiani alla testa dei quali compiva le prime operazioni di sabotaggio. Per le sue doti di organizzatore capace, di irresistibile trascinatore, di coraggioso combattente, gli veniva affidato il comando di una brigata partigiana con la quale sosteneva vittoriosamente combattimenti contro le forze nemiche superiori in uomini e mezzi.

In particolare, durante l’espugnazione di due vette montane dominanti il passo verso una grande città, si lanciava arditamente all’attacco e, sebbene ferito, non desisteva dal combattimento sino a quando il nemico, battuto, non cedeva le armi».

Monte Capra-Bologna, 20 aprile 1945.

 La Resistenza attraverso i suoi ricordi

Nel 1929 ebbi l’occasione di conoscere Ziosi Fiori che mi introdusse nella vita clandestina del partito comunista. Dal 1931 al 1932 fui soldato a Torino e nel marzo 1934 venni arrestato a Como mentre portavo la stampa antifascista introdotta clandestinamente in Italia dalla Svizzera. Dopo duri interrogatori fui condannato a sei anni di reclusione dal Tribunale speciale. Nella primavera del 1937 fui liberato e condannato a libertà vigilata nel comune di Castel d’Argile. Nell’agosto 1939 venni richiamato alle armi nel 3° Reggimento Artiglieria e partecipai alle campagne di Francia e Jugoslavia e trascorsi anche 22 mesi sul fronte russo.

Il 26 luglio 1943 partecipai all’organizzazione delle prime manifestazioni popolari per la caduta del fascismo a Bologna e l’8 settembre, in caserma, incitai i soldati del 3° Reggimento Artiglieria alla resistenza armata contro i tedeschi e riuscii anche a portare fuori delle armi. Dopo la resa fui rinchiuso in campo di concentramento; la notte, però, calandomi nelle fogne, fuggii ed iniziai la Resistenza dedicandomi alla organizzazione del fronte patriottico contro il fascismo.

Dopo alcune azioni armate nei GAP presi parte alla costituzione del comando provinciale delle SAP, del quale feci parte. E come membro del comando presi parte a molte iniziative militari e colpi di mano contro le colonne dei tedeschi. Il 3 settembre 1944, insieme al Biondino e ad Ernesto organizzai l’occupazione di Castel Maggiore e il 10 ebbi una notevole parte nell’occupazione di Medicina e in quella, cinque giorni dopo, di Sesto Imolese.

Nei giorni seguenti fui designato come comandante del 3° settore del Comando Piazza di Bologna. La notte del 7 novembre 1944, mentre era nel suo pieno svolgimento la battaglia di porta Lame, raggiunsi col battaglione «Gotti» la base del Macello. Dal dicembre 1944 al marzo 1945 comandai la 2a Brigata «Paolo» e poi passai a comandare la 63a Brigata Garibaldi «Bolero», lasciando il comando della «Paolo» a Walter Parenti.

È dell’attività della «Bolero» e dei gravi problemi politici e militari dell’inverno 1944 a Bologna che ritengo necessario rendere testimonianza.

L’attività partigiana della 63a Brigata Garibaldi iniziò i primi del novembre 1943 in località La Cà, nel comune di Lizzano in Belvedere. Si costituì in quel posto una squadra armata composta di antifascisti che rappresentò il nucleo operativo iniziale sulla cui base si svilupperà poi la formazione. Questo primo gruppo venne attaccato il 4 dicembre dai nazifascisti e nello scontro i partigiani Adriano Brunelli, Lino Formili e Giancarlo Romagnoli, vennero fatti prigionieri e trascinati a Bologna dove, dopo un sommario processo, furono fucilati, il 3 gennaio 1944. Monaldo Calari e Nerio Nannetti, sfuggiti all’attacco a La Cà, nel rientrare a Bologna si incontrarono con Amleto Grazia (Marino) che aveva formato un gruppo armato a Monte San Pietro. In pari tempo Calari e Balugani costituiscono squadre armate nella zona Casalecchio-Bazzano, con «base» a Monte Capra.

Sul finire del 1943, il gruppo di Monte Capra si collega con quello di Marino: entrambi questi gruppi sono formati da soldati sbandati, da giovani renitenti, tutti male armati e guidati da vecchi antifascisti. I contadini li appoggiano, donano loro il cibo necessario e li aiutano a trovare qualche rifugio sicuro.

Fin dal luglio 1943 le organizzazioni comuniste avevano ordinato agli aderenti di creare ovunque possibili bunker e rifugi e in quella zona la direttiva era stata attuata.

Il 23 gennaio 1944 vennero arrestati quattro partigiani e allora, visto il pericolo che c’era a lasciare i partigiani isolati nelle cascine, si pensò di raggrupparli in «basi» più sicure dando vita ad una formazione armata che si chiamò 3a Brigata «Nannetti» e 63a Brigata Garibaldi. Questo primo gruppo di una cinquantina di partigiani male armati è comandato da Marino e il collegamento è tenuto da Aldo: il centro di organizzazione è nella zona alta del comune di Monte San Pietro. Il 30 gennaio 1944 venne disarmata una squadra di repubblichini, poi la Brigata si spostò ad Amola e le squadre di volta in volta uscivano dalla «base» per compiere rapide azioni di disarmo.

Il gruppo di Barciulén, in quel momento autonomo, fece in quei giorni un grosso colpo di armi sottraendole ad un presìdio tedesco, e dal suo canto Marino, tramite Ildebrando Brighetti (Brando), riuscì a farsene consegnare una parte per armare gli uomini della Brigata.

Un primo grosso rastrellamento compiuto in forza dalle brigate nere contro i partigiani che operavano a Monte Capra andò a vuoto e i partigiani si spostarono a Monte San Pietro, alla metà di marzo. Nel maggio entrò nella Brigata Bruno Tosarelli, in qualità di commissario politico, col compito di dare un indirizzo più aggressivo a tutta la formazione: il capitano Guidoni entrò anch’egli in Brigata come consulente militare. Sempre in maggio, la Brigata attaccò il presidio fascista di Calderino e una dozzina di fascisti venne disarmata senza combattimento. Nello stesso periodo fu disarmato anche un presìdio tedesco e nell’occasione cinque prigionieri passarono coi partigiani.

La zona dove opera ora la Brigata ha come centro il comune di Monte San Pietro: le «basi» principali sono Amola, il Tigrai, Monte Capra, Rasiglio, sopra Stiore, Monte San Michele, Montepastore, Monte Vignola. La «base» di collegamento era in una casa di contadini sulle alture di Lavino. Fu in questa sede che fu formata la squadra GAP, con «base» a Lavino di Sopra, che operò in un largo raggio d’azione e in appoggio alla Brigata.

Il 10 luglio la Brigata viene sottoposta a un rastrellamento e nel combattimento di sganciamento cadono due partigiani e sette nazifascisti. Nella stessa data il CUMER riconosce la Brigata come 63a Brigata Garibaldi e il diario di quella giornata ricorda che i partigiani danneggiano l’officina SAM. Quattro giorni dopo si ha l’attacco al Distretto militare di Bologna: i partigiani qui disarmano i soldati e poi si ritirano. Una squadra danneggia poi gravemente la tipografìa de «Il Resto del Carlino», sfollata ad Anzola dell’Emilia, e il 27 agosto comincia un nuovo rastrellamento che investe tutta la zona dal Lavino fin oltre il Samoggia: 10 partigiani, caduti nelle mani dei nazisti, sono poi trucidati a Calderino e a Crespellano e fra questi ultimi vi è un mutilato che aveva combattuto coi tedeschi prima dell’8 settembre e aveva perso una gamba (i tedeschi gli staccarono la gamba artificiale e poi la piantarono al margine del fosso dove erano ammucchiati i corpi dei partigiani fucilati).

Ad Anzola dell’Emilia, dopo il 25 luglio 1943, si era dato vita ad un comitato d’azione e si erano create quattro «basi» per operare alla macchia. Nel novembre 1943 una squadra armata compie atti di sabotaggio e azioni di recupero delle armi, in particolare sottratte dai carri ferroviari e dalla polveriera situata in località Madonna Prati. Si formò anche il CLN formato da socialisti e comunisti e con l’adesione di don Bruno Barbieri, prete delle  Tombe. Nel gennaio 1944 quattro squadre armate erano attive nel comune e nell’estate si formò il distaccamento «Sergio», comandato da Antonio Marzocchi, detto Toni. Questo battaglione operò anche a Persiceto, Sala e Calderara, assieme al gruppo GAP «Tarzan». Per iniziativa del partito comunista in tutti i comuni erano sorti, attorno alla fine dell’anno 1943, gruppi armati che inizialmente erano guidati da vecchi antifascisti, ma poi questi gruppi armati si trasformano in SAP, che alimentano le GAP e le Brigate che operano in montagna.

Quando non si ha il trasferimento in montagna o nelle colline, le SAP si trasformano esse stesse in Brigate territoriali, come è il caso della 1a Brigata «Irma Bandiera», della 2a Brigata «Paolo», della 4a Brigata «Venturoli», della 5a Brigata «Bonvicini» e anche della nostra Brigata.

A Bazzano, alla fine, del 1943, operano già squadre SAP che appoggiano anche gli scioperi alla Ducati. Con l’aumento delle squadre armate si forma il battaglione SAP «Artidi», comandato da Mario Anderlini. La compagnia di Stiore, a Monteveglio, è comandata da Armando Dall’Aglio, che è anche in stretto contatto con Marino. Nel settembre 1943, a Sasso Marconi, è già attiva una squadra armata comandata da Giannetto, ex garibaldino di Spagna. A Crespellano, nell’autunno del 1943, gli antifascisti, in prevalenza comunisti, a contatto con Monaldo Calari, formano una compagnia di 20 uomini armati che diventano in seguito 40: questa è comandata da Mimmo. Nel settembre 1944 coi partigiani di Zola e Casalecchio si forma il battaglione «Zini», comandato da Mario Vignoli, con 120 partigiani.

Responsabile della zona SAP Bazzanese è Brando, della Persicetana è Bruno Corticelli (Marco) e di quella di Sant’Agata Bolognese i fratelli Pietroboni, che avevano formato i primi gruppi armati.

Parte della Brigata, al formarsi della Repubblica di Montefiorino andò a difendere quel territorio e poi, i primi d’agosto del 1944, ritornò a Monte San Pietro.

Nel mese di settembre le forze partigiane che operano complessivamente nella zona della 63a Brigata Garibaldi (SAP e GAP) superano le 800 unità. Sul finire del settembre — come è noto — gli alleati rallentano le operazioni militari sull’Appennino tosco-bolognese e nel mese di ottobre questi sostano sulle posizioni già raggiunte.

La mancata pressione alleata aveva permesso ai nazifascisti di colpire le Brigate partigiane operanti nelle montagne: alcuni reparti passano il fronte congiungendosi agli alleati, altri si riversano in città e in pianura. Alla fine di settembre del 1944 i tedeschi hanno la possibilità di trattenere il grosso delle truppe in pianura ed eseguire continui e massicci rastrellamenti nella pianura bolognese; così forti reparti tedeschi si installarono nelle case dei contadini, togliendo lo spazio ai partigiani e contemporaneamente eseguono massicci rastrellamenti. Il 5 ottobre a Monte San Pietro si ha un rastrellamento nella zona compresa dal fiume Lavino al fiume Samoggia, nell’area occupata dalla Brigata. Il rastrellamento prosegue il giorno 6 ad Anzola, con epicentro nella zona dei tre torrenti Samoggia-Ghironda e Lavino; il 7 è la volta di Riale e Gesso; il giorno 10 si combatte a Rasiglio; il giorno 14 i tedeschi rastrellano Rigosa, nella zona di Borgo Panigale; il 15 sono di nuovo a Gessi e il 20 a Zola e Ponte Ronca. Questi sono i centri maggiormente colpiti, ma tutti i paesi sono ugualmente investiti nei mesi di ottobre, novembre e dicembre.

Ma gli eventi più importanti sono certamente quelli legati alla marcia di avvicinamento a Bologna, compiuta in vista di quella che si prevedeva dovesse essere l’attacco definitivo partigiano per la liberazione della città, alla fine di ottobre 1944. L’ordine di prepararsi a puntare su Bologna giunse alla 63a Brigata alla fine di settembre quando la Brigata, dopo aver partecipato alla battaglia per la difesa di Montefiorino, si era di nuovo riunita nella zona di Monte San Pietro- Rasiglio.

I dirigenti del CUMER nel settembre 1944 erano convinti che gli alleati avrebbero continuato ad avanzare nella linea Gotica ed oltre per cui sarebbe stato possibile anticipare con un’azione partigiana di massa, la liberazione delle principali città emiliane, prima che venisse l’inverno. Non solo la 63a Brigata «Bolero», infatti, fu chiamata a questa azione, ma anche la Divisione «Modena» che avrebbe dovuto portarsi su Bologna, Modena, Carpi e altri centri strategici (il generale Armando però non aderì in quanto non convinto che gli alleati fossero venuti ancora avanti nell’autunno-inverno 1944), oltre alla 36a Brigata Garibaldi che, divisa in quattro battaglioni, doveva puntare su Bologna, Imola e Faenza.

La 63a Brigata, forte allora di circa 230 uomini, venne accerchiata da preponderanti forze tedesche sulle colline di Rasiglio, al confine fra Sasso Marconi e Monte San Pietro, e ne seguì un durissimo scontro. I partigiani tennero dapprima testa ai continui assalti del nemico. Verso le 13 del 10 ottobre i nazisti diedero segno di sbandamento e cominciarono a sparare anche in altre direzioni, a seguito di un attacco partigiano alle spalle. La compagnia GAP della Brigata, comandata da Bruno Comellini, infatti, saputo che il grosso della Brigata era in pericolo, era corso in suo aiuto impegnando i tedeschi in aspri combattimenti. La 63a Brigata colse quell’attimo di esitazione dei tedeschi, andò all’assalto delle posizioni tenute dal nemico, spezzò l’accerchiamento e riuscì a mettersi in salvo riportando però la perdita di 11 partigiani morti e altri feriti e prigionieri.

Pioveva da più giorni; da una settimana la Brigata era in marcia attraverso le valli degli Appennini e nella marcia una parte aveva preceduto il comando nel rientro a Bologna. Erano questi i venti uomini del distaccamento Comando guidati da Corrado Masetti (Bolero). Era già calata la sera del 29 ottobre quando i partigiani giunsero nei pressi del ponte di Rivabella. Il ponte era presidiato dai tedeschi e i partigiani non ebbero esitazione: andarono subito all’assalto del presìdio, lo distrussero e poi passarono sull’altra riva del fiume Lavino e proseguirono la marcia sotto la bufera e giunsero puntuali al guado di Casteldebole, per l’attraversamento del fiume Reno.

Sul greto del fiume vi era la baracca di legno che serviva per la cava della ghiaia: i partigiani si ripararono e tentarono di avvistare i collegamenti sull’altra riva. Paolo Martini, che allora era il vice comandante della 7a GAP, era ad attenderli coi suoi gappisti sull’altra riva. Il fiume Reno si era fatto ostile, impetuoso e la barca del traghetto non reggeva le onde. I partigiani tentarono più volte di passare il fiume, senza però riuscirvi. Sull’altra sponda una barca si scostò dalla riva, tentò un passaggio, cercò fra le onde una direzione, sbandò, si inclinò, prese acqua e a stento ritornò alla sponda: non si poteva proprio passare sull’altra riva. I partigiani erano sicuri che di là qualcuno li attendeva e si raggrupparono, stringendosi l’un l’altro, tentando ancora il guado. L’acqua li sovrastò, la corrente più volte rischiò di travolgerli: alla fine, ormai sfiniti, ritornarono alla baracca.

Anche Paolo dall’altra parte ritornò nella «base» dell’ospedale Maggiore. Il Reno li aveva divisi. Al far del giorno un inconscio demente, forse tratto in inganno da tedeschi che si dicevano disertori, svelò il rifugio dei nostri. Ben presto arrivarono i nazisti, li accerchiarono, intimarono di arrendersi. I partigiani della 63a Brigata risposero col fuoco delle armi, combatterono in condizioni impossibili, mitra contro carri armati, uscirono dal rifugio e andarono all’assalto, uno contro cento, conquistarono lo spiazzo dal fiume all’argine, attaccarono i tedeschi in posizione di combattimento, col fiume alle spalle. Dall’altra riva del Reno intervennero nella battaglia due batterie d’artiglieria che spararono a zero contro i partigiani che avevano le spalle scoperte da quella parte. La loro trincea conquistata di slancio si trasformò così in una tomba. Ma non uno si arrese; contrattaccarono ancora, combatterono finché caddero, in diciannove, dilaniati dalle granate che sotterrarono anche i loro corpi. Fra i morti, Corrado Masetti, che lasciò il suo nome di battaglia, «Bolero», alla Brigata e il sovietico Karaton.

Il ventesimo, Fra Diavolo, a tarda notte, vista l’impossibilità di guadare il Reno, era corso a salutare la mamma che abitava nel paese, nascondendosi nel fienile essendovi i tedeschi in casa. Sentì gli spari, fuggì di casa con la sua mitraglietta.

Giunto al primo posto di blocco, sparò, uccise un ufficiale tedesco e ferì due soldati, poi dovette ritirarsi. Fu arrestato dai fascisti e fucilato pochi giorni prima della liberazione di Bologna. I tedeschi non ebbero prigionieri da schernire e seviziare, e allora sfogarono la loro malvagità incendiando le case di Casteldebole e facendo strage di altri quindici cittadini, innocenti, del tutto estranei al fatto.

La formazione che a Rasiglio aveva protetto fino all’ultimo lo sgangiamento della Brigata resistendo disperatamente in una gola, era stata accerchiata dai tedeschi.

Nel combattimento, veramente disperato e senza speranza, undici partigiani caddero e altri tredici vennero costretti alla resa. Poi i tedeschi li portarono a Casalecchio, li massacrarono per due giorni e, il 10 ottobre, li impiccarono nel centro del paese, di fronte alla stazione della ferrovia per Vignola. I tedeschi li legarono al collo con filo spinato, poi spararono delle raffiche nelle gambe, e così i corpi si afflosciarono, si piegarono in giù e gli uncini di ferro penetrarono nella gola, lacerarono il collo dei poveretti nell’ultima orribile agonia che per alcuni durò ancora alcune ore. Le guardie tedesche intanto montavano di sentinella al loro martirio. Questo spettacolo tedesco durò otto giorni. Sei degli impiccati erano partigiani italiani (Giacomino Dall’Oca, Mauro Emmeri, Ubaldo Musolesi, Alberto Raimondi, Gino Zacchini e un altro rimasto sconosciuto); sei erano soldati sovietici (Filipp, Andrev, Marussa, Misca, Wassiliev e altri tre sconosciuti); uno Carlos Martinez Collado, era uno studente costaricense, allievo del prof. Businco, dell’Università di Bologna.

Così la 63a Brigata «Bolero», fu distrutta nella marcia verso Bologna. Io ebbi allora dal Comando Piazza l’incarico di riorganizzare la Brigata e di far affluire in città le restanti forze. Siamo ormai alla vigilia del 7 novembre, data della battaglia di porta Lame. Le forze della «Bolero» (circa 150 uomini) sono attestate a Borgo Panigale, Lavino, Zola Predosa, al comando di Mario Anderlini. Io invece ero a Bologna, impegnato nella battaglia e a contatto con Dario (Ilio Barontini), tramite Aroldo Tolomelli (Fangén) che era il vice comandante delle SAP. Dopo la battaglia di porta Lame io ordinai alle forze della «Bolero» di restare ancora nelle «basi» in attesa dell’esito della discussione in corso al comando sulla condotta da tenere in città dopo la battaglia e sugli sviluppi della lotta.

Tale discussione ebbe luogo il pomeriggio del 13 novembre 1944, nella casa della compagna Agati, in via Falegnami 8. Erano presenti: Alcide Leonardi (Luigi), comandante della 7a GAP, Renato Capelli (Leo) comandante della 1a Brigata «Irma Bandiera» e di un settore della città, Aroldo Tolomelli (Ernesto), vice comandante delle SAP, io, che comandavo tre settori della città, e Mario (Sante Vincenzi) rappresentante di Dario, per il CUMER.

Dario già sapeva della nostra contrarietà alla decisione del CUMER di smobilitare le grosse formazioni allo scopo di sottrarle al nemico e di mantenere solo piccoli gruppi attivi, isolati fra di loro e legati da una catena invisibile. Il CUMER proponeva, cioè, la divisione in piccoli gruppi per salvare le forze durante l’inverno. Io, Ernesto e Leo non eravamo d’accordo. Ritenevamo che bisognava contrastare al nemico il possesso della città, che dovevamo colpire sempre il nemico, senza tregua, e ritenevamo che quello era l’unico modo per impedire la vendetta e il terrore e per mantenere la mobilitazione e l’entusiasmo di lotta negli uomini. Era mia opinione che lottando avremmo avuto in fondo delle perdite minori che non lasciando ai fascisti il controllo della situazione.

Mario insistette. Evidentemente sapeva già che gli alleati si sarebbero fermati e che avremmo avuto un duro inverno. Insistette: parlava da militare e praticamente dava delle direttive. Io dissi che mi sembrava errato abbandonare tanti giovani al ritorno aggressivo delle forze nazifasciste e rimandarli a casa esposti ad ogni rappresaglia. Anche Ernesto sostenne questa tesi con forza. Alla fine Mario disse che questo era un ordine da eseguire.

Noi non smobilitammo. L’inverno, però, si faceva durissimo. Gli scontri avvenivano ogni giorno nella città e nella campagna. Il terrore nazifascista giunse al massimo, anche per il tradimento di qualche partigiano e per la non capacità di resistere da parte di altri alla tortura. Ma quasi tutti i partigiani catturati seppero resistere e persino morire. Sono questi i momenti più eroici e più drammatici della vita della città. Il controllo del centro era nostro durante la notte e non era facile vivere per i nazifascisti nemmeno durante il giorno. Vi furono anche dei grossi scontri: il 18 novembre a Villa Angeletti, nella Bolognina, il 22 novembre a Corticella.

E così nelle campagne, dove fu sorprendente, malgrado il terrore, l’appoggio dei contadini, più che mai schierati con noi.

Il primo dicembre io fui nominato comandante della 2a Brigata «Paolo», operante nella zona a est del Reno, dove anziché smobilitare e restringere le forze partigiane, sviluppai la lotta attaccando il nemico senza tregua. Il comando della 4° Brigata «Venturoli», nata in seguito allo sviluppo della «Paolo», fu assunto da Fulmine (Enrico Mezzetti). Il 19 aprile, durante l’offensiva della liberazione, io fui ferito a Monte Capra.

Anche i partigiani di Anzola, che dopo la battaglia del 7 novembre erano ritornati nella zona, ebbero vita dura. Un pomeriggio nebbioso dei primi di dicembre 1944 un forte gruppo di tedeschi entrò nel cortile di un colono la cui casa era una «base» della Brigata, parte dei partigiani erano nel rifugio e parte nella stalla. Sorpresi dall’entrata nel cortile dei tedeschi i nostri invitarono Lambertini a seguirli nella fuga per mettersi in salvo, poi ripararono in una «base» a Calderara. Lambertini non li seguì e venne fermato dai tedeschi e interrogato. Alla sera Lambertini svela l’ubicazione del rifugio ai tedeschi e fra i partigiani nascosti vi erano anche due tedeschi, da tempo con noi, che vengono anch’essi fatti prigionieri; i loro nomi nessuno li ha dimenticati: Hans e Fred.

Dal 5 dicembre aumentano i rastrellamenti anche nel persicetano. I rastrellati vengono passati al vaglio da Lambertini, Hans e Fred che sono passati al nemico, e da loro selezionati. Molti di questi arrestati (53 in complesso) vengono trovati morti nelle fosse di Sabbiuno e San Ruffillo. Le perdite sono enormi, ma la lotta non si interrompe.

Ai primi di dicembre si costituisce il comando della 3a Brigata «Nino Nannetti», che opera a sinistra del fiume Reno, coprendo quella parte della provincia dal fronte al confine ferrarese. Il comandante è Renato Capelli (Leo), il vice è Adelfo Maocaferri (Brunello), il capo di stato maggiore Ateo, il commissario politico Raffaele Vecchietti, vice comandante è pure Bruno Corticelli. Nel gennaio 1945 quest’ultimo è arrestato e sostituito da Mauro Bonasoni (il Moro). Il battaglione di Monte San Pietro è formato in prevalenza dai resti della vecchia 63a Brigata Garibaldi, mentre a Casalecchio, Zola e Crespellano opera il battaglione «Zini», a Bazzano e Monteveglio il battaglione «Sozzi» e il battaglione «Artidi» (alla fine del 1944 in gran parte aveva passato il fronte), a Calderara, a Sala il battaglione «Armaroli», ad Anzola, Persiceto, Sant’Agata e Crevalcore il bataglione «Marzocchi» a Pieve di Cento e Castel d’Argile il battaglione «Gadani». Quest’ultimo venne poi collegato dal CUMER alla 2a Brigata «Paolo» quando io passai al comando della «Bolero».

È questo il periodo della lotta non solo contro i tedeschi e i fascisti, ma anche contro le spie che vengono in gran parte eliminate. Il movimento riesce ad assicurare la protezione anche in questi momenti difficili alle manifestazioni svolte contro l’occupante a Bazzano, Crespellano, Persiceto, Calderara e in altre zone.

Dopo un’azione militare nel persicetano Raffaele Vecchietti e Adelfo Maccaferri (Brunello), rispettivamente commissario e vice comandante vengono arrestati dai tedeschi a metà marzo 1945; Renato Capelli è arrestato a Pieve di Cento. Io sono comandato a prendere la direzione militare della Brigata, col nome di Primo, ai primi di aprile: la Brigata è suddivisa in 5 battaglioni. Il battaglione di Monte San Pietro viene intestato col nome di Monaldo Calari e la Brigata assume la vecchia denominazione di 63a Brigata Garibaldi «Bolero».

Il comando della «Bolero» fu ricostruito cercando di non indebolire troppo le unità inferiori; ricostituiti furono pure i comandi dei battaglioni «Marzocchi» ed «Armaroli» che erano rimasti privi dei loro comandanti in seguito agli arresti. A vice comandante di Brigata venne chiamato Luciano Tura (Max), il vice commissario Mauro Bonasoni (il Moro) divenne commissario di Brigata, la Ebe Camellini (Ebe) rimase il più prezioso ufficiale di collegamento. Ricordo che tenni le riunioni dei comandi di battaglione sul posto e assieme dibattemmo e studiammo come portare gli uomini in «città».

I partigiani nati in campagna od in montagna avevano un’istintiva timidezza per combattimenti fra le mura di una grande città e in ciò pesava anche l’esperienza negativa fatta a Bologna nell’autunno 1944, in seguito alla mancata liberazione della città. Malgrado questo stato di indecisione, anche nei comandanti partigiani, quando Luciano Romagnoli (inviato dal CUMER) mi portò l’ordine di far convergere la 63a «Bolero» in città, ordinai ai battaglioni di iniziare la marcia di avvicinamento e inviai Max a Bologna, con parte del battaglione «Armaroli», per preparare le «basi». Ma in complesso rimase solo un ordine. Ero abituato, negli ultimi quattro mesi al comando della Brigata «Paolo», alla realizzazione immediata degli obiettivi; ma ora, anche perchè, causa la perdita di molti comandanti di battaglione, molti dei sostituiti li avevo promossi a posti di responsabilità più grandi di loro. In genere erano dei buoni combattenti alla testa di una squadra, ma non erano capaci di tenere in pugno centinaia di uomini a distanza, e per raggiungere Bologna dovevano percorrere 30-40 chilometri con la certezza di combattimenti all’incrocio delle colonne naziste in ritirata.

Molti preferirono, al primo scontro armato, insorgere e liberare il proprio paese o la montagna dove si erano sistemati in attesa della liberazione. In definitiva molte unità combatterono a modo loro e non fu sempre un male perchè, dato il fronte in movimento, era difficile prevedere il modo esatto da seguire per raggiungere ad ogni costo la città. Così la Brigata insorse, parte in fase di trasferimento, parte sul posto e si collegò cogli alleati combattendo poi fianco a fianco con questi dal 1° aprile alla completa liberazione della zona.

Nei giorni dell’insurrezione la Brigata ebbe 19 partigiani morti e 32 feriti e uccise 408 tedeschi, 29 fascisti, fece 1991 prigionieri, distrusse 5 carri armati, catturò un notevole bottino di armi e materiale vario.

Nei 18 mesi di guerra partigiana, 1548 partigiani furono inquadrati nelle diverse unità della Brigata; 242 uomini e 6 donne sono caduti, 69 uomini e 2 donne sono rimasti feriti, tra i sopravvissuti, 1300 partigiani in tutto, 184 erano donne.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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