Frascari Giorgio (Nome di battaglia Bruno)


Nasce il 26 maggio 1912 a Bologna. Viene arrestato il 30 novembre 1938 con l’accusa di essere membro dell’organizzazione comunista attiva all’interno dell’azienda tranviaria bolognese e in alcuni comuni della provincia. Con sentenza istruttoria del 16 giugno 1939 è deferito al Tribunale speciale che il 22 luglio 1939 lo condanna a 6 anni di reclusione e a 3 anni di vigilanza per ricostituzione del Partito Comunista Italiano, appartenenza allo stesso e propaganda.

Sconta la pena nelle carceri di Regina Coeli (Roma), Castelfranco Emilia (MO), Civitavecchia (Roma) e S. Giminiano (SI).

Dal 10 agosto all’8 settembre 1943 presta servizio militare in fanteria a Bologna con il grado di caporale. Milita nella 2a brigata Paolo Garibaldi. Dal febbraio 1944 collabora come tipografo alla pubblicazione de La Lotta.

I suoi ricordi

Nel gennaio 1944 i dirigenti comunisti bolognesi decisero, in attesa di un’edizione locale de l’Unità , di dar vita ad un giornale clandestino, denominato La Lotta, che si sperava di poter far uscire con una certa regolarità.

L’incarico, davvero molto difficile, fu dato a Dalife Mazza, il quale ebbe subito come collaboratori diretti Vincenzo Masi e Vittorio Gombi. In febbraio anch’io entrai nel gruppo di lavoro clandestino e posso quindi dire di avere vissuto quasi tutta quell’esperienza. Il primo numero de  La Lotta  clandestina che porta la data gennaio 1944, era di formato centimetri 31 per 22 e stampato in entrambe le facciate; ne furono tirate circa 4.000 copie. L’ultimo numero clandestino usci nel marzo 1945 e in complesso furono mandati alla stampa sei numeri. La tiratura massima fu di circa 5.000 copie.  La Lotta  fu la sola voce del PCI a Bologna fino al luglio 1944, quando uscì l’edizione locale de l’Unità.

Trovare una tipografia clandestina, per realizzare la cosa, non fu cosa facile. Dopo alcune settimane di ricerche e di prove in locali poco sicuri si trovò un posto che dava tutte le garanzie che il momento richiedeva e che assicurava, così come era messo, una certa continuità di lavoro. Era situato in via Bengasi, quasi sotto il ponte della ferrovia, in fondo ad un grande cortile fiancheggiato da alte case popolari. Non era però quella la sola tipografia clandestina dei comunisti: ve n’era un’altra in via Begatto 11 nella quale lavorava un giovane compagno di Molinella, Adler De Maria: per 14 mesi De Maria restò chiuso in quella casa, stampando decine di migliaia di volantini e di manifesti di piccolo formato. Con lui collaborò anche il compagno Del Pin e sempre della stampa finì per occuparsi anche un infermiere, Vito Casadei, che, fuggito di casa perché segnalato dalla polizia, finì per trasformarsi in breve tempo in tipografo.

I primi giorni furono impiegati nell’adattamento dei locali ed attrezzandoci alla meglio, soprattutto per quanto riguarda il materiale tipografico. Appena sistemati iniziammo la produzione di manifestini, di volantini e documenti. I collegamenti con l’esterno erano  mantenuti da Vincenzo Masi il quale, fra l’altro, ci portava il materiale da stampare e curava anche la correzione delle bozze in redazione. Casadei ricorda che in poco più di un mese imparò i primi elementi della composizione tipografica, facendo successivi progressi tali da porsi in grado di aiutare Gombi, il quale preparava i  taccheggi  e quanto occorreva; poi riuscì col tempo, anche a stampare con la pedalina. Io invece non dovetti fare alcun tirocinio perché ero del mestiere, e questo fatto ci permise di aumentare e migliorare la produzione. Eravamo in grado di produrre 4.000 copie per ogni tipo di manifestino, in un tempo relativamente breve.

Fra ostacoli e difficoltà di ogni genere, prevedibili per il funzionamento di una tipografia clandestina, l’unica cosa per la quale non avemmo a lamentarci, fu questa: mai ci mancò la carta. Ce n’era, infatti, un’abbondante provvista sistemata in depositi situati lontano dalla tipografia, dai quali io la prelevavo servendomi di un furgoncino a pedali per andare poi a tagliarla, secondo i formati richiesti, in una tipografia di via San Vitale. Il trasporto della carta non subì alcun incidente, sebbene ci capitasse sovente di passare sotto il naso dei tedeschi e dei brigatisti neri. Anche la consegna del materiale tipografico non incontrò eccessive difficoltà: già  confezionato in appositi pacchetti destinati ai vari recapiti della città e della provincia, veniva consegnato in appuntamenti  volanti  alle nostre staffette: la Tina, l’Ida, la Caterina, e altre che mai hanno mancato all’appuntamento e che sempre sono giunte in orario. Il materiale veniva portato anche in un deposito fisso, in via Cirene, da qui lo prelevavano per la distribuzione. L’osservanza delle più strette regole cospirative, ed un pizzico di fortuna, ha fatto sì che tutto procedesse per il meglio.

La nostra tipografia era mascherata da sacchettificio; era cioè divisa a metà da una pila di scatoloni, dietro i quali si trovava il banco di composizione; la macchina stampatrice, la vecchia pedalina, era posta in una nicchia formata da un muro di pietre in foglio. Le poche casse di caratteri erano ammucchiate le une sulle altre, il che rendeva difficile e faticosa la scelta e la ricerca dei caratteri adatti per quella determinata impaginazione. La scarsità dei caratteri ed il piccolo formato della pedalina ci obbligava a stampare  La Lotta  una facciata per volta. Stampata la prima pagina si procedeva alla sua scomposizione, quindi si componeva la seconda pagina e la si stampava a sua volta. È facile comprendere che, con questo metodo di lavoro, la produzione non poteva essere molto elevata, e si deve pure tener conto che Casadei era un tipografo improvvisato, e Gombi un apprendista.

Il lavoro subì un certo rallentamento quando, nell’aprile del 1944, sia Gombi che Mazza furono arrestati. Al posto di Mazza subentrò allora Giovanni Bottonelli (Gianni), ma alla produzione rimanemmo in due. Non ce la facevamo, l’esigenza di materiale stampato aumentava sempre di più in rapporto allo sviluppo sempre più vasto della lotta di liberazione. Finalmente, nel luglio 1944, Bottonelli unì a noi l’operaio tipografo Mario Stanzani, il quale, oltre al prezioso aiuto professionale dovuto alla sua persona, portò al nostro lavoro una ventata di sicurezza.

In breve tempo, dopo la sua venuta, ci mettemmo in grado di produrre fino a due giornaletti la settimana, e nell’intervallo tra una pagina e l’altra, stampavamo volantini, decreti del Comitato di liberazione nazionale, e riproducevamo documenti tedeschi e fascisti. Il compagno Stanzani mise pure a disposizione, come recapito, la sua casa dove portavamo le bozze da correggere, o ritiravamo il materiale da portare in tipografia per la composizione. I contatti sia con Masi che con Bottonelli li avevamo in prevalenza in casa di Stanzani.

Una delle difficoltà maggiori da superare fu quella di conciliare la lunghezza degli articoli (eterno problema!) con la grande quantità di notizie al piccolo formato de  La Lotta. Più di quel tanto non poteva entrarci! Noi tipografi  tagliavamo  e sfrondavamo a man bassa gli articoli e le corrispondenze per farli entrare a forza nelle tre striminzite colonnine. Questo fatto provocò solenni arrabbiature ed una energica reazione da parte dei redattori. Allora mandammo loro, tramite il compagno Masi, uno schema nel quale dimostravamo che a tante righe di dattiloscritto corrispondevano tante righe di piombo, e che le righe di piombo che poteva contenere il giornale, nelle due facciate, erano un dato numero e nulla di più; inutile, quindi, scrivere articoli che superassero quei limiti, pena un taglio spietato. I nostri redattori da quel giorno si attennero alle nostre indicazioni, per cui, in seguito, raramente dovemmo ricorrere a tagli.

Un’altra cosa che ci preoccupava era il disturbo dovuto alla rumorosità della pedalina: il chiasso che faceva era inversamente proporzionale alla sua grandezza. Questo fatto poteva far nascere dei sospetti in qualche malintenzionato; perciò ci preoccupammo di renderla il più possibile silenziosa, ma non ci riuscimmo che in parte. Tanto è vero che, recandoci tre giorni dopo la liberazione in quella vecchia  base , fummo salutati da un’inquilina, con queste parole:  Buon giorno compagni, avevate una tipografia clandestina lì dentro, vero?. Per mesi e mesi avevamo lavorato in quella  base , e qualcosa era certamente trapelato. Bisogna dire che il nemico non ha mai scoperto la tipografia grazie alla solidarietà di coloro che abitavano i caseggiati posti nelle vicinanze della stessa.

Incidenti gravi non ne successero mai: l’arresto di Gombi e Mazza, peraltro terminato nel migliore dei modi per i due, avvenne per cause non inerenti al lavoro della tipografia. Ma non è da dire che avessimo una vita facile. I continui allarmi aerei, i rastrellamenti, mettevano a dura prova i nostri nervi. Una bomba caduta nelle vicinanze, a metà maggio del 1944, infranse i vetri opachi dell’unica finestra della tipografia; eravamo a poca distanza, e riuscimmo a chiudere le falle con un cartone prima che qualcuno potesse curiosare all’interno. La rottura del vetro ci costrinse a lavorare in continuità con la luce elettrica e, quando questa mancava, al lume di candela.

Un giorno sentimmo una macchina fermarsi sotto la finestra. Udimmo voci tedesche, ed una voce di donna che diceva loro che  la strada finiva lì. Poi un improvviso raspare e la canna di un mitra si introdusse nella finestra, da una fessura tra il davanzale ed il cartone, fino a giungere ad un palmo dal naso di Stanzani il quale stava spiando quello che succedeva. Stanzani impugnava una pistola, non si mosse. Risuonarono di nuovo delle voci gutturali, forse di richiamo, la canna del mitra si ritirò, e la macchina ripartì.

Nel gennaio 1945 si ritenne opportuno sgomberare quel posto. Il luogo era indiziato e poteva essere molto pericoloso prolungarvi la permanenza della tipografia. Con l’aiuto di Masi, sgombrammo tutto. Macchina e caratteri furono trasportati presso un contadino, conoscente di Masi, in via Scandellara. Due giorni dopo trasportammo in città la pedalina sotto il naso dei gendarmi tedeschi che presidiavano le porte di Bologna. Il nuovo locale si trovava in via Belle Arti al numero 7. Era una cartoleria con annessa tipografia acquistata dal partito con regolare contratto, intestato naturalmente a una persona fidata.

Mentre trasportavamo la pedalina col nostro furgoncino, un distaccamento tedesco occupò la casa del contadino; per questo fatto le casse dei caratteri le potemmo recuperare solo dopo la liberazione. Per nostra fortuna la nuova tipografia era fornita di molti caratteri di tutti i tipi. E qui lavorammo fino alla liberazione. La porta che dalla cartoleria dava nella tipografia fu chiusa con un muro, nel quale lasciammo un buco sufficiente al passaggio, carponi, di un uomo. Il buco fu mascherato con una scansia. Entravamo al mattino e ne uscivamo alla sera. Anche durante gli allarmi rimanevamo al nostro posto. Per mangiare, molto latte, pane e … sottaceti! Così fino alla fine, senza altre noie.

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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