Natale Tampieri (Nome di battaglia Bianco)


Nasce il 13 ottobre 1919 a Imola. Presta servizio militare in fanteria dal 4 marzo 1941 all’8 settembre 1943, con il grado di sottotenente a Cesena (FO), Ancona e Trapani. Inizia a combattere il regime fascista negli anni in cui frequenta l’istituto magistrale – coerente con il padre, un uomo di saldi sentimenti socialisti – e rende più forti le sue convinzioni politiche partecipando al corso di materie letterarie della facoltà di Magistero nell’università di Urbino (PS), perché frequenta docenti e studenti antifascisti.

Perfeziona il suo orientamento antifascista negli anni trascorsi sotto le armi, durante la guerra, nel corso dei quali ha modo di incontrare numerosi ufficiali contrari alla dittatura e all’alleanza con la Germania nazista.

Dopo l’8 settembre 1943 partecipa alla raccolta delle armi, abbandonate dai reparti del dissolto esercito italiano, nella vallata del Santerno e sulle colline, tra Imola e Casalfiumanese. Nei mesi che seguono è tra gli animatori della Guardia nazionale, formata dai primi nuclei cospirativi armati sorti nell’Imolese, i cui militanti passano, in seguito, nelle formazioni partigiane.

Nella primavera 1944 è attivo nell’organizzazione delle squadre SAP nelle località imolesi di Marana, Torano, Linaro, Ponticelli, Fabbrica, Monte della Valle e a Casalfiumanese. Alla fine di giugno queste squadre e quelle che già operano alla destra del Santerno si uniscono dando vita al battaglione SAP Montano, del quale assunse il comando.

Per tutta l’estate guida i sapisti in rischiose azioni di guerriglia nella valle del Santerno a monte della città. Comanda personalmente, l’1 settembre 1944, l’attacco contro un accampamento nemico a Cà Campaz, in località Marana, provocando la fuga di considerevoli forze nazifasciste. Costante è il suo impegno per evitare, nel limite del possibile, che le azioni partigiane possano offrire il pretesto a rappresaglie dei nazifascisti nei confronti dei civili.

Dal luglio all’ottobre 1944 il battaglione SAP Montano, strutturato su quattro compagnie, opera permanentemente fino alle porte della città. Fa parte, sin dalla costituzione all’inizio del settembre 1944, del Comando piazza di Imola; successivamente nello stesso mese divenne comandante della brigata SAP Santerno, quando vengono uniti sotto un’unica guida i battaglioni Montano, Città e Pianura di Imola.

Nell’inverno 1944-45 per quanto attivamente ricercato dai fascisti e dalla Gendarmeria tedesca, riesce a sfuggire alla cattura, con tanti sacrifici e molta solidarietà.

Il 14 aprile 1945 il presidente del CLN locale, in piena intesa con lui ed il comandante del distaccamento imolese della 7ª brg GAP ordina l’insurrezione, che porta alla liberazione di Imola. Partendo dalla Chiesa del Carmine, con un gruppo di partigiani occupa alle ore 13 circa la piazza Maggiore e mantiene la posizione sino alle 17,15 quando giunsero le prime avanguardie alleate.

 I suoi ricordi

L’8 settembre 1943 mi trovavo in Imola ed ero ufficiale di fanteria in licenza di convalescenza. I miei sentimenti e la mia convinzione di antifascista, percepiti nell’ambiente familiare e maturati negli anni di vita militare, mi spinsero a prendere contatto con antifascisti nella mia città. Non mi fu difficile avvicinare e restare in relazione con Domenico Rivalta, tenace e leale combattente per la libertà, che poi sarà trucidato dai nazisti; con Giovanni Nardi (Caio), che in seguito fu valoroso comandante di compagnia della 36a Brigata Garibaldi e che cadde sulla Bastia; con Aldo Cucchi (Jacopo) che poi ebbe responsabilità militari e politiche nella 7a Brigata GAP, nella 62a Brigata Garibaldi e nella Divisione « Bologna » (decorato con medaglia d’oro); con Ezio Serantoni, infaticabile presidente del CLN di Imola.

Non ero disposto a servire e ad assoggettarmi al nemico tedesco e ciò era per me un punto d’orgoglio che inquadravo nella fede in una Patria libera, formata da liberi cittadini; per tale convinzione, per tale prospettiva ero disposto a lavorare, a sacrificarmi, a battermi. E così fu, la lotta ci fu e fu dura.

Il periodo più fruttuoso e concreto della mia attività di combattente per la libertà iniziò quando incominciai ad operare assieme a Sergio Battilani (Reco), giovane, instancabile organizzatore, e Giulio Gardelli, antifascista, ricco delle esperienze fatte in carcere ed al confino.

Nell’aprile 1945, all’atto della liberazione d’Imola le forze partigiane nell’Imolese erano organizzate nella Brigata SAP « Santerno » e nel distaccamento della 7° Brigata GAP. La Brigata SAP era formata da tre battaglioni: SAP montano, SAP città e SAP pianura. Pur essendo il comandante della Brigata dalla sua costituzione, dal settembre 1944, ho dato la mia attività soprattutto nel Battaglione SAP montano, del quale ero stato comandante — col nome di battaglia di « Bianco » — fino al momento della formazione della Brigata. Di questo battaglione, al quale mi legano i ricordi più belli e più tristi, cercherò di testimoniare le origini, la vita, le gesta ed anche, purtroppo, le dolorose perdite.

Già nei giorni che seguirono l’8 settembre 1943 nella zona che comprende la vallata del Santerno e le colline marginali tra Imola e Casalfiumanese vi fu una forte attività di elementi antifascisti per raccogliere le armi abbandonate; si presentiva che quelle armi sarebbero servite agli autentici figli del popolo per contribuire a cacciare i nazisti dall’Italia. Non riuscì difficile, per il nuovo stato d’animo creatosi negli uomini, grazie agli insegnamenti tratti dal susseguirsi vorticoso degli avvenimenti e per la fiducia riposta nelle armi gelosamente nascoste, far nascere nelle varie località un movimento cospirativo: la « Guardia nazionale ».

Poi subentrò il fascino della montagna. Si cominciarono a formare i primi nuclei delle future Brigate partigiane: gli uomini migliori e le armi ne costituirono una parte dell’ossatura. L’organizzazione rimase allora come forza collaboratrice e diede cospicui frutti nel servizio informazioni.

Nella primavera del 1944, attraverso l’assidua propaganda antinazifascista molti gruppi di questi elementi erano già moralmente preparati a sostenere cor una vera lotta il rispetto delle proprie idealità e della propria libertà e con esso quello della collettività, non appena il nemico ne desse motivo. Sorgono così e si preparano alla lotta armata le SAP (Squadre di azione patriottica). Ha inizio il periodo della assidua attività nel ricupero di tutte le armi e munizioni che era possibile. Si fanno irruzioni in abitazioni di fascisti e di privati, si disarmano tedeschi e militi della GNR; si penetra negli accantonamenti e con astute manovre si sottraggono armi.

Gli uomini però erano ancora male armati: sognavano armi automatiche; la loro audacia non conosceva più ostacoli. Si formano così le « squadre volanti » che con abili e coraggiosi colpi piegano sempre l’avversario obbligandolo ad arrendersi. Da questo momento ha inizio la costituzione e l’attività del battaglione SAP montano.

Questa unità partigiana è esistita come tale dai primi dell’agosto alla fine del novembre 1944 ed era l’inquadramento organico, disciplinato, militare delle SAP della zona montana dell’Imolese. La zona d’impiego era la vallata del Santerno, fra Imola e Casalfiumanese, e le colline adiacenti e più precisamente: Montecatone, Monte della Valle, Torano, Linaro, Ponticelli, Fabbrica, Casalfiumanese, Codrignano, Monte Meldola, Toranello, Ghiandolino, Soldo, Pediano, Goccianello, Pasqua.

Per la sussistenza si prelevava in natura presso i contadini la parte della produzione agricola che apparteneva ai proprietari fascisti o collaboratori dei nazisti. Si acquistava, pagando regolarmente, anche dai contadini stessi. Per il finanziamento si forzavano i fascisti a versare somme prestabilite e si invitavano i capitalisti a collaborare al sostentamento della lotta.

Nella nostra attività mantenemmo sempre uno stretto contatto coi reparti della 36a Brigata Garibaldi e con l’organizzazione dei GAP e delle SAP di Riolo Bagni. Nel battaglione vi erano anche quattro soldati sovietici, tre dei quali sopravvissuti alla lunga lotta furono consegnati, a liberazione avvenuta, agli alleati.

L’attività combattiva di questa unità non viene qui dettagliatamente illustrata.

Descriverò, per ogni mese, quelle azioni tipiche ed anche meglio riuscite, ma che non sono le sole; esse ne rappresentano molte altre, espressioni tutte di una audacia e di uno spirito di sacrificio senza limiti. I disarmi dei nemici, le azioni per impedire le razzie, gli assalti alle carrette, le puntate offensive si sono susseguite con un ritmo sempre più accelerato. Si temprava lo spirito alla lotta, si ingrossavano le fila, si impugnavano sempre nuove armi, si perseguivano ideali sempre più chiari, si godeva della libertà della montagna.

Agosto 1944

I contadini della sottozona avevano benevolmente accettata la parola d’ordine lanciata loro dal CLN di non trebbiare, ma si trovano di fronte alla opposizione dei nazi-fascisti che facevano scortare le macchine da militi della GNR. Due macchine trebbiatrici vengono spogliate delle cinghie e una scorta di militi disarmata. Vengono disseminati, specie sulla via Montanara, chiodi a quattro punte che causano numerose bucature ai pneumatici di autocarri tedeschi. Proseguendo, risultano azioni di taglio di tutte le linee telegrafiche e telefoniche tedesche, in concomitanza con tutte le squadre SAP della provincia di Bologna; un attacco ad una carretta tedesca con due tedeschi disarmati e tre militi della GNR disarmati lungo il Santerno.

Settembre 1944

Sfidando l’assidua sorveglianza di molte sentinelle tedesche sparse lungo la via da percorrere, si fa irruzione in un accantonamento di soldati dell’esercito repubblicano, al servizio dei nazisti, posto a Casa Campaz. Con ardita manovra si circonda e si paralizza l’avversario: disarmo di tre soldati con ricupero di armi e di materiale di equipaggiamento. Si procede al sabotaggio completo dell’accantonamento; prelevati tutti i cavalli ed i muli si conducono in aperta campagna dove vengono abbandonati.

Con lo spostarsi del fronte verso nord il traffico di autocolonne tedesche sulla via Montanara si era fatto assai più intenso. Una squadra, arditamente guidata, si porta in località Fabbrica ed attacca le ultime macchine di una lunga teoria. Una di queste viene incendiata: tre tedeschi uccisi, un ferito da parte nostra; il colpo incassato in pieno, nessuna rappresaglia.

Una pattuglia tedesca controlla insistentemente la strada per il collegamento con la 36a Brigata Garibaldi. Nei presi di Ca’ Pozzo viene fermata ed affrontata: un tedesco rimane ucciso, due feriti riescono ugualmente a fuggire lasciando sul terreno le armi che sono da noi ricuperate. Poi si fa un’irruzione nell’accantonamento di un distaccamento dell’esercito fascista repubblicano, in località Pasqua, col disarmo di undici soldati e il ferimento del loro comandante, che tentava di opporsi e col ricupero delle armi e di un ingente quantità di materiale di equipaggiamento e di casermaggio.

I tedeschi stavano effettuando una razzia di biciclette nei pressi del Molino Paroli; una squadra si portava sul luogo ed attaccava i predoni. La violenta scaramuccia avveniva a Ca’ Eredité, con nutrito fuoco da ambo le parti. L’audacia dei nostri aveva il sopravvento; i tedeschi furono snidati dalla casa in cui si erano chiusi e costretti alla fuga durante la quale però due tedeschi restavano feriti. Nella stessa azione veniva disarmato un soldato repubblicano. La « Feildgendarmeria » e la Brigata nera tentavano un rastrellamento, ma non oltrepassavano Villa Nardozzi, perché troppo grande era la scia di entusiasmo che i patrioti avevano lasciato nella popolazione della località.

Avendo saputo dal servizio informazioni che una divisione tedesca doveva portarsi a riposo nella zona del nostro battaglione, si disponeva e si attuava nella notte prima dell’arrivo delle truppe, la distruzione completa dei cartelli indicatori ed il taglio di tutte le linee telegrafiche e telefoniche. Al loro arrivo i reparti si trovarono disorientati, rimanendo per tutta la giornata sulle strade o accantonati occasionalmente, facile preda dei caccia alleati. Da un deposito di munizioni tedesche presso le Acque Minerali vennero liberati sei prigionieri russi ed inviati al comando della 36a Brigata.

Ottobre 1944

In Codrignano un nostro sappista, con abile manovra, sottrae un’arma automatica ad un gruppo di tedeschi. Nel pomeriggio del giorno seguente, sotto lo scrosciare di una forte pioggia, il nemico, abilmente guidato, tenta con ingenti forze un rastrellamento a Ca’ Casoni. Dato fulmineamente l’allarme le squadre si appostano, sfruttando il terreno accidentato. Per circa due ore e mezza i tedeschi tentennano, poi dimostrando di temere qualche sorpresa si ritirano. Faranno una seconda puntata durante la notte, ma sarà infruttuosa per il precedente spostamento delle nostre forze.

Si dà poi la caccia a elementi isolati che si recano al fronte, ormai vicino, o che da esso vengono, quali furieri d’alloggio, in cerca di accantonamenti. Si attacca una carretta del servizio di rifornimento sulla via di Codrignano, in prossimità Casa Bella Rosa: l’attacco aveva come movente il ricupero dell’ingente quantità di viveri che trasportava. Alla reazione nemica i nostri fanno fuoco: un tedesco ucciso ed uno ferito.

Immediatamente dopo tale azione il comando tedesco decideva di procedere ad un rastrellamento in grande stile per liberare la zona dai patrioti ed inviava sul posto un carro armato, due autoblinde e un centinaio di uomini, accompagnati dalle brigate nere. Il battaglione al completo corre in rinforzo alle squadre che avevano compiuto l’azione e si piazza sulle posizioni predominanti. Nella semioscurità della sera piovviginosa i tedeschi, privi dell’appoggio di adeguata artiglieria, intuito il pericolo, pensano bene di ritirarsi.

II mattino seguente, 6 ottobre, col favore delle tenebre, circa un centinaio di tedeschi circonda una nostra base avanzata, predisposta, con funzione d’allarme, per una eventuale difesa. Due eroici gappisti barricati nel fienile di Ca’ Genasia, dopo aver tenuto per oltre due ore in iscacco il nemico, soccombevano fra il rogo della casa. Un tedesco ucciso e uno ferito, e, per la viltà nazista, una ragazza uccisa. Per quasi tutta la giornata i nemici scorazzavano nella località, poi abbandonavano le posizioni.

Gli alleati ormai si avvicinavano. Il 3° battaglione della 36a Brigata aveva avuto il compito di occupare Imola. Il comando del nostro battaglione ha, fin dalla seconda quindicina di settembre, frequenti contatti con esso, in cui si stabilisce di svolgere una azione in comune accordo. Per fattori di ordine bellico la 36a Brigata sfonda le linee tedesche e passa in campo alleato.

L’obiettivo che era comune alle due unità partigiane non viene però abbandonato.

Il morale degli uomini non può essere migliore e lasciava pensare ad un successo. Si ha fiducia e si fa affidamento sulla nostra forza e sulle nostre armi: eravamo circa centoventi uomini completamente armati e pronti a tutto. Con febbrile attività si preparano minuziosamente i piani; si studiano gli itinerari di marcia, il traghetto del Santerno, che in quei giorni era sempre in piena; si organizza il servizio salmerie, il servizio di pronto soccorso e si prendono accordi precisi con le SAP di città per gli aiuti necessari e perchè tutta l’azione partigiana in Imola avvenga in modo armonico.

Verso la metà di ottobre, l’avanzata alleata rallenta e molte unità tedesche si accantonano nelle località limitrofe, restringendo sempre di più la zona partigiana.

Dopo gli spostamenti in seguito all’azione di Ca’ Genasia al battaglione non restano che limitatissime possibilità di manovra.

Una unità partigiana non può sussistere in queste condizioni. Si prevede il pericolo che il fruttuoso lavoro compiuto possa essere annullato. Si pensa coscientemente agli uomini ed alle armi. Le armi vengono occultate in diversi depositi, ma tenute sempre in efficienza e sempre pronte per essere impugnate. Gli uomini si spargono per tutte le case della zona, poiché ancora chiaramente non si prevedeva che il fronte subisse una stasi completa e si aveva ancora la speranza di poter riuscire a condurre a termine l’azione armata sulla città.

Novembre 1944

È la fine dei razziatori. La zona incominciava ad essere infestata di predoni tedeschi isolati che derubavano di tutto i contadini. Nostre pattuglie, con le sole armi corte, li fermano e li disarmano.

Provocato dallo spionaggio nemico, si subiva un fortissimo rastrellamento che ebbe come epicentro Pediano. Della nostra organizzazione un tenente russo veniva catturato, un soldato russo ferito. Tre dei nostri partigiani erano rastrellati e fucilati presso Riolo Bagni.

Dicembre 1944 – Aprile 1945

Essendosi il fronte completamente stabilizzato ad una distanza di 5-6 chilometri, sulla linea Borgo Tossignano – Rivola – Riolo Bagni, gli elementi partigiani ancora attivi vengono a trovarsi nella immediata retrolinea tedesca, con la conseguente impossibilità di qualsiasi azione armata. In questo periodo la zona montana è presidiata da unità tedesche, sia da combattimento che logistiche. Qualsiasi sintomo di vita partigiana significava un suicidio. Si procede con molto coraggio, e superando grandi difficoltà, al trasporto in città delle armi migliori. I partigiani che non abitavano in zona vengono inviati in città o in pianura, poiché lassù rigorosissimo era il controllo nazista. Temprati dalla montagna, molti non desistono dalla lotta, ma la continuano sempre con tenacia nel Distaccamento della 7a Brigata GAP.

Il comando del battaglione snellisce al massimo i quadri, pur tenendo ferma la base organizzativa. Sorvegliati dalle spie, perseguitati dalla brigata nera e dalle SS tedesche, molti partigiani, rimasti alle loro case in zona, subiscono una delle odissee più tragiche. Il carcere, le torture, le sevizie, le deportazioni, le fucilazioni furono, in quel lungo e rigido inverno della stasi del fronte, patiti con stoica fermezza. Braccati o catturati eravamo sorretti dalla fede nella libertà, credavamo nel domani.

Le radiose giornate primaverili che precedettero la liberazione trovarono tutti i superstiti ai loro posti. Parte di essi, avendo rimasto le armi, si affiancarono ai partigiani del 1° battaglione della 36a Brigata e si portarono con essi ad Imola. I restanti, o collaborarono con le truppe alleate nel fornir loro tutte le indicazioni militari possibili, topograficamente certe, o impugnarono le armi del lavoro per facilitare al massimo alle stesse truppe alleate il transito nella accidentata zona montana.

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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