Maria Bonora


Nasce il 6 giugno 1916 a S. Pietro in Casale. Fa parte del battaglione Gotti della 4a brigata Venturoli Garibaldi ed svolse i suoi compiti di staffetta a Malalbergo. È stata attiva nelle  manifestazioni femminili che si svolgono a Malalbergo nel corso della lotta di liberazione. 

I suoi ricordi di staffetta e agitatrice. 

Avevo 13 anni quando lasciai il mio paese, Ponticelli di Malalbergo, per andare in città alla ricerca di un lavoro un po’ meno duro di quello della risaia. L’avvento della guerra mi trovò operaia in fabbrica e già sposata. Mio marito, della classe 1917, trattenuto alle armi, prima sul fronte francese poi in Africa, restò prigioniero per nove anni: questo il regalo del fascismo alla mia famiglia. 

Stavo per prendere servizio all’amministrazione postale di Bologna, per occupare il posto che aveva lasciato mio marito, ma fui chiamata d’urgenza dalla mia famiglia. All’arrivo trovai la casa piena di antifascisti anziani e giovani del paese.

Mio fratello Peppino, reduce dal fronte russo, subito mi disse: “Dobbiamo fare una chiacchierata; avevamo piacere della tua presenza”. Il più anziano, Riccardo Pedrini, espose la tragica situazione del popolo italiano, le lotte che dovevano affrontare uomini e donne, gli scioperi, le manifestazioni, la lotta armata che si doveva fare per abbattere il fascismo. Da quel momento capii che il mio posto era lì e fu così che decisi di restare con le operaie, le mondine, le donne di tutti i ceti che si accingevano alla rivolta. 

Era l’autunno del 1943 e nel comune regnava il terrore. Già parecchi erano morti e i dispersi su tutti i fronti; già vi erano state deportazioni di uomini in Germania. Fu per questo che si fece una prima e vera manifestazione alla quale parteciparono circa 400 donne. (Era dal 1941 che tentavamo di scioperare e di fare almeno delle piccole manifestazioni, ma le repressioni delle autorità fasciste avevano molto spaventato le donne). Subito fummo minacciate d’arresto e ci dissero anche che se non ce ne andavamo avrebbe sparato. Quando fummo davanti al Municipio io dissi che le autorità avevano il dovere di ascoltare i cittadini e allora invitarono su una commissione, ma capimmo che era un pretesto per arrestare il gruppo più combattivo. Risposi che la commissione eravamo tutte e che scendessero loro. Ci risero in faccia con parole offensive. Ma non ci scoraggiammo e il nostro grido fu: “Verremo su tutte e vi schiacceremo come sardine”. 

Non fecero in tempo a chiudersi dentro, il reggente e il segretario, che ci precipitammo su e poi li trascinammo nella strada con qualche calcio e a ruzzoloni. Erano diventati due agnelli.

Chiedemmo il supplemento del pane: 200 grammi al giorno era una razione troppo misera per quei lavori tanto faticosi; chiedemmo la mensa aziendale, le gomme per le biciclette e dicemmo che non dovevamo più dare dei nominativi di uomini ai tedeschi. Fu un ottimo risultato. 

Iniziavano intanto i primi attacchi armati e atti di sabotaggio; molte giovani (Ivonne Pedrini, Gelsomina Bonora, Clementina, Norina Mantovani, Dina Gotti, Lara e Rossana Pezzoli e tante altre), iniziarono il pericoloso lavoro di staffette. 

Una seconda manifestazione nel paese ci fu l’8 maggio 1944 e vi furono presenti circa 500 fra donne e braccianti. Non distribuivano più né sale né zucchero e, come al solito,  dovemmo portarli in piazza con la forza e alle nostre richieste risposero che era stato inviato un camioncino per caricare sale e zucchero, ma che era stato mitragliato e c’era un ferito, perciò erano tornati indietro a vuoto.

Allora io intervenni dicendo che se non sapevano provvedere alle necessità della popolazione se ne andassero e che i figli, i mariti, i fratelli di queste donne erano al fronte da anni e nessuno pensava a richiamarli. Fu come accendere un fiammifero nella paglia: un coro di voci minacciose si alzò e tutti gridarono dicendo quello che avevano sempre taciuto per tanti anni. Quando i militi vennero per arrestarmi io ero già confusa in mezzo alle donne: mi avevano messo un fazzoletto in testa e un giaccone in ispalla per non essere riconosciuta. Sentii una mia compagna, Marcella Fini, una donna piccolissima, che a tutta voce gridava: “Provate a toccare i nostri uomini: vi mangiamo vivi!”. 

Ad ogni ora del giorno le donne compivano gesti coraggiosi. Se c’era aria di rastrellamento, in un baleno era avvisata tutta la zona; se c’era uno scontro armato dopo cinque minuti non rimaneva nessuna traccia.

Poi ci si avviò verso l’inverno 1944-45. La miseria era nera, i raccolti tutti requisiti, anche nelle basi partigiane c’era fame e freddo. Si organizzò una raccolta di viveri e la partecipazione fu commovente: le famiglie dei caduti o prigionieri diedero gli indumenti dei loro cari. Dilagava il mercato nero, la fame aumentava. 

Da questa situazione sfociò un’altra manifestazione di massa, quella dei primi di febbraio del 1945. In Municipio si erano coperti le spalle con un comando tedesco: noi fummo minacciate con le armi e ci dissero che se in cinque minuti non si sgomberava, tutte kaput. Qualcuna urlò e ci si stava sbandando e allora io presi un’arma per la canna e l’agitai in alto gridando: “Non abbiate paura, questa carcassa è vuota!”, e intanto col mio corpo coprivo la fila di pallottole che penzolava giù. Le donne si ricomposero compatte e si riavvicinarono e la manifestazione riuscì. Tre tedeschi che erano presenti se ne andarono: non speravo davvero tanto. 

Un’altra volta ricordo che arrivò un ordine di portare due sacchi alla base prima del coprifuoco. Chiamai in aiuto la giovane Loredana Lolli, molto volonterosa, ma col cuore delicato, che non poteva provare emozioni. Sperando nella buona sorte ci caricammo sulla bicicletta da uomo due lunghi sacchi contenenti indumenti, armi e munizioni. Facevamo la strada secondaria di via San Pietro in Casale e (dovevamo attraversare la via Ferrarese (a un chilometro da Altedo), poi per la campagna, fino alla base. 

All’imbocco della Ferrarese stavano passando due camion di brigate nere e a pochi metri da noi scoppiò una gomma al camion davanti. Scesero tutti e vedendo due giovani donne, anche un po’ carine, si avvicinarono fino a circondarci. C’erano anche degli ufficiali. Misi una mano sulla spalla del tenente, pregandolo di venire assieme ai suoi giovani nella casa dove ero sfollata, che si faceva una festa da ballo. “Siamo state a fare il pane ordinatoci dai tedeschi — dissi — c’è prosciutto, vino buono e molte ragazze”. 

Quando vidi che metteva le mani sul sacco lo guardai negli occhi con uno sguardo davvero eccitante e gli sussurrai: “Tenente, vorrei tanto passare una serata con lei”. Mi fece una carezza e vidi che era eccitato. Con parole piene di rammarico disse che avevano urgenza di arrivare a Bologna. Intanto gli anziani rimasti sul posto lo chiamarono per ripartire. Gli feci i miei rallegramenti per l’attaccamento al dovere. Corsero via buttandoci baci, che noi ricambiavamo. Al ritorno era già notte e c’era il coprifuoco. Su quella strada v’era una

lunga colonna tedesca ferma, perché i caccia nemici stavano ronzando sopra per individuarla e bombardarla. Ci portammo sui sentieri della risaia. Eravamo cariche di manifestini che entro la notte dovevano essere attaccati alle case, ai ponti, ai pali dell’elettricità. Dopo circa due chilometri di faticosa marcia con la bicicletta in spalla perché il fango bloccava le ruote, i tedeschi videro le nostre ombre. Cominciarono a sparare e gridare “Partisan”. Le pallottole ci fischiarono attorno ma non avemmo nemmeno un graffio. 

L’amica si spaventò. Le dissi: “Buttiamo le biciclette nel fosso e saltiamo nel canale, c’è poca acqua”. Non capiva più nulla e correva sulla strada. Con tutta la mia forza la trattenni e poi le diedi uno schiaffone. Così, appena ritornata calma, attraversammo il canale, con l’acqua oltre la cintura. Eravamo a mezzo chilometro da casa. I genitori e i fratelli erano molto preoccupati. Dopo un quarto d’ora eravamo fuori a sistemare i volantini.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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