Businco Armando


Nasce l’11 giugno 1886 a Jerzu (NU). Direttore dell’Istituto di anatomia patologica dell’università di Bologna dal 1936. Membro di Giustizia e Libertà, il 18 agosto 1944 viene catturato dai nazisti ed accusato di aver contribuito ad impedire il sequestro da parte dei nazisti della dotazione di radium dell’Istituto di radiologia.

Internato presso la casa del fascio di via Manzoni fino al 30 agosto 1944, poi trasferito nella sede delle SS di via S. Chiara dove viene a lungo interrogato.

Incarcerato per un mese in S. Giovanni in Monte, viene internato a Fossoli (Carpi – MO), a Peschiera del Garda (VR) e quindi inviato a Brescia dove, con l’aiuto di alcuni amici, trova rifugio fino all’1 maggio 1945.

Le sue memorie

Fin dall’inizio della guerra di liberazione, l’Istituto di Anatomia Patologica dell’Università di Bologna, da me diretto, fu uno dei centri dell’organizzazione clandestina del movimento di Giustizia e Libertà e non mi mancò mai la soddisfazione di avere al mio fianco colleghi e molti giovani studenti e laureati, e anche inservienti ed infermiere. Molti dei miei allievi, sparsi nelle varie Brigate partigiane, finirono la loro vita nel corso di aspre battaglie, o sotto i ferri della tortura: tutti furono all’altezza della più nobile tradizione patriottica dell’Università.

Il 18 agosto 1944, proprio nel momento della massima intensità della lotta, io fui catturato dai nazisti ed accusato di attività antifascista e del grave, imperdonabile delitto di avere contribuito ad impedire la totale rapina della dotazione di radium dell’Istituto di Radiologia, di cui il primo contingente era stato asportato tempo prima e trasferito oltre le Alpi, in Germania.

Il prof. Gian Giuseppe Palmieri, direttore dell’Istituto del Radio, colto improvvisamente da un manipolo di figuri in camicia nera e di gendarmi tedeschi, aveva dovuto consegnare parte del prezioso elemento, utile e necessario per la cura dei tumori maligni. In collegamento con un esponente del movimento Giustizia e Libertà dell’Alta Italia, il dott. Massenzio Masia, ed informato che in uno di quei giorni i tedeschi ed i fascisti avrebbero ripetuto il colpo, presi immediati contatti col prof. Palmieri, un figlio del quale, Gianni, studente dell’ultimo anno di Medicina, era allievo interno nel mio Istituto. Non mi fu difficile convincere il prof. Palmieri a seguire il piano così studiato:

1) il passaggio immediato di Gianni e di altri due giovani (il dott. Ferruccio Terzi ed il dott. Carlos Martinez Collado) allievi interni anch’essi dell’Istituto di Anatomia Patologica, appena laureati lodevolmente in Medicina, in montagna tra le formazioni di partigiani combattenti dell’Appennino tosco-emiliano;

2) passaggio a Firenze, subito dopo, oltre la linea Gotica, dello stesso prof. Palmieri e sistemazione della sua famiglia in una località del Modenese;

3) consegna del radium in cassette di piombo a due sicuri elementi del movimento antifascista di Bologna: il radium sarebbe stato interrato nello scantinato di un vecchio palazzo di Bologna, luogo che solo il dott. D’Ajutolo, anch’egli aderente al movimento di Giustizia e Libertà, ed io dovevamo conoscere con la speranza che almeno uno dei due avrebbe visto (e così potesse riesumare il radium e riconsegnarlo) il giorno della liberazione.

Entro tre giorni il programma esposto venne portato a buon fine. Il prof. Palmieri ritornò a casa dopo il 21 aprile del 1945, giorno della liberazione di Bologna. Suo figlio Gianni, Terzi e Collado, purtroppo, non tornarono: il primo fu ucciso dai tedeschi dopo la battaglia di Ca’ di Guzzo, il secondo fu fucilato a Bologna e Collado fu martirizzato a Casalecchio nel modo più orrendo. Altri due miei allievi non tornarono: Gilberto Remondini e Renato Moretti, caduti nelle fila della 36a Brigata Garibaldi.

Il mio arresto avvenne verso le 22. Seppi che si era deciso di passarmi per le armi subito dopo l’arresto e di lasciarmi cadavere in una via di Bologna, così come, del resto, era già accaduto in altri casi. Seppi anche che il mio nome era incluso in una lista di intellettuali e di altri elementi cittadini noti per la loro fede antifascista destinati a tale fine. L’ordine dell’esecuzione non fu — si seppe poi — eseguito in via preventiva dal vice federale dott. Spaccialbello, come invece avevano chiesto il federale del fascio in funzione e il comandante delle brigate nere.

Fui condotto, dopo una corsa per le buie vie di Bologna, alla casa del fascio, in via Manzoni, e privato di quanto avevo addosso, spinto in una cosiddetta cella lunga meno di due metri e larga meno di 80 centimetri ricavata in un sottoscala, dove, su un pagliericcio che tutto la occupava, riposava un giovane milite fascista punito. Questi, al momento del mio ingresso si girò di fianco e continuò il sonno, mentre il terribile antifascista, seduto su un panchetto di legno, vegliò sino al mattino.

Passarono così dodici giorni nella casa del fascio: otto nella cella d’arrivo, liberata al mattino dal milite fascista, e tre in un’altra cella di punizione, sotto il tetto rovente per il sole di agosto, in seguito al contegno spavaldo, secondo il comandante delle brigate nere dell’Emilia-Romagna, che era un professore incaricato della Facoltà di Medicina, per la cui proposta di nomina a insegnante di ruolo per meriti politici, io, in una seduta di Facoltà, mi ero opposto, invocando il regolamentare giudizio tecnico attraverso un regolare concorso.

Dopo dieci giorni fui prelevato dai tedeschi e trasferito nelle celle della prigione delle SS, in via Santa Chiara, costituita da specie di cabine con tavole per giaciglio. Una notte, alle 22, venni prelevato dalla cella e posto faccia al muro, in piedi, in uno dei quattro angoli di uno stanzone (cucina della casa) che fungeva da corpo di guardia, mentre due soldati tedeschi con mitra, di cui manovravano il caricatore, appena intuivano che la stanchezza induceva a piegare le ginocchia ad uno dei quattro prigionieri presenti, oltre a me erano il prof. Teodoro Posteli, il dott. Alessandro Novaro ed una donna, Imelde, infermiera dell’Istituto del Radio.

Alle otto del mattino seguente, dopo una notte in piedi, fronte al muro, sopra un lavabo maleodorante, cominciò l’interrogatorio da parte di un ufficiale austriaco delle SS (Weissmann) durato 5 ore, senza interprete, poiché l’istruttore conosceva un po’ la lingua italiana ed io quella tedesca. Di nuovo in cella. Altro interrogatorio, l’indomani mattina, più breve, meno burbero, in certo modo cordiale; il Weissmann mi pregò persino di illustrargli la teoria mazziniana della concezione repubblicana dello Stato.

Il Weissmann, congedandomi e dopo avermi offerto da bere da una bottiglia di vino lì per lì sturata, mi strinse la mano e mi rispedì in cella. La stessa sera avvenne il mio trasferimento al carcere di San Giovanni in Monte, dove rimasi oltre un mese, durante il quale periodo vennero imprigionati pure Masia, Quadri, Bastia e altri dirigenti della Resistenza bolognese che furono poi processati dal Tribunale speciale presieduto dal famigerato generale Magaldi, processo al quale non fu permesso dai tedeschi che io pure fossi aggregato assieme agli altri 24 accusati. Il processo, come è noto, si concluse con la fucilazione del gruppo dirigente del partito d’azione operante a Bologna e nell’Emilia e con la condanna di altri alla detenzione in lager tedeschi dai quali non sono tornati.

Insieme a Posteli, Novaro e all’infermiera Imelde fui trasferito alle Caserme Rosse, stazione di avviamento ai campi di concentramento; poi, insieme ad altri sventurati, fummo avviati, in camion, al campo di concentramento di Fossoli e, dopo una permanenza in questo di circa un mese, ai primi di novembre, venne un altro trasferimento al campo di concentramento di Peschiera, per l’ulteriore destinazione a Linz (Austria), invece che a Dachau, dietro versamento all’ufficiale medico tedesco di ventimila lire.

Da Peschiera, per una serie convergente di situazioni favorevoli, Posteli ed io, i due dei quattro considerati più degni del lavoro forzato o, come si diceva, volontario, in Germania, riuscimmo a raggiungere Brescia dove si credeva di poter passare in Svizzera con l’aiuto di amici. I quali, invece, ci trattennero, ci protessero e ci ospitarono in località diverse del bresciano e del mantovano sino al 1° maggio del 1945, giorno nel quale, con la dedizione di un altro gentiluomo (il dott. Andrea Bagnoli, funzionario della Radio italiana) potemmo rientrare a Bologna e riprendere l’attività accademica e sociale nella nostra Bologna restituita alla libertà. Gli amici bresciani che voglio ricordare sono stati: il dott. Emilio Morandi, il rag. Luigi Lazzari ed il dott. Nini Rossi.

 

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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