Renato Frabetti (Nome di battaglia Rendo)


Nasce il 18 giugno 1920 a Granarolo Emilia. Proveniente da famiglia antifascista, dopo l’ 8 settembre 1943 partecipa ai combattimenti contro i tedeschi a Roma dove stava svolgendo il servizio militare. Rientrato a Bologna il 18 settembre 1943 insieme al cugino Gino Zucchini, entra a far parte dei gruppi antifascisti operanti in città che svolgono attività politica nell’ambiente operaio.

Nell’inverno 1944 è addetto alla distribuzione della stampa clandestina in preparazione dello sciopero delle fabbriche. Cura in particolare i rapporti con gli operai della SASIB dove il fratello Rino lavorava come caporeparto. Ricercato dai fascisti, nel maggio 1944 viene inviato a Granaglione per organizzare e coordinare i primi gruppi partigiani.

La scelta della zona per la base partigiana e l’attivazione dei collegamenti con Porretta

Terme sono rapidamente risolti per la sua conoscenza del territorio granaglionese e per la sua amicizia con gli abitanti. Per oggettive difficoltà non riusce a coordinare i gruppi spontanei insediatisi tra Monte Cunizzo e Monte Cavallo.

I giovani, sperando in una rapida soluzione della guerra «per l’arrivo degli alleati», rifiutano di entrare in un’unica formazione. Egli stesso si rende conto che occorrono «uomini capaci» di guidare militarmente una grossa formazione. «Essi arriveranno ma non in tempo utile». Tuttavia, la presenza a Monte Cavallo della formazione comandata da Luciano Mattioli e il distaccamento partigiano che riusce a insediare a Monte Cunizzo, permettono il controllo di una vasta zona. Resosi conto che, in una situazione minoritaria per scarsità di uomini e mezzi, lo scontro diretto con le truppe nazifasciste sarebbe stato inutile, per procurare armi, per un numero sempre più crescente di partigiani, attua la tattica «dei colpi di mano», servendosi per questo anche delle informazioni fornitegli dal maresciallo Mario Mantensini sugli spostamenti delle truppe nemiche.

Questa tattica ha un relativo successo perché attuata nella stessa zona da più formazioni «senza un piano preciso». I tedeschi, infatti, riuscono a individuare la zona partigiana.

Le sconsiderate e gratuite razzie di Urio Nanni anche nei confronti della popolazione di Granaglione, incidono sulla collaborazione inizialmente offerta al movimento partigiano. Questo insieme di cause rende necessario il trasferimento del gruppo in altra zona.

Dopo attento esame, si opta per la brigata Giustizia e Libertà Montagna comandata da Pietro Pandiani, nella quale, dalla fine del giugno 1944, viene nominato vice commissario politico.

Il 20 luglio 1944 rimane gravemente ferito alla testa nello scontro con i tedeschi al passo della Donna Morta.

Il 30 ottobre 1944 partecipa al combattimento a Piana di Ronchidoso (Lizzano in Belverde) e alla liberazione di Gaggio Montano.

Gli è stata conferita la medaglia d’argento al valore militare.

È stato decorato di diploma di benemerenza dal comune di Lizzano in Belverde.

Gli è stata conferita la medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione:

«Comandante di un distaccamento partigiano assediato dalle SS tedesche rispondeva col fuoco all’intimazione di resa. Ferito gravemente alla testa rifiutava ogni soccorso e incitando con l’esempio i suoi uomini, li lanciava in un violento contrattacco che respinse e sbaragliò il nemico. Bell’esempio di valore e di attaccamento al dovere.»

Passo della donna morta. 20 luglio 1944.

Nei suoi ricordi la lunga epopea partigiana nell’appennino

Già ostile al fascismo da ragazzo, per insegnamento dei miei genitori, i quali avevano sofferto le angherie di quel partito, per avere due nipoti, condannati rispettivamente dal Tribunale speciale a 5 e a 3 anni perchè antifascisti, mi trovai militare nel 10° Reggimento Lancieri di V.E. II, assegnato al comando del Reggimento, comandato dal colonnello Dardano Fenulli, in seguito generale e fucilato alle Fosse Ardeatine.

Nel 1941 il Reggimento fu impiegato in Jugoslavia, in operazioni di occupazione prima e in seguito con compiti presidiari. In tale periodo cominciai a stimare i nostri cosiddetti nemici, che erano poi i valorosi partigiani jugoslavi; questa stima, che col passare del tempo aumentava, era favorita dal comportamento del nostro comandante il quale, nonostante gli ordini precisi per azioni contro i partigiani, quasi li ignorava e prendeva anzi contatti significativi con comandanti di formazioni locali, soprattutto per evitare combattimenti e distruzioni ritenute inutili.

L’8 settembre 1943 mi trovavo al comando della 5a Brigata Corazzata della Divisione Ariete, comandata dal generale Fenulli, nei pressi di Roma, dove presi parte alla difesa di quella città combattendo per la prima volta contro i tedeschi.

Rientrai a Bologna il 18 settembre quale militare sbandato, prendendo contatto con quel cugino Gianni Zucchini che aveva trascorso 5 anni in carcere e da quel momento incominciò la vera lotta armata contro il fascismo. Nel maggio 1944 fui inviato in montagna per organizzare e unire piccoli gruppi antifascisti e nel giugno dello stesso anno entrai con un gruppo di venti uomini nella 1a Brigata Giustizia e Libertà comandata dal capitano Pietro Pandiani nella quale successivamente ebbi la responsabilità di vice commissario politico.

Prima di andare in montagna, e cioè nei mesi dell’inverno 1943, presi parte all’attività, soprattutto politica, svolta dai primi gruppi di antifascisti attivi nella città e specie nell’ambiente operaio. Io ero spesso, in determinate ore, in via del Riccio, 7, in una stanzetta al primo piano e la scala serviva solo per quel locale; vi dormiva un certo Walter, un perseguitato dal fascismo già in precedenza condannato dal Tribunale speciale fascista, assieme a Berto, il giornalaio di piazza Malpighi di quei tempi, Gianni Zucchini e un’altro chiamato da noi il Lungo, del quale non riesco a ricordare il vero nome, anche perchè non ho più avuto occasione d’incontrarlo e avendo chiesto di lui a Zucchini non ha saputo più niente dopo il fermo del maggio 1944 operato dalle SS fasciste.

L’arrivo in via del Riccio era stato disposto in modo che non fosse simultaneo e pertanto dal primo al quarto poteva passare un’altra ora; ognuno curava di non essere seguito e si saliva solo se il tratto di via fosse deserto. Nonostante i rischi in comune, non ci confidavamo i compiti avuti; uno non sapeva dell’indirizzo dell’altro e fuori da quella camera non ci conoscevamo. Per ultimo arrivava un quinto chiamato quello della federazione, con le direttive da trasmettere ed i compiti per ognuno di noi. Era ovvio che l’organizzazione partiva dal partito comunista, ma non sapevamo da dove e da chi.

Il mio compito era quello di prendere contatti con altri compagni occupati nell’officina SASIB, di fronte all’Ippodromo, fuori Galliera, per la consegna della stampa clandestina da distribuire in fabbrica, in preparazione dello sciopero, affinchè vi fosse il massimo di partecipazione e di adesione. In questo lavoro mi aiutava anche mio fratello Rino, che era capo reparto saldatore in detta officina.

Nel mese di febbraio, alle 6 di mattina, una squadraccia di fascisti fece irruzione nella nostra abitazione di via Pier Antonio Rappini 25; cercavano mio fratello Rino e non trovandolo misero sottosopra tutta l’abitazione. Mio fratello ed io dormivamo fuori da due giorni, perchè lui era stato avvisato di una probabile denuncia da parte della direzione della fabbrica dove lavorava. Rino era in via Roma 2 presso amici di nostro padre, ed io ero in via Drapperie 10, nella cantina del negozio dove lavoravo quale primo commesso della ditta Sergio Cavazza, della quale, per la mansione affidatami, ero in possesso delle chiavi.

I nostri genitori, pressati di domande e anche minacciati affinchè dicessero dove fossero i figli, appena fu possibile abbandonarono l’abitazione rifugiandosi presso amici, dove rimasero fino alla liberazione di Bologna. Nonostante la precarietà delle abitazioni, nessuno occupò la nostra casa di via Rappini, penso per evitare lo scontro quasi continuo con inquirenti fascisti, sempre alla ricerca dei nostri recapiti. Fu mentre ero in via del Riccio che, in seguito alla nuova situazione e in base alla mia età, fui indirizzato in montagna.

Ricordo che mi diedero una decina di cartoline numerate, strappate a metà, in quanto l’altra metà sarebbe stata consegnata ad altri ragazzi diretti in montagna, e ciò in ossequio alle prime regole della cospirazione e della prudenza. Approfittai della cosa per consegnare due cartoline strappate a metà ad un certo sig. Govi, che in seguito ci indirizzò due bravi partigiani: Cesare e Leopoldo. Avevo conosciuto Govi nel negozio dove lavoravo e mi aveva confidato di avere un figlio soggetto a leva, nascosto in casa e quindi renitente alla leva di Salò; dissero che lo avrebbero inviato volentieri dai partigiani in zona di montagna.

Sapevo che nella zona di Monte Cavallo, sopra Porretta Terme, esistevano dei nuclei partigiani già alla ricerca delle prime armi e costretti anche a fare colpi per sostenersi perchè non avevano un rifornimento adeguato di viveri. Mi fu detto che dovevo trovare i punti e i mezzi per far giungere un regolare rifornimento per circa un mese, che dovevo inoltre prendere contatti con i gruppi partigiani dopo di che si sarebbe mandato in luogo della gente adatta per fare una unica formazione organizzata e per ricevere i lanci alleati.

Partii con destinazione Granaglione, un comune incastrato nella collina sotto il Monte Cunizzo, raggiungibile dal paese in un’ora circa di passo montanaro. A quell’epoca, la strada collegata con Porretta finiva a Granaglione, pertanto il paese era tranquillo e pieno di sfollati. Vi ero stato un paio d’anni prima, in villeggiatura, e conoscevo diverse persone del luogo: il postino, l’autista del servizio della corriera, l’albergatore, Gina la bottegaia e altri. Mi misi al lavoro; pensavo a Bruno, l’autista di corriera. La sua corriera partiva dal paese e tornava a Granaglione; le soste di notte le faceva sempre in paese. Però rinunciai a quel servizio: era insufficiente. Tanta gente era in continuo viaggio, con richieste più o meno legittime che l’unico agente non poteva esaudire, inoltre si trattava di un vecchio autobus, sempre in riparazione e in quei casi il servizio non funzionava perchè non c’era nessun’altro pullmann di riserva. Granaglione era formato da diverse borgate: il Poggio, il Poggiolo, la Montagna, la Villa e la Valle.

Studiai la posizione e ritenni che la borgata chiamata la Montagna favoriva i miei piani; trovai con fatica e grazie all’aiuto di un amico che aveva una casetta in quel paese, una camera vasta situata nell’ultima casa, dove dalla finestra di dietro si poteva saltare nel bosco attraverso un masso di un torrente che scende a precipizio dietro la casa; questo secondo passaggio, se fatto di notte, permetteva di entrare e di uscire senza essere visti dagli abitanti. Trovai il marito della Gina, la bottegaia, che faceva il carrettiere e tutti i giorni trasportava per conto terzi merci di ogni genere, disposto a trasportare merci indirizzate alla moglie da Porretta a Granaglione, depositando tale merce nel suo magazzino, e a notte inoltrata noi l’avremmo prelevata e trasportata nella camera affittata a mio nome. Io figuravo sfollato, una cosa credibile, perchè gli abitanti mi conoscevano per esserci stato ancora in precedenza.

Ritornai a Bologna e, dopo una breve comparsa in via del Riccio, mi indirizzarono ad un certo sig. Bortolotti, commerciante, tramite il sig. Pasquale Rosi, padre del nostro partigiano Guido. Vidi anche il sig. Govi che nell’occasione garantì il commerciante e così le trattative vennero concluse felicemente; in tale incontro seppi che il sig. Govi era allora direttore della Previdenza Sociale.

Ritornai a Granaglione con i seguenti amici disposti a combattere: Guido Rosi, Filippo Stagni, Elmo Veronesi, Giorgio Roffi, Aurelio Fazzi, Pietro Gulinelli e pochi giorni dopo vennero anche Ferruccio Pilla e Cesare Govi. Saliti a Monte Cunizzo ci costruimmo una vasta capanna in mezzo alla pineta, in zona tanto folta che senza l’aiuto di certi segni era difficile trovarla. Mangiavamo insieme, ma spesso io dormivo nella camera di Granaglione e a turno mi accompagnava un altro compagno, per trasportare i viveri dal magazzino della bottegaia alla mia camera e quindi nella capanna. Inoltre dovevo vivere quasi sempre in paese, per indirizzare i nuovi arrivati a studiare la situazione, oltre a quella dei gruppi di montagna.

La situazione nella zona era la seguente: nel rifugio di Monte Cavallo c’era un gruppo di circa 30 uomini, quasi tutti giovanissimi, guidati da un ragazzo chiamato Toscanino che era del luogo pechè abitava a Borgo Capanne. Il Toscanino era energico, specie nelle azioni, al punto che senza alcun aiuto era riuscito ad armare discretamente la sua formazione; però era spesso assente dal rifugio e coi suoi più stretti collaboratori, che avevano un carattere diverso, scoppiavano spesso aspre liti.

Non c’erano viveri per tutti, la zona non produceva nulla e quindi nemmeno i pastori la frequentavano. Inviai da loro il nostro Aurelio Fazzi che fu scaltro ed in pochi giorni divenne il loro cuoco; ma era un compito gravoso! Dopo una settimana scappò, aveva fatto una polenta, ma senza sale perchè non ce n’era e le lagnanze furono tali che lo dimisero da cuoco e per poco non fu bastonato.

Quel gruppo, che era il più consistente, già discretamente armato, era costretto a fare colpi per procacciarsi viveri nei centri abitati, sottraendoli alla popolazione affamata. Infatti più tardi, nel 1945, ritornai a Granaglione già liberata, e portai qualche quintale di farina prelevata a Gaggio Montano e fui considerato come un benefattore tanto forte era la fame. Si pensi che a Granaglione si faceva il pane con patate e farina dolce di castagna.

Al rifugio di Monte Cavallo si poteva anche arrivare con automezzi, da Castelluccio attraverso 12 chilometri di strada forestale assai tortuosa ma percorribile e sapevamo che da questa direttrice poteva venire un attacco dei nazifascisti; perciò si faceva un servizio di guardia continuativo, alternato da tutti i partigiani e non solo da quelli del Toscanino. Il corpo di guardia era stato piazzato un chilometro prima, verso Castelluccio, con l’installazione di una vecchia mitragliatrice francese Saint-Etienne, a raffreddamento ad acqua.

Dall’altra parte, oltre il rifugio, continuava la strada ridotta a mulattiera, sulla dorsale del Monte Cavallo, in mezzo ad una bella pineta che durava circa 5 chilometri, fino a Monte Cunizzo, da dove si poteva osservare un’ampia veduta, e già in basso i tre bacini di Pavana, Suviana e Brasimone. In questo tratto di mulattiera, o sentiero, alloggiati in capanne o casoni preesistenti, vi erano piccoli gruppi di giovani venuti quassù per fare i partigiani, con ragioni diverse, per cui erano indecisi se entrare in un’unica formazione, e perciò vivevano autonomi; fra questi ne ricordo uno che venne guidato dai fratelli Montanari, il cui padre avevo conosciuto a Bologna.

Visitai tutti questi ragazzi, molti speravano di poter ritornare a casa dopo 15 giorni per l’arrivo degli alleati e pertanto ritenevano che non fosse necessaria la formazione di un gruppo unico; gli altri non vedevano di buon occhio l’andazzo del gruppo più forte che pretendeva di assorbire i più piccoli e comunque tutti assieme potevamo fare una formazione di 70 uomini. In verità mancavano anche uomini capaci di dividere le forze in reparti, sotto un unico comandante e, questi uomini arriveranno più tardi, non in tempo utile per coordinare questi gruppi. A Granaglione con me, di solito a notte inoltrata, veniva Cesare Govi, per aiutarmi a trasportare con zaini prima dell’alba le merci nella camera e se ne andava con quanto necessitava su, nel gruppetto; nel limite del possibile aiutavamo con viveri anche altri gruppetti. Io rimanevo per gli altri servizi, quali prenotazioni e prelevamenti di tabacchi in base alle tessere in possesso dei partigiani e ricordo che ero in possesso di 37 tessere.

In questa attività iniziale non mi mancò l’assistenza della fortuna. A Granaglione esisteva un distaccamento della guardia repubblichina, sistemata nella caserma dei carabinieri e comandata dal maresciallo Mantesini, che avevo conosciuto nel periodo militare, come maresciallo di cavalleria in forza al 10° Reggimento Lancieri di V.E. II. Così all’inizio l’incontro fu amichevole ed egli si premurò subito di mettere in evidenza il motivo che l’aveva spinto ad entrare in tale reparto: disse che aveva moglie e due figli, senza nessun altro reddito all’infuori dello stipendio, che gli era stato sospeso. Dopo qualche mese di attesa dopo l’8 settembre, era stato — egli disse — costretto a presentarsi. Quando gli feci notare che era finito tra i fascisti mi assicurò che lui si era presentato al Distretto per un servizio nell’esercito, ma fu inviato in quel reparto conservando il grado di maresciallo di cavalleria. A me in fondo poco interessava la verità su questo fatto e invece pensai ad un certo rapporto tra noi e il maresciallo al fine di agevolare la nostra attività. Così potei essere informato di fatti che potevano interessarci, come l’arrivo in licenza di militari che non era difficile alleggerire del fucile, o come certi movimenti della truppa e altre notizie che ci consentirono di evitare inutili scontri. Il maresciallo ci fornì anche delle attrezzature di magazzino per migliorare l’alloggio dei partigiani e precisamente, pagliericci, coperte e zaini.

Tutto questo per un periodo limitato al massimo di un mese che doveva servire al maresciallo per trasferire la famiglia a Reggio Emilia, presso un fratello con ciò favorendo una nostra azione per disarmare il suo reparto, dopo di che si sarebbe unito a noi quale componente della Brigata.

L’afflusso dei ragazzi in montagna era ormai continuo e l’armamento era il primo dei problemi, di qui la necessità continua di colpi di mano che però erano fatti senza un piano preciso, perchè attuati da più formazioni e spesso nella stessa zona. Ciò portò ad insuccessi e comportò l’individuazione della zona da noi occupata. Le azioni erano in genere fatte contro gli automezzi, i portaordini in motocicletta, nelle stazioni di Biagioni e Molino del Pallone contro piccoli gruppi di soldati tedeschi in attesa di prendere il treno, sempre cercando di non fare vittime per evitare rappresaglie.

La strada più battuta era quella che dalla Porrettana, al Ponte della Venturina, sale a Pracchia. Questa zona era battuta non solo dalle formazioni del Monte Cavallo e Cunizzo, ma anche da quelle dirette da Urio, il cui presidio era alla Caffa, nel versante verso Lizzano e Urio l’abbiamo rivisto anche a Granaglione a fare il pirata contro la popolazione che all’inizio era stata favorevole al nostro movimento. Urio sequestrò anche la cavalla al fornaio che faceva il pane per noi e che ci era indispensabile per trasportare la farina e l’acqua al forno, e poi sottrasse dei muli a singole famiglie senza tenere conto che in quella zona il mulo era l’unico mezzo per poter lavorare.

Cominciammo così, a causa di questi fatti sconsiderati, a non essere più visti bene nel paese, per i colpi di mano indiscriminati, attuati senza coordinamento fra i reparti ed io pensavo già, e non ero il solo, che era venuta l’ora di cambiare zona. Inoltre si preannunciava già qualche rastrellamento in grande stile. Feci pressione presso il maresciallo Mantesini al fine di portare a compimento il piano concordato, e anche il Romanino, un mulaio che aveva salvato i suoi muli, era disposto ad unirsi a noi sicuro di portarsi dietro diversi ragazzi.

Il maresciallo però cominciò a rinviare il colpo di sera in sera e nel frattempo era giunto con noi anche Fernando Baroncini (Nino) un vecchio socialista molto scaltro, un vero galantuomo, che aveva approfittato del momento delicato precedendomi nell’idea di cambiare zona. Egli era stato favorito da un fatto avvenuto nella formazione del Toscanino, il quale rimase ferito durante un colpo di mano che non riuscì alla perfezione, fu portato a Monte Cavallo; qui Baroncini riuscì a far trasportare il ferito in un ospedale di Bologna, credo al Centro Putti, dove fu curato dal prof. Scaglietti e guarito come un soldato normale. Jele, che aveva preso il posto del Toscanino, venne pure lui ferito accidentalmente alla spina dorsale e morì in pochi giorni.

Baroncini, inseritosi pian piano in quella formazione con un piano preciso, propose di trasferire la formazione stessa sopra ai Boschi e quasi tutti lo seguirono. Più tardi arriverà il Capitano Toni per prendere il comando di quella formazione che era stata denominata Brigata Matteotti di Montagna.

In questa situazione decisi di attuare, coi partigiani, circa 15, che erano con me l’azione per il disarmo dei fascisti del distaccamento di Granaglione col proposito di unirci poi alla Brigata che ci dava maggior garanzia. Poiché da Bologna era finito il contatto per i viveri ed in considerazione che i nuovi partigiani venivano inviati in altre zone e le formazioni erano già formate, ci fu detto che dovevamo spostarci nella zona di Montefiorino: questo fu l’ultimo ordine avuto tramite la staffetta Pina, da Granaglione.

Finalmente fu fissata la data, poteva essere dal 15 al 20 di giugno 1944.

Mantesini avrebbe favorito l’attacco che noi avremmo fatto, accerchiando la caserma ed entrando dalla valle per una porta finestra che doveva essere sguarnita; il maresciallo, che abitava al lato della caserma, avrebbe invitato qualche militare a giocare a carte, mentre, a suo dire, avrebbe allontanato un duro inviandolo in permesso. Però nel frattempo non aveva trasferito la famiglia come stabilito; arrivammo alla vigilia senza che questo fosse avvenuto e alla notte precedente a quella dell’azione non riuscimmo di vedere il maresciallo.

All’alba, circa alle 4 o le 5 del mattino, fui svegliato da una signora che mi chiamava piano sotto la finestra, e mi avvisò che tedeschi e fascisti stavano accerchiando l’intero paese. Con me c’era Cesare, il quale prese lo zaino dei documenti ed uscì dalla parte della collina, sfruttando il torrente che tante volte ci aveva favoriti. Io volli distruggere altre cose e così perdetti qualche minuto; spenta la luce, cercai di seguire Cesare, per la stessa strada, ma dalla finestra vidi 4 o 5 soldati piazzati 50 metri più avanti; anzi uno di questi, di sentinella, era fermo su un masso del torrente per cui non avevo più la possibilità di uscire.

Il cerchio era stretto da un fascista piazzato all’altro lato, e al più dovevo avere 4 o 5 metri, per tentare la fuga, servendomi della pistola. Era quasi un suicidio.

Ritornato in camera, pensai di nascondermi; la camera era soffittata con una apertura di accesso al sotto-tetto, ben fatta, per cui per chi non lo avesse saputo, difficilmente avrebbe potuto pensare a quel nascondiglio. Misi una sedia sul comò, raggiunsi il sottotetto armato di pistola, trascinandomi dietro la sedia. Il sottotetto era talmente basso che a stento riuscii a fare entrare la sedia e fui fortunato perché l’apertura coincideva con il punto più alto del sottotetto e così riuscii a trovare posto per me e anche per la sedia.

Non avevo scelta, ero costretto a stare sdraiato in mezzo alla polvere, circondato da rondoni che cinguettavano, spaventatissimi, per qualsiasi movimento che fossi costretto a fare. I fascisti, ultimato l’accerchiamento incominciarono dai due lati del paese e precisamente dalla Villa alla Valle perquisendo casa per casa e controllando la posizione di tutte le persone, per cui alla borgata Montagna, dove io ero nascosto, essendo al centro del paese arrivarono alle 14 circa.

Mi trovavo lassù dal mattino presto, il calore sviluppato dal tetto era insopportabile, avevo impastato la polvere con il sudore che colava dal mio corpo come da un pezzo di grasso sul fuoco. La mia urina dovevo farla sul palmo della mano e stenderla sulla polvere lontano per evitare che filtrasse sotto e rivelasse la mia presenza. Avevo lasciato la porta aperta, perchè potesse passare inosservata e avevo lasciato un certo ordine tutt’attorno. Entrò un solo fascista che non notò nulla, proseguì oltre, ma dieci minuti dopo entrarono due fascisti i quali chiamarono l’ufficiale e in un baleno si riempì la camera e la casa.

Trovarono due quintali di pasta e una cassa di scatolette, tutto il resto era stato portato vicino nella capanna di Monte Cunizzo; la pasta non si poteva portare su a causa dell’umidità che l’avrebbe deteriorata. Fermarono della gente nelle vicinanze ed anche la padrona di casa e non mancarono i volontari anche in questa interrogazione; da lassù ascoltai meravigliato per le tante cose che sapevano di me e sull’attività partigiana. L’unica persona che in quell’occasione cercò di aiutarmi, fu una bambina di sei anni presente alla scena, di nome Sandra.

Pensavano che io mi trovassi in paese e che non fossi, come realmente era, uscito dal cerchio, perchè dei testimoni assicuravano che durante la notte, o meglio la sera prima, ero stato visto entrare in casa, allora alla Sandra fu chiesto: «Tu hai visto vero questa mattina il sig. Renato?» Lei rispose: «Io no e poi alla sera vado sempre a letto presto!».

Intanto passarono alle minacce e cominciarono a portare dentro alla casa delle fascine per bruciare tutto; dall’alto potevo ascoltare il colloquio; la padrona di casa fu molto loquace nel sfodarera le sue virtù e dei suoi famigliari a favore del fascismo e a spiattellare le mie tendenze contrarie; indicò la mia abitazione di Bologna dove avrebbero potuto trovare i miei genitori (per questo ero tranquillo perchè erano stati costretti ad abbandonare la casa) cosa che lei non poteva sapere perchè dai primi bombardamenti si era trasferita a Granaglione dove nel passato veniva solo d’estate e l’inverno abitava con una figlia in un appartamento in via Aglebert, le cui finestre prendevano luce dal cortile dove abitavamo noi.

Finalmente, alle 16 circa, lasciarono la casa e poi anche il paese, dopo aver fucilato il fratello di un partigiano, perché avevano trovato nella casa una bomba a mano, e portando con loro una decina di persone in stato di arresto.

Sceso dall’incomoda posizione fui subito affrontato dalla padrona di casa e dal figlio Bruno che mi intimarono di lasciare subito la camera. Avevo ascoltato le minacce di bruciare la casa, ma loro non ricordarono i benefici che avevano ricevuto solo qualche giorno prima. Con grande amarezza abbandonai Granaglione e raggiunsi i miei compagni sui monti. Mi accolsero commossi; stavano già preparando le loro cose per raggiungere Baroncini, che più volte ci aveva chiesto di unirci alla sua formazione, ed erano ormai rassegnati di avermi perduto per sempre.

Cesare era riuscito a passare per un soffio dall’accerchiamento non ancora completo, lo videro e gli spararono, ma non lo colpirono. Cosi l’umore tornò discreto e Araldo mi disse: «Credevo tu avessi scelto di dormire a Granaglione per  vivere meglio che con noi; ma ho capito che sbagliavo».

Fissammo per il giorno dopo la riunione per decidere, democraticamente, la destinazione del nostro gruppetto. Quella volta discutemmo anche di politica e ricordo che Cesare, democristiano, un discreto parlatore, era ascoltato con curiosità perchè la maggioranza di noi non sapeva di questo partito, e lui lo sosteneva tanto bene che nella discussione tra me, comunista, Pietro Gulinelli, socialista, e lui si era creato un interesse, una passione generale.

Prima dell’alba ero andato a Granaglione per parlare con l’amico Antonio Guiati, uno sfollato di una certa età, antifascista, che fu lieto di incontrarmi per parlarmi del rastrellamento del giorno prima; per non destare sospetti mi disse che sarebbe venuto per la solita passeggiata alla mulattiera che portava al monte e così l’aspettai.

Seppi così che il maresciallo figurava di essere stato portato a Porretta, unitamente al suo reparto e, infatti non c’era più nessuno alla caserma, però la famiglia era partita due ore prima con la corriera e non ne seppi più niente fin dopo la liberazione, né potei appurare se ebbe o meno delle responsabilità nel rastrellamento che portò al fallimento del nostro piano.

Tornando a noi, tutti riuniti decidemmo di entrare in una formazione seria, con una certa consistenza, per renderci utili sia per il fatto offensivo che per difenderci meglio; decidemmo di non entrare in formazioni irregolari, anche se più numerose e meglio armate. Così formammo tre pattuglie col compito di visitare le formazioni e riferire al ritorno, entro due giorni, l’impressione avuta. La prima pattuglia era formata da Pippo, dal Rosso che era stato col Toscanino poi aveva chiesto di venire con noi e si chiamava Franco Casarini, da Guido ed io: visitammo le formazioni di Orsigna, sulle colline pistoiesi. La seconda pattuglia, formata da Leopoldo, Cesare Govi e Firmino, si recò alla Sega Vecchia e alla Caffa dove c’era la Brigata Giustizia e Libertà. La terza pattuglia, formata da Pietro, Giorgio, Araldo e Suviana si diresse verso i Monti della Riva dove doveva trovarsi Baroncini con il suo gruppo della Matteotti. Fummo tutti di ritorno, puntuali, nel giro di due giorni e ognuno raccontò le proprie impressioni.

La decisione fu di unirci alla formazione di Urio, che in quel momento era bene armata e organizzata da un ufficiale dell’esercito, il ten. Marongiù (Ferrante). Il capo pattuglia Leopoldo, che ci fece preferire Urio, era convinto che si trattava di un distaccamento appartenente alla Brigata Giustizia e Libertà, comandato da Pietro Pandiani, assicurandoci che di Urio c’era rimasto solo il nome nella formazione. Fummo accolti bene da Ferrante, che ci comunicò che aveva bisogno di noi per formare dei quadri per riorganizzare meglio la formazione, anche per limitare ulteriormente le velleità di Urio; ricordo che c’era un ufficio fureria, una cucina e gli uomini erano divisi in squadre. Urio figurava come capo della formazione, ma non lo era ufficialmente; faceva le azioni in piena libertà, si sceglieva gli uomini, ma doveva, prima di partire, concordare il piano con Ferrante. I viveri venivano prelevati a Monte Acuto delle Alpi da commercianti, con buoni rilasciati dalla fureria.

Urio era un vanitoso, era spesso a cavallo, montava discretamente la cavalla presa al fornaio di Granaglione, vestiva di rosso, con i gradi di capitano con stelle bianche; un giorno mi chiese se all’arrivo degli alleati o americani questi gli avessero lasciato i gradi e io gli risposi che pensavo di sì, ma senza prendere sul serio questa e altre domande, come facevano quasi tutti gli altri che pensavano a cose più serie. La formazione si trovava su di un vasto altipiano a circa mille metri di quota, dove c’erano quattro o cinque case una delle quali serviva da sede del comando; Ferrante e la nostra squadra era al primo piano e a piano terra c’era la cucina, la fureria (locale deposito viveri), una sala di raduno ed all’esterno, vicino al porcile, un locale adibito a prigione che ospitava un tipo chamaito Piccolo, in realtà alto due metri, un fascista molto noto per aver fatto il manganellatole nel 1922 e anche perchè fu uno dei primi fotografi che girava per le strade di Bologna. Di fronte, in un casone (Casone = piccolo fabbricato senza finestre che serviva per essicare le castagne.) alloggiava Urio con i suoi fidi.

A est, verso Monte Acuto delle Alpi, a un chilometro dal comando, collegata con uno stretto sentiero, c’era una casetta di un solo vano dove c’era il corpo di guardia; le squadre si alternavano con turni di 24 ore. La formazione contava circa 80 uomini, fra i quali una quindicina di russi con un loro capo. Ferrante, che ci sistemò vicino a lui come squadra autonoma, come quella dei russi, ci mise al corrente delle molte cose che non andavano bene e ci disse che contava su di noi per far funzionare meglio la formazione. Urio aveva ripreso la sua autorità e le sue scorribande. Aveva fatto pressioni sul prigioniero per avere indirizzi di suoi amici ricchi cui chiedere somme di denaro. Non so se ci riuscì o se Ferrante lo fermò in tempo; ma il fatto è che ricominciò il dissidio.

Dopo una decina di giorni (nel frattempo avevamo respinto un attacco tedesco durante il quale avevamo subito la perdita di due ragazzi), una mattina presto, prima della sveglia, sentimmo dei rumori; era Urio con i suoi luogotenenti che imponeva a tutti una riunione davanti alla casa del comando e dopo poche parole disse: «Chi è con me alla destra, chi invece vuol stare con Ferrante, a sinistra contro la parete della casa». Voleva essere l’unico a comandare ed essendo sicuro che avrebbe avuto ugualmente tutti al suo servizio, Urio rinunciava al riconoscimento e all’aiuto del Comando unico regionale.

In quel periodo, presso la formazione vi era un ufficiale alleato con due uomini, uno dei quali era chiamato «il Turco». Erano venuti nella formazione per valutare se potevano proporre dei lanci a mezzo aerei e prima erano stati in visita alla Brigata Giustizia e Libertà e si erano incontrati col Capitano Pietro. Alla proposta di Urio, io mi misi dalla parte di Ferrante e altrettanto fecero una ventina di giovani; un’altra parte, si spostò alla destra e la restante parte restò sorpresa e indecisa. Allora Urio, cominciò ad urlare, mentre Ferrante sicuro di essere nel giusto, non reagì anche perchè fra gli indecisi c’erano i 15 russi che non capivano bene l’italiano: il vestito rosso di Urio e il migliore armamento della sua parte furono fati determinanti a suo favore.

Urio volle le nostre armi, ma noi non cedemmo anche perchè quelle armi le avevamo conquistate nelle prime azioni contro i tedeschi. In seguito, Urio già soddisfatto dal successo, ci impose di bere un bicchierino, dopo di che lasciammo la Caffa, nel tardo pomeriggio, in direzione della Sega Vecchia, dove c’era la Brigata Giustizia e Libertà.

Arrivammo in Brigata il mattino seguente. Poco prima dell’arrivo ci contammo, eravamo, credo, 25 cioè la nostra squadra più il ten. Ferrante, il furiere Mari, l’aiuto furiere Pitagora, e poi Suviana, Elio Albertazzi, il Rosso, poi qualcuno che prima era con Urio e anche i tre della missione americana, che era denominata Kappa O.

Ci incontrammo col Capitano Pietro e avemmo subito l’impressione di un uomo serio, forte, attaccato alla tradizione militare; aveva combattuto fino a pochi mesi prima in Africa settentrionale e non si fidava di nessuno. In principio pretendeva il saluto, specie dalla sentinella, ma in seguito cambiò e divenne un buon amico, ma sempre rispettato da tutti. Eravamo convinti di aver incontrato l’uomo che ci voleva per fare la guerra partigiana nel modo più serio e non avventuristico.

Dopo qualche giorno la Brigata si spostò e, dopo una sosta a Monte Grande, proseguimmo per il passo del Cancellino, dove ci incontrammo con Baroncini e il suo gruppo Matteotti; facemmo un rancio unico all’aperto, ma appena finito fummo investiti da raffiche di mitragliatrice; nel breve scontro morì Bruno, un ottimo ragazzo che era stato militare con me nello stesso squadrone. Scendemmo di nuovo alla Sega Vecchia e qui Pietro inviò il nostro gruppo, al comando di Ferrante al passo della Donna Morta con la qualifica di distaccamento della Brigata Giustizia e Libertà.

Qui appresi che Ferrante agiva per conto suo e aveva dei contatti diretti con Bologna e capii che stava vicino a Pietro per meglio difendersi, specie in quel momento e dopo la riduzione della forza della sua formazione. Infatti un giorno, mentre eravamo al passo della Donna Morta, si assentò e le ragioni non le ricordo: so solo che doveva ritornare fra due giorni, invece non tornò più; lo rividi solo dopo la liberazione in Bologna in una delle sedi del Comando regionale della Resistenza.

Il 19 luglio 1944, una staffetta di Pietro, ci fece avere una busta gialla per Ferrante e noi non l’aprimmo poiché ritenevamo che Ferrante fosse in arrivo. Ricordo che Leopoldo disse di aspettare l’indomani; anche perchè la staffetta poteva partire solo il mattino successivo, essendo già sera e durante la notte in zona di alta vegetazione era difficile orientarsi per chi non era del luogo. Sapemmo solo all’indomani che Pietro ci consigliava di raggiungerlo subito, in quanto aveva saputo di piani di rastrellamento nella nostra zona e nella busta ci indicava anche l’itinerario da seguire.

All’alba però, (non avevamo ancora aperto la busta) fummo sorpresi da un vocio tedesco tutt’attorno; sorpresi, prendemmo le armi, abbandonammo la casa forestale dove ci eravamo alloggiati lasciando coperte, muli e parte dell’equipaggiamento per cercare un posto favorevole per la difesa. Però non ci fu il tempo necessario e a stento spegnemmo il fuoco che ormai non serviva più e ci inoltrammo nella macchia vicina che però era secca, forse per un precedente fuoco, ed il fondo era sabbioso e quindi fu facile per i tedeschi seguire le nostre tracce. Imboccammo la stradetta che saliva il Monte Grande per una ventina di metri e dietro di noi sentivamo sempre i passi dei tedeschi. A un certo momento deviammo a sinistra, dopo un muro di sostegno della stradetta, su di un pendio che saliva rapidamente, dove pochi alberelli e pochissime frasche potevano proteggerci. Ricordo che percorsi una decina di metri senza trovare alcun riparo e allora mi piantai in piedi col fucile spianato verso la parte finale del muretto dalla quale dovevano spuntare i tedeschi e dove c’era un varco di circa tre metri tutto allo scoperto. Subito spuntò fuori dal muro un sergente che si fermò per guardare le nostre tracce sul terreno e così si diresse anch’egli a sinistra, ma subito vide il mio fucile puntato contro di lui e forse vide anche i compagni sparsi attorno, oppure pensò che ci fossero. Così per alcuni secondi, interminabili: il tedesco, sempre fermo, riprese a guardare in basso, parlò con qualcuno che lo seguiva e che io non riuscivo a vedere e certo meditava sul da farsi. Una cosa era certa e cioè che io ero in grado di colpire per primo sé avesse dato l’ordine di attaccarci.

Mi accorsi ben presto che quel tedesco capì la situazione e infatti riprese la marcia in avanti lungo la mulattiera, verso il Monte Grande, guardando in terra e fingendo di non averci visti. Dalla mia posizione vidi passare 13 uomini, uno per uno con il fucile o mitra alla spalla e tutti guardavano a terra e nessuno cercò di guardare altrove.

Nonostante la tensione, nessuno di noi fu tentato di premere il grilletto: avremmo potuto eliminare quella pattuglia, ma attorno ce n’erano delle altre e alla fine non avremmo potuto tenere; inoltre tutti compresero dal comportamento del sergente che anch’egli voleva evitare lo scontro. Seguimmo con l’occhio i tedeschi ed erano appena scomparsi oltre ad una curva quando sentimmo gli spari di due colpi di fucile e capimmo che erano un segnale per le altre pattuglie; seguirono infatti altri colpi, sempre a due alla volta, distanziati da circa mezzo minuto.

La pattuglia che era passata a pochi passi, si era fermata a una cinquantina di metri; bloccando il lato sinistro del monte e quindi era logico pensare che tentavano di accerchiarci. Allora Leopoldo propose di scendere in basso, seguendo un canalone, passando dove era passata prima la pattuglia, per attraversare in quel punto la strada. Dissi che ero d’accordo, però feci notare che avremmo dovuto passare a 50 metri circa da dove si erano piazzati i 13 tedeschi e c’era da pensare che avrebbero bloccato il passaggio nell’attraversamento della strada, per cui dovevamo prevedere questa eventualità e nel caso aprirci la strada combattendo. Non tutti i partigiani del nostro gruppo furono però d’accordo con questa idea ed una decina di ragazzi salì verso la cima del monte, con ciò favorendo il piano dei tedeschi che stavano frattanto stringendo il cerchio e infatti alcuni di loro caddero nelle loro mani.

La nostra discesa fu immediata: la pattuglia dei 13, non ancora appoggiata dalle altre pattuglie, non ci attaccò, forse non si accorsero nemmeno di noi, in quanto cercammo di uscirne alla spicciolata e tenendo la destra più che fosse possibile. In fondo a quel canalone ci rendemmo condo di esserci sottratti al rastrellamento tedesco e quindi, con calma, riordinammo le idee; ci contammo: eravamo in 24 e mancavano 9 uomini. Fu allora che aprimmo la busta gialla di Pietro; troppo tardi però, non serviva più; comunque sapevamo dove trovare la Brigata Giustizia e Libertà. Convenimmo che senza coperte e senza muli non potevamo raggiungere la Brigata; ormai conoscevamo Pietro e non l’avremmo senz’altro passata liscia e inoltre volevamo riscattarci per meritare la fiducia accordataci.

Verso le 18 partimmo di nuovo, diretti alla Donna Morta, per tentare di recuperare ciò che avevamo abbandonato nella mattinata, confidando che, come in altre occasioni; i tedeschi non fossero rimasti in una zona isolata; decidemmo di partire a quell’ora per essere alla Donna Morta verso le 19. Raggiunta la mulattiera, circa a metà del tratto che congiunge la Sega Vecchia con la casa forestale del passo della Donna Morta, strada che a questo punto corre a circa 50 metri dal crinale, ed è quasi priva di vegetazione, mandammo Pippo sul crinale, in osservazione, e noi seguivamo a un centinaio di metri: in testa eravamo Leopoldo (che fungeva da comandante), Pitagora, Mari, Suviana, il Turco, Aroldo, Firmino, io e poi gli altri.

Alle 19 circa vedemmo un gruppo di uomini in marcia verso di noi e ci accorgemmo che in testa c’erano i nostri muli; però, causa il sole che ci batteva negli occhi non riuscimmo a distinguere chi accompagnava e seguiva i muli. Ognuno faceva le proprie ipotesi e prevaleva la convinzione che fossero partigiani della Brigata Giustizia e Libertà.

Il gruppo era ormai vicino e marciavamo senza nessuna sicurezza. A un certo momento Pitagora partì veloce, quasi di corsa, verso il gruppo e pensammo che avesse visto qualche conoscente: purtroppo i tedeschi avevano fatto quello che noi di solito facevamo in simili casi e cioè avevano messo alla testa della colonna i nostri nove ragazzi caduti prigionieri e con essi i muli e dietro e in mezzo c’erano i tedeschi.

In queste condizioni arrivarono a una ventina di metri da noi e subito aprirono il fuoco coi mitra a braccio. Io fui colpito subito alla testa e, cadendo, ruzzolai giù, in fondo alla scarpata per circa un centinaio di metri e rimasi svenuto. Non so, ma credo che non ci sia stata una adeguata risposta al fuoco da parte nostra, causa la sorpresa; però i nostri giovani, già in mano dei tedeschi, riuscirono a fuggire e solo Pitagora rimase nelle loro mani e fu fucilato il giorno dopo a Monte Acuto delle Alpi.

Io ero laggiù, immobilizzato: mentre rotolavo in basso ricordo che pensai a mia madre ed al dolore che le avrei dato morendo, perchè in quel momento mi sentivo già alla fine. Non pensavo a me stesso al punto che non sentivo nemmeno alcun dolore. Non so quanto tempo restai privo di sensi, ma quando mi svegliai era già sera inoltrata; il sole non c’era più, all’orizzonte c’era una luminosità spenta che preannunciava la notte vicina. Ero imbrattato di sangue dalla testa ai piedi e cercavo invano la ferita; a carponi riuscii a portarmi sulla mulattiera e ricordo che avevo ancora con me il fucile. Mi incamminai, barcollando, verso la Sega Vecchia; nel luogo dello scontro, tutto era deserto e c’era un silenzio da cimitero.

Superai un tratto in salita con enorme fatica e presi a scendere l’altro versante, verso la Sega Vecchia; arrivai in fondo, dove scorre un ruscello, mi liberai a fatica del moschetto e mi buttai nell’acqua fresca. Fu in quel momento che qualche partigiano disperso mi notò e venne in mio soccorso. Riconobbi Fido, Pippo e poi Guido: mi portarono di peso alla Sega Vecchia, dove una staffetta ci indirizzò al nuovo posto dove si era trasferito Pietro con la Brigata Giustizia e Libertà. A detta dei compagni io ero intrasportabile, perciò la decisione della maggioranza fu quella di abbandonarmi sulla strada di Pianaccio, cercando di avvisare dei nostri collaboratori di Pianaccio fra i quali il commissario Tommaso Fornaciari. Ma Pippo, Guido e Firmino, legati a me da lunga amicizia, non vollero abbandonarmi e durante la notte mi portarono su di un monte soprastante la Sega Vecchia e mi accompagnarono con le poche cose a disposizione.

Il mattino seguente passò, sostando nella casa forestale, un reparto di SS tedesche, con cani poliziotti, ma non riuscirono a rilevare la nostra presenza. Passò qualche giorno e le mie condizioni erano stazionarie; nel frattempo erano arrivati altri sbandati che si erano uniti a noi e fra questi ricordo Giorgio e l’Alpino e tutti insieme decisero di trasportarmi alla Madonna dell’Acero dove esisteva un posto di collegamento con la Divisione Modena. I miei compagni fecero una barella di emergenza, con due bastoni e un pagliericcio vuoto, e a turno mi portarono a spalla attraverso i boschi, superando il Corno alle Scale.

Camminarono dall’alba a sera molto avanzata e all’Acero si arrivò a mezzanotte circa. I partigiani dormirono sotto il portico del Santuario, dopo avermi fatto un’iniezione ed avermi dato un po’ di brodo.

Poi fui portato in una capanna sul Monte Riva e qui lasciato con i soli Pippo, Guido e Firmino. L’Alpino partì con gli altri per raggiungere la Brigata e per inviare un medico che arrivò esattamente due giorni dopo, precisamente il 28 luglio. Il medico, di nome Giovacchino, proveniva da Fanano; mi trovò in condizioni gravi e disse ai miei compagni di avvisare i miei genitori e se ne tornò senza prescrivere nulla: disse solo che la pomata che avevamo era la più indicata da spalmare sulla ferita.

Io ero rimasto senza favella, ero sottoposto ad attacchi di tipo epilettico che mi lasciavano per qualche minuto con la parte destra, dal braccio alla gamba, paralizzata e pertanto, anche nei momenti migliori, non riuscivo ad esprimermi e non avevo la possibilità di farmi capire. Inoltre non riuscivo a trattenere cibo. I miei compagni riuscirono ad informare i miei genitori tramite il Turco, quello della radio, che spesso era a Bologna in missione. Riuscì a parlare con mia madre e la consigliò di non mettersi in viaggio, assicurandole che la Brigata avrebbe avuto molta cura del ferito.

Visto che io non me ne andavo pensarono bene di trasportarmi a casa del medico di Fanano e ci vollero tre giorni di marcia, sempre fra i boschi, coprendo una distanza di circa 30 chilometri. A Fanano, i compagni mi depositarono nella casa del fascio, abbandonata dai fascisti, e il dottore quando mi vide mandò a prendere un fiasco di nettorina e fece il posibile per pulire la ferita riservandosi di riaprirla più avanti poiché, per mancanza di attrezzatura non poteva in quel momento fare l’intervento.

Rimasi in quel posto solo tre giorni assistito da due ragazze che mi portavano da mangiare e mi medicavano unitamente al medico che veniva tre o quattro volte al giorno. Furono tre giorni in cui la mia vita era veramente attaccata a un filo. Inoltre a Fanano c’era un presidio tedesco ed era davvero difficile restare in incognito. La voce correva e così fui nascosto prima dentro un fosso, all’aperto, e qui continuò l’assistenza e il pomeriggio seguente arrivarono di nuovo Pippo, Guido e una pattuglietta d’amici partigiani, due dei quali mi trasportarono su una poltrona fino al centro del paese dove partivano le corriere, mentre gli altri mi proteggevano.

Saliti su di una di queste, che faceva servizio da Fanano a Modena, già discretamente piena di passeggeri, i partigiani fecero partire in anticipo l’autista fra il disappunto di tutti; gli occupanti furono fatti scendere un po’ fuori dal paese e poi la corriera filò fino a Canevare. frazione di Fanano, dove finiva la strada carrabile. Lasciato libero l’autista e il suo mezzo, con l’ausilio degli amici e di un mulo raggiunsi la località di Berceto dove trovai la Brigata di Pietro. Il dottor Giovacchino veniva su tutti i giorni a medicarmi e in mezzo a tanta affettuosità cominciai a mangiare normalmente e dopo una ventina di giorni ero già in grado di fare un turno di guardia.

I rastrellamenti dei nazi-fascisti continuavano; al Berceto si stava bene, la Brigata era sistemata in una casa colonica abbandonata, con attorno altri fabbricati minori, dove noi tutti ci eravamo alloggiati discretamente. Avevamo un fornaio che ci forniva il pane fresco e la zona, coltivata a pascolo, ci permetteva di disporre anche di carne fresca. Inoltre quella zona era zona dominante: alla sinistra avevamo una vasta zona scoperta, chiamata la Piana del Lupo, che si prolungava fin quasi al lago della Ninfa, dove terminava la strada proveniente da Sestola; a destra il territorio era più montagnoso, ma dal nostro posto potevamo controllare ad una certa distanza la strada che da Fanano raggiungeva Canevare. Era cioè un posto ottimo e fu possibile in queste condizioni riordinare i quadri della Brigata per avere i promessi lanci, due dei quali erano falliti in precedenza.

Non ci fu però tutto il tempo necessario. Le formazioni di Montefiorino, attaccate in forza dai tedeschi, dopo una dura battaglia, erano riuscite ad aprirsi un varco tagliando in due lo schieramento difensivo organizzato dal generale Armando comandante la Divisione Modena, pertanto la Brigata comandata da Pippo e la Divisione Modena si sganciarono attraversando la via Giardini e ripiegando verso di noi per oltrepassarci e dirigersi, Pippo in Toscana dove era nata la Brigata, e i reparti della Modena sui Monti della Riva.

Avendo un certo vantaggio, Pippo si fermò per rifocillarsi e ci lasciò un ferito che aveva una gamba spezzata da una fucilata e che non era più in grado di seguire la sua Brigata. Questa unità era bene equipaggiata, composta di plotoni divisi in tre squadre. Due giorni dopo arrivò la Modena, che però era incalzata da reparti tedeschi e quindi i partigiani erano costretti a combattere alternativamente e nello sganciamento dalla Piana del Lupo scendevano verso di noi, spostati però più in basso. I tedeschi dove arrivavano bruciavano ogni cosa, la popolazione fuggiva terrorizzata abbandonando le proprie case. Quella zona non era molto popolata, ma le case dei contadini erano piene di sfollati.

Il capitano ordinò il nostro schieramento in varie postazioni per essere pronti ad intervenire appena i tedeschi fossero arrivati a tiro, convergendo sul fianco dei nemici e favorendo così lo sganciamento dei partigiani della Modena.

Ero anch’io in postazione, ma con una testa tanto grossa causa le bende che ancora proteggevano la ferita che i miei compagni costruirono un sostegno di sassi per appoggiarla sopra. Venne la sera, poi la notte, ma i tedeschi avanzavano così a rilento che non erano ancora giunti al nostro tiro. Il nostro comandante che aspettava sera per sera l’aereo con i rifornimenti in un prato situato verso la cima del Monte Cimone, temeva che il nostro intervento avrebbe deviato la direzione dei tedeschi verso quella zona mandando a monte il lancio. In considerazione di ciò dispose di preparare a tempo di primato lo spostamento della Brigata.

Il mio compito era di sistemare l’altro ferito non trasportabile sotto un cumulo di fieno previo accordo con il fornaio del Berceto, che conosceva il nascondiglio, il quale doveva garantirne l’assistenza. Per questo ed altri servizi, il Capitano Pietro depositò nel suo forno 506 quintali di grano che in quella occasione non potevano essere trasportati. L’altro compito era quello di fare trasportare il massimo possibile di materiale e munizioni dal reparto someggiato, per alleggerire l’equipaggiamento degli uomini, in modo di poter sostenere, se attaccati, l’eventuale combattimento.

Ci avviammo, senza conoscere la destinazione, benché la zona nuova fosse individuabile, si camminò dalle 22 all’alba; verso le 3, durante una sosta, vedemmo il Capitano Toni con la Brigata Matteotti: anche loro erano in marcia, in formazione molto ridotta, verso il punto d’incontro che nella carta topografica era indicato come Pian Cavallaro. Vi fu un rapido saluto perchè le Brigate avevano fretta di giungere ai rispettivi posti di destinazione. Verso l’alba raggiungemmo la cima del Monte Cimone, oltrepassammo il fabbricato militare di osservazione e proseguimmo in direzione della via Giardini dove la vegetazione era molto folta e dopo 3 o 4 chilometri ci accampammo in un prato.

Nella nuova zona pioveva quasi di frequente, il freddo era intenso e le nostre tende erano impregnate d’acqua e gli scoli non tenevano e in più c’era la dissenteria dilagante che aveva colpito in particolare i due inseparabili Binda e Checco. Eravamo costretti, durante il giorno, a parlare quasi sottovoce, perchè tutti i giorni, dalle 6 alle 18, una pattuglia di tedeschi occupava il posto di osservazione del Monte Cimone a circa 300 metri in linea d’aria, dominando tutta la zona. In queste condizioni aspettavamo il lancio alleato, la nostra staffetta, la Rosina, aspettava continuamente al Berceto in attesa della parola d’ordine, o meglio del messaggio speciale che doveva essere trasmesso attraverso la radio e dal Berceto (l’unico abitato munito di radio), al campo di lancio c’erano di mezzo quattro ore di passo montanaro.

Dopo diversi giorni la radio diramò il messaggio; la staffetta arrivò in ritardo, l’apparecchio sorvolò il campo, i nostri segnali furono perciò fatti certo in ritardo, ma penso comunque in tempo utile; però l’aereo prese la via del ritorno senza lanciare nulla e non vi fu nemmeno il secondo passaggio dell’aereo che doveva esserci dopo 15 minuti. L’attesa, inutile, durò 15 giorni e subentrò lo scoraggiamento: era il terzo lancio che falliva e il secondo ci aveva fruttato solo 6 mitra perchè altre formazioni avevano preteso molto perchè i paracadute erano caduti fuori dalla nostra zona. In quelle condizioni il Capitano Pietro ritenne opportuno rinviare a casa coloro che potevano nascondersi qualche giorno, con l’impegno di ritrovarci tutti alla chiesina di Ronchidosso ad una data precisa.

La decisione era maturata anche dal fatto che nella posizione in cui ci trovavamo avevamo solo la notte per sganciarci senza essere visti dalla pattuglia tedesca del Cimone. Così rimanemmo in soli 13 uomini e 6 muli sui quali dovevamo caricare il più possibile e quanto più necessario per la difesa, l’offesa e la sopravvivenza e percorrere più di quaranta chilometri attraverso la macchia per raggiungere la chiesina di Ronchidosso.

Il trasferimento iniziò alle 17 e terminò alle 13 del giorno successivo; la marcia fu contrastata da molti imprevisti e da grandi difficoltà. Ci ritrovammo sulla Serra in circa 80 uomini. Qui il Capitano Pietro, per aumentare l’organico della Brigata, riuscì ad ottenere dal comune di Gaggio i nominativi dei giovani fra i 18 e i 35 anni, ai quali, a nome dell’esercito partigiano, inviò una specie di cartolina precetto, dirigendosi soprattutto a quelli che vivevano nascosti a Gaggio e nelle frazioni dello stesso comune. Molti aderirono presentandosi regolarmente e sorsero così altri problemi e prima di tutti quello dell’armamento. Da quel momento, tutte le sere 4 o 5 pattuglie partivano per attaccare i mezzi tedeschi in transito, oppure per attacchi contro pattuglie a guardia di ponti, depositi ecc., allo scopo di disarmarle. Restava però aperto il problema delle munizioni, in quanto le armi recuperate sugli uomini avevano scorte minime. Allora il Capitano Pietro mandò fuori delle pattuglie unicamente a questo scopo, con obiettivi precisi. Anch’io partecipai, con nove compagni, ad un’azione del genere.

Partimmo subito dopo cena diretti ad un deposito di munizioni tedesco situato vicino a Siila, in un largo terreno pianeggiante che comprendeva una parte del letto del fiume Siila vicino ai boschi; le munizioni erano dentro ad ampie buche nel terreno, cintate da un filo spinato non denso che permetteva ad un uomo di poter passare sia pur faticosamente, tra un filo e l’altro. Il deposito era a forma di cerchio e oltre il recinto erano di guardia un numero imprecisato di soldati tedeschi la cui disposizione ci era stata comunicata dal partigiano Croccanti che più volte si era recato sul posto per assumere informazioni.

Scendemmo dalla Serra, attraverso le località della Morandella e Docciala arrivammo alla periferia di Gaggio e deviando a destra per i boschi attraversammo la strada provinciale Gaggio-Gabba-Querciola-Masera; poi alla Vigna dove attraversammo la strada Lizzano-Silla sino a portarci sul fiume circa 5 chilometri da Siila e lungo il fiume in secca arrivammo nelle vicinanze del deposito verso le 22,30.

Fermati gli uomini vicino al mulino, Battaglia ed io ci portammo, strisciando vicino al deposito per controllare la frequenza del passaggio delle sentinelle e i punti di incontro delle stesse. In questa posizione aspettammo fino ad oltre le 12, perchè a quell’ora veniva sostituita la guardia, per vedere se in tale occasione variava il punto d’incontro ed anche per timore che rinforzassero il numero delle guardie. Le regole non furono cambiate e considerato che l’incontro fra le due guardie avveniva ogni 10 minuti circa, ritornammo dai nostri uomini e ci dividemmo; ognuno di noi avrebbe lavorato indipendentemente: io insieme ad Attila, Biagioli, Pacinotti e il Rosso, ci portammo a ridosso del recinto, nel punto d’incontro delle due guardie e dopo l’incontro, esattamente dopo 4 minuti, entrammo nel recinto, cercammo le buche con le cassette delle pallotole calibro 9 per circa 2 minuti e, appiattendoci in attesa del nuovo incontro delle guardie, passarono altri 4 minuti; fummo fortunati in quanto potemmo trovare le pallottole del 9 ed uscire dal recinto, per cui il nuovo incontro delle guardie fu visto da fuori.

Avevamo asportato 3 casse di nastri per mitragliatrice e due di bombe a mano; al mulino aspettammo Battaglia, Croccanti e gli altri due compagni, dei quali non ricordo il nome, che avevano avuto meno fortuna di noi, però avevano due cassette calibro 9 di munizioni e altre due cassette avevano dovuto abbandonarle perché nell’uscire avevano urtato un filo del recinto e il rumore aveva destato l’attenzione delle guardie, ma non vi furono reazioni. Tutto passò liscio e così potemmo alternarci nel trasporto delle casse e rientrare alla base senza ulteriori difficoltà, ad alba inoltrata.

Pietro si occupava dell’addestramento allo scopo di assegnare agli uomini più capaci le armi di una certa importanza: inoltre non celava più la nostra posizione, anzi la rivelava intenzionalmente facendo conoscere anche la nostra potenza. Questo comportamento irritò due soldati e un ufficiale alleati, inquadrati da tempo nella nostra Brigata, che abbandonarono la formazione per protesta ritenendo dannoso il comportamento del comandante. Una sera verso le 17,30, una ragazza arrivò di corsa al comando; era scappata da casa mentre una pattuglia di tedeschi interrogava sua madre. Raccontò che i tedeschi erano arrivati al suo casolare, che era circa 600 metri da noi, senza essere visti. Il capo pattuglia chiese della chiesina di Ronchidosso, dov’era la nostra base, e la ragazza era corsa da noi per avvertirci, ci disponemmo per riceverli, ma dopo un po’ di attesa decidemmo di avviarci verso il casolare. Qui la mamma della ragazza ci disse che avevano chiesto della nostra zona, ma che avevano deviato verso Castelluccio di Moscheda, dando l’impressione che temevano di incontrarci.

Pietro preparava la Brigata a scendere a viso scoperto per occupare Gaggio Montano, dove c’era anche un presidio consistente e potemmo anche valutare l’entità delle forze nemiche poiché tutti i giorni i tedeschi passavano sulla rotabile Gaggio-Gabba in lunga fila indiana. Dall’alto noi li osservavamo e potevamo anche contarli. In questo clima ebbi un incarico che determinò in seguito nel mio animo tanto dolore.

Il Capitano Pietro mi chiamò e mi disse: «Prendi 8 uomini e vai con questo ufficiale della Garibaldi, che ha portato una denuncia scritta a carico di due persone; devi portare a compimento questa missione, ricordati che i prigionieri non ci sono utili e che ho una denuncia scritta dalla quale ho prove che si tratta di gente che non merita alcun processo… ». Presi con me Pippo, Firmino, il Rosso e Aroldo e altri quattro i cui nomi non ricordo e partii. Questo ufficiale però mi fece deviare di strada per passare dalla Corona e nell’osteria di questa località avevo già avuto occasione di fermarmi in precedenza e mi avevano ospitato con cordialità. Ma lo scopo di quel signore era un altro, voleva che tagliassi i capelli a due ragazze abitanti nel rione. Poiché il taglio dei capelli era per me una mansione nuova e la ritenevo fuori luogo in una missione tanto grave essendo in gioco la vita di due persone, non volli aderire e ne sortì un primo diverbio.

Si ripartì per la missione con una destinazione che solo lui conosceva e arrivammo in un paese con una decina di case, dove dovevo prelevare quei due tipi, che erano marito e moglie, da un ufficio pubblico. Pretesi la presenza dell’ufficiale, ma notai che era di famiglia, dal tono cordiale che teneva nella conversazione, per cui decisi di portare alla base tutti. Arrivammo molto tardi e fui accolto molto male per la presenza dei prigionieri. Il capitano mi disse che non avevo compiuto la missione in base alla consegna e mi ordinò di fare la guardia ai prigionieri fino al mattino. Dopo aver fatto intendere le ragioni per cui li avevo portati su, il capitano fece affliggere un manifesto che annunciava il processo contro i prigionieri e a difensore degli imputati figurava il mio nome.

In quel momento, a seguito della ferita alla testa, ero ancora quasi impossibilitato a parlare e in queste condizioni il processo sarebbe stato una farsa. Eppure io non ero convinto che quelli fossero delle spie; avevano due figli, uno prigioniero dei tedeschi in Germania, l’altro un ragazzetto di 13-14 anni, convivente con loro. Pensai e ottenni da Pietro di inviare un uomo nella zona abitata dai prigionieri dove vi erano dei nostri collaboratori e di rinviare il processo dalle nove del mattino alle 15 del pomeriggio dello stesso giorno. Antero, di ritorno appena in tempo, aveva un mucchio di attestati a favore dei prigionieri e nessuno contro.

Pietro, di fronte a queste notizie chiamò i prigionieri e disse loro: «Io non ho più motivo di trattenervi senza l’esito del processo che viene revocato, però ho tanti uomini che non sono tranquilli ora che voi avete visto la nostra base, per cui mandatemi vostro figlio per tranquillizzare i miei. Vi assicuro che non sarà un ostaggio, che sarà trattato come uno dei nostri, con riguardo particolare per la giovane età». La madre non voleva e chiedeva di rimanere lei, ma si accordarono come voleva il comandante.

Il ragazzo era sveglio, bravo e si abituò subito alla nostra vita, era felice di vivere con noi, gli piacevano le armi e chiedeva spesso di andare con le pattuglie nelle missioni, e nei giorni festivi otteneva il permesso di andare a casa e ritornava sempre puntuale, la sera. Una domenica i tedeschi, che erano nel paese, lo videro sbucare dal bosco, lo inseguirono e trovatolo in possesso di una pistola che lui aveva preso eludendo la nostra sorveglianza, fu fucilato all’istante.

L’arrivo di nuovi partigiani frattanto creava sempre nuove difficoltà a proposito sempre sulla disponibilità di armi. Poiché gli anziani, come nella vita militare, godevano di qualche privilegio, spesso dicevano ai giovani: «Andate a prendere le armi dai tedeschi, come abbiamo fatto noi!». Sempre allo scopo del rifornimento di armi un giorno il Capitano Pietro chiamò Napoleone e me e disse: «Prendete un mitra ciascuno, armate di moschetto otto ragazzi male armati e andate alla Casa Nuova (mi diede una carta con l’indicazione precisa) dove c’è un corpo di guardia ad un ponte (o forse di un pozzo metano)».

Partimmo per questa nuova azione; arrivati sul posto circondammo la casa, che era alla fine di una stradetta senza sfogo e aveva attorno campi coltivati a erba medica. Il cortile era recintato o in via di esserlo perchè la rete metallica c’era solo a tratti ed a destra la casa finiva in mezzo al campo. Prima di arrivare sul posto avevamo sostato e tutti assieme avevamo fatto i progetti per chiedere la resa sfruttando il fatto che uno dei nuovi giunti conosceva il tedesco in quanto era stato con loro precedentemente. In verità si trattava di un ragazzo che non vedevamo di buon occhio, ma si era in ballo e bisognava ballare.

Giunti alla casa il ragazzo che conosceva il tedesco parlò con voce ferma, chiedendo la resa. I tedeschi chiesero cinque minuti per decidere, che vennero accordati. Noi eravamo schierati attorno alla casa, a distanza di circa 20 metri uno dall’altro: io alla destra avevo il ragazzo interprete e alla mia sinistra c’era Napoleone. Eravamo riparati da due distinti pagliai mentre Fredino si trovava di fronte alla porta, allo scoperto; non c’era luna, ma c’era luce abbastanza per permettere di individuare la sagoma di una persona ad una certa distanza.

Nell’attesa della risposta, pensai all’assurdo della nostra posizione e ordinai di aspettare al riparo, anche perchè non ci voleva molto a capire che eravamo solo una piccola pattuglia, mentre il nostro compagno aveva detto che eravamo in un centinaio di uomini (cosa che forse i tedeschi avevano creduto perchè qualche sera prima avevamo tentato la stessa azione, senza successo, con il Capitano Pietro e una cinquantina di uomini). Inoltre mi sembrava una beffa o una punizione che Pietro voleva darmi per qualche dispetto che forse gli avevo fatto: quali probabilità di successo avevo? Con due mitra, un solo uomo anziano e otto reclute mai collaudate alla prova del fuoco, armate di solo moschetto, contro un reparto munito di mitragliatrice pesante e protetto dentro ad un casa dalle cui finestre potevano individuarci e spararci senza esporsi.

I minuti passarono e senza risposta, incominciò una grande sparatoria; uscii dal pagliaio e mi portai all’angolo della casa per sparare ad una finestra dalla quale uscivano delle fiamme intense e dove ritenevo vi fosse un fucile mitragliatore. Avevo notato che da quel lato della casa non c’erano finestre sopra di me ed avevo sparato appena due raffiche di Sten quando una fiammata mi superò: era un colpo di moschetto sparatomi dietro le spalle, da 5 o 6 metri, evidentemente la guardia o quel tedesco che ci aveva visti arrivare era certamente piazzato all’esterno, in mezzo all’erba medica; probabilmente aveva visto la mia sagoma riflessa sulla parete bianca della casa. Non colpito, mi voltai e innestai un nuovo caricatore; tornai sui miei passi percorrendo il vicolo cieco di prima, fra la casa e la rete metallica alta circa due metri.

Protetto dal fuoco del mio mitra mi riparai di nuovo dietro il cumulo di fieno, ma ero appena giunto che un’altra fiammata mi raggiunse, segno che il mio mitra non aveva avuto alcun effetto. Avevo speso 35 colpi tutti di un fiato, senza ottenere nulla, ma di notte senza poter vedere il mirino, il bersaglio è difficile da colpire. Mi buttai in una buca e, rispondendo alla fucilata, osservai la situazione; dalle finestre piovevano ogni sorta di proiettili e cominciarono a pioverci addosso anche due bombe a mano che facevano un frastuono che intontiva; a quel fuoco però, solo il mitra di Napoleone rispondeva. Napoleone sparava a circa 20 metri da me, sulla mia sinistra; ci avvicinammo, eravamo soli e quasi senza munizioni, il fuoco nemico si era concentrato su di noi, così decidemmo di ritirarci alternandoci, mentre uno sparava l’altro si sganciava e così ci trovammo fuori tiro.

Ci sdraiammo, sfiniti, su di un prato, Napoleone aveva un bruciore alla pancia e a lume di un fiammifero vidi un buco nel vestito procurato da una pallotola ed il ventre presentava segni di bruciatura procurati dal passaggio della pallottola infuocata; io perdevo sangue dagli orecchi, ma non avevo nessuna ferita, forse ciò era dovuto allo spostamento d’aria prodotto dalle esplosioni delle bombe a mano; avevo un piccolo segno di scheggia sopra l’occhio destro, ma insignificante. Le canne dei mitra bruciavano nelle mani e la fredda notte accompagnò il ritorno alla base.

Arrivammo al mattino e si parlava già della possibile nostra fine e invece c’eravamo anche noi per la battaglia finale alla quale purtroppo Napoleone non potè partecipare, perchè cadde qualche giorno dopo prigioniero dei tedeschi che lo fucilarono.

Eravamo verso la fine del mese di settembre, di notte si sentiva il cannone e inoltre di fronte a noi a metà del Monte Cunizzo-Cavallo, vedevamo l’esplosione di partenza di grossi cannoni tedeschi che sparavano verso la Toscana. Il fuoco di questi cannoni diminuì gradualmente fino a cessare completamente e avemmo la sensazione che gli alleati fossero vicini e noi aspettavamo l’ordine di occupare il nostro obiettivo immediato che era Gaggio Montano. D’improvviso, però, con nostra sorpresa, il Capitano Pietro ordinò alla Brigata di mettersi in moto; dalla chiesina di Ronchidosso, sul dorsale del Monte Belvedere, su alla Queroiola, Masera, La Ca’, su verso l’alto, a sinistra, sostammo a Ca’ Lenzi, dove attendemmo per entrare in azione, ma non certo su Gaggio Montano.

Dall’altro versante, a Monte Riva, era disposta la 7a Modena e pure nelle vicinanze c’era la  Matteotti. Fra noi e la 7a Modena, passava la strada Vidiciatico-Miadonna dell’Acero che si presumeva fosse utilizzata dai tedeschi che si ritiravano dalla Toscana. Infatti il 28 settembre una pattuglia della Garibaldi incontrò un piccolo reparto tedesco e ingaggiò battaglia; si trattava di avanguardie di un grosso reparto che si ritirava per formare la linea verde. Dal punto di scontro fra i tedeschi e la pattuglia partigiana per giungere alla nostra zona, c’erano circa 8-10 chilometri. Quel reparto si dispose in formazione di combattimento, avanzando e bruciando ogni cosa al proprio passaggio: a Casa Berna uccisero 29 persone fra donne e bambini rimasti a casa.

In questa località dissero che non avrebbero ucciso nessun altro nel restante percorso se non fossero stati attaccati dai partigiani; fatto sta che quel reparto passò sotto di noi protetto da nebbia artificiale creata da loro, senza essere disturbato. In quel momento avremmo potuto chiedere loro conto dei misfatti commessi e delle 29 vittime innocenti di Casa Berna. Potevamo farlo sia tenendo conto delle forze in campo sia della posizione. I tedeschi arrivarono indenni a Vidiciatico dove prelevarono circa 300 ostaggi, li rinchiusero nelle chiese e fecero sapere che il mattino seguente sarebbero ripartiti e che se un solo camerata fosse stato fatto segno di violenza avrebbero ucciso tutti. Non accadde nulla e al mattino seguente quel reparto partì e si sistemò sulla linea Monte Belvedere-Castello, ove i tedeschi si fermarono per l’intero inverno.

Noi ci trasferimmo a Monte Grande e qui il Capitano Pietro, non immaginando che i tedeschi si stessero apprestando a formare la nuova linea di difesa sulla dorsale Belvedere-Ronchidosso e Monte Castello, inviò una prima formazione di 30 uomini a Ronchidosso e sera per sera avrebbe dovuto seguire la restante parte della Brigata. Quando il primo gruppo arrivò a Ronchidosso, in un pomeriggio di nebbia ed in un vuoto della stessa nebbia, si incontrò con i tedeschi: nello scontro che seguì perdemmo due uomini e purtroppo vi fu in seguito una rappresaglia che costò 80 vittime.

Dal Monte Grande, visto che non potevamo attaccare Gaggio dall’alto, il Capitano Pietro ci fece scendere a Pianaccio, che era stata occupata dai partigiani della Garibaldi che erano anche giunti a Lizzano in Belvedere; noi scendemmo ancora e ci portammo a Camugnano di Castelluccio e di lì a Siila, dove ci fermammo al Molino di Gaggio, per una decina di giorni per decidere il da farsi. In quel momento noi eravamo in terra di nessuno; Gaggio Montano era ancora occupata dai tedeschi, mentre a Porretta, cioè a soli 8 chilometri, c’erano già gli alleati. I tedeschi che erano a Gaggio si fortificavano e mettevano mine sulla strada; Pietro ebbe contatti con il comando alleato di Porretta e ottenne l’appoggio di artiglieria e mitraglieria per l’occupazione di Gaggio. Così, il 20 ottobre, dal mulino  attraverso Sasso Rosso e una mulattiera che ci portò a 3 chilometri alla destra di Gaggio ci appostammo nelle borgate di Casa Toschi, Case Torri e un’altra località che ora non ricordo e alle ore 17 del 22 ottobre partimmo seguendo la strada provinciale Montese-Silla investendo Gaggio da due lati. Ne seguì una lotta corpo a corpo ed alle ore 20 Gaggio era completamente libera dai tedeschi.

Ci disponemmo poi in postazioni al nord del paese per difendere la popolazione dall’eventuale ritorno di tedeschi e Gaggio Montano restò nelle nostre mani fino all’arrivo degli alleati, che avvenne a fine novembre. Nel frattempo ripristinammo le attività amministrative comunali, disponemmo per l’elezione di un sindaco, assicurammo l’ordine pubblico con metodi democratici.

Il 29 o 30 ottobre partecipammo ad un’azione comune delle tre Brigate operanti nella zona; la 7a Brigata Modena, la Matteotti e la nostra Giustizia e Libertà. Il piano fu preparato dal nostro comandante, d’intesa col comando alleato. La nostra Brigata superò ogni compito raggiungendo la chiesina di Ronchidosso e viaggiando sulla dorsale per incontrare la Matteotti, impegnando il nemico a Ronchidosso e sul crinale; in una mattinata liberammo, con azioni di sorpresa, una zona assai vasta ed importante la cui riconquista costerà più tardi agli alleati perdite assai elevate. Nel corso di questa azione offensiva, che ebbe l’esito più favorevole, noi avemmo solo 2 feriti (Firmino e Tonino Zaccanti) e  tornando a Gaggio portammo con noi anche 7 prigionieri tedeschi.

La tecnica di Pietro cosisteva nel camminare svelti, raggirando le postazioni e tagliando i fili di comunicazione e mettendo così i tedeschi in condizione di non poter comunicare fra di loro. In tali condizioni erano costretti a ritirarsi per ristabilire i contatti perduti, con ciò esponendosi all’azione di sorpresa. Negli scontri che seguirono avemmo sempre l’impressione che i tedeschi si considerassero accerchiati e sempre cercavano di scappare. Così, scontro dopo sconto, ci trovammo oltre il crinale, e da lassù, nei giorni sereni, si poteva vedere Modena ad occhio nudo; era quella una posizione che, se tenuta, poteva essere di grande utilità per l’offensiva generale verso la pianura.

Ma noi eravamo dei partigiani, adatti per colpi di mano, non avevamo le armi necessarie per una battaglia aperta, non potevamo attestarci sul crinale perchè non avevamo un retrofronte. Anche a Gaggio Montano, in condizioni certo più favorevoli, fummo costretti ad accettare, durante i 40 giorni dell’occupazione, dei sacrifici enormi anche se Gaggio era con noi e i gaggesi furono i migliori collaboratori.

Poi gli alleati ci imposero di mandare a casa tutti i partigiani che avevano le abitazioni in territorio libero, altri furono inviati a Firenze in un Centro di lavoro. A Pietro, Armando e Toni, rispettivamente comandanti della Giustizia e Libertà, della 7.a Brigata Modena e della Matteotti fu affidato un piccolo organico rappresentativo al seguito degli alleati per azioni di guerra concordate da svolgersi nella zona; molte altre formazioni che attraversavano le linee nella nostra zona furono disarmate e inviate nelle retrovie. Così la vera lotta partigiana finì per noi a Gaggio, perchè combattere a fianco e per ordine di un esercito è un’altra cosa.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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