Fabio Fabbi


Nasce il 19 giugno 1912 a Bologna. Milita nella 8a brigata Masia Giustizia e Libertà. Svolge la propria attività nella clinica Otoiatrica dell’università di Bologna all’ospedale S. Orsola, dove alloggiava, prestando servizio come assistente volontario e guardia.

Collabora con Romeo Giordano alla costituzione del nucleo medico per l’assistenza ai partigiani combattenti, sia fornendo materiale, sia recandosi di persona a curare e medicare partigiani feriti.

Per sottrarre alle carceri di S. Giovanni in Monte (Bologna) e alla probabile fucilazione Cipriano Tinti, dirigente del servizio informazioni del CLNER, lo ricovera ricoverare in ospedale, poi collabora alla sua fuga. Ebbe in cura anche Bruno Pasquali.

I suoi ricordi 

Anno 1944. Fui chiamato nello studio del direttore della Clinica, dove una signora vestita a lutto stava in piedi presso il tavolo, in atteggiamento supplichevole: le SS avevano arrestato il marito, che ora si trovava nel carcere di San Giovanni in Monte. Il comando tedesco autorizzava una visita odontoiatrica, perché il prigioniero si lamentava di dolori a un orecchio. Il direttore mi chiese se volevo andare e io, guardando la faccia desolata della donna, accettai.

Appena fuori dallo studio la signora mi raggiunse e mi disse di fare il possibile per portare il marito in clinica, altrimenti lo avrebbero fucilato. Mi precisò che era il dirigente del Servizio informazioni per l’Emilia-Romagna del CLN.

Inizialmente l’incontro non fu agevole né per il prigioniero né per me; un pensiero spregiudicato mi passava per la mente: come poteva un individuo con una faccia così melensa essere capo di un servizio informazione. Poiché sapevo che era un ufficiale di carriera, sintetizzai mentalmente tutti gli aneddoti poco riguardosi che corrono su tale categoria.

Il prigioniero (naturalmente me lo disse dopo) credette a un maligno scherzo, vedendo la mia faccia da poppante. Le cose, invece, andarono bene: l’otite era in fase stazionaria, ma io seppi recitare così bene la commedia, che le SS portarono il prigioniero in clinica d’urgenza. Il male fu che il direttore di questa non era stato avvertito dell’urgenza e dopo avere visitato il malato nicchiò a intervenire; così le SS se lo portarono via, non senza avermi detto un aufwiedersen che non prometteva niente di buono.

Ebbi un colloquio esplicativo col direttore e in cinque minuti ottenni l’autorizzazione a riferire al comando tedesco che vi era stato un errore e che il prigioniero doveva essere operato immediatamente. Cosa che avvenne.

Un giorno, durante la convalescenza, il malato mi fece sapere che sarebbe scappato, perché era giunto l’ordine di trasportarlo a Bergamo, dove sarebbe stato giudicato. Prendessi quindi le mie precauzioni.

Eravamo diventati buoni amici e non mi andava di starmene inerte di fronte al pericolo che lo sovrastava, perciò collaborai alla fuga. Il giorno stabilito, l’angelo custode che lo sorvegliava finì, legato, in un gabinetto nei sotterranei del Sant’Orsola e il maggiore Cipriano Tinti prendeva il volo, scortato da alcuni partigiani armati di mitra.

Lo rividi festante dopo la liberazione, ma subito dopo avermi fraternamente salutato, mi disse col fare burbanzoso del vecchio soldato : “mi avete rovinato un orecchio!”.

Per concessione del direttore, io alloggiavo nella Clinica Otoiatrica dell’Università di Bologna. Prestavo servizio in qualità di assistente volontario e di guardia.

Nella quotidiana convivenza di lavoro e di pericolo, si era stabilita tra il personale infermieristico e me un’affinità che umanizzava i rapporti gerarchici attraverso una reciproca fiducia.

Venne un giorno da me un’infermiera a proporrai di medicare un ferito, rifugiatosi in casa sua. Quel rifugiato mi fece subito capire di che tipo di ferito si trattava e in un lampo ricordai che la notte precedente un partigiano era riuscito a fuggire dalla Clinica chirurgica, nonostante fosse strettamente sorvegliato. L’infermiera abitava proprio di fronte all’ospedale Sant’Orsola.

Accettai.

Su di un letto era disteso un uomo biondo, magro e pallido, il cui braccio destro era abbondantemente fasciato e immobile. L’uomo mi scrutò a lungo, con uno sguardo iniziale di diffidenza. Feci finta di non accorgermene e tolsi le bende.

Vidi un’orribile piaga che dall’omero scendeva fino al terzo medio dell’avambraccio, avvolgendo l’arto tutto intorno. Medicai e rifasciai. Il rifugiato mi ringraziò con un tenue sorriso, che fece apparire ancora più scarno il suo viso, e vidi che dai suoi occhi era scomparsa la diffidenza.

Ci rivedemmo varie volte, a causa della ferita, e diventammo amici. Seppi allora che gli avevano bruciato il braccio per farlo parlare. Spaventati dal fiotto di sangue che ne era uscito, lo avevano portato d’urgenza in Clinica Chirurgica.

Volle che continuassi a curarlo anche quando, per ragioni tattiche, cambiò domicilio.

Guarito, lo persi di vista.

Vennero a prelevarmi un giorno, perché Bruno era stato ferito a un piede e desiderava che lo vedessi. Lo caricai sulla bicicletta e me lo portai al Sant’Orsola, dove gli praticai l’antitetanica e gli estrassi una scheggia. Guarito per la seconda volta, lo persi di nuovo di vista.

A liberazione avvenuta, si presentò a me un uomo tarchiato, bruno con un paio di baffetti alla Douglas Fairbanks: “Sono il fratello di Bruno Pasquali”, mi disse, “lo hanno ammazzato le SS”.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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