Tito Carnacini


Nasce il 29 giugno 1909 a Bologna. Professore ordinario di diritto processuale civile all’Università di Bologna. Si laurea in giurisprudenza presso l’università di Bologna nel 1930, e conseguì nella stessa università la libera docenza in diritto processuale civile nel 1934. Professore incaricato nell’università di Urbino dal 1934, diventa nel 1937 professore straordinario di diritto processuale civile presso la facoltà di giurisprudenza dell’università di Ferrara.

Dal 1939 insegna la medesima disciplina presso l’università di Modena, della cui facoltà di giurisprudenza diventa preside dal 1943 al 1949. In tale anno viene chiamato dall’università di Bologna, ricoprendo fino al 1955 la cattedra di diritto del lavoro; quindi insegna, fino al collocamento fuori ruolo (1979), diritto processuale civile. Preside della facoltà di giurisprudenza, è rettore della università di Bologna dal 1968 al 1976; indi, ancora preside della facoltà dal 1982 fino alla morte.

Aderisce al Partito Liberale Italiano nel 1943 e dopo l’inizio della Resistenza diventa segretario regionale del partito. E’ membro della commissione legislativa del CLN regionale dell’Emilia Romagna. Nell’aprile 1944, mentre si trova in via dell’Indipendenza a Bologna, viene aggredito e bastonato da alcuni militi fascisti armati, perché ha salutato il gagliardetto di un reparto di brigate nere che stava sfilando.

Un ritratto dell’attività del partito liberale nella Resistenza.

Durante il facismo, pervenuto al potere quando ero un ragazzetto, non mi occupai di politica, pur leggendo parecchio di storia ed essendo per scelta spontanea un ammiratore di alcuni uomini del risorgimento. Perciò cercavo di comprendere le opere di Croce e di altri antifascisti ed ero abbonato alla Critica. E quando furono promulgate le prime leggi razziali, ne provai dolore e disgusto.

Con mio padre — che non aveva mai voluto iscriversi al partito dominante da lui disprezzato — mi misi a disposizione di amici ebrei, aiutandoli là dove ne ero in grado. A tale scopo mi recai anche a Vienna poco dopo l’Anschluss, riuscendo a portare fuori da quelle frontiere gli ultimi gioielli di anziane persone, alle quali ero legato da vecchi tenaci vincoli di amicizia.

Per questi motivi, dopo l’8 settembre 1943, trovandomi in licenza a casa, da un lato intensificai gli aiuti agli israeliti, dall’altro entrai ben presto in contatto con rappresentanti di partiti democratici allora costretti alla clandestinità.

Già nell’ottobre di quell’anno, su invito dell’avv. Felice Faldella, aderii al partito liberale, del quale fui subito dopo nominato segretario regionale, in forza di una investitura giuntaci se ben ricordo dalla Svizzera. Avverto subito che la mia qualifica non deve trarre in inganno: sebbene nominalmente avessi il compito di occuparmi del partito in tutta la nostra regione, a causa dello stato di guerra e della difficoltà di avere rapporti sicuri con persone della medesima fede, in realtà la mia attività si limitò a Bologna e Modena, nella quale ultima città allora insegnavo presso quella Università e dove ogni tanto mi recavo, specie nel primo inverno dell’occupazione tedesca.

Lì mi diedi d’attorno per salvare, come salvammo, le biblioteche di qualche professore ebreo e poi, nell’avvicinarsi della fine della guerra, dopo molti insuccessi perché era difficile trovare degli antifascisti pronti a correre dei rischi, riuscii nell’intento di nominare un rappresentante del mio partito in quel Comitato provinciale di liberazione nazionale.

Tutt’altra attività mi fu possibile svolgere nella nostra città. Per prima cosa l’avv. Faldella mi mise in contatto con il compianto avv. Antonio Zoccoli, un antifascista di vecchia data, che già faceva parte per i liberali del Comitato regionale di liberazione nazionale, di cui divenne ben presto il presidente. Per parecchio tempo, cioè per circa un anno, dovendo muoverci con estrema cautela, preferimmo restare soltanto in tre: Zoccoli con i compiti sopraindicati, io che tenevo i contatti, nei ristretti limiti in cui allora era possibile, con gli esponenti del partito in Roma, fin che non ne fummo divisi, in Milano e soprattutto in Svizzera; ed infine Faldella, presso il quale mi recavo quasi ogni giorno sebbene fossi sfollato e dove di solito ci riunivamo.

Lo studio legale di quest’ultimo fu allora un punto di incontro molto interessante: lì convenivamo noi tre fra l’altro per determinare la condotta da seguire in seno al Comitato regionale di liberazione; lì giungevano i messaggi da fuori Bologna portati con mezzi di fortuna, negli ultimi tempi da agenti dell’organizzazione clandestina Franchi (in quest’opera fu assai bravo e coraggioso il dott. Franco Moglia di Milano); lì facevano capo esponenti di altri partiti, perseguitati razziali e politici che vivevano in Bologna sotto falsi nomi; lì si tennero poi delle riunioni molto importanti in vista dell’auspicata liberazione e del nuovo ordine da instaurare.

Naturalmente eravamo costretti ad agire con grande circospezione. Ad esempio ci guardammo dal confidarci con il collega di studio dell’avv. Faldella, cioè con l’avvocato Alfredo Svampa, che era troppo noto come antifascista di sempre e che non aveva peli sulla lingua. Sebbene non fosse perciò coinvolto nella nostra attività, egli fu barbaramente assassinato dai nazifascisti come lo furono altri cittadini (uno per notte) dal 20 al 23 novembre 1944, nell’ambito di una serie di delitti sulla quale ritornerò fra non molto.

Prima desidero soffermarmi su qualche episodio anteriore.

Mi trovavo appunto con l’avv. Svampa, qualche settimana dopo l’8 settembre, quando fui testimone, in via Farini, del passaggio di una compagnia di carabinieri, che procedevano tristi e disarmati, prigionieri di un folto gruppo di soldati tedeschi. Quella vista mi diede, come nessuna altra, il senso dello sfacelo in cui era caduto lo Stato italiano.

Un’altra volta, nell’aprile del 1944, percorrevo velocemente poco prima delle 10 del mattino la via Indipendenza quando, trovandomi tra l’ingresso dell’Albergo Baglioni e il cinema Imperiale, assistei al passaggio di una brigata della guardia repubblicana fascista con gagliardetto. A differenza dei pochi presenti non mi fermai e non salutai romanamente. Di ciò si accorsero quegli scherani, con il risultato che in tre o quattro mi affrontarono e mi picchiarono sicché caddi con il naso sanguinante. Allora mi abbandonarono al mio destino e ciò fu la mia fortuna perché nella borsa avevo del materiale di propaganda del partito liberale (tra cui l’opuscolo Primi chiarimenti e l’altro intitolato Per una politica economica liberale). Certo è che nessuno dei presenti mi allungò una mano anche dopo che i militi si erano allontanati; perfino un amico di passaggio, pur vedendomi per terra, non si fermò e questa fu l’esperienza più amara di tutto l’episodio.

Di quest’ultimo si occupò dopo pochi giorni il settimanale l’Assalto della federazione fascista, lodando la lezione che era stata impartita al Tizio che in via Indipendenza, all’altezza del caffè S. Pietro, non aveva voluto rendere omaggio a quella soldatesca.

Intanto aumentava l’attività del Comitato di liberazione, il quale, nominato dal governo nazionale suo rappresentante, nell’estate del 1944 decise di costituire una commissione incaricata di risolvere problemi giuridici o comunque attinenti all’amministrazione della giustizia in vista anche del momento del trapasso dei poteri. Di essa fui chiamato a fare parte assieme con l’avv. prof. Angelo Senio e con l’avv. Roberto Vigni. Quest’ultimo, però, non potè partecipare inizialmente ai nostri lavori perche costretto alla clandestinità.

Una mattina, tra la fine di settembre e i primi di ottobre, l’avv. Zoccoli, come già altre volte, venne nello studio di Senin alla Cassa di Risparmio e ci avvertì che a causa della estrema difficoltà di passare le linee il comando partigiano era rimasto senza mezzi finanziari, al punto che in seno al Comitato di liberazione era stata avanzata la proposta di attaccare in forza la locale sede della Banca d’Italia.

Ciò era però considerato molto pericoloso, perché avrebbe provocato fra l’altro la reazione del Comando tedesco, che in quel momento sembrava rispettare il centro cittadino. Si decise pertanto di effettuare un tentativo per così dire legale. Senin ed io approntammo un decreto con il quale il Comitato di liberazione, quale rappresentante del governo nazionale, ordinava al direttore della Banca d’Italia di mettergli a disposizione in un apposito conto corrente la somma di cento milioni di allora. Dopo di che cercammo di dargli attuazione. Senin si recò da un funzionario dell’Istituto, il dott. Lorenzini, che già dopo l’8 settembre mi aveva aiutato per fare corrispondere la pensione ad un vecchio professore israelita, padre del mio amico Mario Finzi che a tale effetto si era rivolto a me e che poco dopo fu arrestato ed ucciso dai tedeschi. Mentre Senin si trovava nell’interno della Banca, io rimasi seduto sopra una panchina del giardino Cavour facendo finta di leggere, ma in realtà pronto a dare l’allarme in caso di necessità all’avv. Zoccoli e al segretario del Comitato di liberazione Verenin Grazia. Però non ce ne fu bisogno.

La nostra fiducia nel dott. Lorenzini si dimostrò ben riposta. Egli accettò il compito di sottoporre il decreto al direttore della Banca in un colloquio a quattrocchi e di convincerlo ad eseguirlo. Così avvenne e perciò pochi giorni dopo Senin potè presentargli, naturalmente senza declinare le generalità, il presidente del Comitato di liberazione, cioè l’avv. Zoccoli, il quale fu introdotto dal direttore, che si pose a sua disposizione, chiedendo soltanto di ricevere, a copertura della operazione, un assegno di una banca locale per uguale importo. Allora dovemmo trovarlo, cosa che fu possibile presso il direttore della Banca popolare dott. Mario Martini, il quale aderì al partito liberale (così come vi aderirono l’ing. Alberigi Quaranta e il dott. Vivaldi) di cui dopo la liberazione fu uno dei due rappresentanti nella giunta comunale come assessore alle finanze.

Dopo questa operazione Senin ed io stavamo approntando fra l’altro dei provvedimenti da applicarsi nei giorni della liberazione, quando ebbe inizio la serie dei delitti perpetrati dai nazi-fascisti alla quale ho già alluso. Mi ricordo ancora che dopo l’assassinio del prof. Busacchi, dell’industriale Pecori e dell’avvocato Maccaferri fui io a portare a Senin la notizia dell’uccisione dell’avvocato Svampa. Ne restammo molto scossi ed addolorati e quella volta lavorammo con poca lena. Prima che io uscissi il mio amico nascose, come sempre, le carte della nostra commissione.

Ma la mattina dopo (era il 24 novembre 1944), mentre in casa parlavo con un giudice, il dott. Musso, che volevamo nominare rappresentante del partito liberale in un’altra commissione del Comitato di liberazione dedicata ai problemi dell’istruzione pubblica, arrivò in gran fretta ed in gran ansia la cognata di Senin per avvertirmi che egli era stato prelevato da sgherri fascisti. La stessa tecnica già usata negli altri quattro casi! Temendo di essere stati traditi (ma non potevo immaginare da chi), mi diedi subito alla latitanza, in ciò spinto anche dall’avv. Zoccoli e dall’avv. Faldella i quali, dopo la mia fuga, si precipitarono per questo scopo a casa mia.

Lascio a Senin di narrare la sua odissea.

Pur tenendomi nascosto presso amici fidati, e pur cambiando una volta di alloggio, mi mantenni al corrente dei numerosi sforzi che furono compiuti, per fortuna con successo, per salvarlo. Fra l’altro avevo l’incubo delle carte lasciate nel suo studio. Temevo che fossero state o che potessero essere prelevate e che costituissero un decisivo capo di accusa contro di lui. Le feci ricercare da mio padre e dal dottor Carlo Salizzoni, che ero riuscito ad avvertire per il tramite dell’on. Milani. Non furono trovate. Soltanto dopo la liberazione di Senin, avvenuta il 15 dicembre ad opera dei tedeschi allarmati a causa fra l’altro delle rappresaglie che il Comitato di liberazione aveva minacciato per posta e per mezzo del bravo padre domenicano Casati, sapemmo che il mio amico, dopo che il 23 novembre io ero uscito dal suo studio, aveva cambiato nascondiglio, dove le carte furono rintracciate dal dott. Salizzoni.

Potemmo così costatare che i fascisti, pur avendo nelle loro mani Senin, non erano al corrente della nostra attività. Ed io ritornai a casa, riprendendo il mio posto nel partito e nella commissione, per la quale mi misi in contatto con l’avv. Vighi, che visitavo soprattutto in un suo nascondiglio di via San Mamolo.

La nostra preoccupazione era ormai quella di predisporre definitivamente per il giorno della liberazione una situazione di legalità e nello stesso tempo di riparare, in tale clima, ad alcune delle maggiori ingiustizie che in più di venti anni i fascisti avevano compiuto. Non di tutte ero al corrente, non lo ero di quelle avvenute all’inizio del regime. Fu l’avv. Vighi ad avvertirmene. D’altra parte noi eravamo pervasi dalla speranza, direi dall’illusione, che, a liberazione avvenuta, il Comitato di liberazione potesse governare con una certa ampiezza di poteri almeno nel campo strettamente civile. Perciò predisponemmo molti provvedimenti per colmare dei vuoti, per sostituire nella pubblica amministrazione, anche in quella della giustizia, delle persone troppo compromesse, e per cancellare qualche traccia del triste passato. Così ci occupammo di decretare la restituzione del maltolto ad enti, fondazioni ed associazioni, di ripristinare delle vecchie cooperative o di riportarle alle loro caratteristiche originali.

A nostro avviso, la liberazione non doveva trovare il vuoto e nel contempo volevamo che la nuova situazione fosse fin dall’inizio improntata alla risorta democrazia. Siccome avevamo deciso di lasciare tranquillo Senin, uscito da una prova tanto dura anche per il fisico, e siccome l’avv. Vighi era costretto a muoversi con molta cautela, spettava a me darmi d’attorno e scrivere la minuta dei vari provvedimenti, che poi discutevo con lui. Conservo ancora qualche esemplare dei miei numerosi manoscritti. Ancora nel pomeriggio del giorno 20 aprile 1945 fui nello studio dell’avv. Vighi a prendere gli ultimi accordi; ricordo che egli mi disse che poco prima era uscito un suo compagno di fede, il povero Bentivogli. Questi subito dopo fu arrestato dai fascisti ormai in fuga ed assassinato.

La mattina del 21 aprile, poco dopo l’entrata in città delle truppe alleate, mi recai, in ossequio alle direttive impartitemi, nel Palazzo d’Accursio, dove convenivano i componenti del Comitato di liberazione ed altri esponenti dei vari partiti antifascisti. Più tardi raggiunsi il palazzo della Provincia, in quel tempo sede provvisoria della Prefettura. Nella borsa avevo tutto il materiale predisposto nei mesi precedenti, sotto forma di decreti sottoscritti da Zoccoli e da Grazia. Ma quando si trattò di dare ad essi attuazione, quando in parte erano già stati portati a conoscenza degli interessati, ci fu comunicato che le forze alleate di occupazione li disconoscevano. Vani furono tutti i nostri sforzi. Le misure più importanti, come quelle della restituzione del maltolto, di ripristino delle vecchie cooperative ecc, nonostante qualche successivo ritorno di fiamma da parte dell’uno o dell’altro partito, non ebbero mai seguito.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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