I buoni e i cattivi


Facevo quarta elementare ad Asti nel 1943-44. La scuola, nuovissima, era dedicata ad Arnaldo Mussolini. La mia maestra si chiamava Cleopatra Belleudi, era di Roma. In un’altra sezione la maestra era la signora Bertusi. Avevamo fatto la terza tra l’ottobre 1942 e il maggio 1943 con la divisa da “balilla”, ora iniziavamo la quarta nell’ottobre 1943, dopo le vicende del 25 aprile e l’armistizio dell’8 settembre. La notizia della caduta del Duce fece tirare un sospiro di sollievo alla gente ormai stremata dalla guerra. Il 25 luglio ero uscito in strada senza dirlo in casa, mescolandomi per curiosità alla folla che festeggiava non capivo ancora che cosa, ma lo imparai strada facendo; si era arrivati davanti alla Casa Littoria tra un gran vociare: la gente voleva entrare , un gerarca in sahariana si era fatto ingenuamente sulla porta a vetri come per fermare i primi che salivano la gradinata, e lo vidi scappare a gambe levate all’interno rendendosi conto dell’imprudenza che stava commettendo. Mi pareva anche di avere riconosciuto quell’uomo.

A fine settembre, chi abitava in Corso Dante aveva visto la colonna dei carri armati tedeschi circondare il comando militare italiano a qualche decina di metri dalla scuola, ne ho un ricordo molto nitido. Mi aveva particolarmente colpito l’immagine di una finestra del comando a cui era affacciato un ufficiale italiano.

A ottobre tornammo a scuola ma delle divise non si parlava più. Come poteva capire le cose un bambino di nove anni, mi rendevo conto che stavano accadendo cose molto gravi. Un giorno una zia mi accompagnò a scuola e la vidi parlare con la maestra Bertusi: mi rimase impresso il tono confidenziale, quasi bisbigliato, della conversazione, e raccolsi il senso di deplorazione che doveva avere il contenuto. A casa riuscii a farmi un’idea più completa dell’argomento: la maestra Bertusi era tornata a scuola dopo una sospensione disciplinare di qualche giorno.

Il provvedimento era stato preso dal provveditore dottor Bologna. La maestra aveva raccontato ai bambini la storia del “ragazzo di Portoria” (1746) detto “Balilla”, spiegando loro il senso dell’inno patriottico “Fischia il sasso” che apparteneva al normale programma di canto. Uno degli scolari osservò: “Anche noi siamo Balilla!” La maestra gli rispose “Sì, ma voi siete dei Balilla all’acqua rose, se no i tedeschi non sarebbero qui”. La frase arrivò agli alti comandi, che la segnalarono al Provveditore. Il dottor Bologna era un “collaborazionista”, che dopo l’8 settembre aveva conservato il posto, per la fortuna della maestra Bertusi, che poté cavarsela con qualche giorno di sospensione invece di finire in deportazione come accadde ad altri per molto meno.

I mesi passavano; gli ex-alunni della signorina Belleudi, ormai liceali, venivano talvolta a salutarla. A noi bambini sembravano giganteschi. Un giorno arrivarono in cinque, tutti solennemente addobbati da “avanguardisti”, forse dopo una delle molte adunate dell’epoca, facendo festa alla nostra maestra. Uno di loro si avvicinò a me e mi chiese a bruciapelo dove fosse mio fratello: mi resi conto che si trattava di una trappola, perché mio fratello, leva 1924, si era reso irreperibile sottraendosi al servizio militare ed era ricercato.

Quel giovanotto era lì con la specifica intenzione di farmi “cantare”. Gli risposi che mio fratello era a Pavia per frequentare l’università. Sapevo benissimo che era altrove, e in casa mi raccomandavano sempre di rispondere “non so” a domande del genere, ma io pensai che in tal modo avrei semplicemente aggravato i sospetti e decisi di dare una risposta credibile. La cosa durò pochi attimi, perché la maestra se ne accorse e richiamò l’investigatore. Era un tipo che abitava non lontano da noi, lo vedevo spesso in giro con suo padre, tutt’e due in divisa.

Venne l’estate del ’44. Mio fratello era ormai passato dalla clandestinità alla resistenza armata, raggiungendo una formazione di Giustizia e Libertà sulle colline di Cossombrato. I nostri genitori avevano un piccolo negozio e bottega artigianale in Corso Alfieri, che dovettero chiudere per ordine della polizia di Salò. Molti esercizi ad Asti si trovavano nelle stesse condizioni, e sulle loro saracinesche abbassate fu affisso d’autorità un manifesto che recitava: “Questa è la casa di un disertore”.

I padri dei “disertori”, furono arrestati sperando di far loro rivelare i nascondigli, e furono ammassati in seminario, requisito e utilizzato come punto di concentramento. Seppi più tardi che mio fratello si era offerto di consegnarsi al posto di mio padre, che evidentemente aveva rifiutato la proposta. Ricordo chiaramente la sera precedente l’arresto, e mia madre che gli aveva preparato una borsa di effetti personali. C’erano in casa nostra i Raimondo, degli sfollati torinesi, e ricordo come l’anziana signora fece coraggio a mio padre battendogli una mano sulla spalla e dicendogli “Fermo al fuoco!”.

L’eventualità era la deportazione, il lager o il lavoro forzato chissà dove, eravamo nel centro di una tragedia planetaria, eppure tutto sembrava così normale, quotidiano. Non ricordo di aver mai visto lacrime in casa nostra. E tra lo stupore generale tre sere dopo mio padre si ripresentò a casa, improvvisamente. Un racconto incredibile: a quegli uomini, nello stanzone del seminario, si era presentato un militare, un maresciallo della Guardia di Finanza, che aveva fatto l’appello e, mentre si allontanava, aveva fatto un segnale d’intesa da cui si capì che avrebbe lasciato la porta incustodita. Scapparono tutti, e i miei genitori si nascosero per un po’ di giorni in casa Molino, sulle colline della Valcossera, ma nessuno li cercò più. Fu una vera fortuna che quel maresciallo fosse un “collaborazionista”. E fu una fortuna per lui aver deciso di esserlo in quel modo, perché rimase ad Asti, stimato e gradito, fino alla pensione.

Ormai era l’ultimo Natale di guerra, anche se nessuno lo poteva sapere allora. Mio fratello, imprudente come un ventenne, venne a passare la festa a casa, a cento metri dal Platzkommandantur, sulla collina di Via Roreto. Eravamo a tavola, sul mezzogiorno. La cucina dava sul cortile, da cui la separava una porta a vetri. Una divisa bussa e si affaccia un giovane carabiniere, tutti rimangono impietriti: “Si trova qui Monaca Luigi?”. Luigi era manifestamente l’unico ventenne tra otto persone attorno al tavolo. La zia Giuseppina trova il fiato per rispondere no, che qui non c’è nessuno con quel nome. Il carabiniere si scusa per il disturbo, chiude e si allontana. Un “collaborazionista”, a cui qualche “collaborazionista” più in alto di lui aveva probabilmente dato ordini molto approssimativi. Già il fatto di mandarlo solo poteva lasciarlo pensare. Non seppi mai nulla di lui. Se sia passato alla resistenza, se abbia finito tranquillamente la sua ferma, se abbia fatto carriera, se sia finito contro un muro come Salvo D’Acquisto o se sia stato epurato dopo la guerra. Tutto possibile.

Venne finalmente la Liberazione. Ad Asti fu ufficiale il 27 o il 28 aprile. In Corso Alfieri una fiumana di partigiani male in arnese che scaricavano in aria le armi automatiche, con un seguito di folla in tripudio. I miei avevano chiuso il negozio, anche per non rischiare che la calca spaccasse la vetrina, ed eravamo saliti al primo piano, in casa dei vicini, per affacciarci alla finestra. Catturò la mia attenzione una scena che non si sarebbe mai più cancellata dalla mia memoria visiva e che decifrai gradualmente. Nella direzione da Piazza Roma verso Piazza Alfieri si stava avvicinando nella folla vociante un gruppo che spintonava una donna, una “collaborazionista” a cui era stato verniciato di minio il cuoio capelluto rasato a zero. Avanzava penosamente tra calci e pugni, rasentando le vetrine sul lato destro del Corso.

Intanto arrivava in senso opposto un biroccino, con sopra tre o quattro persone ben vestite in divisa caki nuova fiammante, all’americana, una delle quali era una giovane donna bionda. Arrivato davanti al Bar Ligure il calesse si ferma, la ragazza in caki scende con in mano il moschetto, e si avvicina ridendo alla”spia” vittima di quel linciaggio, la folla le fa posto, e lei, tra gli applausi. assesta due o tre terribili colpi con il calcio del moschetto sul dorso della vittima.

Risale trionfante sul calesse, che riparte, e mi auguro che quell’impresa mai nessuno possa considerarla eroica.

Ho visto, più tardi, la salita al Calvario raccontata dal cinema e dal teatro, ma io l’avevo vista dal vivo e quel ricordo è indelebile. Mi ha molto convinto una massima di Rabbi Aquivà: “Dio sta sempre dalla parte del perseguitato. Se un cattivo perseguita un buono, Dio sta dalla parte del perseguitato; se un buono perseguita un buono, Dio sta dalla parte del perseguitato; se un cattivo perseguita un cattivo, Dio sta dalla parte del perseguitato; ma se un buono perseguita un cattivo, Dio sta sempre dalla parte del perseguitato”.

Per gentile concessione del sig. Gianfranco Monaca che ha permesso la pubblicazione di questo articolo già pubblicato sulla rivista Tempi di fraternità n 5 (maggio) del 2013

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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