Albertina Bertuzzi (Nome di battaglia Tina)


Nasce il 2 luglio 1921 a Casalecchio di Reno. Operaia all’officina Baroncini. Staffetta nella 2.a Brigata Paolo Garibaldi. Dal 1942 grazie ai contatti avuti all’interno della fabbrica con operai antifascisti diventa attiva nella Resistenza. Ben presto si impegna anche nel sabotaggio della produzione militare. Nel gennaio 1944 entra a far parte di un gruppo di azione sindacale e politica quale responsabile della diffusione della stampa clandestina.

Nell’estate divenne staffetta di Sante Vincenzi, ma nel novembre successivo dove sospendere l’attività per ragioni cospirative. Riprende il lavoro clandestino come staffetta di Vincenzo Masi con compiti precipui nella diffusione della stampa.

Nel marzo 1945 viene incaricata insieme a Beatrice Bortolotti di tenere i collegamenti tra il PCI e il comando militare nei giorni dell’insurrezione.

I suoi ricordi di staffetta

Il lavoro clandestino praticamente iniziò per me nel 1942, nella fabbrica di candele per motori di aviazione ditta Baroncini che aveva sede prima in via Mascarella e poi alle Roveri. Nella fabbrica presi contatti con alcuni operai antifascisti i quali mi fecero comprendere molte cose sul fascismo e sulla guerra, tutte cose che, per la mia giovane età, non conoscevo. Lavoravo al reparto collaudo candele: il lavoro era altamente qualificato e di un’importanza vitale in quanto il mio era l’ultimo controllo e così avevo la possibilità — e lo facevo — di mescolare assieme al materiale buono delle candele difettose. Iniziai così i miei primi atti di sabotaggio alla produzione militare fascista.

Nel gennaio 1944, con l’aiuto di altri antifascisti fra i quali Grandini, Baffè, Luisa Badiali, Castellari ed altri ancora, costituimmo un gruppo di azione sindacale e politico. Il mio compito era quello di diffondere volantini e muovere gli altri operai per alcune rivendicazioni immediate: il sapone per lavarci le mani e il pagamento della mezz’ora dopo il cessato allarme. Queste due rivendicazioni il nostro padrone non le voleva accettare per cui organizzammo uno sciopero cui partecipò la quasi totalità delle maestranze.

Assieme ad altre ragazze partecipai ad una riunione con elementi che dirigevano il lavoro clandestino (ricordo Athos Zamboni, Luigi Orlandi) i quali, oltre alle necessarie informazioni, ci consegnarono parecchie copie di un documento di un vescovo slavo contro la guerra perché le portassimo nelle chiese da far leggere ai fedeli e ai parroci.

Io feci il lavoro nella chiesa di Sant’Antonio, in via San Vitale, in quella di via Fossolo e in quella della Croce del Biacco. Ho poi saputo che il parroco di Sant’Antonio, dopo averla esaminata, la lesse all’altare ai fedeli presenti.

Nel mese di giugno 1944 mi misi in mutua per dedicare completamente la mia giornata al lavoro clandestino. Il mio compagno, Fernando Zarri (Fausto), dirigente del movimento clandestino a Bologna, mi seguiva attentamente e mi orientava su tutti i problemi politici, della guerra e delle lotte che il popolo italiano portava avanti per cacciare l’invasore tedesco e sconfiggere il fascismo.

Io ero una giovane donna, cattolica e praticante, e grande fu la mia emozione quando mi trovai immersa nella lotta e nelle sofferenze e imparai cosa erano in concreto i rastrellamenti, i bombardamenti, le deportazioni, le fucilazioni di partigiani, il martirio di tanti che lottavano per un ideale. Ebbi, mi ricordo bene, proprio nella lotta il modo di accorgermi che stava nascendo in me un sentimento di ribellione contro la chiesa e la religione, in quanto ritenevo che se ci fosse stato un Dio supremo, queste cose che facevano gli uomini sulla terra non dovevano assolutamente avvenire.

Iniziai il lavoro al CUMER, come staffetta di Sante Vincenzi, ma dopo alcuni mesi dovetti sospendere questa attività per ragioni cospirative. Nel mese di novembre 1944 cambiai abitazione riprendendo l’attività clandestina come staffetta di Vincenzo Masi che si stava interessando della stampa clandestina.

Era un’esperienza nuova e qualificata. Si trattava della diffusione e smistamento della stampa clandestina che veniva fatta a Bologna e perciò occorreva un carattere e una coscienza superiore perché il nostro lavoro non era l’azione poi la fuga, ma era un lavoro permanente che si doveva fare tutti i giorni.

Questa nuova attività l’accettai con slancio perché era un’attività continua. Avevo l’appuntamento con le staffette, anche tre volte al giorno. Ricordo che una delle nostre preoccupazioni maggiori era di cambiare ogni volta luogo per non essere notate. Fra le staffette, in maggior parte donne, ricordo Adriana Galeotti (sorella del partigiano Galeotti), Ilde Pizzoli, la mamma di Alceste Giovannini (partigiano fucilato), l’Agnese Landi (Giulietta) e il fratello di Gastone Sozzi. I recapiti erano in parte volanti per strada, in parte fissi in negozi.

Ricordo il negozio del meccanico Benfenati in via San Vitale, un negozio di arrotino a Santa Viola, depositi di bicicletta ed altri luoghi di lavoro. Nei negozi era più facile portare ordini: entravi con qualunque pretesto e svolgevi il lavoro necessario per poter portare avanti l’organizzazione militare. Mi ricordo anche che un giorno mi recai nella sede del CUMER, nei pressi di via Solferino, per incontrarmi con Sante Vincenzi. Con mia grande sorpresa vi trovai due giovani in divisa dell’esercito: nel vederli pensai che ormai ci avevano scoperti, ma poi seppi che, grazie a questi ufficiali, uno dei quali era Giorgio Fanti, avevamo contatti con l’ambiente militare.

Ricordo che il materiale lo andavo a ritirare alla cartoleria di via Belle Arti e qualche volta lo ritiravo al volo dal compagno Del Pin, o dalla moglie di Casadei. I pacchi, quasi sempre già confezionati, li consegnavo nel giro di pochi minuti alle staffette Teresa, Caterina, Anita ed Ida fissandoci volta per volta il luogo di un successivo incontro. Inoltre ne consegnavo ad una compagna socialista e a un giovane che rappresentava il partito d’azione. Quasi tutti i giorni mi incontravo con Masi per stabilire il piano di lavoro che dovevamo fare e discutere delle immediate decisioni che dovevamo prendere.

Oltre a questo lavoro di diffusione della stampa, avevo anche il compito di mantenere i contatti tra il gruppo della redazione e le tipografie. La redazione era sistemata in un appartamento di via Pelagio Palagi e vi lavoravano diversi compagni: ricordo Giovanni Bottonelli, Alberto Landi, Sergio Sabbioni, Franco Bugatti e Ida Musiani: questi due ultimi c’erano sempre, abitavano nello stesso appartamento. A Franco e Ida ero molto affezionata e avevo più possibilità di parlare e di rimanere per qualche tempo con loro: erano per me i due compagni con cui ero legata da rapporti di amicizia.

In quella casa conobbi Dozza, Alberganti e sua moglie, Barontini ed altri dirigenti. Ricordo che Alberganti un giorno mi disse: «Vedi, siamo tanti amici qui dentro, ma quando ci incontreremo fuori, dobbiamo non conoscerci; anche un saluto può essere fatale».

Ricordo anche che un giorno, proprio per la grande mole di materiale che si produceva, non si riuscì a preparare i pacchi e così raccolsi tutto il materiale che mi fu consegnato e dovetti, la sera dopo, quando tutti erano andati a dormire, confezionarmi i pacchi da sola e fu per me una grande soddisfazione perché riuscii finalmente a leggere i volantini che fino a quel momento mi ero limitata a distribuire in pacchi chiusi. A mezzogiorno, durante l’intervallo, gli operai commentavano gli scritti ed erano d’accordo con il contenuto dei volantini, solo che non sapevano spiegarsi come si trovassero sul posto.

Circa a metà marzo mi comunicarono che, oltre al lavoro che già svolgevo, avrei avuto un altro incarico molto importante, ma altrettanto rischioso; io e la Bice Bortolotti — la moglie di Bottonelli — eravamo le due staffette che dovevamo tenere i collegamenti, nei giorni dell’insurrezione, tra il partito comunista e il comando militare e per questo nuovo compito dovevo, appena avuti gli ordini, trasferirmi altrove. Riuscii perciò a convincere mio padre, il quale si preoccupò di farmi confezionare le gallette perché non dovessi soffrire la fame: mio padre, naturalmente, era all’oscuro di tutta la mia attività. Attendevo con ansia questo ordine: ormai si trattava di giorni.

Una mattina, esattamente il 21 aprile 1945, alle sette arrivarono gli operai dicendo che alla porta Mazzini c’erano le truppe alleate. Non ci volevo credere, dicevo che non era possibile e fra me pensavo: «Quello sta scherzando, non ho ancora avuto l’ordine, ciò non è possibile». Alle 8,30 dello stesso giorno avevo l’appuntamento con Masi il quale mi confermò che durante la notte Bologna era stata liberata dai partigiani e che le truppe alleate erano in marcia verso Modena.

 

Fui contenta da un lato, ma anche molto delusa: tutti i miei preparativi erano stati inutili. E così questa esperienza che desideravo tanto di portare a termine sfumò.

Dopo l’appuntamento con Masi mi recai ugualmente alla cartoleria di via Belle Arti, questa volta finalmente non come clandestina, ma come libera cittadina e con grande commozione vidi i tipografi che stavano demolendo il muro che divideva la cartoleria dalla tipografia clandestina, ed io assolutamente non ne sapevo nulla. Senza conoscerci, ci abbracciammo tutti: da quel momento eravamo liberi cittadini.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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