Romano Donati (Nome di battaglia Totò)


Nasce il 3 luglio 1921 a Granarolo Emilia. Presta servizio militare a Roma in fanteria dal 10 gennaio 1941 all’ 8 settembre 1943. A Roma prende parte, dopo l’ 8 settembre 1943, ai combattimenti contro i tedeschi con il 2° reggimento dei granatieri.

Rientra a Bologna nel settembre 1943 tramite Agiolino Bonora entra in contatto con i partigiani operanti a Corticella (Bologna). Diventa il comandante della compagnia S. Anna del 4° battaglione Pinardi della 1.a brigata Irma Bandiera Garibaldi.

Ricercato dalle brigate nere, viene catturato insieme alla sorella Emma il 13 dicembre 1944 nella loro abitazione. Bastonato e percosso riusce a fuggire gettandosi nel fiume Savena.

Si trasferisce a Cento (FE), dove i tedeschi lo catturano nuovamente inviandolo nella zona di Rovigo. Riuscito di nuovo a fuggire, ritorna a Ca’ de Fabbri (Minerbio).

Le sue memorie

Il 25 luglio 1943 ero rientrato a Roma al deposito del 2° reggimento Granatieri, avendo trascorso molto tempo in territorio iugoslavo. L’8 settembre combattei contro i tedeschi in difesa del governo Badoglio. Oltre la metà del mese rientrai amareggiato a Bologna e rimasi a casa, assieme alla famiglia, partecipando ad interminabili discussioni, e spesso mi chiedevo cosa fare, come agire.

Nella sua bottega di Sant’Anna, il barbiere Angiolino Bonora ci invitava ad entrare nella Resistenza e quando dovemmo scegliere se ritornare a fare il soldato al servizio dei tedeschi, oppure andare in montagna, io andai coi partigiani entrando in una base situata nella zona di Corticella. Divenni il comandante della mia squadra.

Vivevamo nascosti nei campi di canapa, i contadini ci davano da mangiare e vigilavano in modo che nessun estraneo venisse a conoscenza del nostro nascondiglio. Quando — dopo il taglio della canapa — le campagne furono spoglie, trovammo ospitalità nelle case della città, e nelle stalle dei contadini.

Dopo la battaglia del 4 novembre 1944, in via dei Mille, il battaglione di Corticella ritornò nella zona ed ogni compagnia cercò di utilizzare i rifugi e nascondigli nelle proprie case.

Io divenni il comandante della compagnia di Sant’Anna: avevamo sperimentato la tecnica dei tanti rastrellamenti eseguiti dai tedeschi o dalle brigate nere. Si servivano sempre, come limite, della via Ferrarese e del fiume Savena, in modo che, mantenendo un’accorta vigilanza, ci spostavamo a valle se il rastrellamento veniva eseguito nella zona di Granarolo, oppure a sud, se veniva eseguito nella zona di Corticella, attraverso il fiume che, colla sua folta vegetazione, ci permetteva anche di nasconderci nei margini dell’acqua limacciosa. Riuscimmo a colpire il nemico e sfuggire ai suoi colpi, senza perdite, fino a quando la provocazione penetrò dentro le fila dell’organizzazione.

Nella mattinata di domenica 10 dicembre 1944 si tenne una riunione dei partigiani in una casa di Sant’Anna, presieduta da Idalgo Bonora, del comando del battaglione, che ci presentò il nuovo commissario politico, il compagno Amadori. Lunedì 11, corse la voce che Amadori era stato arrestato. Furono avvertiti partigiani di fare attenzione perché non si sapeva il suo comportamento.

La notte di mercoledì 13 avevo la febbre e non potei andare nella base; rimasi nel letto a casa mia. Sentii bussare alla porta, con insistenza, anche col calcio dei fucili.

Guardai l’orologio: era l’una. Volevo buttarmi dalla finestra e tentare la fuga, ma sentii i fascisti dire: «Se vedete delle anitre muoversi, aprite il fuoco senza esitare».

Mentre mia mamma si accingeva ad aprire la porta, ritornai a coricarmi. La brigata nera entrò in casa cercando la Lidia, che era mia sorella Emma. La tirarono giù dal letto cominciando a maltrattarla. L’accusarono di essere la staffetta che teneva i collegamenti con Renato Capelli (Leo). I fascisti portavano dei pesanti passamontagna che coprivano il loro volto. Mentre alcuni seviziavano la Lidia, altri rovistavano la casa buttando tutto sottosopra; strapparono dal letto la nonna ottantenne, poi venne la volta del mio letto. Tentarono di strapparmi via seminundo e io diedi uno strattone dicendo che era febbricitante e volevo vestirmi.

Nel trambusto che ne seguì, ad Amadori cadde la sciama che copriva il suo viso.

Allora, rivolgendosi a me, disse: «Quello è Donati, il comandante della compagnia». Mentre il tenente della brigata nera Mario Bettini, della farmacia, assieme ad un caporale con accento ferrarese mi tenevano sotto la minaccia delle armi, io mi vestii allacciandomi le scarpe. Altri mi bastonavano, altri ancora, con un frustino, mi davano scudisciate sul viso, gridando: «Dove hai le armi». Le armi pesanti erano nascoste in un bunker, ma le armi personali le tenevo a portata di mano. Dissi che le tenevo oltre il fiume Savena.

Due militi mi afferrarono per la cinghia dei pantaloni, mentre un terzo mi appoggiò la canna del mitra nella schiena, dandomi degli spintoni in avanti. Fui condotto oltre il fiume, davanti all’albero dove c’erano le rivoltelle. Volevano che io lo sollevassi, ma io mi rifiutavo di farlo. Allora mi coprirono di bastonate e, infine mi piegai, raccolsi l’arma e la consegnai. Un milite disse: «Questo lo concio io», e sentii togliere la sicura al mitra. Diedi uno strattone ai miei custodi e colpii con un pugno al basso ventre un milite che mi stava di fronte, scaraventandolo, piegato a metà, sopra gli altri militi, poi mi tuffai nel fiume Savena, che conoscevo nei più minuti particolari e fuggii, favorito dal buio della notte e dalla paura delle brigate nere che non ebbero il coraggio di inseguirmi e continuarono solo a spararmi dietro, senza muoversi. Vicino alla passerella, attraversai il fiume gettandomi al riparo dagli spari e proteggendomi nelle canne del fiume che mi nascondevano alla loro vista.

I militi, scornati, dissero allora che non ero scappato e che avevano visto il mio corpo galleggiare nel fiume. Mia mamma era disperata. Io tentai di raggiungere la casa dei partigiani a Sant’Anna, ma mentre camminavo dentro il fiume le brigate nere giunsero con mia sorella e la spia Amadori a casa dei fratelli Pinardi, che vennero subito arrestati, ammanettati e trucidati nella notte (arrestarono anche la Pemma e Tarozzi).

La mattina seguente andai dei miei zii che mi diedero degli indumenti asciutti e partii per Cà de Fabbri, dove rimasi qualche giorno; poi raggiunsi Cento di Ferrara, ma anche qui l’aria era irrespirabile e fui di nuovo braccato.

Il 10 gennaio 1945 partimmo assieme a degli stranieri, aggregati ai tedeschi: ci portarono nella zona di Rovigo dove ci giunse la notizia che gli alleati erano alle porte di Bologna.

Piantai i tedeschi e raggiunsi Cà de Fabbri, dove passai la linea e mi congiunsi cogli alleati; poi corsi a salutare la mamma.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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