Vittorio Betti (Nome di battaglia Vecio)


Nasce il 7 luglio 1903 a Lizzano in Belvedere. Fin da giovanissimo sposa le idee comuniste e già a 14 anni viene arrestato dalla polizia per aver scritto sui muri del suo paese parole inneggianti alla rivoluzione sovietica.

All’avvento del fascismo è perseguitato e, per sfuggire alla chiamata alle armi, espatria in Francia clandestinamente. A Parigi viene arrestato per la sua partecipazione ad una manifestazione a favore della Comune e trattenuto in carcere per due giorni.

Il 28 luglio 1929, nel corso della preparazione di una manifestazione pacifista, viene di nuovo arrestato con altri 28 italiani e consegnato nelle mani della polizia belga, che lo rinchiude a Nivelles e in seguito a Charleroi.

Liberato cerca invano lavoro in Belgio. Rientra clandestinamente in Francia, viene assunto come operaio per la costruzione del metrò di Parigi. Fra il 1931 e il 1935 per cinque volte passa il confine italo francese a nuoto da Mentone a Ventimiglia (IM) per portare copie de l’Unità.

Nel corso di un viaggio in Italia è arrestato, rinchiuso nella questura di Bologna e a lungo torturato e bastonato. Incarcerato a S. Giovanni in Monte il 17 dicembre 1935 viene condannato a 4 anni di confino a Ventotene (LT) e poi alle Tremiti (FG).

Scontata la pena viene sottoposto alla sorveglianza speciale a Lizzano in Belvedere suo paese natale.

Subito dopo l’8 settembre 1943 prende parte all’organizzazione dei primi gruppi armati della zona svolgendo in particolare funzioni di guida. Nella primavera del 1944 si unisce alla brigata Toni Matteotti Montagna e nell’autunno successivo si arruola, col resto della brigata, nella 5a armata americana, mantenendo tuttavia una notevole autonomia operativa.

I suoi ricordi

Avevo appena 14 anni nel 1917, quando ebbi per la prima volta a che fare con la polizia. Ricordo che uscii di casa, la notte, per scrivere sui muri di Lizzano in Belvedere: «Abbasso la guerra», «Evviva la rivoluzione russa». Mi trattennero solo un giorno e una notte e poi mi lasciarono libero perché io negavo.

Poi venne il fascismo e la mia vita divenne sempre più dura. Io facevo il manovale e il boscaiolo, come del resto gli altri della mia famiglia. Più volte i fascisti vennero su a Lizzano per bastonarmi, ma io correvo più forte di loro sui monti e buttavo dietro loro delle pietre e altre volte abbiamo avuto molte zuffe, però i fascisti ebbero sempre la peggio. Molte volte, di notte, mi spararono dietro e io rispondevo con la mia rivoltella. Quando mi chiamarono per la leva io, che ero antimilitarista, scavalcai la frontiera sul Moncenisio, d’inverno, con sette metri di neve e andai in Francia con l’aiuto di una guida, che trovai a Bardonecchia.

Trovai lavoro in una miniera a Pierre (Meurthe – et-Moselle): eravamo quasi tutti antifascisti e quando ci capitava un fascista fra le mani era un divertimento per noi. La polizia francese mi arrestò assieme ad altri trecento lavoratori italiani, durante una manifestazione a favore della Comune che si svolgeva a Parigi al cimitero di Pére Lachaise: ci tennero dentro due giorni, ma il 28 luglio 1929, durante la preparazione di una manifestazione pacifista che doveva esserci a Parigi il primo agosto, fui di nuovo arrestato, assieme ad altri 28 italiani, e poi passato nelle mani della polizia belga al confino. Durante il viaggio ricordo che raccoglievo soldi per la sottoscrizione dell’« Humanité ».

La polizia belga ci portò nelle carceri di Nivelles e poi nel carcere di Charleroi e poi fummo trasferiti sulla frontiera del Lussemburgo e quindi di nuovo nelle mani della polizia che ci rinchiuse nel carcere di Eich sur Alzette dove restammo poco tempo perché noi eravamo sempre degli espulsi e nessuno ci voleva tanto che poco dopo andammo a finire proprio nella terra di nessuno dove restammo quattro giorni e se potemmo vivere lo dobbiamo a compagni italiani del Lussemburgo che ci facevano avere un po’ di cibo e delle coperte.

Allora ci dividemmo ed io, con altri sette compagni andai a Namur e di lì a Bruxelles dove, in soli otto compagni, mettemmo il terrore fra i fascisti italiani che erano nella capitale belga: ricordo che andammo tutti al caffè dell’Ambasciata, disfammo tutto e continuammo fuori tanto che i fascisti smisero di mettersi la cimice all’occhiello. Cercavo da lavorare, ma nessuno me ne dava; cercai anche a Liegi, in una miniera di carbone, ma anche lì niente. Allora rientrai, clandestinamente, s’intende, a Parigi dove trovai da lavorare nella costruzione del Metro.

Dopo sei mesi mi arrestarono e restai dentro tre mesi: dopo mi riportarono nella terra di nessuno, ma arrivai nuovamente a Parigi quattro ore prima dei poliziotti che mi avevano fatto la scorta. Trovai lavoro in una cava di gesso e poi mi spostai vicino a Tolone dove facemmo persino le barricate vicino all’Arsenale per impedire che la polizia stroncasse lo sciopero. Restai in Francia fino al 1935. Ogni tanto entravo clandestinamente in Italia per portare materiale propagandistico agli antifascisti.

Ricordo che fra il 1931 e il 1935, per cinque volte passai il confine italofrancese a nuoto, buttandomi in mare a Mentane, di notte, per raggiungere Ventimiglia con un pacco impermeabile di stampa, generalmente l’Unità. Poi andavo con mezzi di fortuna a Trieste e Milano per appuntamenti, al minuto preciso, con compagni che non conoscevo cui consegnavo il pacco e poi tornavo indietro.

Una volta entrai invece legalmente per andare a trovare mia mamma moribonda e quella volta fui arrestato, rinchiuso nella sede della Questura di Bologna, alla caserma Magarotti, dove quasi mi ammazzarono di botte. Mi buttarono

giù tutti i denti e mi schiacciarono le unghie. Dopo otto giorni di torture mi rimisero in carcere, a S. Giovanni in Monte, e poi finii al confino a Ventotene e poi alle Tremiti. Poi fui rinviato a Lizzano con l’ammonizione e la sorveglianza speciale. Il 25 luglio, quando cadde il fascismo, ero infatti, nella mia casa, a Lizzano.

Naturalmente cominciai subito la mia attività nella Resistenza. Subito dopo l’8 settembre a Poggiolforato e a La Cà, vicino a Lizzano in Belvedere, sorsero i primi gruppi armati e io collaborai per costituirli. Una notte vennero i fascisti e i tedeschi e arrestarono i partigiani poi li portarono a Bologna e li fucilarono.

Così il primo gruppo fu distrutto. Ma subito dopo i gruppi si ricostituirono sopra Monte Acuto e nel modenese. Io facevo la guida e portavo i partigiani nelle varie formazioni.

In primavera però non potei continuare a far la guida, perche ero stato scoperto e allora entrai in formazione con la Brigata Matteotti, nello stesso giorno in cui arrivò il capitano Toni come comandante. Nei pressi della nostra Brigata, c’era quella Giustizia e Libertà del capitano Pietro. Io facevo un po’ di tutto, ma soprattutto andavo a prendere armi ai fascisti e ai tedeschi e le portavo in Brigata.

Una volta andai da solo dal maresciallo della Milizia Forestale e mi feci consegnare tutte le armi; le misi in un sacco e le portai su. Andavo anche nelle case dei repubblichini a prendere le armi e mi è sempre andata bene. Poi pensavo anche ai viveri e al vestiario.

La nostra Brigata ebbe molti e durissimi scontri con i fascisti ed i tedeschi.

Il 26 ottobre 1944, il capitano Toni ed io ci incontrammo con un ufficiale americano sul ponte della Venturina, al centro della zona da noi occupata. Ci si accordò che il 28 ottobre noi avremmo attaccato le posizioni tedesche a Monte Belvedere e loro ci avrebbero aiutati con rifornimenti e con lo sbarramento di artiglieria e anche con l’intervento di loro reparti. Noi riuscimmo a sconfiggere i tedeschi e ad occupare il monte, facendo anche molti prigionieri. Ma gli americani non arrivarono e così da una vittoria già realizzata fummo costretti, per non farci sorprendere senza munizioni, a ritornare alle basi di partenza.

Fu un vero guaio perché si potevano risparmiare molte vite umane ed abbreviare anche le sofferenze del nostro paese. Noi ci unimmo allora agli americani e combattemmo con loro, mantenendo la nostra autonomia. Poco dopo, però, perdemmo Toni e altri quattro partigiani, il 12 dicembre, in un’azione di pattuglia nella zona della Corona, sotto Monte Belvedere, ancora assurdamente in mano ai tedeschi.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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