Armando Marzocchi (Nome di battaglia Gigi)


Nasce il 16 luglio 1920 a S. Giovanni in Persiceto. Presta servizio militare nei carristi, a Siena, dal 12 maggio 1941 all’8 settembre 1943 con il grado di sottotenente. Nonostante la scarsa disponibilità economica, i genitori erano braccianti, insieme con il fratello gemello Antonio consegue il diploma di abilitazione magistrale. Amico di Nerio Nannetti, si iscrive al Partito Comunista Italiano. Dopo l’8 settembre 1943, mentre si trova a Siena per il servizio militare al comando del suo plotone, impedisce l’ingresso in città ad una colonna tedesca. Il 14 dicembre 1943 è costretto a presentarsi, perché richiamato alle armi dalla Repubblica Sociale Italiana. Disertato e rientra a S. Giovanni in Persiceto. Entra a far parte del battaglione Sergio della 63a brigata Bolero Garibaldi comandato dal fratello Antonio. Dal 16 luglio 1944 assume la funzione di commissario politico del battaglione e combatte nella zona di Anzola Emilia. Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1944 dovendosi portare a Bologna, in vista dell’insurrezione della città, concentra tutti gli appartenenti del battaglione (circa 110 uomini) a S. Giacomo del Martignone in casa di Cleto Guermandi ad Anzola Emilia. Poi, insieme con il fratello Antonio, formata una pattuglia, giungono nei pressi di via Bargellino, all’incrocio con la ferrovia Bologna- Brennero. Il gruppo cade in una imboscata tesagli dai nazifascisti appostati negli alloggi ferroviari. Investiti da una raffica di mitra, pur rispondendo al fuoco, ordina la ritirata «perché gli uomini sono carichi di bagagli, perché il gruppo si trovava fuori della sua zona operativa e attaccare significava attirare tutti i tedeschi dei presidi vicini e quella notte avrebbe potuto essere molto più tragica di quella che in realtà fu». (testimonianza di Adolfo Belletti).

I suoi ricordi

Sono giunto ad oppormi decisamente al fascismo attraverso una ricerca ed una consapevolezza maturata unitamente a mio fratello gemello Antonio, sottotenente pilota d’aviazione. Questa coscienza, che aveva la sua matrice in un’origine bracciantile, si fece evidente allorché entrambi, sia pure in diverse zone d’operazioni militari, potemmo conoscere e giudicare le vere cause e vicende della guerra in atto, al di fuori delle esaltazioni retoriche di amor patrio sulle quali si faceva leva per speculare sui sentimenti più elevati e sullo slancio di generosità dei giovani. Attraverso un continuo scambio di esperienze ed osservazioni, già prima del 25 luglio 1943, avevamo intuito la verità che si nascondeva dietro il fascismo e fin dall’8 settembre dello stesso anno compimmo spontaneamente la scelta che doveva influire in modo determinante sul corso delle nostre esistenze: decidemmo di batterci nel movimento partigiano per sconfiggere e cacciare i fascisti ed i tedeschi affinchè l’Italia potesse riconquistare l’indipendenza nazionale e progredire nella libertà. Mio fratello prese immediatamente posizione ritirandosi, con un gruppo di avieri equipaggiati ed in armi, sulle colline che sovrastano l’aeroporto di Forlì, mentre da parte mia, al comando di un plotone di carristi, impedii l’ingresso di una colonna di tedeschi, dotati di carri armati Tigre, che voleva penetrare a Siena per Porta Romana. Tra gli avvenimenti di maggiore rilievo politico nel corso della lotta di liberazione ricordo la prima presa di contatto col partito comunista, fatto che allargò il mio orizzonte limitato a soli impulsi di coscienza per delinearli in tutto il loro vigore e saldamente ancorarli alla realtà della quale eravamo partecipi e protagonisti; ricordo l’importanza che ebbe per me la conoscenza e la vita trascorsa assieme, per alcune settimane, col comunista Nerio Nannetti. Egli, dopo essere stato liberato assieme ai detenuti politici con l’audace e clamorosa azione partigiana dell’agosto 1944, dal carcere di San Giovanni in Monte, fu inviato presso il nostro distaccamento della 7a brigata GAP, operante nell’Anzolese. Mentre studiavamo i piani di sabotaggio e le azioni da portare a compimento Nannetti ci completava nella formazione politica, avvalendosi della sua preparazione ed esperienza, sicché gli stessi atti non erano più fondati sul solo coraggio od affidati all’improvvisazione ed alla sorpresa, ma tenevano conto delle forze nemiche da combattere decisamente e di quelle nei confronti delle quali dovevamo cercare l’alleanza e rafforzare l’unità. Nannetti cadde a San Giacomo il 3 settembre1944, sulla rampa d’accesso al torrente Samoggia, quando già aveva liberato dei soldati austriaci che si erano rifiutati di combattere per i nazisti e che per questo erano tenuti in prigionia. Il distaccamento di Anzola era costituito dal 2° battaglione Sergio, così denominato in memoria di Nannetti. La nostra formazione comprendeva la squadra comando composta da cinque uomini, il gruppo Romanoff di quindici partigiani, la squadre Gioia di dieci componenti, Tigre di diciassette, Peloni di tredici, Ivan di dieci, Pantera di sette, Toso di tredici, Falco di dieci e Nino di otto uomini, per un totale di centotto partigiani dotati, nell’agosto del 1944, del seguente armamento: due mitra, novanta moschetti, sessantasei pistole e più di cento bombe a mano. Tale consistente raggruppamento, formato da gappisti e sappisti, compiva continue azioni di sabotaggio che ostacolavano la circolazione, le comunicazioni ed i rifornimenti nelle retrovie dei tedeschi attestati sulla linea Gotica (posa di chiodi a quattro punte sulle strade, che immobilizzarono decine di automezzi, taglio di cavi telefonici, tra cui quello  importantissimo che collegava Roma a Berlino; attacchi ad elettrodotti ad alta tensione con cariche di dinamite ai tralicci di ferro; assalto ad un treno di munizioni nella stazione di Lavino di Mezzo, che consentì di impossessarsi di molte casse di bombe a mano). Bene ci riuscì anche l’opera di convincimento verso un drappello di quindici giovani, arruolati nella scuola di Tavernelle, dov’erano dislocati, per trasferirsi, col loro tenente, nei ruderi della bombardata chiesa di San Giacomo del Martignone e di qui furono poi avviati alla lotta partigiana. Il distaccamento era collegato con gruppi di Anzola, con una numerosa formazione di partigiani di Amola, col gruppo di Decima di Persiceto e con altri nuclei sparsi nel Persicetano. Di particolare rilievo fu l’azione condotta il 12 settembre 1944 da cinque partigiani dell’Anzolese, che si concluse con la liberazione del partigiano Rinaldo Veronesi, ferito e sorvegliato nell’ospedale di Persiceto. Dal rapporto dell’azione, alla quale parteciparono il comandante Toni, ed i gappisti Boccaccio, Taiadéla, Marco e Clorindo, si precisa nella parte finale: “Ottimo il comportamento di ognuno che ha assolto, con calma esemplarissima, ogni minimo particolare d’azione affidatogli ». Fra i molti fatti della guerra partigiana quello che è rimasto più vivo nella mia memoria, ed al quale ritorno di frequente con commozione, riguarda la morte di mio fratello il cui nome di battaglia era Toni. La sera del 17 ottobre 1944 i sappisti ed i gappisti, comandati da mio fratello, si concentrarono in numero di oltre cento unità a San Giacomo, dove avevamo i rifugi e le basi d’appoggio estese su una vasta zona. Lo scopo era quello di raggruppare le nostre forze a Bologna nella base dell’Ospedale Maggiore. Equipaggiati con tutte le armi, ci dirigemmo verso Bologna, inoltrandoci per i campi ed a volte seguendo il tracciato della ferrovia Verona-Bologna. Dopo la mezzanotte, nei pressi di Calderara di Reno e vicino ad un casello ferroviario, una pattuglia tedesca, avendo udito il nostro calpestio, ci intimò l’alt e fece fuoco. Mio fratello, che guidava la formazione, disposta in fila indiana, fu certamente colpito da una scarica di mitra e cadde senza che i compagni che gli erano al fianco avvertissero la gravita di quanto era accaduto. Diversi di coloro che erano in testa alla colonna avevano rivolto il fuoco delle loro armi sul posto da dove proveniva il vocìo dei tedeschi. Assunsi allora il comando degli uomini che si erano sparsi e chiesi notizie dei partigiani mancanti, ed in particolare di mio fratello. Mi assicurarono che Toni aveva risposto al fuoco, che si era chinato per proteggerci e che certamente si trovava col gruppo dei venti che mancavano. Poiché non era possibile richiamarci a voce e ricomporci, dopo aver consultato un ufficiale tedesco che in precedenza avevamo accolto nella formazione ed avendomi questi specificato che i componenti della pattuglia, terrorizzati, chiedevano rinforzi, rinunciai ad effettuare un sopralluogo e decisi di riportare gli uomini alle basi di partenza. Successivamente, con un compagno, raggiunsi la casa colonica dell’antifascista Pietro Bussolari, dove, tra balle di paglia di un fienile, era stato ricavato un sicuro rifugio, fuori dalla zona delle nostre azioni. Qui ci addormentammo senza immaginare la gravita della perdita che avevamo subito. Il corpo inanimato di mio fratello fu poi impiccato e schernito alla periferia di Persiceto. Ciò che sempre mi ha tormentato è stato il dubbio se mio fratello è stato fulminato dalla scarica di mitra rivoltagli, oppure se è rimasto ferito, consapevole di essere stato abbandonato dai compagni ed anche da me. La morte di Nannetti e di Toni rappresentò un duro colpo per il movimento e nuove difficoltà vennero dopo porta Lame e a seguito del blocco dell’offensiva alleata. Il mese di dicembre fu un mese di martirio per la Resistenza persicetana. Il 5 dicembre i nazifascisti attuarono uno spietato rastrellamento nella zona di Amola, che costò la vita a venti partigiani, trucidati alla fine del mese nei calanchi dei Colli di Paderno, a Bologna, e la deportazione di dieci partigiani e civili in Lager tedeschi dai quali otto non faranno ritorno. Due giorni dopo, il 7 dicembre, i nazifascisti ripeterono l’azione nelle zone di Borgata Città e Borgata Casale con arresti e deportazioni di undici partigiani e altri arresti furono effettuati il 14 dicembre. Malgrado queste perdite il movimento, grazie all’ampiezza della partecipazione popolare, riuscirà però a ricomporsi presentandosi con nuova forza e slancio nelle giornate insurrezionali.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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