Orlando Gnudi (Nome di battaglia Romeo)


Nasce il 18 luglio 1920 a Molinella. Presta servizio militare in artiglieria dall’11 marzo 1940 all’8 settembre 1943. Di famiglia antifascista, cresciuto a Molinella, dove gli operai e i braccianti agricoli opposero una tenace resistenza alla violenza fascista, subito dopo l’8 settembre 1943 entra a far parte della Resistenza. Sotto la guida di Luciano Romagnoli insieme con i fratelli Dorando e Duilio partecipa all’organizzazione delle prime basi partigiane del molinellese.

Successivamente, si uinisce ad un gruppo di partigiani di Medicina, si trasferisce  sull’Appennino tosco-emiliano. Milita nel 1° battaglione Libero della 36a brigata Bianconcini Garibaldi. Prende parte ai combattimenti su Monte La Fine e su La Bastia.

I suoi ricordi

La storia del mio antifascismo comincia da ragazzo, a Molinella, e continua insieme a quella della mia famiglia, che è sempre stata contro il fascismo fin dalle prime lotte. Alla Resistenza aderii subito insieme con i miei fratelli Duilio e Durando.

L’8 settembre 1943, mentre era a casa in licenza militare, decisi di non tornare più nell’esercito e molti a Molinella fecero altrettanto. Cominciammo ad organizzare le prime basi partigiane sotto la guida di Luciano Romagnoli, che era un giovane dirigente  comunista.

Nella primavera del 1944 il governo di Salò chiamò alle armi la classe del 1927, che già aveva combattuto molti anni, allo scopo di formare l’esercito repubblichino. I gerarchi fascisti di Molinella si misero tutti la camicia nera e poi decisero di organizzare un ricevimento nel teatro Comunale di Molinella per festeggiare i giovani del 1927 che si presentavano: volevano evidentemente fare una manifestazione patriottica per dimostrare che i giovani avevano ancora fiducia nel fascismo. Ma ebbero una sgradita sorpresa e fu più forte quel giorno la nostra organizzazione della loro.

Io avevo organizzato, insieme ad altri compagni di Marmorta, una contromanifestazione con la parola d’ordine di andare nella piazza davanti al teatro, ma non dentro. Infatti la manifestazione riuscì perfettamente: non un solo soldato o civile entrò. Dal di fuori si vedevano le tavole apparecchiate, con le bottiglie, i pasticcini, le sigarette, e si pensi che in quei giorni c’era ristrettezza di tutto e quella roba faceva gola. Ma nessuno entrò, mentre di fuori dovevamo essere più di un centinaio.

Vedendo che nessuno intendeva entrare, i fascisti decisero di usare le buone maniere. Dissero: “Entrate, sarà il male di bere un bicchiere di vermouth”; poi cercarono di convincere alcuni dei presenti trascinandoseli dietro. Ma nessuno entrò e allora cominciarono a innervosirsi. Anche da parte nostra si rispose, deridendoli, e allora, dopo l’arresto di Malisardi, che aveva detto qualche frase non gradita, pian piano ci allontanammo. La piazza restò vuota e il teatro anche. E i giovani molinellesi invece di andare soldati passarono alla Resistenza, unendosi a varie brigate.

Mio fratello Duilio ed io ci unimmo a un gruppo di Medicina e poi entrammo nella 36a brigata Garibaldi, che operava nella linea Gotica. Io entrai a far parte del battaglione comandato da Libero Golinelli. Nel settembre 1944, quando si vedeva che vi sarebbe stata l’offensiva alleata finale, parte del battaglione si spostò nella zona di monte La Fine, nella valle del Sillaro e qui ci fermammo dopo una lunga marcia in una località chiamata Visignano, dove tutti i contadini erano nostri amici. Avremmo dovuto poi avanzare su Bologna, anticipando gli alleati.

Ci sistemammo tutti nella villa Vacchi, che era molto grande e protetta dal monte. La sera stessa, appena sistemati, uscimmo con alcune squadre e riuscimmo a far prigionieri molti tedeschi che già si stavano ritirando. Il mattino seguente ne catturammo un’altra ventina, senza mai avere perdite. I nazisti resistettero, ma non a lungo e, visto cadere l’ufficiale, deciseso di arrendersi. Li mettemmo insieme agli altri, nello scantinato.

La mattina del 25 settembre, verso le nove, dopo un lungo bombardamento che colpì la villa, riuscimmo a vedere a distanza una colonna di soldati che avanzava in fila indiana. Capimmo subito che erano americani. Noi ci avvicinammo e l’incontro fu veramente fraterno. Ci abbracciammo e ci scambiammo dei doni e dei viveri. Noi demmo loro della carne fresca contro sigarette e cioccolata. Il comandante Libero prese subito contatto col comandante del reparto e si accordò che noi avremmo continuato a combattere insieme.

La sera stessa varie squadre miste di partigiani e americani, continuarono ad avanzare e la squadra dove ero io passò monte La Fine e occupò Giugnola e qui furono fatti altri prigionieri. Ma il giorno dopo i tedeschi passarono al contrattacco su monte La Fine: insieme li respingemmo. Ricordo che un gruppetto stava per arrivare sulla cima del monte e noi riuscimmo a colpirli proprio mentre stavano per lanciare le bombe a mano. Avevano voluto approfittare di una giornata di pioggia e di nebbia per rioccupare quella importante altura: ma quello fu il loro ultimo tentativo e lo pagarono con molti morti.

Però qui, pochi giorni dopo, il fronte si stabilizzò. Poco oltre, a Ca’ di Guzzo, i partigiani stavano combattendo una delle più dure battaglie della Resistenza e mio fratello Duilio era assediato dentro la casa accerchiata. Più tardi mi unii al gruppo partigiano che lo stesso Libero formò, d’accordo con gli alleati, e tenemmo per tutto l’inverno le posizioni più dure del fronte, nella linea di Tossignano.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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