Sesto Liverani (Nome di battaglia Pali)


Nasce il 30 luglio 1916 a Brisighella (RA). Di famiglia antifascista, si iscrive al Partito Comunista Italiano nel 1933. Presta servizio militare a Bologna, dove, con altri, organizza un gruppo di militanti comunisti all’interno della caserma.

Il 26 luglio 1943partecipa alle manifestazioni popolari che si svolgono a Bologna per la caduta del fascismo e alla distruzione delle insegne del regime interne alla caserma.

Dopo l’8 settembre 1943 torna a Brisighella dove collabora all’organizzazione delle formazioni partigiane del luogo.

Alla testa di un distaccamento dell’8a brigata Garibaldi, che opera principalmente nella valle del Lamone, compie azioni audacissime. Perfetto conoscitore del terreno e consapevole di un necessario, corretto rapporto tra partigiani e popolazione, conduce una guerriglia efficace che provoca poche perdite di uomini e consistenti risultati offensivi. Gli è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione:

«Fin dall’inizio partecipava attivamente al movimento di resistenza costituendo delle formazioni gappiste alla testa delle quali svolgeva numerose e ardite azioni di guerra, accorrendo anche in appoggio alle formazioni di montagna ogni qualvolta queste venivano attaccate e necessitavano di rinforzi. Particolarmente si segnalava nel combattimento di Cà di Malanca nel corso del quale riusciva a sganciare ed a portare in salvo i resti di una Brigata che dopo tenace resistenza era rimasta decimata e priva di munizioni. Bellissima figura di patriota e di coraggioso combattente».

Zona di Brisighella – Appennino Bolognese, 8/9/43 – 25/4/45.

I suoi ricordi

Tornai a casa dal servizio militare il 10 settembre 1943, in seguito all’armistizio e allo sbandamento dell’esercito italiano. La notte stessa il capitano Vincenzo Gnudi, comandante della caserma, coadiuvato dal sergente maggiore Romeo Cavazza, consegnava ai tedeschi la caserma Tagliamento di via San Vitale, in Bologna.

Trascorsi trenta giorni in famiglia, in relativa tranquillità. A Brisighella, il ricostituito partito fascista non era ancora ricomparso, ma un mercoledì mattina arrivò da Faenza un reparto di GNR (Guardia nazionale repubblicana), del quale facevano parte anche alcuni brisighellesi. La stessa mattina i fascisti occuparono la ex casa del fascio e nel pomeriggio circondarono casa mia, misero al muro l’intera famiglia e perquisirono l’abitazione, cercando me e le mie armi. Io avevo fatto in tempo a saltare la finestra e a nascondermi, ma trovarono alcuni moschetti.

Dovetti entrare nell’illegalità e per tre mesi girovagai per la campagna di Brisighella e di Modigliana, organizzando i contadini nel Fronte di Liberazione secondo le disposizioni del CLN. In un primo tempo il compito che mi era stato affidato mi piaceva e quindi lavorai con impegno, ma una volta organizzata la zona mi sembrò assurdo restare in attesa degli avvenimenti, tanto più che gli stessi contadini chiedevano una azione più decisa. Provavo la sensazione di trovarmi a rimorchio dell’organizzazione che io stesso avevo creato.

Il PCI e il CLN, di fronte alla situazione della mia zona, parevano impacciati: riusciva loro difficile ammettere che i contadini fossero più rivoluzionari degli operai del paese.

In me maturava la necessità morale di agire su un piano diverso da quello parolereccio e chiedevo di essere inviato in Brigata, ma i compagni mi rispondevano che dovevo restare dove ero. Questa opposizione era grave, perchè senza il loro aiuto non sarei riuscito ad ottenere dal CLN il nulla osta per l’ingresso in Brigata.

Volendo, potevo andare con Corbari o con La Scansi di Gino Monti, i due gruppi sorti dalla spaccatura del movimento partigiano faentino. Corbari aveva acceso la fantasia della popolazione con gesti temerari e azioni spettacolari, ma c’era stata da poco la tragica sconfitta di Monte Freddo, in coincidenza con la prolungata occupazione di Tredozio (Corbari con la sua banda occupò Tredozio e lo tenne per una decina di giorni. Aveva contemporaneamente stabilito la sua sede a casa Morello, sotto il Monte Freddo, restandovi per circa un mese. I tedeschi e i fascisti, di notte, circondarono l’abitazione, fecero prigionieri quanti vi erano dentro e bruciarono il casolare. Silvio Corbari quella notte non era alla base, pertanto potè salvarsi e continuare la lotta. M’incontrai con lui in agosto, a Ca’ di Lago, dove si era trasferito, per discutere alcuni problemi di buon vicinato. Egli partì da Ca’ di Lago prima di me per portarsi a Corniolo, da dove, egli disse, avrebbe intrapreso un’azione di grande risonanza. Otto giorni dopo, proprio a Corniolo, venne catturato assieme ad Adriano Casadei e Iris Versari; vennero impiccati due volte, il 18 agosto 1944 a Castrocaro e l’indomani a Forlì, ed era apparso chiaro che erano state trascurate elementari norme di sicurezza. D’altronde ambedue le bande mi pareva presentassero caratteristiche politiche, tattiche e organizzative imperniate in modo troppo accentuato sulla personalità dei loro comandanti. Per questo intendevo andare nella 8a Brigata Garibaldi. Ero deciso e lo feci, anche contro il parere dei miei compagni. Mi misi d’accordo con Peiuga, la staffetta del CLN, e una notte, quando egli  accompagnava altre reclute, mi imbrancai, zaino in ispalla. Arrivai appena in tempo per combattere un giorno intero contro i tedeschi ed essere tagliato fuori dalla formazione, assieme alla mia compagnia. Ritornato alla base di partenza, organizzai i primi GAP, secondo gli schemi adottati per le città, e passai presto all’azione.

Anche Luigi Tinti (Bob) e altri partigiani dell’Imolese vennero a trovarsi nelle mie condizioni e quindi ritornarono sul Monte Faggiola, per ricongiungersi col gruppo di Cortecchio e, insieme al capitano Lorenzini, diedero vita alla 4a Brigata Garibaldi, che divenne la 36a Brigata. Lorenzini dapprima e Bob successivamente divennero comandanti della formazione.

Intanto l’ORI (Organizzazione Resistenza Italiana), che faceva capo al dott. Virgilio Neri di Faenza, aveva ricevuto dagli Alleati una stazione OSS (La stazione Radio Zella venne sbarcata da un sommergibile nei pressi di Casal Borsetti e il capo missione era Tonino Farneti. Egli prese contatto con elementi del PRI, i quali passarono la missione al dott. Virgilio Neri, notaio in Faenza.), ed era in continuo collegamento cogli anglo-americani. L’ORI, e Virgilio in particolare, ottenne dagli alleati diversi lanci di materiale bellico, dei quali io conosco i seguenti: il primo fu ricevuto da noi partigiani della 8a zona (Faenza) sul Monte della Pietramora; il secondo lo ricevette la 36a sul Faggiola (ne parlerò dettagliatamente in seguito); il terzo venne fatto a Corbari sul Monte Lavane.

Poi la radio venne localizzata e catturata dai tedeschi assieme al personale addetto alle trasmissioni (Radio Zella trasmise dalla villa del dott. Neri di Rivalta fino alla morte di Bruno Neri e Vittorio Bellenghi avvenuta a Gamogna. Dopo venne spostata a Pieve di Cesato, in casa del contadino Rossi, che fu catturato assieme al marconista Andrea (Spatagnaz), entrambi fucilati.).

Ho accennato al fatto che il movimento partigiano faentino, organizzatosi immediatamente dopo l’8 settembre, si era spaccato in due tronconi, deludendo molte delle aspettative e perdendo quella carica ideale che era indispensabile a una formazione combattente. Ciò accadeva mentre tutte le forze politiche che costituivano il CLN aspiravano ad avere in provincia di Ravenna anche una formazione di montagna che colmasse il vuoto esistente sull’Appennino toscoromagnolo, dal Falterona al Faggiola, cioè dalla 8a Brigata alla 4a Brigata. C’erano i partigiani, c’erano le armi ed era arrivata la buona stagione, quindi il CLN, e il CUMER (La decisione scaturì principalmente in diversi incontri fra Bulow (Ufficiale di collegamento del CUMER e comandante della 28a Brigata GAP Mario Gordini), Cervellati e Virgilio Neri.) decisero la nascita della formazione. Fu relativamente facile passare dalla decisione alla sua rapida attuazione, perchè l’aspirazione di ricucire l’unità della Resistenza faentina aveva fatto passi notevoli. Nella nuova Brigata (Brigata Ravenna) confluì subito La Scansi e molti dei GAP dell’8 a zona. A comandarla vennero chiamati Bruno Neri e Vittorio Bellenghi del gruppo ORI, commissario politico Pietro Ferrucci (Arno). Il raduno venne fissato nella zona di Casale di Modigliana e i partigiani la raggiunsero a piccoli gruppi. La Brigata, appena costituitasi ufficialmente, si mise in cammino per raggiungere il Monte Lavane, dove erano stati convenuti con gli Alleati lanci di materiale bellico. Ma i due comandanti, che nella marcia di trasferimento precedevano la formazione di un bel tratto di strada, furono individuati dai tedeschi che operavano già sulla linea Gotica, fu loro tesa un’imboscata e vennero trucidati a Gamogna, a metà strada fra Marradi e San Benedetto in Alpe. Era il 10 luglio 1944. Privi di comando gli uomini, seguendo Pietro Ferrucci, Gino Monti e Cencio Lega, retrocedettero al Monte del Tesoro. Qui, interpellato il CUMER, ricevettero disposizione di appoggiarsi alla 36a Brigata.

Bisognava condurre quei partigiani fino alla nuova destinazione, tenendo conto del loro stato di abbattimento, perciò evitando qualsiasi scontro col nemico. Per il fatto che io conoscevo la zona, il CLN di Faenza m’incaricò di accompagnare la formazione. Di notte, la guidai per sentieri poco noti e, attraversando tutte le strade pericolose nei punti dove esse permettevano un rapido passaggio e un immediato successivo occultamento, giungemmo nelle vicinanze della 36a Brigata Garibaldi. A questo punto io, che avevo fretta di ricongiungermi coi miei uomini, ritornai al Monte del Tesoro. La formazione, nata come Brigata Ravenna, raggiunta indisturbata la 36a Brigata, ne divenne pante integrante, con la denominazione di battaglione Ravenna, comandato da Ivo Mazzanti.

La storia della formazione faentina, che ebbe origini così complesse, tormentate e tragiche, da questo momento diventa tutt’uno con le vicende e la storia della 36a Brigata Garibaldi Bianconcini.

Per il lancio sul Monte Faggiola destinato a quella che ancora si chiamava 4° Brigata, allorquando Virgilio Neri ebbe conferma dagli alleati che avrebbe avuto luogo, partimmo in trenta gappisti, assieme allo stesso Neri. Giunti sul luogo prestabilito, dovevamo congiungerci con la formazione e quindi ricevere il materiale.

Nel caso che non fosse stato possibile collegarci con il comando rapidamente, avremmo egualmente ricevuto il materiale e l’avremmo custodito fino all’arrivo dei garibaldini. Captato il messaggio non c’era tempo da perdere (Se gli alleati comunicavano che avrebbero eseguito il lancio, ciò significava che dopo quarantotto ore poteva giungere l’aereo, ma esso poteva tardare anche 10-15 giorni. Era l’attesa, estenuante, che logorava i nervi e che metteva a dura prova la resistenza fisica degli uomini, per le marce che spesso dovevano compiere e per i servizi di vigilanza da espletare a protezione dell’area del lancio.) e perciò da Faenza arrivammo a Rimirara, sul fianco nord del Faggiola con una marcia forzata di venti ore. Era giugno e il sole cadeva bruciante su di noi e arroventava le canne delle armi.

Alle prime ore del pomeriggio, avendo già percorso tutto il crinale dalla Pideura a Cavina, scendemmo a Valdifusa, poi ci lasciammo sulla sinistra il Monte Cece scalandone i costoni spogli e giungemmo allo spartiacque fra il Sintria e il Senio, esausti e assetati. Sul fondo valle scorre il fiume e la Casolana, e fra di loro si adagia il piccolo villaggio di Mercatale. Là ci dirigemmo. La popolazione ci accolse festosa e avvertito il nostro stato di bisogno diede inizio a una commovente gara per offrirci di tutto: vino, liquori, salumi, pane, dolci e sigarette, fiori, e sul tetto di una casa venne innalzata la bandiera rossa. Accettammo calorosamente e proseguimmo la marcia, ma appena cominciammo a salire le pendici del Faggiola raccogliemmo notizie poco confortanti. Sul monte era in corso un rastrellamento e presto ci giunse il rumore degli spari. Ritenemmo prudente procedere soltanto in tre, Virgilio, io e Gigiò giunti a una certa altitudine scorgemmo davanti a noi i nazisti, distanti trequattrocento metri, che si ritiravano sparando nella boscaglia.

Al nostro passaggio i contadini uscivano dai rifugi per ritornare alle loro case, ma non tutti le ritrovarono, perchè alcune erano state distrutte. Arrivammo a Rimirara di notte e lì apprendemmo che il comandante Lorenzini era stato catturato. Il colpo fu pesante e ci piombò nella costernazione. Cercammo egualmente di dormire, scavandoci la tana in un pagliaio. La mattina all’alba Gigiò scese fino al nostro gruppo per farlo salire a Rimirara, mentre Neri e io ci mettevamo in cammino per raggiungere la 36a Brigata, che avrebbe dovuto trovarsi sul versante sud del Faggiola, dalla parte opposta alla nostra. Raggiungemmo il comando nelle prime ore del pomeriggio, e ci incontrammo con Bob e col Moro, i quali della sorte di Lorenzini non sapevano nulla più di noi. In un’atmosfera triste concordammo nei dettagli il piano per raccogliere il materiale di lancio: al ricevimento del messaggio-radio di esecuzione ci saremmo ritrovati tutti vicino al laghetto, in cima al monte; Neri avrebbe diretto le operazioni e una parte del materiale ricevuto sarebbe toccata a noi.

Ci riposammo qualche ora, poi riprendemmo la via di Rimirara. Strada facendo, Virgilio volle salire in vetta al Faggiola per stabilire i luoghi dove accendere i fuochi e lassù ci colse la notte e un vento gelido premonitore di burrasca. In breve ci trovammo avvolti nella nebbia, poi cominciò a cadere acqua mista a neve; nonostante il maltempo ritrovammo la strada giusta e verso mezzanotte ci ricongiungemmo coi nostri a Rimirara. Eravamo a fine giugno, ma per otto giorni consecutivi il tempo ci fu avverso: pioggia, neve e nebbia e noi indossavamo abiti leggeri. Inoltre i tedeschi facevano continue incursioni fin verso la vetta del monte nel tentativo di individuare la brigata che era sfuggita al rastrellamento quando catturarono Lorenzini. Noi, allo scopo di non compromettere l’esito del lancio, cercavamo di non mostrarci ed evitavamo perfino di scendere a valle per rifornirci di cibo. In breve ci trovammo influenzati e affamati. Avremmo potuto rivolgerci alla 36a, ma essa era lontana, dalla parte opposta del monte e per raggiungerla saremmo comunque stati costretti ad attraversare strade che i nazisti cercavano di controllare.

In questo stato ci giunse la notizia che il lancio era rinviato a nuova data e fu un sollievo per tutti. Lasciammo il Faggiola e ritornammo alle nostre basi nelle colline assolate di Brisighella. Il lancio fu eseguito qualche tempo dopo (ebbe luogo anche un lancio supplettivo), senza la nostra partecipazione.

Quando la 36a si trasferì nell’alta Valle del Sintria diventammo vicini di casa e l’amicizia e la collaborazione già sperimentata si trasformò in pratica quotidiana. A un certo punto la Brigata occupava la zona di Santo Stefano e noi quella di Monte Mauro, rispettivamente sulla destra e sulla sinistra del Sintria. Una notte noi attaccammo con successo una fila di carri armati che transitava sulla strada delle Calbane e, all’alba, la 36a distrusse una colonna che saliva la comunale della Valletta. Le due cocenti sconfitte subite nella stessa notte indussero i tedeschi a reagire con rapida determinazione impiegando ingenti forze.

Per fronteggiare meglio l’attacco arretrammo a Monte Giornetto dove facemmo fronte comune. Il combattimento durò da mezzogiorno fino a sera e i nazisti vennero all’assalto diverse volte, ma dovettero sempre ritirarsi con gravi perdite. Nel combattimento perdette la vita Domenico Neri (Mino), comandante di compagnia della 36a Brigata Garibaldi.

Allorché la linea Gotica cedette e parve vicina la liberazione, assieme ci trasferimmo alla Pideura, sopra Faenza, per poi occupare la città in concomitanza con l’avvicinarsi degli alleati. Questi però non avevano fretta, si fermarono nuovamente e quindi dovemmo retrocedere verso le basi di partenza, in Cavina.

Restammo uniti ancora alcune settimane respingendo insieme ogni giorno le puntate nemiche, poi la 36a Brigata propose di attraversare il fronte a Ca’ di Malanca, ma noi gappisti avevamo idee contrarie a quelle dei garibaldini e, mentre essi tentavano di congiungersi con gli alleati, noi ci spostammo sul versante destro del Lamone.

Il 13 ottobre, quando oramai credevamo che il comandante della 36a Brigata, Luigi Tinti (Bob), avesse portato in salvo i suoi uomini, ci giunse inaspettata la richiesta di aiuto. A Ca’ di Malanca non erano riusciti a forzare le linee tedesche, perciò retrocedettero a Purocielo. Qui, alle prime luci del giorno, i nazisti sferrarono contro la Brigata un duro attacco. I partigiani si difesero e contrattaccarono anche, infliggendo gravi perdite al nemico, ma anche le perdite dei garibaldini furono pesanti. Finita la battaglia si dovette constatare che gli avvenimenti di Ca’ di Malanca e quelli di Purocielo avevano logorato due battaglioni della Brigata, ponendola nella necessità impellente di attraversare il fronte senza combattere. M’impegnai a fare da guida. Partendo da Cavina scesero al Lamone. Li aspettavo con quattro gappisti alle Torri. Attraversammo il fiume tra Fognano e Pontenono e riposammo un giorno nelle case lungo l’Ebola. La sera salimmo a Casale di Modigliana, percorremmo il crinale per qualche tempo, poi calammo all’Acerreta, vicino alle Fiumane. Sulla strada, durante il passaggio, incrociammo una pattuglia nazista in bicicletta: la raffica della nostra avanguardia mise in allarme gli altri nemici che occupavano alcune case nelle vicinanze ed ebbe inizio una fucileria incrociata che solcava il buio con pallottole traccianti. Nella nostra colonna si verificò uno sbandamento: una parte retrocedette e alcuni uomini, che erano già oltre la strada, cercando un riparo, caddero a precipizio nel fiume. Tre partigiani morirono e altri restarono feriti. Riordinammo le file e proseguimmo. Giunti in cima a Monte San Bartolo, affidammo i feriti alle cure di Guido, un contadino di Calcignano; Bob inviò una staffetta al troncone rimasto indietro, poi scendemmo al Tramazzo e lo attraversammo su di un ponticello sotto Fregiolo. Scalato l’opposto versante destro del fiume giungemmo a Ca’ Valle.

Il comandante Bob ormai contava solo su di me per portare in salvo i suoi partigiani, consapevole che un altro combattimento non lo avrebbero potuto sostenere con successo. Infatti i garibaldini disponevano soltanto di qualche caricatore a testa, appena bastanti per una prima difesa. Il dover affrontare il passaggio del fronte, richiamava alla mente di tutti le recenti esperienze di Ca’ di Malanca e vedevo intorno a me soltanto visi tristi e affaticati, che mi facevano sentire gravissimo il compito che m’ero assunto.

Per ritemprare un poco le energie trascorremmo il giorno nel più assoluto riposo e quando cominciò a calare la sera ci mettemmo in moto per il balzo finale. Io e Bob marciammo l’uno a fianco dell’altro per molta strada, in silenzio, ognuno tormentato dai suoi pensieri. Fu un interminabile salire e scendere per sentieri in mezzo a boschi e campi, con continue deviazioni per evitare case e non allarmare i tedeschi che occupavano molte abitazioni lungo il nostro tragitto. A me che guidavo la formazione sembrò una marcia eterna.

Giungemmo infine sulle prime linee tedesche in corrispondenza della strada che collega Portico con Tredozio. Vedemmo allora le sagome nere di due carri armati fermi sulla strada. Ci spostammo un poco a sinistra e giungemmo sulla careggiata; ognuno avvertì che oltre quella linea c’era la salvezza e che in quei minuti si decideva la nostra sorte. Marciammo con decisione e i tedeschi rimasero inerti anche se con una loro postazione di mitragliatrici ci fronteggiammo appena da qualche metro.

Proseguimmo la marcia nella terra di nessuno e ci colse il giorno sulla piana di Monte Freddo, senza incontrare alcun segno degli alleati. Ci separava ancora da loro un’ora di cammino, che percorremmo a piccoli gruppi. Raggiunte le truppe alleate, dopo un primo ristoro consumato alla Collina, i partigiani scesero a San Benedetto in Alpe e poi vennero trasportati a Dicomano e il giorno seguente raggiunsero Firenze.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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