Cesare Bianchi


Nasce il 10 agosto 1928 a Borgo Panigale (Bologna). E’ stata una staffetta della 63a brigata Bolero Garibaldi e della 9a brigata S. Justa nelle zone di Casteldebole (Bologna), Zola Predosa e Monte S. Pietro.

Nei suoi ricordi l’eccidio di Casteldebole

Percorrendo la strada che da Pontelungo porta a Casalecchio di Reno, seguendo pressoché la sponda sinistra del Reno, a metà percorso si incontra una borgata, Casteldebole, abitata da operai, da renaioli, da braccianti: case modeste, dunque, case semplici; qui si conoscono un po’ tutti, sono amici o parenti. La borgata fu teatro di un tragico episodio dell’ultima guerra, nel corso del quale persero la vita 14 civili e 22 partigiani. 

Era il 30 ottobre 1944, un lunedì. Io avevo 16 anni compiuti da poche settimane e, nonostante la mia giovane età, avevo già conosciuto i disagi della guerra per averne subito le conseguenze e per avervi preso parte attiva, militando nelle formazioni partigiane. Abitavo a Casteldebole da sempre, cioè voglio dire, che là ero nato, ero cresciuto e mi ero formato in un clima antifascista con un fondamento un po’ libertario.

Per tutti noi, ragazzi o giovani, fu una cosa naturale aderire alla Resistenza; per la verità anche prima del 25 luglio e dell’8 settembre 1943 avevamo già dato fastidio ai fascisti, meglio al partito fascista, con scritte murali inneggianti alla festa dei lavoratori, oppure esponendo bandiere rosse su case in costruzione. Significativo il fatto che tutti eravamo operai o, se studenti, allievi delle scuole industriali.

Ma nonostante che la borgata fosse partecipe alla vita della Resistenza, nessuno prevedeva gli avvenimenti tragici e tristi del 30 ottobre. Noi avevamo avuto sentore, nel tardo pomeriggio del 29, da alcuni militari tedeschi di stanza a Casteldebole, che polizia e paracadutisti avrebbero compiuto, l’indomani mattina, un rastrellamento in grande stile; pensavamo si trattasse di uno dei soliti rastrellamenti, sia pure in forma più massiccia, per ricercare uomini validi da inviare alla Todt o nei campi di lavoro in Germania. Tutti noi quindi andammo all’alba ad occupare i nostri soliti rifugi, ben occultati e protetti.

Quel mattino il cielo era plumbeo, di tanto in tanto scendeva una fitta e fastidiosissima pioggerella; alle 8 sembrò che il cielo si stesse schiarendo.

Poi sentimmo, in lontananza, un ronzio persistente, che si faceva sempre più forte, e notammo avvicinarsi dei mezzi corazzati tedeschi e potemmo notare subito, con apprensione, che non si trattava di polizia, ma delle SS, di paracadutisti, al comando delle quali c’era il super criminale Walter Reder, il massacratore di Marzabotto.

I mezzi corazzati si addensarono quasi al centro della borgata, protetti da un portico, e le SS si sparpagliarono a delta, un po’ ovunque, e, per le viuzze della borgata, raggiunsero il fiume e si avvicinarono al frantoio della ghiaia. Io ero nascosto nella cantina della mia casa che aveva quattro appartamenti e cinque cantine, la quinta in un angolo, ben chiusa, per cui, trovandosi nel fondo dell’interrato, si aveva l’impressione che gli scomparti fossero solo quattro. Si entrava dunque in questo nascondiglio dalla mia camera da letto, attraverso un foro praticato nel pavimento, occultato poi con una rete metallica intelaiata, sulla quale veniva disteso un sacco di patate aperto; adagiato al muro c’era un armadio.

Sentivo i passi delle SS sopra di me, percepivo chiaramente che appoggiavano qualcosa di molto pesante: probabilmente un’arma. Infatti sentii poco dopo il crepitio di una mitragliatrice, e, nello stesso momento, mi resi conto che non si trattava di uno dei soliti rastrellamenti, ma di qualcosa di più grave.

Contemporaneamente suonò l’allarme; alcuni uomini anziani corsero nei rifugi, ma vennero falciati dalla mitraglia che si trovava sopra di me; li ricordo ancora quegli uomini: Merighi, Pedrini, Sgarzi, detto Sgherz, Galli, Santandrea detto al tuschen, uomini, ripeto, anziani, che erano corsi fuori al suono dell’allarme in cerca di un rifugio ed erano stati invece assassinati, col più freddo cinismo. La mitraglia continuava a sparare, sparare, e sembrava che non dovesse mai finire.

Poi il silenzio, rotto dai passi pesanti e dai suoni gutturali della soldataglia nazista, suoni metallici, secchi, imperiosi.

Le donne erano tutte ammassate in una cantina, io le sentivo piangere. Insieme a me, c’era mio padre, due suoi amici e un certo Nello, un piccolo industriale, un uomo che si vantava di aver vissuto e che credeva nel fascismo. Lo guardavo e mi pareva che ad ogni scarica di mitraglia, ad ogni secco comando tedesco, crollasse la sua fiducia e la sua stima nei fascisti. Ricordo che era pallido, certo come noi, di paura, ma anche per ciò che gli crollava dentro in quel momento. Avevamo tutti paura perché la nostra posizione era di impotenza e se venivamo scoperti era la morte sicura, senza la possibilità di difenderci, di contrattaccare, di offendere gli aggressori.

Alle 6 di sera uscimmo dal nascondiglio; appresi da mia madre che nel capanno di Bedani, situato sul primo argine del fiume, vicino al frantoio della ghiaia, avevano trovato rifugio, nella notte, un gruppo di 19 partigiani, intenzionati a guadare il fiume Reno per aggregarsi ai gappisti della città; ma nella notte era sopraggiunta la piena, che aveva impedito l’attraversamento. Le SS ebbero una soffiata da una spia e fu per questo che fecero il rastrellamento e i partigiani, che erano della 63a brigata Garibaldi, non avevano esitato a rispondere con tutte le loro armi e la loro energia, tanto che, per un momento, sembrava che potessero farcela. Erano circa 500 tedeschi contro soli 19 partigiani, però la battaglia durò circa tre ore.

Purtroppo non c’era niente da fare: solo combattere, col fiume in piena alle spalle, fino alla morte: erano in una morsa di fango, di acqua e di ferro.

Dall’altra sponda del Reno, entrarono in azione anche le mitraglie antiaeree, le quali, anziché sparare contro gli aerei anglo-americani, che solcavano in quelle ore il cielo di Casteldebole e dintorni, preferirono colpire alle spalle quel piccolo nucleo di valorosi; fra essi vi erano due partigiani non italiani, uno francese e uno sovietico e quest’ultimo si chiamava Karaton e veniva dalla brigata Stella rossa.

Una contadina raccontò che un partigiano, e non siamo mai riusciti ad individuarlo, si finse morto nel luogo dove oggi è stato eretto il Cippo a ricordo della battaglia, e, quando uno delle SS gli fu accanto, fulmineamente estrasse la pistola per sparare, ma, purtroppo, la pistola si inceppò e il partigiano venne finito in modo barbaro, lentamente: prima gli strapparono gli occhi, poi le dita, poi venne picchiato, bastonato, seviziato. Così finirono anche gli altri che non ebbero la fortuna di morire in combattimento. Nessuno è rimasto vivo.

Sebbene prendessimo viva parte alla Resistenza, nessuno di noi ragazzi era stato informato che la compagnia comando della 63a brigata avrebbe sostato in quel capanno. E alcuni di quegli uomini noi li conoscevamo bene: il comandante Corrado Masetti (Bolero), il commissario Monaldo Calari e altri. Con alcuni di quegli uomini avevamo trascorso alcune giornate; molti ricordi e fatti ci legavano, oltreché i comuni ideali; come gli altri, ai civili, al tuschen, a Sgherz, a Galli, a Merighi. Mi ricordo particolarmente di quest’ultimo, che mi raccontava gli episodi delle lotte operaie dei primi del secolo, nelle valli di Molinella, dove era nato e dove era vissuto fino a 20 anni, e credo di aver udito il nome di Massarenti prima da Merighi che da mio padre.

Nonostante il terrore, l’agghiacciante notizia fece il giro della borgata, entrando di casa in casa, e così tutti seppero dell’eroica lotta dei 19 partigiani e che Merighi, Sgarzi, Santandrea e Galli erano stati assassinati mentre cercavano solo di mettersi al riparo. Le madri, le spose, i figli di quelle vittime non potevano rassegnarsi e, nella loro ingenuità, pensavano che i loro cari, non avendo commesso nulla contro i nazisti, potessero essere sepolti. Fu così che si misero a cercare, fra i morti, i loro cari. Le salme, appena trovate, vennero deposte sopra un traballante carretto e portate nelle prime case vicine. Ci si mordeva le labbra per non urlare per il dolore, per l’orrore che ci rodeva dentro. Si pensava che così fosse tutto finito: fu un’illusione!

All’alba del 31, assieme a mio padre, lasciai Casteldebole e raggiunsi la città, ma ben presto venni a sapere che le SS, verso le 8 del mattino, erano ritornate ed entrate in tutte le case, per rastrellare gli uomini validi e le abitazioni in cui furono trovate le salme di Merighi, Sgarzi, Galli e Santandrea, vennero intrise di petrolio e poi incendiate.

E di lì a poco la borgata bruciava come un immenso rogo. Le donne, i vecchi e i bambini vennero fatti allontanare verso Bologna: “Raush”, gridavano i nazisti. Non permettevano che ci si fermasse neppure un momento, neppure il tempo per raccogliere una cosa cara. Ma la disperazione di quel giorno non doveva ancora finire. I nazisti scelsero 10 uomini fra i più validi, li legarono col filo di ferro al collo ad alcune colonne di un porticato ed ai pali della corrente elettrica, e, ad uno ad uno, dietro ordine del maggiore Reder (massimo responsabile di tutta quella tragedia, il quale se ne stava seduto su una sedia, fumandosi cinicamente una sigaretta) vennero fucilati e impiccati contemporaneamente. Reder usò la stessa tecnica adoperata per l’eccidio di Casalecchio del 10 ottobre 1944, sempre contro 13 prigionieri della 63a brigata. Da quel momento la 63a brigata Garibaldi prese poi il nome di Bolero, in onore del suo comandante, morto alla testa dei suoi uomini, a Casteldebole.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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