Giuseppe Campanelli


Nasce il 18 agosto 1922 a Zola Predosa. Nel 1943 entra a far parte del Partito d’Azione. Dopo il 25 luglio 1943 è fra i promotori del gruppo giovanile universitario che si occupa della diffusione della stampa clandestina.

Nel marzo 1944 si unisce alla 36a brigata Bianconcini Garibaldi. Partecipa a numerose azioni e fa parte del servizio sanitario di brigata. A seguito degli attacchi tedeschi effettuati nella zona di Brisighella dal 7 al 12 ottobre 1944 con il restante della brigata raggiunge le truppe inglesi a S. Benedetto sul Montone. Disarmato e inviato a Firenze dove è ricoverato in ospedale, nel febbraio 1945 si arruola nella brigata Giustizia e Libertà Montagna operando con gli americani a Lizzano in Belvedere.

I suoi ricordi

Nel 1941 ero ancora fascista. Borghese, studente, figlio di famiglia, essere fascista mi sembrava naturale come respirare. Appena scoppiata la guerra mi ero arruolato volontario (avevo diciassette anni), nei battaglioni della GIL: ci tennero due mesi in un campo vicino a Genova, poi ci portarono a Padova (a piedi) per… vedere Mussolini. Cominciarono allora i primi dubbi. Poi i racconti dei compagni di scuola che tornavano a casa in licenza (o feriti, o malati) dall’ Albania e dalla Libia mi misero, come suol dirsi, in crisi.

Fu allora che conobbi tre giovani insegnanti di lettere: Roberto Seracchioli (poi fucilato dai fascisti, nel 1944) di orientamento marxista, Sergio Telmon, Iiberalsocialista e Amilcare Mattioli, comunista. Fu come aprire un nuovo capitolo, entrare in un mondo del quale non avevo, fino ad allora, neppure sospettato la esistenza. Il fascismo mi apparve nella sua vera luce e le speranze di tutti gli uomini liberi in un mondo nuovo e migliori divennero le mie speranze.

Con l’ardore dei neofiti presi a frequentare la casa di Telmon, dove l’antifascismo e l’intelligenza si respiravano con l’aria (ricordo i suoi fratelli più giovani, Giorgio, Vittorio e la Deda) e cominciai l’attività. Presto dai gruppi liberalsocialisti nacque il partito d’azione e io vi aderii subito. Del gruppo bolognese, ero in contatto con Antonio Rinaldi, Cesare Gnudi, Giancarlo Cavalli. Il capo regionale era Carlo Ludovico Ragghianti, un uomo eccezionale. Il mio compito consisteva nei contatti con Milano, Torino, Firenze e Ravenna; inoltre dovevo ritirare le copie del giornale L’Italia libera di mia spettanza e diffonderlo nel mio settore. Le riunioni erano frequenti, si svolgevano soprattutto a casa di Gnudi e di Telmon. Nella primavera del 1943 Gnudi, Rinaldi e Cavalli furono arrestati: il loro contegno fermo e coraggioso ed il loro silenzio permisero a noi rimasti fuori di continuare il lavoro.

Venne il 25 luglio 1943, con la sua effimera e scarsa libertà, che tuttavia ci consentì di fare propaganda apertamente e di allargarci notevolmente; e venne l’8 settembre: e comprendemmo che era ormai accaduto quello che avevamo sempre previsto e  desiderato: era giunta l’ora della resistenza armata al nazifascismo.

Una parte del partito d’azione si costituì in giunte e comitati militari; Ragghianti era tornato a Firenze e la direzione a Bologna fu assunta da un triumvirato composto di Masia, Quadri e Zoboli (che finirono poi tutti e tre fucilati, nel settembre 1944, suscitando l’ammirazione degli stessi carnefici per il loro coraggio). Uomo di punta del comitato militare era il dott. Renato Giorgi (Angelo) che divenne poi capo di stato maggiore della Divisione Modena, un uomo veramente fuori dal comune, in cui cuore, coraggio ed intelligenza erano fusi in straordinaria armonia.

La nostra prima azione fu quella di scortare a Firenze delle grandi casse, che ci dissero contenere una radio trasmittente. Altra azione di rilievo fu lo svaligiamento di una caserma (la Giordani) che ci consentì di fare un grosso bottino in armi, munizioni e materiale vario. Parteciparono a quella azione Renato Giorgi, un biondo che chiamavano il Triestino, e due studenti in Medicina: Gilberto Remondini e Mario Cennamo. Con quest’ultimo mi legai di profonda amicizia, finimmo col fare copia fissa in tutti i compiti che c’erano da svolgere: suo padre era maresciallo dei carabinieri e, grazie alla sua costante collaborazione, la raccolta di armi procedeva molto bene: la camera di affitto dove abitavo, in via Castiglione 65 (presso due anziane signore, le Belmonte, che spesso videro e fecero finta di non vedere e per questo voglio ricordarle, per questa silenziosa solidarietà in tempi nei quali il rinvenimento in una abitazione di una sola cartuccia poteva portare alla fucilazione immediata) si riempiva rapidamente di moschetti, bombe, caricatori, rivoltelle: e altrettanto rapidamente Angelo o qualche suo emissario veniva a vuotarmela.

Pian piano finimmo col costituire un gruppo giovanile universitario del quale facevano parte, oltre ai ricordati Remondini e Cennamo, anche Melloni, Banzi, Festi e altri di cui purtroppo non ricordo il nome; ricordo bene però Martinez Collado, costaricense, che finì poi atrocemente massacrato dai fascisti a Casalecchio. Oltre a raccogliere armi affiggevamo manifesti, di notte; e di giorno diffondevamo volantini, ai cinema, all’università, per strada.

Nel marzo 1944 tornai a Mirandola, dove allora risiedevo, e costituii un altro gruppo, del quale ricordo Nello Bozzini, Nello Silvestri, Giulio Belloni, Enzo Pivetti, Riccardo Guandalini (Nevio). Ai primi di giugno alcuni dei ragazzi furono chiamati alle armi: allora partimmo, io, Belloni, Guandalini e Pivetti e ci recammo a Castel San Pietro, presso il marchese Enrico Paolucci (Orso) e a sera una pattuglia comandata da Tonino Bassi venne a prenderci nel greto del Sillaro per portarci in collina. Qui ci unimmo ad altri sette e vagammo due giorni per i boschi, dormendo all’aperto, sotto la pioggia; eravamo praticamente disarmati, in tutto un moschetto ed una vecchia pistola, tanto che chiesi ed ottenni di tornare a Mirandola, dove avevo lasciato alcune rivoltelle e delle bombe a mano. Quando rientrai, a casa di Ivo Bassi (fratello di Tonino), che era uno degli organizzatori, fui accompagnato alla destinazione definitiva, la base della formazione; la collina della Pieve di Montecerere, in vista del Sillaro.

Qui c’erano diverse decine di partigiani, più o meno armati (ma anche parecchi inermi) senza alcuna organizzazione; provvedemmo subito a dividerli in tre squadre: una fu affidata a un certo Mario, fratello di un Olindo che era anche lui fra i promotori della banda (entrambi comunisti), un’altra a Raffaello Romiti (Raf), studente di Castel San Pietro, del partito d’azione, e la terza a me. Passammo così circa quindici giorni in un posto estremamente pericoloso per la sua vicinanza alla pianura e la sua facile accessibilità, con un armamento assolutamente insufficiente (mochetti e pistole, pochissime bombe a mano, nessuna arma automatica né individuale né di squadra) mentre continuava ad affluire gente, alcuni armati, molti disarmati, quasi tutti ragazzini del ’26 che non volevano rispondere al bando di chiamata o disertori del corpo di polizia ausiliaria che non intendevano accettarne la crescente politicizzazione repubblichina.

Era quasi tutta gente dei paesi vicini o di Bologna, ma vennero anche due lombardi e due russi, poi un ligure ed un veneto. I nostri compiti consistevano in servizi di guardia e di pattuglia, in azioni per requisire viveri, tabacco e capi di vestiario, in esercitazioni con le armi; mangiavamo discretamente, pane, minestra, marmellata, poca carne, avevamo abbastanza da fumare; dormivamo per terra, all’aperto. Dei tre che erano venuti con me da Mirandola ripartirono: Pivetti, che si ammalò, e Guandalini (quest’ultimo morì poi in combattimento nell’agosto, in pianura).

Rimase con me Belloni, che assunse il nome di battaglia di Subitén. Verso la fine del mese sei disertori della polizia ausiliaria che venivano a raggiungere la nostra formazione furono catturati dai tedeschi nel greto del Sillaro e fucilati. Fra di loro vi era Rino Ballestrazzi (Lino), cugino di un nostro compagno, Athos.

Dal punto di vista politico c’era una mezzadria fra comunisti ed azionisti: la formazione era stata inizialmente concepita come una banda GL, fin dall’autunno precedente, quando Angelo era stato qui per tentare già allora, ma senza riuscirci, di mettere in piedi qualcosa e vi aveva nascosto delle armi, fra cui quelle che catturammo alla caserma Giordani. Ma col tempo l’influenza del partito d’azione, affidata soprattutto a Gilberto Remondini (che era di Castel San Pietro) diminuì, specie dopo la partenza di Angelo per le montagne del Modenese ed i comunisti presero il sopravvento. Dopo la nostra partenza, infatti, da questa collina prese il via la 66a Brigata Garibaldi, della quale noi allora, in un certo senso, facevamo già parte.

Le discussioni politiche non mancavano ed erano anche molto animate, ma  interessavano solo una minoranza dei partigiani, comunisti o azionisti; la maggior parte era solo genericamente antifascista, anche se animata da un sentimento molto forte di giustizia sociale.

Poi vennero su quasi contemporaneamente, Gilberto Remondini, con il nome di battaglia di Gil (anche Ivan) ed un tenente effettivo dei bersaglieri, il sardo Antonio Mereu (Attila). Entrambi avevano qualità personali e prestigio sufficienti per comandare tutta la formazione, ma non si accordarono; parte degli uomini simpatizzò per l’uno e parte per l’altro e così ai primi di luglio Gil formò una compagnia di quaranta uomini, con Raf come vicecomandante, e con lui ci spostammo più a sudest, a Monte delle Volpi.

Qui ci fermammo parecchi giorni, aspettando un lancio di armi che andò invece a finire alla 36a Brigata; allora ci spostammo ancora a sud-est, ai Casoni di Romagna. Qui capitò un incidente: un colpo sfuggito alla carabina di un nostro compagno ferì all’occhio Walter Grandi (Bersagliere), operaio di Budrio. Riuscimmo a far trasportare il ferito all’ospedale di Castel San Pietro, dove fu operato: guarì ma perse l’occhio. Nell’ottobre successivo venne poi catturato insieme a suo fratello Dino, dietro a una spiata, e finirono entrambi fucilati.

Dai Casoni partimmo per un attacco diurno al presidio fascista di Sassoleone, attacco che riuscì bene, senza perdite da parte nostra. Questa azione ci fruttò un discreto bottino di armi e munizioni, così che ogni partigiano della compagnia potè essere armato di fucile; ed entrammo anche in possesso di un’arma automatica di squadra: un fucile mitragliatore Breda che fu affidato al veneto Stefano Salvador (Cesco).

Dopo L’attacco ci spostammo ancora a sud est, a Monte la Fine. Qui entrammo in contatto con alcuni partigiani della 36a Brigata Garibaldi Alessandro Bianconcini, che ci persuasero ad unirci a loro. La decisione fu presa a maggioranza dai partigiani della nostra compagnia e dopo molte discussioni il cui contenuto non era tanto politico quanto organizzativo: c’era infatti chi sosteneva essere meglio restare in pochi, conservando così tutta la nostra mobilità, e chi invece asseriva essere più sicuro e fruttifero entrare a far parte di una grossa formazione ben organizzata (la 36a Brigata, comandata dal leggendario Luigi Tinti, detto Bob, contava allora quasi mille uomini). Prevalse, come ho detto, questo partito e così dopo tre notti di marcia, sempre in direzione sud-est, raggiungemmo la zona tenuta dalla 36a Brigata, sullo spartiacque tosco-romagnolo, fra le valli del Santerno e del Senio.

Da quel momento la storia della campagnia (che divenne la 19a compagnia della 36a) entra a far parte della storia di questa Brigata. Personalmente, dato che facevo allora il quinto anno di medicina, entrai a far parte del servizio sanitario, organizzato molto bene, sotto la direzione del chirurgo Romeo Giordano; gli altri colleghi erano i medici Terzi, Jacchini, Egidio e gli studenti Moretti e Palmieri (che morì poi a Ca’ di Guzzo).

Nella Brigata, la mia compagnia si distinse nelle seguenti azioni: rastrellamento della Bastia (nel corso del quale morì Gilberto Remondini (Gil) colpito per errore da un partigiano della 36a; fu eletto al suo posto, come comandante, Mario Pozzi (Tito) operaio, di Castel San Pietro); rastrellamento di Monte Castagno; attacco dei nazifascisti a Fornazzano; attacco della compagnia a un convoglio tedesco sulla strada di Palazzuolo.

Intanto sotto la pressione dei tedeschi, premuti a loro volta dal fronte che si avvicinava ci eravamo andati spostando sempre più ad est e sempre più verso la pianura; e nella seconda quindicina di settembre ci trovammo ormai sulle ultime colline prospicienti la pianura faentina. Fu in quei giorni che gli alleati attaccarono, espugnando i passi della Futa, del Giogo e del Muraglione sulla linea Gotica; i tedeschi subirono una vera disfatta e si ritirarono, così chè fra il fronte e la pianura i partigiani rimasero praticamente padroni del campo (si fecero molti prigionieri, allora) in attesa che gli alleati facessero l’ultimo balzo per precederli nelle città della pianura.

Bob divise in quei giorni la Brigata in quattro battaglioni, con diverse destinazioni e anche l’infermeria fu divisa: io fui assegnato al quarto battaglione ed ottenni di prestare il mio servizio nella mia vecchia compagnia, che faceva anch’essa parte del quarto.

Purtroppo gli alleati si fermarono, i tedeschi presero a rafforzare il fronte e la nostra situazione divenne presto tragica, schiacciati come eravamo fra le linee di combattimento e la pianura, in una stretta valle, quella del Sintria, in più di settecento (il quarto ed il secondo battaglione, agli ordini di Bob). Ci furono combattimenti quotidiani, che riducevano paurosamente le già esigue scorte di munizioni (gli alleati, benché sollecitati da una missione guidata da Romeo Giordano, che aveva per questo attraversato le linee, non ci mandarono nulla, forse per il colore politico della Brigata) e ci procuravano ogni giorno dolorose perdite; si pativa la fame e anche il freddo, poiché quasi tutti i partigiani erano in tenuta estiva, camiciole e calzoni corti.

Vista la situazione, il 9 ottobre Bob spostò i due battaglioni nella attigua valletta del Co’ e la mattina del 10 attaccò le linee tedesche a Ca’ di Malanca, nell’intento di aprirsi un varco e passare dall’altra parte; ma l’attacco non riuscì. Vi morirono, da eroi, Giorgio Proni (Giorgio) e Mario Guerra (Mao), della compagnia di Amato, con altri cinque partigiani. Il giorno seguente, all’alba, i tedeschi attaccarono di sorpresa, dalla pianura, la casa dove era alloggiato il comando, Ca’ di Gostino; ne seguì un furioso combattimento dove perdettero la vita, fra gli altri, il tenente Antonio Mereu (Attila) (che aveva anch’egli raggiunto la 36a in agosto con due compagnie), Roberto Gherardi (il Vecchio) vice commissario di Brigata, il colonnello Mario Saba, settantenne, consulente militare del comando, Ivo Mazzanti (Ivo) comandante del 2° battaglione, che ferito e circondato si uccise con l’ultimo colpo rimastogli nell’arma.

I superstiti del comando ed una squadra della compagnia di Ettore si ritirarono nel casolare presidiato dalla nostra compagnia (Piano di Sopra, nella frazione di Purocielo) e qui ed in un casolare vicino (Ca’ di Marcone) sostenemmo gli ulteriori attacchi, battendoci disperatamente, per la vita, circondati da tre lati, in grande sproporzione numerica e d’armamento (per giunta si rese subito inutilizzabile l’unica automatica lunga, il « Breda » della nostra compagnia).

Combattemmo fino a mezzogiorno, poi, esaurite quasi completamente le munizioni e profilandosi la minaccia di un accerchiamento completo, Bob diede l’ordine dello sganciamento, che fu protetto fino all’ultimo da Bob stesso, da Tito e da Raf. La maggior parte dei partigiani si sbandarono sul versante orientale della valletta, in vista della Faentina, gli altri riuscirono a riunirsi ad altre compagnie partigiane sul versante occidentale.

Nel combattimento morirono tre partigiani di Ettore e, della nostra compagnia, il commissario Pirazzoli (Tom), operaio, di Imola, il vice commissario Grandi (Moro) commerciante di Ozzano (che ebbe il padre fucilato dai fascisti in luglio) i partigiani Serotti (Galuppo), fornaio, di Bologna e Mario Comi, impiegato di Porto Ceresio.

Furono feriti gli studenti Mario Cocco (Ligure) di Savona e Pucci (Ingegnere) di Bologna; e più gravemente, lo scultore Bianchi (Rico) ed il maestro Vignuzzi (Tonio) entrambi di Ravenna: questi ultimi li nascondemmo in una macchia, essendo intrasportabili, ma i tedeschi li scoprirono e li uccisero sul posto. Il partigiano Tarozzi (Spingli), pasticcere, di Bologna, aveva già raggiunto la base di un’altra compagnia sul versante occidentale quando fu ucciso da una pallottola sperduta.

Nello sbandamento furono catturati Muratori (Carlino), operaio, di Bologna, Brini (Delmo), contadino di Medicina e Pasciuti (Leo), carabiniere, di Bologna: furono tutti e tre fucilati dai fascisti a Bologna pochi giorni dopo. Anche i due russi che avevamo in compagnia, Michel e Nikolaj, furono catturati e uccisi sul posto dai tedeschi.

Il giorno seguente i tedeschi attaccarono a Poggio Termine, sul versante occidentale, la base delle compagnie di Amato e Dino, dove si trovavano anche una decina di partigiani della nostra compagnia e Bob: subirono molte perdite, senza neppure un ferito da parte nostra e abbandonarono la valle. Il giorno dopo tutti noi che ci eravamo sbandati sul versante orientale riuscimmo a ricongiungerci al grosso e con esso ci trasferimmo a Cavina, nella Valle del Sintria. Di qui partimmo il 14 e dopo tre notti di marcia ci congiungemmo alle truppe inglesi a San Benedetto sul Montone.

A Cavina rimasero nove feriti intrasportabili, nella canonica, con il medico Ferruccio Terzi, lo studente Renato Moretti e due infermieri: furono tutti uccisi, benché con loro avessimo lasciati due prigionieri tedeschi, un militare ed un ufficiale, a testimoniare del trattamento umano che avevamo loro riservato.

Gli inglesi ci disarmarono e ci portarono a Firenze. Io fui ricoverato in ospedale per una infezione alla mano e ne uscii dopo oltre un mese; mi impiegai dopo al partito d’azione. La vita a Firenze era molto dura, si pativa freddo e fame e c’era molta ingratitudine e spesso astio e diffidenza per noi partigiani, da parte degli alleati e dei rappresentanti dell’Italia ufficiale.

Nel febbraio riuscii ad arruolarmi nella 1a Brigata Giustizia e Libertà, che operava insieme con gli americani a Lizzano in Belvedere. Il comandante della Brigata era il Capitano Pietro (Pietro Pandiani) ed il vice comandante era suo fratello Fernando (Nando) Il mio comandante di plotone era il fiorentino Alessandro Contini Bonacossi (Sandrino). Restammo circa quindici giorni in linea accanto alla Brigata Matteotti, fra Gaggio Montano e Lizzano, poi fummo trasferiti a Castiglione de’ Pepoli, alle dipendenze dell’OSS americano e ci affidarono il compito di fare pattuglie esplorative in terra di nessuno nella Valle del Setta. Ai primi d’aprile ci spostarono sul fronte di Pianoro, aggregandoci ad una unità della Divisione Legnano ed il pomeriggio del 21 scendemmo a Bologna: per me la guerra era finita.

I miei compagni della 19a, assieme agli altri partigiani della 36a Brigata, dopo un mese trascorso al centro raccolta partigiani di Firenze, in condizioni di estremo disagio materiale e morale, furono inviati a lavorare sulle strade, nelle immediate retrovie; ma anch’essi, dopo una lunga lotta con gli alleati e le autorità militari italiane (che di partigiani non volevano saperne) ottennero l’arruolamento nella Divisione Cremona: furono impiegati sul fronte Adriatico e combatterono fino alla fine della guerra, che li colse alle porte di Venezia.

Purtroppo la nostra compagnia doveva registrare un’altra perdita (forse la più amara) a guerra già finita: il partigiano Franceschi (Delano) di Budrio, saltato su una mina mentre lavorava nel proprio campo, nel luglio 1945.

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.