20 Agosto 1943 I COMUNISTI PER LA LOTTA ARMATA


La prima riunione del Comitato federale del PCI alla quale parteciparono alcuni dei compagni più qualificati reduci dal carcere, ebbe luogo il 20 agosto 1943. Alla riunione parteciparono i compagni Umberto Ghini (segretario), Dalife Mazza, Mario Peloni, Leonildo Tarozzi e Paolo Betti, del Comitato Federale e i compagni Antonio Cicalini, Celso Ghini e Arturo Colombi. La riunione ebbe luogo in una sede illegale di Via Fondazza.

Il segretario federale fece una breve relazione sulla situazione politica e sullo stato del partito a Bologna. La Federazione che negli ultimi anni aveva ingrossato le sue file, contava circa 1.500 iscritti (un decimo di tutti gli iscritti al PCI) suddivisi in settori e zone. L’organizzazione di base era la cellula. I collegamenti con le fabbriche erano solidi, in ogni fabbrica importante vi era la cellula di partito. Si discusse sul come utilizzare i compagni che erano tornati dal carcere per rafforzare l’organizzazione di fabbrica e per sviluppare l’iniziativa politica in vista del precipitare della situazione. Avevamo chiara coscienza del fatto che ci avvicinavamo ad una crisi politica della quale non era possibile prevedere gli sviluppi. Sapevamo che per salvare il Paese dalle gravi conseguenze della disfatta militare e dalle colpe del fascismo era necessario agire con energia per spezzare l’alleanza con la Germania hitleriana e per schierare il nostro popolo a fianco degli alleati.

Eravamo coscienti di ciò che significava. Ghini ci mise al corrente dei buoni rapporti politici che esistevano con i compagni socialisti, il cui gruppo dirigente era formato da uomini di prestigio politico e morale (Trebbi, Mancinelli, Grazia, Bentivogli, Fabbri. Tega e Calzolari di Molinella Guidi ecc.), e di saldi convincimenti unitari. Eravamo collegati con i repubblicani (Colombo) e con il movimento di Giustizia e Libertà (avvocato Jacchia). Dei democratici cristiani nessuna traccia ; il primo contatto venne preso più tardi con il conte Cavazza. L’organizzazione di partito era collegata con le caserme, (con la caserma della Cavalleria di Porta Saffi, con l’aeroporto, ecc.); vi era una cellula di ufficiali e alcune cellule di soldati.

Tra le decisioni prese vi fu quella di nominare Colombi segretario federale. Celso Ghini e Cicalini erano chiamati a Roma dal Partito. Leonida Roncagli, già prima del 25 luglio, era stato trasferito in Toscana.

La sera dell’8 settembre mi trovavo a Vergato presso i miei vecchi genitori. L’annuncio radio del proclama di Badoglio non lasciava prevedere nulla di buono. Data questa situazione, dopo aver partecipato con sentimenti diversi dalla manifestazione di giubilo per la fine della guerra della popolazione vergatese, lasciai la casa e il Paese. Col primo treno del mattino partii per Bologna.

Scesi a Casalecchio e mi avviai al tram per proseguire per la città.

Arrivato in piazza Malpighi non sapevo bene dove dirigermi; conoscevo l’indirizzo di diversi compagni ma nella nuova situazione non era prudente andarci. Per fortuna Bologna è (o era) una piccola città e infatti incontrai subito il compagno Macchia che mi condusse in via San Felice, nell’appartamento della suocera del compagno Verdelli, dove si trovavano i compagni del Comitato federale: Ghini, Mazza, Chiarini, Peloni, Bruno Gombi ecc. Lì trovai piuttosto depressi.

Per tutta la notte, nello stesso locale, avevano discusso con i rappresentanti degli altri partiti del Comitato Nazionale a proposito del tenore di un manifesto che avrebbe dovuto essere rivolto alla popolazione. I nostri compagni volevano che si prendesse posizione decisa contro i tedeschi e si facesse appello alla lotta per costringerli a lasciare l’Italia. I rappresentanti degli altri partiti non volevano che nel manifesto ci fosse nulla che potesse urtare la suscettibilità e provocare la reazione tedesca.

Questa questione si porrà anche nelle settimane seguenti quando si tratterà di passare all’azione e di sfidare la rappresaglia nazista. Si era discusso sino all’alba quando i convenuti furono informati da Verdelli che i carri armati tedeschi avevano occupati i punti strategici della città e che i nostri soldati erano stati catturati senza colpo ferire. Gli ufficiali avevano provveduto a ritirare le armi e a chiudere i soldati in caserma.

La riunione si era sciolta senza che fosse stata presa nessuna decisione. Non si può dire che cominciasse bene. Per fortuna la sera prima, il compagno Clochiatti funzionario del Centro, che non era riuscito a prendere contatto con l’organizzazione, aveva parlato di sua iniziativa alla folla in piazza Garibaldi.

Ci trovavamo di fronte a una situazione nuova di una gravità senza precedenti; bisognava dare al popolo bolognese una direttiva di lotta. Solo noi in quel momento, eravamo in grado di farlo. Dissi ai compagni che il modo migliore per superare il disorientamento e lo scoraggiamento era quello di mobilitare il partito per dare alle masse una chiara direttiva di azione indicando nella cacciata dell’occupante l’obiettivo della lotta nazionale.

Era necessario agire subito.

Le decisioni furono le seguenti :

a) di dichiarare lo sciopero generale nelle fabbriche e nei servizi pubblici. Alla realizzazione di questo obiettivo venivano impegnate tutte le forze del partito ; dovevano essere formati dei picchetti di sciopero davanti alle fabbriche, alla stazione e ai depositi del tram.

I picchetti dovevano essere protetti da compagni armati pronti a fare uso delle armi per impedire tentativi di arresto o di violenze;

b) di aiutare con tutti i mezzi i soldati e gli ufficiali a sfuggire alla cattura e di avviare verso nostri recapiti di montagna — accompagnati da compagni provati — gli elementi che dimostravano sentimenti patriottici e volontà di battersi;

c) di impadronirsi delle armi abbandonate nelle caserme, ma con prontezza, approfittando della confusione che non sarebbe durata;

d) di aprire alla popolazione i magazzini di grano per impedire che cadessero in mano ai tedeschi.

Mentre parlavo entrò nella camera un uomo che non conoscevo.

Il tono e il contenuto del mio dire lo sconcertarono ; era palesemente stupefatto; si avviò verso la porta, poi tornò indietro, mi tese la mano e si presentò : era Paolo Fabbri, il compagno socialista di Molinella che veniva in cerca di notizie. Il compagno Fabbri venne ucciso mentre attraversava la linea gotica dopo essere stato nell’Italia libera per prendere contatti con il Comitato di liberazione nazionale.

Dopo che i responsabili di settore ebbero lasciata la riunione per trasmettere e realizzare le direttive del Comitato federale comunista, prendemmo alcune decisioni urgenti riguardanti il collegamento con i compagni socialisti e con gli altri partiti del Comitato nazionale in vista della convocazione di una riunione per stabilire il da farsi. Ci occupammo della sicurezza e della sistemazione degli organismi dirigenti, delle case, delle sedi, dei collegamenti.

Decidemmo di ordinare a tutti i compagni schedati dalla polizia di abbandonare immediatamente il loro domicilio e di mettersi nella illegalità. Questa disposizione tassativa fu provvidenziale in quanto il giorno dopo la polizia, su ordine dei tedeschi e dei repubblichini, si mise in movimento per rastrellare i sovversivi.

Con Gaetano Chiarini e Bruno Gombi, mi trasferii in via del Luzzo 2, in casa di Luigi Biancoli il calzolaio.

La casa di Luigi, che occupammo il 9 settembre, servì per diversi scopi per tutto il periodo della occupazione e non venne mai scoperta.

Pochi giorni dopo avemmo il contatto con la Direzione del Partito attraverso il compagno Carini, vecchio militante e combattente di Spagna, che avevo conosciuto a Ventotene. Carini ci mise al corrente della situazione generale del Paese e ci trasmise le prime direttive di lavoro e di lotta. Avemmo la soddisfazione di constatare che ci eravamo messi sulla strada giusta. Non ho più rivisto Carini, che divenuto valoroso comandante partigiano in Romagna, venne catturato e trucidato dopo atroci sevizie dai nazifascisti.

L’8 settembre segnava il fallimento del tentativo di uscire dalla crisi senza l’intervento delle masse. Per la classe operaia e per il popolo, rimase anche l’amarezza per i compagni caduti lontani dal dell’Italia come Paese libero e indipendente, la morte delle libertà operaie e democratiche, la fine di ogni prospettiva socialista per un lungo periodo ancora. La situazione era tragica, tremenda la responsabilità, ma l’avanguardia della classe operaia seppe vedere la via da seguire ed ebbe l’audacia di impegnare tutte le sue forze nella battaglia per la liberazione nazionale. Sembrava follia affrontare la forza e la collera del barbaro invasore nazista e dei manigoldi fascisti, eppure il popolo ci comprese e rispose al nostro appello unitario e patriottico, accettò la nostra impostazione audace: non attendere, combattere!

Non fu sempre cosa facile convincere i nostri alleati politici della necessità di pagare un duro prezzo di sangue per il nostro riscatto nazionale, ma ci riuscimmo grazie alla intelligenza politica e all’eroismo dei militanti e dei dirigenti del nostro partito. Nessuno, allora, ci chiese le carte di legittimità democratica.

Non fu cosa facile passare sul terreno concreto della lotta armata. Il responsabile della nostra organizzazione militare era il compagno Mario Peloni. Questa organizzazione contava un centinaio d’iscritti. Nei primi giorni dopo l’8 settembre assolse una funzione utile e contribuì notevolmente alla riuscita dello sciopero, alla raccolta delle armi, alla apertura dei granai del popolo, ecc., ma quando prendemmo in esame il problema di passare alla lotta armata dovemmo constatare che i gruppi di azione patriottica costituiti nel periodo badogliano erano del tutto inadatti ai compiti nuovi. Una cosa è difendersi da un’aggressione fascista, in un momento in cui il fascismo è in pieno sfacelo, e altra cosa è attaccare formazioni regolari, attaccare i soldati tedeschi, con la loro fama di superiorità guerriera e con il terrore che ispirava la loro spietata rappresaglia.

E’ difficile cominciare a sparare. E’ difficile combattere a piccoli gruppi. E’ difficile sparare a sangue freddo su uomini, anche se fascisti o nazisti.

Dopo un esame accurato della organizzazione militare, uomini e mezzi decidemmo di metterla da parte e di ricominciare da capo. Non avevamo soldi, ed è difficile fare la guerra senza soldi ; la nostra Federazione, nel momento che assunsi la segreteria aveva venti mila lire in cassa. Per fare la guerra ci vogliono le armi, ma ne avevamo poche e scarsamente efficienti. Demmo la direttiva di strapparle al nemico, cosa che è più facile a dire che da fare, ma che venne fatta. Per fare la guerra ci vogliono degli uomini, soprattutto giovani, e anche quelli li trovammo, e di buona tempra. Per inquadrare e dirigere i primi nuclei combattenti scegliemmo tra gli elementi migliori dei nostri quadri di partito, tenendo conto delle attitudini e delle esperienze di ognuno.

La responsabilità del lavoro militare venne affidata al compagno Vittorio Ghini, già ufficiale nelle guerre di Spagna, ferito in combattimento, reduce dal confino. Degli altri sui quali facemmo affidamento per costruire i primi nuclei combattenti, ricordo i nomi di Tosarelli di Castenaso e di Cerbai di Castiglione dei Pepoli; essi pure, come Ghini, avevano una esperienza di guerra essendo stati ufficiali dell’Esercito repubblicano spagnolo. Anch’essi erano stati feriti in combattimento ed erano reduci dal carcere. Tra i giovani cresciuti nel lavori illegale e nelle galere fasciste scegliemmo Busi, Magnani, Giovannini, ecc.

Cito questi nomi perché furono tra i primi ad essere scelti e anche perché sono tutti caduti in combattimento e sono stati assassinati dal nemico nazifascista. Prima di cadere essi assolsero con capacità e valore il compito che il partito aveva loro affidato gettando le basi delle gloriose Brigate Garibaldine, la 36a e la VII G.A.P. che furono la spina dorsale del movimento partigiano bolognese. Furono questi compagni che organizzarono le prime azioni di guerra.

Il 17 settembre ricevetti l’ordine del Partito di trasferirmi a Torino. Al mio posto veniva il compagno Giuseppe Alberganti. Altri compagni bolognesi furono inviati ad occupare posti di direzione  politica o militare, a Ravenna, Ferrara, Reggio Emilia, Milano, e altrove.

Testimonianza di Arturo Colombi

Annunci

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...