Ottavio Baffé (Nome di Battaglia Andrea)


Nasce il 21 agosto 1912 a Imola. Lavora come operaio alle officine Baroncini e alla Buini e Grandi. Nel 1931 aderisce al Partito Comunista Italiano. Nell’estate 1941 si contribuisce ad organizzare il malcontento degli operai della Baroncini che, per fare fronte alle nuove richieste di forniture belliche del fronte russo, sono sottoposti a ritmi di lavoro pesantissimi.

Inoltre organizza gruppi di sabotatori della produzione bellica. Scoperto viene licenziato dall’azienda. Grazie alla segnalazione del Partito con altri tre compagni viene assunto alla Buini e Grandi per organizzare i gruppi di lavoratori comunisti.

Nell’inverno 1942 partecipa alle prime agitazioni operaie all’interno degli stabilimenti.

Dopo l’8/9/43 è attivo nella raccolta di armi e munizioni per i primi partigiani bolognesi trasferitisi nel Veneto e successivamente per le brigate attive nel bolognese.

Nell’ottobre 1944 viene nominato comandante di un battaglione attivo a Bologna nella zona compresa fra i quartieri Mazzini e S. Ruffillo e nel gennaio 1945, per motivi di sicurezza, si trasferisce a Medicina dove entrò nel battaglione Alberani della 5a brigata Bonvicini Matteotti. In seguito diventa vice comandante di brigata.

I ricordi della sua lunga battaglia al fascismo

Nel 1931 abitavo a Castenaso. A quell’epoca cominciai a dare la mia attività nel partito comunista. Venni poi ad abitare a Bologna nel 1937 e presi contatto con diversi compagni, fra i quali ricordo Luigi Martelli, Nerio Nannetti, Fernando Zarri, Giacomo Masi, Umberto Ghini, Mario Peloni. Nel 1941 fui assunto come operaio nella fabbrica Baroncini, situata fuori porta Mascarella, la quale era già in produzione di guerra. Si fabbricavano candele per motori a scoppio per automezzi ed aeroplani. La fabbrica era bene attrezzata con macchine automatiche moderne, con una organizzazione e disciplina da penitenziario; la parola d’ordine scritta nei reparti era: “Qui non si fa politica, si lavora per la patria”.

Nel giugno 1941, quando i nazisti aggredirono l’Unione Sovietica, cominciai a pensare in che modo potevo rendermi utile. Il primo problema fu quello di organizzare le maestranze perchè lavorassero il meno possibile per la guerra. Si lavoravano 10 ore i giorni feriali e 7 ore i giorni festivi; la direzione inoltre emanò un ordine di lavorare 12 ore al giorno. A questo punto tutti i dipendenti, e precisamente 150 operai, in grande maggioranza donne, cominciarono a protestare e dissentire poiché non intendevano lavorare 12 ore.

Mi avvicinai alle donne e agli uomini più combattivi dicendo loro: “Non basta protestare, bisogna agire, tutto dipende dall’unità. I motivi li abbiamo, il salario è insufficiente, per mangiare siamo costretti a ricorrere al mercato nero, ci considerano come al tempo degli schiavi quando si lavorava dall’alba al tramonto”.

Il problema di non fare le 12 ore fu compreso da tutti e il giorno stabilito per l’inizio del nuovo turno, al termine delle 10 ore di lavoro, andammo compatti verso l’uscita. I dirigenti della fabbrica, senz’altro informati da qualche spia, formarono un cordone di sbarramento per impedire l’uscita. Non mancarono gli spintoni e le minacce contro gli operai, ma uscimmo tutti ugualmente, contenti di avere vinto una prima battaglia contro la prepotenza padronale. Anche le 7 ore che si lavoravano alla domenica furono abolite perchè nessuno si presentò al lavoro. La direzione della fabbrica tentò di rimarginare la sconfitta e organizzò un’assemblea per tutti gli operai, cercando ogni mezzo per intimorirci con provvedimenti disciplinari sanciti dalle leggi di guerra, ma nonostante ciò la direzione dovette ingoiare il rospo.

Un altro problema di grande importanza fu quello del sabotaggio. Organizzai dei collaboratori che lavoravano nei posti più indicati a svolgere tale delicato lavoro e voglio ricordare i metodi pratici che davano il miglior risultato, specie nelle finiture del materiale. La gamma della produzione era a catena; io e altri compagni eravamo addetti al montaggio delle candele per aeroplani. Il montaggio si effettuava su grosse chiavi fisse regolate a centesimo di millesimo. L’ingegnere usciva, noi mettevamo la chiave giù di fase in modo che le candele venivano fuori inefficienti, e cioè troppo pressate. Al minimo movimento, l’isolatore di ceramica si rompeva all’interno della carcassa e quelle poco pressate potevano causare l’incendio dell’apparecchio in volo. A sua volta le candele passavano al collaudo su un banco di prova a pressione idraulica.

In questo lavoro era occupato un nostro collaboratore il quale passava per buono il materiale sabotato. Ogni due o tre giorni veniva effettuata una verifica da parte di un consulente dell’aeronautica il quale si lamentava della produzione dicendo che le candele non venivano usate in quanto non davano nessuna garanzia.

Dopo due anni fui licenziato in tronco insieme a tre miei compagni. Nei miei confronti la direzione compilò un verbale con l’intenzione di provocare l’arresto immediato, però non fui denunciato e il verbale fu archiviato. Non ho mai saputo la ragione di tale clemenza, però penso che la direzione non avesse elementi sufficienti di accusa contro di me. La causa che determinò il licenziamento fu dovuta ad una lotta economica condotta all’interno della fabbrica dove fu sottoscritto da tutti gli operai un foglio protocollo su cui si richiedeva un aumento salariare, meno ore di lavoro e un vitto migliore alla mensa. L’indirizzo di questa lotta mi fu dato dal partito comunista e precisamente da Fausto (Fernando Zarri), con cui avevo contatti.

Dopo il licenziamento, sempre per consiglio del partito, andai a lavorare nell’officina Buini e Grandi come verniciatore. Eravamo nel 1942. La scelta di questa officina derivava dal fatto che il partito non aveva in quel luogo nessun contatto politico. Anche in quella fabbrica si faceva una produzione di guerra e cioè attrezzature per campi d’aviazione, grossi motori elettrogeni e carri attrezzi. Qui ebbi modo di organizzare un buon lavoro politico non essendoci una eccessiva disciplina.

In poco tempo eleggemmo una nuova Commissione interna con elementi antifascisti che sostituì la vecchia composta dai fiduciari di fabbrica che erano stati eletti dal padrone per il loro attaccamento al fascismo ed erano degli informatori del fascio. Alla fine dell’inverno 1943 alla Buini e Grandi, assieme agli operai dell’officina ACMA, del calzaturificio Montanari, facemmo le prime agitazioni cui aderirono persino i titubanti e anche operai che ci sembravano avversari. In questa lotta gli operai acquisirono fiducia e coraggio, tanto è vero che ci recammo insieme al sindacato fascista in piazza Malpighi e riuscimmo a fare svariate dimostrazioni non solo economiche, ma anche di carattere politico che colsero alla sprovvista i dirigenti fascisti del sindacato, i quali furono tempestati con attacchi di una certa violenza contro la politica fascista. Ricordo che in una delle ultime dimostrazioni c’era il salone gremito di operai e i poliziotti in borghese bloccarono le uscite della sala e operarono molti arresti fra gli operai più attivi.

Alla Buini e Grandi intanto la lotta continuava e ogni giorno venivano poste delle rivendicazioni e ottenemmo anche qualche miglioramento. Una tale situazione preoccupava il padrone il quale si rivolse alle autorità fasciste al fine di ottenere un aiuto per fermare l’agitazione degli operai. In quei giorni si presentò in officina un ufficiale in divisa: era un colonnello dell’esercito che sembrava una mummia; girava tutto il giorno da un reparto all’altro senza voltare la testa, ma spiava gli operai con sguardi furtivi. Venne pure un ufficiale tedesco: anch’egli gironzolava per tutti i reparti ed inoltre furono assunti dei questurini, uno dei quali era un maresciallo. Questi ultimi erano dei meschini provocatori, controllavano ogni passo che facevano gli operai, si nascondevano dietro ogni angolo ad ascoltare cosa dicevano. Nonostante questi provvedimenti, riuscimmo a fare egualmente degli scioperi, tanto è vero che il maresciallo ebbe a dire: “Ma come fa ad organizzare uno sciopero questa gente quando tutto il giorno sono in mezzo a loro”.

Nella fabbrica c’erano molti giovani che io organizzai in piccoli gruppi. Ci riunivamo a discutere dei nostri problemi e durante la notte questi giovani venivano assieme a me a scrivere parole d’ordine nei muri contro i fascisti e i tedeschi. Le zone da noi scelte per questo lavoro erano quelle della Cirenaica, San Vitale e Mazzini. L’effetto delle scritte fu molto positivo e i cittadini ne parlavano con meraviglia. Voglio ricordare un grande merito di questi giovani che fu quello di essere stati fra i primi a partire poi per le montagne nelle prime basi partigiane a Santa Sofia di Romagna e nel Bellunese.

Nell’estate del 1943 l’officina Buini e Grandi, sottoposta al centro dei bombardamenti essendo ubicata nei pressi dello scalo merci fuori porta Lame, venne sfollata nella località Farneto, nel comune di San Lazzaro di Savena. Io e un collaudatore motorista rimanemmo nella vecchia officina per le ultime finiture di trenta gruppi elettrogeni e otto carri attrezzi che, appena finiti, erano da consegnare ai tedeschi. I gruppi elettrogeni erano grossi motori che sviluppavano una grande energia elettrica ed erano molto necessari ai tedeschi che li aspettavano con urgenza. Il mio desiderio era quello di consegnarglieli in condizioni non funzionanti ed il colpo mi riuscì molto bene.

Poiché la direzione aveva fatto collocare in officina molte casse di sabbia che dovevano servire a spegnere il fuoco nel caso di bombardamenti, nelle parti vitali di ogni gruppo elettrogeno introducevo della sabbia e poi facevo la verniciatura e i tedeschi che avevano fretta si portavano via i pezzi appena terminati. Per i carri attrezzi usai un altro metodo che fu quello di non finire il lavoro. Approfittai in questo mio lavoro del fatto che nessuno si azzardava a mettere piede in officina per la paura dei bombardamenti e la direzione si limitava solo a telefonarmi. Alle richieste contrapponevo delle scuse e rispondevo che era impossibile finire a causa dei continui allarmi aerei. Per questo ero incontrollato e le cose andarono avanti finché non venne un bombardamento che distrusse tutto.

Con la distruzione dell’officina a porta Lame, andai a lavorare al Farneto dove c’era la sede sfollata. Ricordo che una mattina, verso le ore 10, venne in officina un impiegato che lavorava in direzione il quale ci comunicò che le SS tedesche erano nell’ufficio del padrone (l’ing. Grandi) e volevano i nominativi degli operai antifascisti, già schedati, per prelevarli, poiché erano accusati di un grosso sabotaggio avvenuto in officina. Compresi subito che si riferiva ai gruppi elettrogeni e, in questo caso, io sarei stato il più indiziato. Ero però abbastanza tranquillo perchè nessuno sapeva niente di questa faccenda. Non ci furono degli arresti. Il merito fu dell’ing. Grandi che, per paura o per altro, convinse le SS che il sabotaggio non era da attribuirsi ai suoi operai, assicurando che tutto era a posto quando il materiale fu prelevato dall’officina (seppi dopo la guerra che i gruppi elettrogeni furono abbandonati dai tedeschi in un prato al Brennero vista l’impossibilità di metterli in funzione: la notizia mi fu data da Ernesto Miccoli, che incontrai nell’officina Baroncini dov’ero ritornato a lavorare dopo la liberazione).

La sera dell’8 settembre 1943 ricordo che andai ad una riunione alla periferia di San Vitale. Eravamo una decina di compagni fra i quali ricordo i fratelli Giacomo e Gianni Masi, Fernando Zarri, Athos Zamboni, Dalife Mazza e i fratelli Vittorio e Umberto Ghini. In quella situazione il partito comunista vide chiaro. Fu prevista la reazione dei tedeschi, l’occupazione delle caserme, dei depositi di viveri e materiali, delle fabbriche e delle officine. Fu deciso di mobilitare i cittadini perchè si affiancassero a noi ad aiutare i soldati nelle caserme se questi avessero opposto resistenza ai tedeschi, oppure se la resistenza non fosse avvenuta, per ricuperare le armi abbandonate nelle caserme e ovunque si trovassero.

In pochi giorni mettemmo insieme un grande quantitativo di armi. Giorno e notte, con mezzi di fortuna, fummo impegnati in questo lavoro. La sona fuori San Vitale divenne centro di raccolta. Le difficoltà a trovare magazzini per nascondere le armi furono immense. I tedeschi e i fascisti si organizzavano e minacciavano di fucilare coloro che fossero in possesso di armi e per questo, come dicevo, era difficile trovare qualche nascondiglio per collocare il nostro materiale. Mi aiutavano in questo lavoro i compagni Callisto Zani, Secondo Negrini (Barba) e Alfredo Modani.

La popolazione della zona, vedendoci sempre in giro con camioncini o furgoncini carichi di merce, ci accusava di fare del mercato nero, ma a noi poco importava il loro pensiero. C’era molta gente che spiava e, in molti casi, avevano le prove di ciò che facevamo. Parecchie volte fummo costretti a sgombrare in fretta perchè ci sentivamo scoperti. Debbo anche dire che molti cittadini ci hanno aiutato a superare situazioni critiche e in questo modo abbiamo sempre salvato tutto. Oltre alle armi avevamo magazzini di viveri, indumenti, medicinali, ecc.

All’inizio del novembre 1943 facemmo la prima spedizione di armi, viveri e indumenti. Feci due grossi pacchi e, da solo, partii in treno verso il Veneto. Li portai a Padova presso una famiglia di compagni i quali, insieme ad altri, avevano il compito di fare arrivare il materiale a Longarone, dove si era organizzato una prima base partigiana composta, in maggioranza, da bolognesi. I viaggi a Padova continuarono per circa due mesi; con me veniva un altro compagno e, molto spesso, ci trovammo in difficili situazioni. In quella città si arrivava sempre di notte; all’uscita dalla stazione c’era un formicaio di brigate nere che controllava i viaggiatori e spesso facevano aprire pacchi e valigie, rubando tutto ciò che c’era dentro. Per arrivare al nostro recapito, dovevamo percorrere circa tre chilometri a piedi, portando due pacchi ciascuno del peso di circa 40 chili e ogni venti o trenta metri dovevamo fermarci per prendere fiato ed assicuro che era una cosa massacrante. Il compagno Sigfrido (il nome vero non lo ricordo), mi accompagnava in questa fatica.

Durante il tragitto i tedeschi e i fascisti controllavano se eravamo in possesso o meno del biglietto ferroviario, perchè c’era il coprifuoco e soltanto coloro che erano in possesso del biglietto avevano diritto di arrivare a destinazione. Noi non eravamo in regola avendo soltanto un biglietto di viaggio. I nostri pacchi erano pieni di armi e dovevamo passare senza farci vedere. Ci tenevamo al margine della carreggiata a pochi metri da loro; il buio e la nebbia, che in questo caso era provvidenziale e non mancava mai, ci hanno aiutato a salvare la pelle. Dovemmo poi sospendere di portare il materiale a Padova perchè il compagno del recapito dovette scappare essendo cercato dai fascisti e tedeschi. Riprendemmo poi i nostri viaggi per Longarone consegnando direttamente il materiale ai partigiani che operavano in quella zona. Questo lavoro ebbe fine il mese di giugno 1944.

La nostra organizzazione aveva già un aspetto veramente militare. Avevamo dislocato in diverse zone i magazzini di armi e di viveri e ciò ci permise di rifornire nuove basi partigiane sulle nostre montagne. Rifornimenti ne inviammo alla 36° Brigata Garibaldi, alla 62a Brigata e naturalmente alle squadre GAP della città e ad altre Brigate. Anche in queste operazioni superammo infiniti rischi e difficoltà, passando posti di blocco con carichi di armi e rimanendo, molto spesso, in mezzo alla morsa delle pattuglie tedesche. La nostra salvezza derivava dal fatto che sopra alla merce mettevamo reti, materassi, sedie, ecc., come se si trattasse di un trasloco di sfollati. Tante volte i tedeschi ridevano dicendo: “Sfollare, sfollare!”.

Nel settembre del 1944 il comando partigiano della città mi presentò il compagno Giorgio Fanti, il quale indossava la divisa da tenente dell’esercito e, ricordo che dapprima litigammo perchè Giorgio voleva conoscere quanti magazzini avevamo e dove si trovavano, mentre io, esperto da anni di lotta clandestina e quindi abbastanza preparato alle leggi della cospirazione, asserivo di non saperne niente e gli dicevo che, molto probabilmente, scambiava la mia persona con un’altra. Questi furono i motivi del nostro litigio. Io lo dovevo aspettare all’appuntamento all’ora fissata con un giornale in mano e lui doveva fare altrettanto e in più doveva essere presentato da un compagno conosciuto da me, ma questo compagno non venne ed io, incontrando questo ufficiale in divisa, fui diffidente e questi se ne andò molto arrabbiato. Il giorno seguente ritornò accompagnato da un compagno conosciuto e l’equivoco fu chiarito. Rimasi due mesi assieme a Fanti e in questo periodo il nostro lavoro clandestino ebbe un grande sviluppo.

Nell’ottobre del 1944 il Comando Piazza mi affidò il compito di comandante di un battaglione nella zona Mazzini e San Ruffillo, dove rimasi per un mese. I miei contatti li avevo con Walter Busi (Michele), comandante del 3° raggruppamento città e provincia. Il suo recapito era nei pressi del Pontevecchio. La mia permanenza in questa zona fu breve; il 5 novembre fui scoperto dalla brigata nera la quale, tramite una spia, venne nella notte a casa mia per prendermi. Fortuna volle che per caso, quella sera, ero andato a dormire in casa della famiglia di fronte. In quella stessa notte uccisero il gappista Cocchi e il partigiano Giuseppe Bertocchi. Pochi giorni dopo uccisero anche Walter Busi ed altri compagni che lavoravano assieme a lui.

Per ordine del comando, dovetti rimanere nascosto per un mese, poiché ero ricercato con molta insistenza. Nei primi giorni del gennaio 1945 il compagno Giacomo Masi, commissario politico della Divisione Bologna, mi ordinò di partire per Medicina dove operava la Brigata Matteotti di pianura, la quale svolgeva attività anche nei comuni di Castel Guelfo e Molinella. In questa Brigata mi fu assegnato il grado di vice comandante di Brigata. Prima di partire, il commissario Masi mi parlò in questi termini: “Il comando ti ha assegnato una grande responsabilità e compiti che devi rispettare. La Brigata Matteotti è socialista, le forze che la compongono sono metà socialiste e metà comuniste, i  componenti del comando di Brigata sono misti e cioè: il comandante è socialista, il commissario è comunista e il vice commissario socialista. Tu vai a sostituire il compagno Vittorio Gombi il quale è stato tolto da quella Brigata per motivi di discordia col comandante socialista. Il tuo compito, come vice comandante, è quello di organizzare gruppi partigiani e attaccare i tedeschi; il comando di Brigata deve funzionare in buona armonia e, se le cose vanno male, ti riteniamo responsabile”.

Partii per Medicina e arrivato al punto indicato, mi incontrai col comandante Marchesi. La situazione era difficile, la tensione fra socialisti e comunisti era ancora molto forte e riguardava i metodi di lotta. Bisogna riconoscere che la zona era molto scoperta e che bastava la minima imprudenza per mettere in pericolo le basi, anche perchè i partigiani erano conosciuti da tutti per l’attività svolta in passato e specie con l’occupazione di Medicina del 10 settembre. Però l’impressione che ebbi fu che la prudenza mi sembrava eccessiva e, dopo essere rimasto nascosto in casa di Marchesi per alcuni giorni, posi il problema di una maggiore attività, ma il comandante aveva opinioni diverse dalle mie. Del resto le divergenze di vedute erano anche politiche e non era la prima volta che vi erano dei dissensi nella Resistenza.

Venni a Bologna, chiesi un appuntamento con un esponente del comando, e raccontai la difficile situazione in cui mi trovavo. Dopo una breve discussione fu deciso che rimanessi a Bologna in attesa di eventuali decisioni. Dopo tre giorni il comando mi comunicò di partire immediatamente per Medicina dove mi attendeva una staffetta che mi accompagnò in una  base partigiana che si trovava nelle risaie. Qui trovai l’ambiente che desideravo. I sacrifici erano molto grandi poiché dovevamo dormire nei fienili e spesso sotto cumuli di paglia, all’aperto, in pieno inverno. Questi disagi li affrontavo senza grandi difficoltà poiché ciò che mi interessava maggiormente era trovarmi assieme a dei giovani volonterosi di combattere.

Di giorno facevamo i nostri progetti e la sera partivamo armati, camminando lungo sentieri di campagna con il fango alle ginocchia, e dopo 10 o 15 chilometri di marcia, al punto stabilito, attaccavamo le macchine tedesche in transito verso il fronte, facendo saltare anche depositi di mine ed esplosivi!. Mi ricordo che furono i contadini a segnalarmi due depositi di esplosivi a 2 o 3 chilometri da Medicina.

Organizzai allora un’azione per la distruzione di tale materiale e a tale scopo preparai due ordigni esplosivi con la miccia ritardata di dieci minuti. Era un’operazione abbastanza difficile in quanto il materiale era sorvegliato dai tedeschi giorno e notte. Ci trovammo in otto partigiani. Fra questi ricordo ancora Armando Tinti (il Biondino) e Rinaldo Gabusi, che molti chiamavano Tempesta. Partimmo verso mezzanotte, preparammo bene il nostro piano. Prima di avvicinarci ai depositi accendemmo due sigarette per dare poi fuoco alla miccia. I due depositi si trovavano a circa cento metri di distanza l’uno dall’altro. Io e il Biondino andammo nel deposito più difficile. Ricordo che c’erano quattro tedeschi di guardia che si trovavano a 6 o 7 metri circa da noi. Accendemmo piano piano la miccia e ci allontanammo assieme agli altri sei partigiani senza essere visti. Dopo un chilometro circa di strada esplose il primo deposito e pochi secondi dopo esplodeva l’altro deposito provocando un bagliore enorme. Nel centro di Medicina molti vetri si ruppero. Al mattino i tedeschi, imbestialiti, organizzarono posti di blocco negli incroci delle strade della zona. Naturalmente coi depositi saltarono in aria anche i tedeschi di guardia.

Ai primi di aprile, gli alleati scatenarono l’offensiva finale. Il comando della Divisione Bologna ci comunicò che la Brigata Matteotti, divenuta Brigata Otello Bonvicini, doveva raggiungere Bologna. Il comandante Marchesi fu colpito gravemente a un braccio, che purtroppo, gli fu amputato. Lo spostamento a Bologna comportava notevoli difficoltà a causa dei passaggi obbligati, bloccati dai tedeschi. I partigiani partirono alla spicciolata per la campagna attraversando fiumi e torrenti e, inzuppati d’acqua, arrivarono a Bologna. Io raggiunsi Bologna il giorno prima al fine di trovare una sistemazione per i partigiani, fra i quali c’erano pure delle donne.

Trovammo ospitalità nella chiesa del seminario di via Derna; per essere ospitati, però, dovemmo dire al padre superiore una grossa bugia e precisamente che eravamo dei profughi fuggiti dalla zona del fronte. Intuirono subito ugualmente che eravamo partigiani in quanto eravamo tutti giovani. Quei pochi giorni che rimanemmo nel seminario, i padri gesuiti furono terrorizzati dalla paura e dovetti convincerli, con le buone maniere, ad ospitarci. Durante la permanenza dei partigiani nella chiesa, cadde una bomba sganciata da un apparecchio che, per fortuna, colpì la facciata anteriore della chiesa stessa mentre i partigiani erano dalla parte opposta. Non ci furono feriti. Risolto il problema degli uomini rimaneva quello delle armi. Le vie erano bloccate dai tedeschi e per passare dovemmo studiare il modo per ingannare il nemico. Caricammo le armi in un camioncino e, sopra alle stesse, mettemmo un partigiano disteso su un materasso, tutto sporco di sangue, e quando passammo dal ponte di Castenaso, sul fiume Idice, dove c’era il posto di blocco, dicemmo ai tedeschi che portavamo all’ospedale un ferito colpito da un bombardamento e così l’operazione riuscì benissimo.

Con la collaborazione dei compagni che lavoravano al manicomio, portammo le armi in quell’ospedale in modo da averle a portata di mano nel momento finale dell’insurrezione.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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