Pietro Bragaglia (Nome di battaglia Radio)


Nasce il 22 agosto 1914 a Medicina. Militante comunista, durante la lotta di liberazione diventa responsabile del Partito Comunista Italiano nel comune di Medicina. Ha combattuto nella 5a brigata Bonvicini Matteotti.

I suoi ricordi

L’ insurrezione armata di Medicina settembre 1944.

Per neutralizzare la potenza militare dei Lupi di Siena acquartierati nella chiesa del Carmine, si decise che saremmo saliti sulla cupola del tempio sconsacrato, sfruttando la nostra conoscenza delle scale, dei cortili e delle soffitte della vecchia Medicina, e di gettare dentro tre o quattro cassette di tritolo. All’uscita principale ed a quella secondaria ad attendere gli scampati vi sarebbero stati due fucili mitragliatori e mitra. Ma questa parte del piano non fu eseguita perché in piena notte i fascisti se ne andarono con armi e bagagli.

Nel corso della manifestazione popolare attaccammo anche la Cassa di Risparmio per distruggere i ruoli delle tasse, come fu fatto. Per evitare segnalazioni da parte dei fascisti durante tale fase piantonammo la cassaforte, cosicché a parte l’asportazione di qualche gomma da cancellare e di pennini da scrivere, la Cassa di Risparmio non dovette lamentare alcun altro danno.

In quel periodo ero vice comandante della V Brigata SAP; comandante era Bruno Marchesi. L’indimenticabile compagno Orlando Argentesi era già stato inviato a Montefìorino. Successivamente mi venne affidato il compito che era del povero compagno Melega.

***

La mattina del 4 marzo 1945, mentre mi trovavo a Fiorentina di Medicina, in casa di una famiglia di compagni, per una riunione politica, fui informato da una staffetta che il comando nazista aveva affisso un manifesto che annunciava la requisizione delle biciclette. La notizia si diffuse velocemente e notevoli perplessità e malcontento sorsero in mezzo alla popolazione.

Cercai di ottenere informazioni precise, soprattutto per avere una giustificazione ad una tale disposizione, apparentemente insensata e priva di interesse militare.

Perché i tedeschi avevano bisogno delle biciclette? Forse per fonderle e fabbricare materiale bellico? Oppure per fuggire al nord, nel caso che gli alleati riprendessero l’offensiva sospesa in autunno? Erano queste le domande che si ponevano la popolazione e i partigiani.

Era chiaro, comunque, che in tutti i modi la requisizione non doveva farsi, per lo meno, doveva essere energicamente ostacolata, anche perché la mancanza della bicicletta avrebbe aumentato notevolmente il disagio della popolazione. E fu così che, quale responsabile comunale del partito comunista, riunii alcuni compagni per informarli del proposito nazista e per decidere un conseguente piano d’azione.

Fu da questo primo incontro che scaturì una spiegazione plausibile, confermatasi poi esatta, alla sconcertante imposizione nazista. La requisizione era un’azione  esclusivamente antipartigiana; essa mirava, infatti, ad eliminare la circolazione ciclistica, per potere individuare più facilmente i partigiani e le loro staffette che si servivano della bicicletta per gli spostamenti celeri, e soprattutto, per il servizio d’informazione e i collegamenti.

Si decise quindi di convocare d’urgenza il CLN di zona, tramite il suo presidente, Gaetano Rossi. La riunione fu fatta il giorno successivo a Ganzanigo, la frazione più vicina al capoluogo. La proposta che noi comunisti avanzammo e sostenemmo nella discussione fu quella di mobilitare la popolazione fino ad arrivare ad una vera e propria manifestazione di protesta. La nostra posizione era motivata dal malumore spontaneo della gente che non intendeva affatto rinunciare supinamente a quel mezzo di trasporto.

Alcuni rappresentanti socialisti, di contrapposto, si mostrarono incerti e vivamente preoccupati. Essi ritenevano infatti che la popolazione, intimorita dalla reazione antifascista successiva all’occupazione del capoluogo da parte dei partigiani, avvenuta il 10 settembre 1944, non avrebbe aderito in massa e con slancio alla manifestazione, tanto, essendo prossima l’offensiva degli alleati, non era il caso di mettere ancora nei guai la popolazione.

Ne seguì, quindi, una lunga e vivace discussione e alla fine quasi tutto il Comitato appoggiò la nostra proposta, deliberando di sondare il parere e la reazione della base del movimento clandestino e di larghi strati di cittadini, per poi riunirci di nuovo il 10 marzo per definire nei particolari l’organizzazione della manifestazione.

Io e la compagna Gemma Bergonzoni, responsabile del Gruppo di difesa della donna, ci recammo in ogni frazione riunendo i nostri compagni e avvicinando molti contadini, braccianti e operai, spiegando loro l’importanza della manifestazione e chiedendo il loro parere e il loro appoggio. I nostri argomenti erano chiari e convincenti. Tutti erano consapevoli dell’utilità, anzi della necessità della bicicletta che, in quel momento, era il solo mezzo rapido di comunicazione che restava, malgrado la disastrosa situazione dei copertoni che erano tutti pieni di pezze. “Se i tedeschi riusciranno nel loro intento — dicevamo — come andrete al lavoro? Come andrete a chiamare il dottore in caso di bisogno urgente? A piedi forse?”

Queste erano le domande che ponevamo ai cittadini, i quali non esitarono ad esprimere la loro adesione alla proposta manifestazione.

Si ritornò così a Ganzanigo entusiasti del lavoro compiuto e alla riunione del CLN si confermò la massiccia partecipazione popolare alla manifestazione in quanto la maggioranza era decisa a sventare il sopruso nazista. Anche gli altri componenti del CLN e i comandanti SAP espressero pareri analoghi e così si stabilì il giorno e l’ora della manifestazione, con i relativi accorgimenti precauzionali.

Mediante i servizi di collegamento dislocati in tutto il comune, informammo i vari responsabili delle decisioni del CLN e si attese con ansia e fiducia l’inizio della manifestazione.

Le nostre migliori previsioni furono largamente superate. Io, con altri compagni, mi portai a Ganzanigo per controllare più da vicino, mediante i collegamenti, l’andamento della manifestazione stessa. Poco dopo le 8 del 12 marzo 1945 incominciarono ad arrivare i primi gruppetti di persone; erano in gran parte donne che venivano da tutte le frazioni: da Crocetta, da Via Nuova, da Buda, da Sant’Antonio, da Portonovo dopo aver fatto a piedi fino a 14 chilometri. Alle ore 11 circa, una staffetta ci informò che davanti al Municipio si erano radunati circa un migliaio di manifestanti, i quali, accalcatisi fino all’ufficio del Commissario prefettizio, già avevano messo in allarme le autorità. Uno dei capi, infatti, uscì chiedendo il motivo della manifestazione, poi si ritirò di nuovo nel suo ufficio, visibilmente preoccupato.

Pochi minuti dopo giunsero quattro ufficiali tedeschi i quali, facendosi strada a stento in mezzo alla folla, si recarono dal commissario.

Seguì un periodo di trepidante attesa durante il quale i manifestanti mostrarono un certo timore e qualche preoccupazione. Finalmente, dopo più di mezz’ora, i quattro ufficiali se ne andarono e il commissario annunciò pubblicamente che il provvedimento di requisizione era revocato.

Grande fu la soddisfazione e l’entusiasmo di tutti i manifestanti, che dopo questo primo successo si recarono all’ufficio dei sindacati e reclamarono una maggiore e più sollecita distribuzione di copertoni e camere d’aria.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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