Nerina Borghi


Nasce il 30 agosto 1905 a S. Giovanni in Persiceto. La sua abitazione è stata una base partigiana. Fa parte del battaglione Marzocchi della 63a brigata Bolero Garibaldi ed opera a S. Giovanni in Persiceto.

A causa della perquisizione della sua casa viene incarcerata a San Giovanni il 16 aprile 1945 mentre il marito Ivo Vanelli viene fucilato a Cavezzo (MO) il 22 aprile 1945.

I suoi ricordi

Noi abitavamo in via Zenerigolo 11, a San Giovanni in Persiceto. Lavoravamo il terreno come terziari e mio marito Ivo curava la stalla come boaro ed era organizzato con i partigiani. Io ero al corrente della cosa, benché a me non raccontasse nulla di concreto. Usciva di sera con altri per la sua attività. Poi cominciò a venire gente forestiera in casa nostra. A volte si fermavano appena, altre volte rimanevano a mangiare e a dormire, nascosti nella stalla.

La domenica prima della liberazione si trovavano a casa nostra diversi partigiani, tra cui ricordo Walter Casari, Mario Risi, Ernesto Bettini, quando alle tre del pomeriggio subimmo una perquisizione in forza di fascisti e di alpini che erano dislocati nelle scuole di Lorenzatico. Trovarono delle armi nascoste nel fienile (che erano state portate alla mattina presto e che il giorno seguente dovevano andare in altri luoghi) e in casa, nel cassetto della tavola, trovarono della stampa clandestina.

Volevano incendiare il fienile perché, dicevano, vi potevano essere altre armi, ma poi non lo fecero e il giorno dopo vennero a portarci via quel poco di fieno che vi era.

In casa gettarono per aria tutto, ma non trovarono altro. Arrestarono mio marito e i tre partigiani e li portarono nelle scuole di Lorenzatico poi, dopo qualche giorno, a Persiceto e quindi, a piedi, fino a Cavezzo dove li fucilarono il 22 aprile 1945. Io rimasi a casa con mio padre, di 71 anni, mia sorella e suo suocero, pure anziani, e con sei figli (la più grande, la Liliana, che pure aveva aiutato i partigiani, aveva 12 anni e il più piccolo, Rino, di 6 mesi).

Quando tornarono, il giorno seguente, al mattino, e di nuovo rovistarono in ogni angolo, puntarono il mitra in bocca a mio figlio Giuseppe, di 8 anni, perché dicesse di chi erano dei vestiti che si trovavano appesi all’attaccapanni. Rispose che non lo sapeva. Io intervenni dicendo che era roba nostra, mentre invece appartenevano a dei giovani arrestati il giorno prima. Presero diversa roba di famiglia e il mio oro.

Mi arrestarono, assieme al piccolo Rino, che avevo in braccio, e mi portarono nelle scuole di Lorenzatico. Il bimbo piangeva sempre perché voleva il latte, ma io, con lo stato d’animo che avevo, non riuscivo a darglielo. La sera mi lasciarono in libertà. Prima mi fecero vedere mio marito, però in loro presenza. Naturalmente non potemmo dirgli nulla. Mi venne di chiedergli quando sarebbe venuto a casa e lui disse che non sapeva e non poteva dirlo.

Dopo la liberazione fummo messi al corrente della sorte toccata agli arrestati, da Amieto Azzani, unico scampato del gruppo.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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