8 settembre 1943 varie testimonianze


Umberto Giorgi partigiano nella 36a Brigata Garibaldi.

L’8 settembre 1943 ero militare in Francia e, come tanti altri, scappai. A Torino per la prima volta sentii parlare di Resistenza, ma io non comprendevo questa parola; a me interessava giungere a casa. Ad Alessandria e a Bologna per poco non rimasi dentro ad una retata tedesca.

A casa dovevo stare nascosto per gli avvisi di richiamo dei fascisti. Fu in quel tempo che cominciai a vedere qualche partigiano. Ogni tanto mi capitava di parlare con gente mai vista, che aveva del misterioso e mi spiegava i motivi perché dovevamo combattere il fascismo. Poi conobbi, a Casetta di Tiara, Bob (Luigi Tinti) che doveva poi essere il comandante della 36a brigata Garibaldi e altri partigiani.

Allora cominciai anch’io a fare qualcosa.

Capivo e sapevo allora qual’era il nostro compito: combattere la dittatura fascista che per vent’anni non aveva pensato che a fare la guerra. Comunque la Resistenza — me ne resi subito conto — non mirava solo ad un rinnovamento politico, ma anche sociale ed economico.

Ben presto divenni partigiano ed ebbi anch’io un’arma.

Romildo Corradi commissario di compagnia nella 36.a Brigata Garibaldi.

I primi del settembre 1943 fui richiamato alle armi e dislocato a Bologna nel Genio telefonisti. L’8 settembre tentammo di organizzare la Resistenza, ma la cosa fallì per la defezione di gran parte degli ufficiali. Vistomi scoperto, assieme ad altri compagni soldati, fuggii dalla Caserma situata alle Due Madonne, a Bologna, che era già circondata dai tedeschi. Raggiunsi Carpi vestito da contadino e partecipai ai primi fatti preliminari di un’azione partigiana nella zona: si salvavano dei prigionieri, si accumulavano delle armi e si formavano le prime basi per la Resistenza nel Carpigiano.

Romeo Giordano direttore sanitario della 36.a Brigata Garibaldi.

L’8 settembre 1943, ero assistente del professor Giovanni Dell’Acqua, all’arcispedale di Ferrara. L’improvvisa notizia della resa, della pace conclusa, aveva colto di sorpresa la popolazione che, purtroppo, in breve, da uno stato di viva soddisfazione, di sollievo, di gioia, doveva passare in altrettanto grave stato di scoramento. L’esercito si stava disgregando, i soldati sbandati cercavano di raggiungere le proprie case, per sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi, che presto si erano impossessati di centri di comando, neutralizzando i tentativi di resistenza.

Con i miei occhi ho visto nella stazione di Ferrara transitare i carri bestiame stracarichi di nostri poveri soldati diretti per la via del Brennero, ai campi di concentramento in Germania.

Non so dire quali sentimenti si agitassero in me, l’osservare impotente a tale tragedia mi dava una reale sofferenza. Allievo dal primo anno di Università del professor Olivo e quindi dal terzo anno del professor Businco, godendo della loro fiducia ne conoscevo e condividevo le idee; fu la loro per me scuola di vita, in me trasfusero il loro amore per la libertà, l’odio per ogni sopruso!

Perciò, per l’avere troppo apertamente, dopo il 25 luglio, manifestato i miei sentimenti, per un presentimento che non saprei definire, pochi giorni dopo l’8 settembre lasciai Ferrara, all’insaputa del professor Dell’Acqua, che soltanto più tardi seppi far parte del movimento di liberazione.

Quale fosse la situazione a Ferrara me lo ricorda il fatto che il dottor Medini, ufficiale della Divisione Ariete, che io appunto avevo sostituito, rientrato in sede fu, più tardi (non saprei precisarne la data) arrestato e fucilato, mentre il dottor Specie, nostro aiuto, era stato arrestato verso la fine di settembre con altri professionisti antifascisti: per sua buona sorte, ricoverato in Ospedale e piantonato nei giorni dell’eccidio del Castello, aveva avuto salva la vita.

Nella Cricca staffetta nella Brigata SAP Santerno

L’8 settembre del 1943 iniziai, insieme a mia sorella Andreina, l’attività antifascista.

La prima attività consistette nel dare indumenti borghesi ai nostri soldati che non volevano più combattere per i tedeschi. Così travestiti potevano raggiungere le loro case, o salire la montagna per iniziare la guerriglia. Eravamo comandate da Primo Ravanelli e Claudio Montevecchi e la nostra casa in via Molino Vecchio 21, a Imola, era uno dei centri di distribuzione della stampa antifascista.

Per difendere il materiale da eventuali perquisizioni avevamo costruito un sottopassaggio a destra della nostra casa: vi si accedeva per mezzo della nostra cantina, e si sbucava in mezzo alla strada. All’inizio eravamo portaordini, facevamo da collegamento e curavamo pure la distribuzione della stampa. Nella cantina avevamo costruito un piccolo pozzo, chiuso da una botola, aprendo la quale si vedeva soltanto carbone, ma togliendone uno strato di appena venti centimetri, appariva il materiale di propaganda. Lo portavamo via in grandi sporte cercando di mascherarlo con verdura, frutta, o coperte, a seconda dei casi.

Alberto Marani comandante di compagnia nelle formazioni SAP della 66a Brigata Garibaldi.

L’8 settembre 1943 mi trovavo in Jugoslavia, A Rakek (Lubiana), in forza al 17° raggruppamento Artiglieria Guardia alla frontiera, col grado di sergente, quando udii anch’io, la sera, il noto comunicato Badoglio. La prima reazione, per la presunta fine della guerra, fu di grande esultanza, temperata subito, fino a spegnersi interamente, dalla preoccupazione per la prevedibile reazione dei tedeschi, tanto più che essi nel luogo stazionavano in forze molto superiori alle nostre.

Infatti, poche ore dopo, mentre i nostri comandi stavano ancora convulsamente cercando invano ordini superiori, i tedeschi, dopo averci circondati, ci intimarono la resa. Ci fecero deporre le armi, inquadrare dai nostri ufficiali e marciare tutta la notte. Verso l’alba, giunti nei pressi del confine italiano, anziché lasciarci liberi, come avevano promesso, ci circondarono e cominciarono a saccheggiarci di tutto quanto avevamo addosso.

Personalmente, seguito da un commilitone amico, piuttosto che affrontare la prevedibile deportazione in Germania, come in effetti avvenne per tutti coloro che restarono, preferii rischiare la fuga, che, con un espediente, ci riuscì. Senza mai mangiare e dormire, camminai, a piedi, a bordo di locomotive e in cima al tetto di vetture ferroviarie, per sottrarmi alla cattura dei nazifascisti, finché, dopo due giorni e due notti, all’estremo delle forze, giunsi a casa.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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