Umberto Magli (Nome di battaglia Ercole) Un sopravvissuto alla battaglia di Ca’ di Guzzo


Nasce il 15 settembre 1925 a Bologna. Combatte, con funzione di caposquadra, nel 1° battaglione Libero, della 36a brigata Bianconcini Garibaldi e opera sull’Appennino tosco-emiliano.

Partecipa alle battaglie di Cà di Guzzo (Castel del Rio) e di Vigorso (Budrio). Catturato il 21 ottobre 1944, venne trattenuto come ostaggio, insieme con altri compagni a Villa Triste (Medicina). I tedeschi lo fanno assistere alla fucilazione di 8 partigiani.

Trasferito il 24 ottobre 1944 nel campo di concentramento di Fossoli (Carpi – MO), il 6 novembre 1944 viene trasferito nel carcere di Peschiera del Carda (VR). Durante quest’ultimo periodo di detenzione è costretto dai tedeschi, impossibilitati a trasferirlo in Germania, a compiere lavori di riparazione delle strade.

Riesce a fuggire il 30 marzo 1945 e rientra a Bologna.

Le sue memorie

La mia adesione alla Resistenza è avvenuta in conseguenza della mia avversione al fascismo, favorita dall’educazione datami da mio padre Armando, il quale non mancava mai di ricordarmi le atrocità e le sopraffazioni del fascismo bolognese.

Ricordo anche lo sdegno provato per un episodio che mia madre, costernata, mi raccontava, e che riguardava, appunto, mio padre: un onesto, umile artigiano tappezziere che lavorava giorno e notte per sfamare appena i suoi quattro figli e la moglie. Si tratta di questo: mio padre, una mattina passò casualmente nei pressi dei viali che costeggiano i giardini pubblici e qui si imbatte in un funerale; si fermò, si tolse il cappello in segno di rispetto e di saluto. Ma ciò non bastava per i fascisti presenti, perché pretesero da lui il saluto fascista, al che mio padre rispose che togliersi il cappello era un segno di rispetto verso il defunto. Senza tanti complimenti, i fascisti passarono a vie di fatto, percuotendo mio padre a sangue.

Questo episodio, e altri ancora di cui mio padre fu vittima, nonché i soprusi che io stesso dovevo subire in ferrovia, dove lavoravo, e la caccia spietata che i fascisti davano a certi miei conoscenti (ricordo Rino Pancaldi che, con i genitori, abitava nel mio stesso fabbricato) determinarono la mia decisione di ribellarmi al fascismo. E al momento opportuno, quando, dopo sei mesi di esenzione dai militari come ferroviere, ricevetti l’ordine di presentarmi al distretto, feci la mia scelta definitiva.

Già tra noi ferrovieri avversi al fascismo c’erano contatti, discussioni, si facevano anche atti di sabotaggio, specialmente da parte del personale viaggiante del quale facevo parte. Ricordo i contatti attivi con Secondo Negrini (Barba), Vincenzo Toffano (Terremoto) e Chelli (Gazzetta). Con quest’ultimo decidemmo di andarcene coi partigiani e raggiungemmo Bisano di Monterenzio dove la staffetta Silvana, sorella di Guerrino De Giovanni, ci guidò ai Casoni di Romagna.

La scelta non fu semplice per le conseguenze che bisognava affrontare. Ma io capii che quella che avevamo scelto era la strada giusta, che se la prospettiva di combattere i nazifascisti era dura, soprattutto per la modestia dei nostri mezzi, delle nostre forze e per tutte le insidie che si sarebbero presentate sul nostro cammino; meglio, comunque, combattere anche in pochi dalla parte dei giusti, che essere dalla parte degli ingiusti e dei prepotenti. Era necessario liberare la patria dal fascismo, spazzar via dal nostro paese gli stranieri tedeschi, che erano i veri padroni, e perciò scelsi la via del partigianato: vada come vada — pensavo — questa è una lotta che deve essere combattuta.

Avevo appena 19 anni, avvicinai mio padre (la mamma era già morta) e gli dissi poche parole che ricordo ancora: “Papa, ti saluto, vado con i partigiani”.

Lui non obbiettò; mi abbracciò e baciò con una lacrima agli occhi. Me ne andai.

Ricordo che avvenne tutto in poco più di un’ora e non salutai neppure mio fratello Corrado: erano giorni duri e si facevano pochi convenevoli.

In seguito, anche i miei fratelli scelsero la via della Resistenza: Corrado dovette fuggire da Bologna, causa mia, e ne descriverò più avanti il motivo. Mio padre lo indirizzò a Savazza di Monterenzio da Giuseppe Bergonzini, padre di Luciano, che conosceva quale artigiano falegname e antifascista. Questi, e il padre di Franco De Giovanni, che faceva il mugnaio, gli diedero un cavallo col quale mio fratello raggiunse i Casoni di Romagna e si unì alla 62a brigata Garibaldi. Così pure l’altro mio fratello, Pietro, che fu partigiano in Jugoslavia, con Tito, e più tardi sposò una sua compagna di lotta partigiana, Anka Vrkljan.

Ma torniamo alla mia adesione alla Resistenza. Entrato nella 36a brigata Garibaldi e destinato alla compagnia comandata da Guerrino De Giovanni, sono uno dei pochi sopravvissuti alla battaglia di Ca’ di Guzzo e di Vigorso di Budrio.

Ogni volta che sento parlare in romagnolo, è Ca’ di Guzzo che torna alla mia mente, con tutti i ricordi di tanti miei compagni d’armi, in maggioranza imolesi e romagnoli, che mi sono morti accanto durante la battaglia e che insieme a me avevano fatto parte della la compagnia della 36a brigata, comandata prima da Guerrino, e poi dal giovane imolese Umberto Gaudenzi.

Inizialmente la nostra brigata si chiamava 4a brigata Garibaldi e poi dal luglio divenne la 36a brigata Garibaldi Bianconcini. Si era costituita nell’aprile 1944 sul monte Faggiola, alla Dogana, per poi passare sulla Bastia e il Carzolano, nell’Appennino tosco-emiliano. È stata una brigata che per il numero delle azioni e per le perdite inflitte al nemico, e anche per quelle subite, fu fra le più attive e importanti.

Se dovessi parlare delle tante azioni compiute dalla sola la compagnia, che era una delle più combattive anche per lo spirito stesso di Guerrino, di Umberto, Teo, Franco, nei avrei per un volume completo. Accennerò soltanto ad alcune di queste azioni e su quelle più significative riferirò più dettagliatamente. Iniziando, non posso non rammentare l’aiuto, la collaborazione fedele e disinteressata dei contadini, dei montanari poveri, molti dei quali pagarono con la morte il loro contributo alla libertà.

Fra quelli che sono ancora vivi ricordo Francesco Noferini di Tirli (Dio boia) e il fratello Giovanni, Elio Antonelli (il Negus) di Castiglioncello e Renato Naldoni (Fida) di Palazzuolo sul Senio, e tanti altri senza i quali la nostra lotta non avrebbe avuto successo.

Deludente fu il primo contatto con i partigiani ai Casoni di Romagna, dove incontrammo per la prima volta Guerrino, Franco De Giovanni e Luciano Bergonzini (Stampa); deludente perché, oltre ad accoglierci con sospetto, Guerrino pretendeva che tornassimo soltanto quando avessimo trovato le armi, che a noi mancavano.

Al che io risposi mostrando le mie armi: il berretto da ferroviere e la bandierina rossa e verde. In seguito, anche queste armi particolari tornarono utili quando, nella stazione di Marradi, vuotammo un treno di grano e merci varie che distribuimmo alla popolazione locale. Dopo alcune riflessioni, Guerrino ci accolse sperando che, l’indomani, nel corso di un’azione contro i tedeschi, i partigiani riuscissero a recuperare armi anche per noi.

L’attesa e l’ansia furono per me assai pesanti e lunghe, ma con mio grande sollievo,

l’indomani i partigiani tornarono indenni dall’azione e Franco recava in spalla diversi fucili catturati al nemico. Allora, su ordine di Guerrino, io e Gazzetta venimmo armati. Era il maggio 1944, l’azione si era svolta a Monterenzio con l’attacco ad un posto di avvistamento aereo. Il successo era stato completo. In seguito, ci spostammo alla Faggiola e qui incontrai altri partigiani fra cui ricordo Nolasco, che mi diede una bomba a mano, Nerone (Guido Lambertini) e la Cucaracia che ricordo con simpatia perché mi regalò una rivoltella a tamburo, da carabiniere, che sembrava un piccolo cannoncino, dicendomi: “Hai un misero fucile con un solo caricatore, questa ti sarà utile”. Ne fui felice a tal punto che in quel momento mi sentii ancora di più partigiano. Infatti mi accorsi di avere una maggiore sicurezza dopo la prima vera azione cui partecipai sulla strada Montanara, dove attaccammo e distruggemmo degli automezzi tedeschi. Finalmente potei dire a me stesso: ora sì che la mia decisione ha un senso. Dopo tante parole, riflessioni, timori e propositi avevo materialmente colpito il nemico. Ero pienamente soddisfatto, anche se in fondo restava in me un po’ di paura.

Nei giorni che seguirono, Alfredo Olivieri, commissario della mia compagnia, ci diede lezioni pratiche e teoriche sull’uso delle armi, sulla strategia, nonché lezioni politiche parlandoci del nazifascismo e di quella libertà per la quale ci battevamo rischiando la vita.

Le prime azioni cui partecipai furono attacchi sulle strade Montanara, Faentina e Casolana. Guerrino, Teo, Umberto, Franco mi incoraggiavano con il loro comportamento quasi spavaldo, deciso, freddo, intelligente e astuto.

Nel giugno 1944 la nostra compagnia occupò per la seconda volta Palazzuolo, disarmò la caserma dei carabinieri e rastrellò il paese dai fascisti. Successivamente attaccammo una colonna di automezzi tedeschi a San Pellegrino e la distruggemmo, facendo anche alcuni prigionieri, uno dei quali, prevedendo per sé la fine che i tedeschi stessi riservavano a noi, mi fece vedere la fotografia della moglie e dei suoi figli. Mentre li portavamo in brigata, il commissario mi esortò a non lasciarmi commuovere. Quella era la guerra che i tedeschi avevano voluto e che combattevano trasgredendo ogni regola convenzionale, attuandola con spietatezza e crudeltà.

Gli attacchi sulle strade nelle località Moraduccio, nei pressi di Palazzuolo, e Borgo San Lorenzo, furono molti. Ricordo un’azione sulla Montanara, contro una autocolonna tedesca; dopo aver neutralizzato il camion di testa, Guerrino sparò nelle cabine, e allora si sentì esclamare, in dialetto bolognese: “brisa, brisa, an sparedi a san un bulgnais!” (No, no, non sparate sono un bolognese! NdR). L’autista del camion era un bolognese (Tonino) che venne con noi in brigata, e fu un ottimo partigiano.

Una nuova attività, per me, fu quella di minare i ponti sulla Montanara; la prima volta mi trovai al fianco di Umberto, Teo, Franco De Giovanni, Nello Battilani, Vladimiro Nanni e Fida. Attendemmo che se ne andassero due camion tedeschi fermatisi per riparazioni, poi ognuno si avviò per assolvere il proprio compito.

Mentre minavano il ponte, io e Teo eravamo di guardia alla strada, vicinissimi ad una casa che avevamo visitato avvertendo anche gli abitanti. Durante l’attesa, dissi a Teo che mi recavo nella casa per bere e che mi chiamasse al segnale dell’esplosione.

Mentre ero in quella casa il ponte saltò con un fragore infernale senza che mi avessero avvisato. Mi parve che la casa mi crollasse addosso e fuggii fuori impaurito.

Trovai Teo che rideva a più non posso e che in romagnolo mi gridò: “Ercol, tat tsi ciapé pora burdèl, te avo fifa, ti smort, né?” (Ti sei preso paura ragazzo, sei smorto). Ercole era il mio nome di battaglia. Teo sapeva che il mio coraggio non era ancora temprato, e deliberatamente non mi aveva avvertito prima dell’esplosione.

Altra esperienza nuova: facemmo i boari. Ci portammo nei possedimenti del principe Borghese, a Borgo San Lorenzo, e sequestrammo dei cavalli e circa settanta capi bovini che servirono alla brigata e che in parte distribuimmo ai montanari della zona in cui la brigata sostava. Fra i cavalli ce n’era uno molto bello che chiamammo principessa.

Un’altra azione importante, compiuta in agosto, fu quella di Capanna Marcone; il primo giorno, in quella zona, ero con Umberto, Teo e altri dieci partigiani in perlustrazione, quando ci imbattemmo in un montanaro che ci salutava impaurito, sia con il pugno chiuso, sia con il saluto romano (apriva e chiudeva la mano con il braccio disteso). Interrogato, ci disse che i tedeschi stavano razziando la zona e trasportando dei cannoncini. Ci piazzammo con le due mitragliatrici e poco dopo aprimmo un intenso fuoco generando una terribile confusione fra i tedeschi: chi cadeva ucciso, chi scappava, mentre i buoi che trainavano i cannoncini si impauravano e i pezzi si rovesciavano ai lati della strada montagnosa. Alla fine ci ritirammo senza perdite.

Il giorno seguente, sempre in quella zona, cioè vicino a Capanna Marcone, la nostra compagnia e una squadra della compagnia di Amilcare si apprestarono a compiere  un’azione volta alla distruzione dei posti di avvistamento tedeschi sul monte Giogo. Ma nei pressi di Capanna Marcone avvistammo una pattuglia con una guida borghese. L’ordine immediato fu di nasconderci tutti ai lati della boscaglia, a ferro di cavallo, e di lasciar passare la piccola pattuglia di guida. Trascorsi pochi minuti intravvedemmo una fitta schiera di soldati che avanzavano verso di noi. Secondo gli ordini di Guerrino, li lasciammo avvicinare, poi aprimmo il fuoco annientando buona parte dei tedeschi e mettendo in fuga gli altri. Tra i feriti trovammo un italiano; interrogato, riferì che faceva parte di un battaglione misto di tedeschi, fascisti e mongoli, col compito di perlustrare la zona a causa della nostra azione del giorno precedente. Non facemmo in tempo ad ultimare ‘interrogatorio, che all’improvviso, sentimmo grida di hurra!. I tedeschi tornavano all’attacco.

Rispondemmo con un intenso fuoco e loro ripiegarono nuovamente, lasciando sul campo altri morti e feriti. Ma eccoli ancora per la seconda volta tornare alla carica, sempre gridando. Li accogliemmo ancora con un fuoco rabbioso, finché Guerrino diede l’ordine di ritirarci in fretta. I tedeschi lasciarono sul terreno una cinquantina di morti e feriti. La nostra compagnia subì le sue prime perdite. Ivo Lambruschi, di Caprara di Campegine di Reggio Emilia, venne catturato e impiccato a Moscheta il 27 agosto 1944. Nello Battilani, ferito gravissimo, venne subito assistito da Ivo, ma sopraggiunsero i tedeschi che catturarono Ivo lasciando Nello al suolo, cosparso di sangue, credendolo morto. Prima di andarsene, però, i nazisti non mancarono di prendere a calci quel corpo che pareva inanimato. Era ormai notte quando Nello, nonostante le ferite, riuscì a trascinarsi nel folto di una boscaglia.

Udendo i lamenti, una donna, che chiamavamo la triestina, sfollata in una casa vicina, lo soccorse e avvertì la compagnia di Paolo. Portato in brigata e malgrado l’intenso fuoco dei tedeschi che per diversi giorni ci tennero sotto il loro tiro con cannoni e granate, Nello fu operato e medicato dal dott. Romeo Giordano e da Gianni Palmieri. Rimase qualche tempo fra la vita e la morte e infine si riprese e fu salvo.

Prima del combattimento di Capanna Marcone vi era stato il secondo lancio di armi alla Faina. Mentre, con Umberto, Teo, Nello, Franco e un’altra decina di partigiani stavamo avvicinandoci a piedi verso Casola Val Senio, lungo la strada, catturammo una macchina con due tedeschi; poco dopo ci raggiunse una staffetta con l’ordine di tornare indietro e portarci alla Faina per fare la sorveglianza contro eventuali attacchi e aiutare gli altri a raccogliere il materiale del lancio aereo.

Ricordo un particolare: al ritorno era già buio, usavamo il camioncino io, Nello, Teo e altri. Viaggiavamo con i fari accesi e ad un tratto udimmo il rombo di un aereo che si abbassava sulle nostre teste, poi fummo investiti dal fuoco delle mitragliere ma, fortunatamente, restammo illesi. Molto probabilmente si trattò dello stesso aereo che aveva effettuato il lancio e che ci aveva scambiati per tedeschi a causa del camioncino militare con le luci accese. Non mancammo di farci una risata di soddisfazione, nonostante io rimanessi alquanto impaurito.

Dopo tante azioni fortunate, arrivarono per tutti noi i giorni tristissimi. Nella seconda metà di settembre, durante la marcia di avvicinamento a Bologna, una sera ci fermammo in una casa presso Visignano. Il compagno Giancarlo Pomoni (Sciflì) cantava. Ad un tratto cominciò un cannoneggiamento furioso che ci fece fuggire all’aperto; si seppe che il contadino era uscito con la lanterna accesa, in piena notte, con il fronte vicinissimo, e che a sparare furono gli alleati.

Guerrino diede ordine di puntare alla spicciolata, verso monte La Fine. Ritrovatici lassù, tutta la compagnia proseguì per Segatara, per Ca’ di Guzzo e i Casoni di Romagna. Prima di lasciare la zona di Visignano, Nolasco mi invitò a rimanere quella sera nella compagnia di Libero Golinelli che aveva trovato rifugio in un casolare dei dintorni, insieme ad alcuni miei compagni (Luciano Caldi, Carlo Quercioli, Duilio Poli), ma io rifiutai. In seguito, seppi che il mattino seguente la compagnia di Libero si era incontrata con gli americani.

A causa dell’azione del giorno precedente, di cui parlerò dettagliatamente più avanti, i tedeschi erano riusciti ad individuare l’entità e la dislocazione delle forze partigiane. Alle ore 0,30 del 27 settembre una pattuglia guidata da elementi filo-nazisti e contadini obbligati con la forza, tentò una irruzione a Cà di Guzzo.

L’azione di sorpresa venne sventata dal comandante di compagnia Umberto, che dispose gli uomini per la difesa, mentre Guerrino, già comandante della compagnia e promosso in quei giorni comandante del 4° battaglione della brigata, cercava di ottenere il collegamento con la compagnia di Oscar e con la 62a brigata Garibaldi, per attaccare il nemico alle spalle. Poco dopo, circa cinquecento fra paracadutisti e SS circondarono la casa sparando con mortai di ogni calibro.

Nella pausa del bombardamento venivano all’assalto con grande decisione, in ondate successive. Dal tetto sfondato, dalle finestre battute incessantemente dalle mitraglie, noi partigiani reagimmo colpo su colpo con le armi automatiche e con bombe a mano. Tre attacchi furono così respinti durante la notte e uno alle prime luci dell’alba.

Ed ecco, esattamente, come si svolse la battaglia di Cà di Guzzo. Verso la metà di settembre il comando della brigata, d’intesa col CUMER (l’ordine venne portato da Sante Vincenzi) decise la suddivisione della brigata in quattro battaglioni, i quali, con l’apporto di altre brigate, erano destinati a calare su Imola, Faenza e Bologna. La nostra brigata disponeva di una forza di circa 1.200 partigiani armati, e quando il comando prese quella decisione, la nostra compagnia si trovava in missione operativa a Monterenzio. La nostra nuova destinazione, dunque, era monte La Fine per congiungerci qui col 1° battaglione comandato da Libero Golinelli.

Unitamente all’ordine della nuova destinazione, pervenne la nomina di Guerrino a comandante del 4° battaglione. Tale notizia ci rammaricò, perché veniva a separarci da un comandante ottimo e coraggioso, che in moltissime azioni ci aveva guidati alla vittoria senza farci subire perdite gravi, come nel caso della Capanna Marcone. Proprio a proposito di questa azione ricordo che Guerrino fu rimproverato per aver assunto una così importante iniziativa senza l’ordine del comando. Ma subito dopo egli fu elogiato per la bella impresa delle due compagnie.

Ecco perché, dicevo, eravamo amareggiati nel perdere un così valoroso comandante, che pareva nato proprio per la guerriglia e che mai ci era apparso titubante ed indeciso. C’erano delle affinità tra Guerrino e il comandante di brigata Luigi Tinti (Bob).

La nostra compagnia si mise subito in marcia per raggiungere monte La Fine, dove era disposto il presidio delle forze del 1° battaglione. Nel corso di questa marcia di ritorno, ai Casoni di Romagna ci imbattemmo in un reparto di linea tedesco e sei tedeschi vennero uccisi, altri fuggirono. Noi non avemmo alcuna perdita e facemmo un bottino di sei Mauser.

Sostammo la notte ai Casoni di Romagna e dormimmo nella Chiesa dei Casoni. Ripartimmo con destinazione monte La Fine, ma, giunti a Segatara, i contadini ci dissero che era impossibile proseguire, perché ingenti forze tedesche avevano il compito di sbarrare la strada e di formare il nuovo fronte difensivo. In attesa di eventi, fummo obbligati a sostare a Segatara. Durante questa sosta nominammo il nuovo comandante di compagnia con regolari elezioni segrete, scegliendo fra i due candidati più idonei per attitudini, ed esperienza: Umberto Gaudenzi e Teo Rampolli. Venne eletto Umberto, che era un operaio imolese della Cogne.

Nel corso di questa sosta forzata venne inviata una staffetta (Bernardo), un ragazzo del luogo, a Visignano, affinchè si mettesse in contatto con Libero.

Bernardo partì per la sua difficile missione e raggiunse Libero che, nel frattempo, si era già congiunto con gli americani. Bernardo ricevette da Libero un biglietto con le istruzioni per Guerrino, ma sulla via del ritorno (era la notte del 24 settembre 1944) i tedeschi lo presero, lo perquisirono e gli trovarono il biglietto nella fodera della giacca. Un po’ per l’aiuto dei contadini, un po’ grazie al caso, al suo coraggio e alla sua prontezza di spirito, Bernardo riuscì a fuggire e a raggiungerci a Segatara nonostante gli sbarramenti dei tedeschi e le cannonate degli alleati, i quali, tra l’altro, martellavano la zona con proiettili che, scoppiando, lanciavano intorno manifestini invitanti i tedeschi ad arrendersi.

Disgraziatamente Bernardo non conosceva il contenuto del biglietto consegnatogli da Libero e presogli dai tedeschi e non potè dirci altro che la via era irrimediabilmente sbarrata da ingenti forze tedesche. Mentre era stato facile ad una persona sola eludere i nazisti, era certamente impossibile il transito di una intera formazione di partigiani.

Vista, dunque, l’impossibilità di congiungerci col battaglione di Libero, la nostra compagnia e quella di Oscar, mossero, rispettivamente verso Cà di Guzzo e Cà di Giulio (la compagnia di Oscar lamentava già un ferito: Liano Campomori, che fu prontamente curato da Gianni Palmieri, medico del 1° battaglione, ma aggregato alla nostra compagnia).

Nel frattempo Guerrino prese contatti con la vicina 66a brigata operante ai Casoni di Romagna-Cà dei Gatti, dove era il comando, per inserirsi nel sistema difensivo reciproco in caso di attacco. Identico fu l’accordo con Kid (Luciano Proni), comandante della 62a brigata. Si convenne che sulla chiesa dei Casoni avrebbero esposto un lenzuolo bianco come segnale di pericolo.

La sera del 25 settembre, Guerrino si unì nuovamente a noi a Cà di Guzzo. La sera stessa una pattuglia tedesca, ormai giunta nei pressi della casa, venne sbaragliata nell’oscurità da nostre pattuglie appostate. Il mattino successivo tutto appariva tranquillo, ma verso le due pomeridiane si vide sventolare alla finestra della Chiesa dei Casoni di Romagna il lenzuolo bianco che segnalava pericolo per la 62a brigata e per la compagnia di Oscar che, nel frattempo, aveva anch’essa raggiunto i Casoni.

La nostra compagnia non indugiò e, a piccoli gruppi, infilammo i sentieri, completamente scoperti, puntando verso i Casoni di Romagna. Ma ai tedeschi non sfuggì la nostra presenza e una grandine di colpi di mortaio si abbattè intorno a noi. Già provati dalle esperienze del Carzolano, proseguimmo fino alla méta. Ma, Alfredo Olivieri, il nostro commissario, ultimo della fila, fu colpito in pieno, e per noi fu una gravissima perdita, perché lo consideravamo un po’ il papa della compagnia.

Da quel momento seguirono per noi della la compagnia giorni sfortunati, giorni di sangue. Per ironia della sorte, ai Casoni di Romagna risultò che il segnale alla finestra, che aveva determinato il nostro spostamento con la morte del povero Olivieri, era stato esposto per un eccesso di precauzione: si era sopravvalutato il pericolo individuando una sola pattuglia tedesca. Così, la sera stessa, tornammo a Cà di Guzzo. Lungo il cammino ci imbattemmo in una pattuglia e aprimmo il fuoco. Un sergente e un caporale vennero uccisi; Umberto prese prigionieri un tenente e un maresciallo della Wehrmacht: interrogati, questi due riferirono che le truppe abbandonavano la zona la stessa notte, perché a corto di munizioni. Forse era una menzogna. Comunque, l’ordine di Bob era quello di non avere alcuna pietà per i nostri nemici; ad essi toccò la sorte riservata a noi e i due prigionieri vennero giustiziati.

Giunti a Cà di Guzzo, ognuno di noi si rese conto che eravamo tra due fronti e che quelle ore sarebbero state decisive. Mani sulle armi, occhi attenti, gli Sten puntati intorno, le pattuglie all’esterno che venivano continuamente rafforzate.

La nebbia ci era nemica, impedendoci di scorgere i movimenti delle forze avversarie che avrebbero potuto avvicinarsi senza essere scorte. Ad un tratto il silenzio fu spezzato da una sparatoria; nostre pattuglie esterne si erano scontrate coi tedeschi a pochi metri dalla casa e avevano aperto il fuoco. Si trattava di un battaglione di SS e paracadutisti tedeschi, ci disse poi Tonino, il fratello di Guerrino, che s’imbattè nell’oscurità con un contadino che era stato costretto dai tedeschi a far loro da guida.

Dopo aver ingaggiato un tremendo corpo a corpo con un tedesco, e mentre stava per essere sopraffatto da un altro nazista giunto in aiuto del primo, Tonino si salvò grazie all’intervento di Umberto che, con una raffica di mitra, stese al suolo i due soldati. Contemporaneamente avvennero altri scontri improvvisi vicino al pozzo, fra tedeschi e le nostre sentinelle Michele e Kolia, che erano due sovietici, e Sportelli, scontri che terminarono a nostro favore.

Rientrate tutte le sentinelle e le pattuglie, ci preparammo a sostenere un attacco; infatti i tedeschi si erano lievemente ritirati, ma non ci facevamo illusioni.

Il fatto che, aprendo la porta che dalla cucina dava sull’aia, una sventagliata di mitra c’investisse senza tuttavia colpirci, ci diede coscienza dell’accerchiamento: ogni sortita sarebbe stata impossibile.

Eravamo dunque in trappola, i tedeschi pronti ad aprire il fuoco su di noi come in un facile tiro al bersaglio. Razzi verdi e rossi si accendevano nella notte salendo in alto: erano segnalazioni dei tedeschi per chiamare rinforzi e indicare la nostra posizione.

Ognuno di noi prese posto alle finestre, alle porte. Ovunque si sparava sulle ombre, verso la sorgente di ogni rumore sospetto. Nella direzione da cui proveniva una raffica od un lampo, noi rispondavamo con altrettante raffiche.

Il comandante Umberto si assicurò che noi tutti avessimo perfezionato la difesa; eravamo in 50 partigiani, i tedeschi ci stavano attaccando da tutte le parti lanciando su di noi, ad intervalli regolari, grappoli di granate. Cessate queste, i soldati venivano all’assalto della casa con ira, e pagando con perdite gravi ogni tentativo. Noi sparavamo bene, appostati ovunque con fucili, mitra, mitragliatrici (ne avevamo due), bombe a mano e con gli Sten.

Dal tetto squarciato da una granata, Teo ed io sparammo, lanciammo sui tedeschi le bombe a mano che ci passava Diritto. Dalle finestre che il nemico batteva incessantemente, sparavano con le mitragliatrici Miron (Vladimiro Nanni),Giorgio Marani, Luciano Calamelli e Domenico Sportelli; la porta dietro la casa era protetta costantemente da Umberto e Diritto, Orlando Alvisi e altri. L’altra mitragliatrice, con D’Artagnan (Ermete Valli), Antonio Mirri, Renzo Nardi, era a piano terra, in cucina, alla porta d’ingresso opposta alla finestra. Questa ad un tratto s’inceppò e non fu possibile riutilizzarla.

Nel lungo corridoio che portava alla stalla e nell’ovile erano appostati Adelmo Ronchini (Apuania), i sovietici Miscia e Kolia e Elio Giorgi (Tossignano); dalle finestre del piano terra, in cucina sparavano Amieto Pirazzini, Paolo Betti (Cicci), Tarcisio Naldi, Vincenzo Martelli, Bruno Ferrarini (Pasqua), Faliero Fornaciari. Nel piano superiore, dove all’apertura del tetto eravamo io e Teo, le finestre erano controllate da Carlo Casarini, Giancarlo Pomoni e i sovietici Michele, Gimma e Nicolai. Altri ancora: Primo, Athos, Fai, Francesco, Fuoco, Elves, Walter Ghelfi, erano qua e là, ma tutti si spostavano spesso per darsi un aiuto reciproco, aumentando il fuoco dove maggiormente era necessario controllare la situazione che ad ogni istante assumeva profili nuovi.

Gli abitanti della casa, il contadino Salvatori, il fratello e la moglie e i bambini, nonché alcune famiglie di sfollati, erano stati ricoverati nell’ovile delle pecore, ritenuto luogo meno esposto al pericolo.

Considerata la situazione, venne deciso di tentare la sortita di una pattuglia col compito di raggiungere la compagnia di Oscar e chiedere l’intervento della 62a brigata, che avrebbe potuto prendere alle spalle i tedeschi. Ma al primo sondaggio di uscita, una raffica stroncò ogni proposito facendoci comprendere che l’unica nostra possibilità era quella di continuare a resistere. Più i minuti passavano, più il fuoco aumentava; i tedeschi ci bersagliavano con ogni tipo di arma, con lanciabombe e persino col fuoco dei mortai e dell’artiglieria leggera piazzata a Belvedere.

Nuovamente l’idea di tentare una sortita si fece strada, e venne deciso un fuoco di copertura sul sentiero che porta ai Casoni. Teo e Umberto spalancarono la porta, uscirono e aprirono un ininterrotto fuoco di mitra: Guerrino, Tonino, Duilio e Remo, scomparvero nell’oscurità. Ci sentimmo rincuorati e prendemmo misure per resistere ad ogni costo fino all’alba, fino all’arrivo di quegli aiuti che erano indispensabili per non farci massacrare tutti.

Con razzi incendiari i tedeschi tentarono di dare fuoco alla casa, ma la pioggia ci aiutò spegnendo subito ogni fiammata. I tedeschi desistettero da questo tentativo, ma subito ci investì una nutrita scarica di colpi di mortaio. La casa era tutta bucata, il tetto aveva uno squarcio e in parte era crollato. I mortai smisero di sparare e i tedeschi vennero alla carica con la truppa. Con le nostre armi automatiche, i mitra, i fucili e le bombe a mano riuscimmo a bloccarli, ma ecco ricominciare coi mortai e coi cannoncini leggeri. Questi attacchi continuarono fino alle sei del mattino, con azioni ravvicinate fino al pozzo, al pagliaio e al cortile della casa. I tedeschi strisciavano nel buio, tentavano di avvicinarsi il più possibile per lanciare nell’interno della casa le loro bombe a mano, ma noi riuscivamo ad individuarli e respingerli con perdite certo gravi. Umberto e Teo ci spronavano a resistere, a sparare, sempre a tiro sicuro.

Alcuni tedeschi si annidarono con due mitragliatrici dietro il pagliaio; allora Tossignano tentò di incendiare, con apposite pallottole, il pagliaio stesso che distava da noi circa venti metri, ma non ci riuscì. Riprovammo con bombe inglesi e infine ci riuscì Teo con una bomba italiana: il pagliaio prese fuoco, la luce dell’incendio ci mostrò i tedeschi tutt’intorno che fuggivano, strisciavano alla ricerca di un riparo e per noi fu facile prenderli di mira colpendone un buon numero. Ma per quanti tedeschi venissero uccisi, altri giungevano in rinforzo. Sapemmo, poi, che vennero spostate delle truppe da San Benedetto, Bisano, Monterenzio, Belvedere, Sassoleone, proprio per questo fine; ma Teo, Umberto e i mitraglieri Wladimiro Nanni e Luciano Calamelli fecero strage di chiunque si avvicinava e altrettanto facevamo noi coi nostri fucili, con gli Sten, i mitra, le bombe a mano.

Alle sei del mattino venne sferrato un attacco pesante, con appoggio di artiglieria, che rese ancora più drammatica la nostra situazione.

La casa era ormai scoperchiata, i muri erano pieni di buchi: ad ogni buco c’era uno di noi appostato. Kolia, Miscia, e il cecoslovacco Subek approfittavano di ogni apertura che si formava nelle pareti per cambiare posizione e sparare sui tedeschi da nuove direttrici. Io e Teo salimmo ancora sul tetto per gettare sui tedeschi le bombe a mano inglesi Sipe, che facevano effetto per lungo raggio; ma sempre arrivavano nuovi rinforzi. Diritto saliva spesso, su ciò che rimaneva del tetto, per rifornirci di munizioni e constatare se eravamo ancora vivi. La situazione peggiorava ad ogni istante.

Poi toccò a me fare la spola per il rifornimento, sul tetto, di caricatori e bombe a mano. Il mitra di Teo era caldo, rovente.

Mai potrò dimenticare il coraggio di Teo che si sporgeva, per sparare, imprecando continuamente nel suo dialetto romagnolo. In quel momento si era intestardito nel voler far tacere una mitragliatrice Saint’Etienne che si accaniva verso di noi senza un attimo di tregua. Dopo svariati tentativi, incurante del rischio, Teo si portò sull’orlo del muro esterno della casa, in angolo, e lanciò due Sipe che ebbero successo; e allora, finalmente, egli mi disse: “Boia ed che signor ag fag taser in pas l’anima vostra” (Boia a voi tutti, vi faccio tacere e in pace l’anima vostra).

Alle sette, con le luci dell’alba, cominciarono le nostre perdite. Ognuno teneva ben salda la propria posizione; io e Teo, come ho detto, sul tetto con le canne che scottavano; Calamelli, Miròn e Pippon (Curti) alla mitragliatrice. Umberto dirigeva la battaglia e sparava dal piano terreno; Amieto, Bruno e Faliero e Vladimiro erano alla finestra della cucina. Durante una brevissima sosta per rifornimento, arrivò dentro una bomba tedesca a manico, che per fortuna non scoppiò.

Il fuoco riprese; a piano terreno sparavano Cicci, Tarcisio, Adelmo, Apuania, Cito, Tossignano, Kolia, Miscia, Michele, Carlo, Primo, Athos, Fuoco. Apuania venne colpito a morte, Faliero restò ferito, Tarcisio ferito gravissimo; una pallottola gli era penetrata nell’addome. La situazione precipitava, il fragore dei colpi era assordante.

Venne colpito anche Cicci, in pieno petto, e a Diritto, che lo trascinava al riparo, gridò di continuare a sparare e di non curarsi di lui. Cadde anche il nostro cuciniere Cac il ferrarese, colpito al ventre; rendendosi conto delle sue gravissime condizioni tentò di suicidarsi, ma la rivoltella s’inceppò e lui ci pregò di finirlo.

Nuovamente i tedeschi tentarono di darci alle fiamme con razzi incendiaria ma la pioggia che continuava a cadere ci aiutò ancora. Io e Teo, sul tetto, Primo con Rino e Aldo a piano terra, afferrammo i loro razzi e li rilanciammo all’esterno, verso il fienile, o altrove, per illuminare i tedeschi e colpirli.

Era un inferno; le granate scoppiavano tutt’intorno, le mitragliatrici e i ta-pum raschiavano i muri, infilavano le aperture sibilando. Resistevamo con accanimento, decisi a non arrenderci mai. Dal canto loro, i tedeschi decisi a sterminarci; già vi era una cerchia di morti intorno alla casa.

E Guerrino? Che fine aveva fatto? Gianni Palmieri, frattanto, aiutato da Enes (Franceschini) e da Diritto si era dedicato ai feriti, con i pochi mezzi a sua disposizione, ma con un senso del dovere cui non veniva mai meno neanche un attimo.

Ad un tratto, dal tetto, pressoché scoperchiato, sentii degli spari alle spalle dei tedeschi, provenienti dalla direzione dei Casoni. Urla nella lontananza. La voce di Guerrino che, però non distinguevo chiaramente. Pazzo di gioia scesi gridando: “È Guerrino, è Guerrino! Siamo salvi, ragazzi, coraggio”. Infatti era Guerrino che, con grande sprezzo del pericolo, tornava coi rinforzi.

Era riuscito ad andarsene da Cà di Guzzo nonostante l’accerchiamento dei tedeschi e riusciva ora a tornare alle loro spalle, spargendo la morte fra i nazisti che ci stringevano da ogni parte. Giunse fino a trecento metri circa dalla casa gridandoci di uscire, ma le sue parole si confondevano con il frastuono della battaglia che continuava violenta, e non le comprendemmo. Con un balzo improvviso, una pattuglia dei rinforzi riuscì ad entrare in casa: fra essi c’erano Annibale, Tonino e Muri feriti e Gianni li curò prontamente.

Portavano l’ordine di uscire tutti, subito. I rinforzi esterni ci avrebbero coperti nella sortita. Intanto questi rinforzi (Guerrino con appoggio di una parte della compagnia di Oscar fra cui Giorgio Dal Fiume, Marino Bedosti, Franco, Spiradelli, Sergio Soglia e un gruppo della 62a brigata, fra cui Sabatini Brescian e Oriello Zaniboni, Baldazzi, Poli, Walter, Virgilio e Tonio Grilli), tenevano testa ai tedeschi distraendoli parzialmente dalla casa. Il loro compito era difficile; spargevano la morte fra i nazisti, ma nel contempo subivano anch’essi gravi perdite per rompere l’accerchiamento tedesco e liberarci.

Protetti da Teo e Calamelli, Annibale, Muri e Antonio uscirono di nuovo per chiamare verso di noi gruppi di soccorso. A Capanna Marcone le circostanze ci furono favorevoli, qui a Cà di Guzzo ci furono decisamente contrarie. All’interno della casa la situazione era ormai completamente insostenibile: morti, feriti, scarsità di munizioni dopo dieci ore di ininterrotto assedio e combattimento. Impossibile elencare tutti gli atti di eroismo che si sono susseguiti in quelle drammatiche ore di resistenza a Cà di Guzzo, sia all’interno che all’esterno della casa.

Tutti i partigiani ebbero un comportamento eroico, combatterono fino all’ultimo, e nessuno accusò momenti di disperazione.

Ormai i tedeschi tentavano di penetrare nella casa. Alcuni, addirittura, cercarono di farci saltare in aria con il tritolo. In una sortita per il recupero di fucili e munizioni, Umberto si imbatte in un tedesco morto a pochi metri dalla casa, che aveva ancora tra le braccia una cassetta di tritolo e una miccia. Qualcuno dei nostri l’aveva fulminato appena in tempo. Morti e feriti aumentavano nelle nostre fila.

Gianni Palmieri e Enes, con l’aiuto di Diritto, non avevano un attimo di riposo intorno ai compagni colpiti.

La situazione era veramente disperata. Le munizioni erano quasi alla fine.

Occorreva prendere la decisione estrema: uscire ad ogni costo. Umberto predispose il piano: un primo gruppo comandato da lui, il secondo da Teo, sarebbero usciti in tempi successivi. Fu intensificato il fuoco nelle direzioni interessate alla sortita.

Si incaricarono Tossignano, Miscia e Kolia di proteggere la parte prospiciente la casa. L’uscita doveva avvenire dalla parte posteriore della casa, verso i Casoni di Romagna, dove Guerrino e i suoi rinforzi fronteggiavano coraggiosamente i tedeschi. I feriti più gravi, naturalmente, non si potevano trasportare e Gianni decise di rimanere con loro. Tentammo un po’ tutti di dissuaderlo, dicendogli cosa gli sarebbe accaduto facendosi prendere vivo dai tedeschi, e come fosse umanamente impossibile resistere ancora. Ma lui non volle saper ragioni e rispose: “Qualunque sia il mio destino, il mio posto è fra i feriti”.

Alle dieci del mattino, protetto da Teo e da altri, tra un foschia leggera e una pioggia sottile, il primo gruppo uscì da Cà di Guzzo. Era composto da Umberto, Miron, D’Artagnan, Carlo, Marcello, Athos, Fai, Subek, Aldo, Fuoco ed io. C’erano anche i russi Nicolai, Michele e Gimma, Ennio, Ezio, Mirri, Walter, Orlando. Poi toccò al secondo gruppo: Teo, Luciano, Faliero, Pippon, Amieto, Bruno, Rino, Cito, Primo, Beppe, Amedeo, Diritto, Tristano e Vito. Tossignano, che insieme ai sovietici Miscia e Kolia, aveva il difficile compito di contenere la pressione tedesca sul davanti, costituì di fatto un terzo gruppo con Mirri, Scifilini, e sarebbe stato più numeroso se Gianni, Enes, Domenico, Francesco, Vladimiro, Isidoro e Jacques, il francese, non avessero deciso di restare nella casa (malgrado l’intuibile fine che avrebbero fatto) insieme ai feriti gravi che erano Tarcisio, Cicci, Liano e Cac, il ferrarese.

Gli ultimi ad abbandonare la casa furono Miscia, Kolia e Tossignano, che lottarono corpo a corpo con i tedeschi ormai sulla soglia di quel cumulo di macerie.

Si salvò soltanto Tossignano, mentre Miscia e Kolia vennero uccisi a colpi di calcio di fucile nel cranio.

È facile immaginare in quali condizioni avvenne la sortita dei due gruppi e quali violenti corpo a corpo vennero ingaggiati coi tedeschi, per aprire un varco nell’accerchiamento. La battaglia continuò lungo il pendio del Valletto, seminato di cadaveri tedeschi e partigiani, e in pochi riuscimmo a risalire fino ai Casoni di Romagna e Cà dei Gatti e in gran parte feriti, perché i tedeschi ci bersagliavano da lontano; io debbo la vita a Teo in quanto, mentre ero stremato e ormai sopraffatto da un gruppo di tedeschi, egli accorse in mio aiuto e con una scarica di mitra li fece fuori.

Ciò che avvenne dentro Cà di Guzzo quando i tedeschi vi entrarono inferociti dalle gravi perdite subite, è stato ricostruito in seguito. I nazisti uccisero tutti coloro che trovarono, sparando colpi alla nuca a freddo, come si trattasse di animali da macello. Feriti e civili non furono rispettati. Finirono così sette nostri compagni: Cicci, Cac, Domenico, Vladimiro, Isidoro, Liano e Tarcisio e anche quattro civili.

Gianni venne risparmiato solo perché prendesse momentaneamente il posto dell’ufficiale medico caduto nell’attacco, ma fu ucciso poco più tardi. Soltanto Enes, l’odontotecnico, aiutante di Gianni, riuscì a fuggire mentre trasportava all’esterno il cadavere di Apuania.

La drammaticità e l’asprezza dei combattimenti di Cà di Guzzo, e l’eroismo della nostra compagnia, sono dimostrati anche — se pur ce ne fosse bisogno — dall’alto numero dei tedeschi caduti, constatato due giorni dopo dagli americani che occuparono la zona: 146 tedeschi uccisi, circa altrettanti feriti. E alla radio italiana gli americani diedero atto del comportamento eroico dei partigiani di Cà di Guzzo, 31 dei quali erano caduti lottando fino all’ultimo.

Alle ore 13 del 30 settembre 1944, un comunicato dell’8a Armata alleata venne diffuso dalla radio italiana: “I partigiani di una brigata garibaldina, hanno combattuto una eroica battaglia contro truppe tedesche in ritirata, resistendo due giorni a Cà di Guzzo trasformata in fortino. Il nemico ha lasciato sul terreno 146 morti”.

Ricordo i morti della battaglia: Vladimiro Balducci, Ezio Bittini, Paolo Betti, Luciano Calamelli, Francesco Campomori, Rino Conti, Piero Coppi, Giuseppe Curti, Faliero Fornaciari, Mario Ferretti, Gian Carlo Gardi, Aldo Galassi, Kolia (sovietico), Amedeo Lolli, Antonio Mirri, Medardo Mallini, Miscia (sovietico), Naldi Tarcisio, Vladimiro Nanni, Renzo Nardi, Alfredo Olivieri, Tarcisio Orselli, Giovanni Palmieri, Isidoro Renda, Adelmo Ronchini, Subsch (Subek) (cecoslovacco), Giuseppe Sabbatini, Domenico Sportelli, Vito Stanzani, Ermete Valli, Oriello Zaniboni; il più giovane, Oriello, aveva 15 anni, il più anziano Medardo, ne aveva 39.

Ricordo anche i nomi di altri partigiani della la Compagnia morti prima o dopo la battaglia di Cà di Guzzo: Ivo Lambruschi impiccato a Moscheta, Carlo Casarini caduto a Vigorso, Gian Carlo Pomoni caduto nel Ravennate. Nicolai (sovietico) caduto a Casalecchio dei Conti assieme ai compatrioti Michele (sovietico) e Gimma (sovietico), Ennio Marani (Giorgio) colpito da una granata a Monterenzio.

Dopo Cà di Guzzo giunsi, sfinito, a Cà dei Gatti. Ricordo che ero vicino al caminetto e mi toglievo le scarpe, quando sopraggiunsero i tedeschi e ci precipitammo fuori. Con le scarpe slacciate, presto mi trovai a piedi nudi nel fango e proseguii scalzo; raggiunsi Teo e Umberto e parte della compagnia e ci sistemammo insieme a quelli delle brigate 62a e 66a riunitisi nei pressi di Cà del Vento.

Guerrino, Franco e altri non li trovai, perché avevano preso la direzione di Monterenzio.

Stanco morto e affamato, mi riposai; l’ultima volta che avevamo mangiato era stato il 26 settembre a mezzogiorno. La sera nessuno si era sentito di toccare cibo a causa della morte di Alfredo. Perciò restammo quasi 40 ore a digiuno, sempre in continua battaglia coi tedeschi.

Il giorno successivo il nostro arrivo a Cà del Vento, affrontammo la battaglia di Miolino e Sant’Anna, presso Cà del Vento, dove cadde Lelli (Pampurio), già della 36a brigata. Poi ci portammo a monte Calderaro e qui ci dividemmo dai cari compagni imolesi e ci aggregammo, io e Carlo, ad un gruppo destinato a Bologna, facendo la prima tappa a Varignana, da Guido Moruzzi, sulla via Emilia, poi a Fiesso di Castenaso, dove giungemmo il 20 ottobre, giusto in tempo per affrontare gli altri scontri che stavano maturando.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

2 thoughts on “Umberto Magli (Nome di battaglia Ercole) Un sopravvissuto alla battaglia di Ca’ di Guzzo”

  1. Sono un nipote di Luciano Calamelli, partigiano più volte menzionato da Ercole nella sua ricostruzione. Sto cercando di raccogliere informazioni, testimonianze, foto su mio zio. Vi sarei grato di un consiglio. Complimenti per il portale

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    1. Grazie per i complimenti fanno sempre piacere. Per le ricerche posso dare qualche indicazione, anche se magari ha già percorso questa strada. Può provare all’Isrebo che ha un notevole archivio, oppure l’Istituto Parri che se non erro ha anche un archivio fotografico online. Per quanto riguarda le testimonianze esiste un’opera da cui attingo anche io per le mie ricerche La Resistenza a Bologna – Documenti e Testimonianze sono 5 volumi che dovrebbe trovare anche in sala borsa. Altre fonti non me ne vengono può provare anche all’Anpi di Bologna ma se non erro il loro “capitale” è stato donato al Parri. Suo zio è riportato anche nel dizionario degli antifascisti bolognesi? Calamelli Luciano, da Antonio e Pasqua Cortecci; n. il 31/1/1921 a Imola; ivi residente nel 1943. Licenza elementare. Meccanico. Prestò servizio militare nei Balcani nel genio dal 17/2/41 allʼ8/9/43. Militò nella 36a brg Bianconcini Garibaldi sullʼAppennino tosco-emiliano. Cadde in combattimento a Caʼ di Guzzo (Casalfiumanese) il 27/9/1944. Riconosciuto partigiano dal 2/7/44 al 27/9/44. Su Ca’ di Guzzo esiste una bella testimonianza in Epopea Partigiana che troverà nel mio blog nella sezione biblioteca. Sperando di essere stato utile

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