16 settembre 1943 Nasce il C.N.L.E.R. a Bologna


Nasce, sulla base di un accordo tra comunisti, socialisti e azionisti, il Clner (Comitato di liberazione nazionale Emilia Romagna). La riunione costitutiva si tiene in un appartamento al n. 2 di via Oberdan. Sono presenti: Armando Quadri per il Partito d’Azione, Francesco Colombo per i repubblicani, il comunista Paolo Betti e Verenin Grazia per il Psiup. 

Contrariamente a quanto era accaduto in altre regioni, le province a sud del Po ebbero una particolare difficoltà a darsi una struttura unitaria dopo l’8 settembre 1943, sia dal punto di vista politico che dal punto di vista militare. Anche se, formalmente, il Comitato di liberazione regionale fu costituito a Bologna il 16 settembre 1943 con l’adesione di socialisti, comunisti ed azionisti, al di là della denominazione, le testimonianze dei protagonisti e i pochi documenti conservati sembrano dimostrare che, in sostanza, esso si occupò quasi esclusivamente del territorio provinciale di Bologna, ed anche su questo per lungo tempo operò con limitate capacità di intervento e di effettiva direzione politica e militare, soprattutto se si considera che, in gran parte del territorio regionale, le formazioni partigiane che si andarono organizzando nel corso del 1943 ebbero caratteristiche di forte  autonomia e non si trovavano in completa sintonia con le indicazioni “politiche” del Cln. (commento di Luciano Casali)

I ricordi di due testimoni 

Grazia Venerin segretario del CLN Emilia-Romagna 

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Emilia-Romagna (CLNER), fu costituito a Bologna il 16 settembre 1943. La riunione di insediamento del Comitato avvenne nel pomeriggio dello stesso giorno al numero 2 di via Oberdan, nell’atelier della signora Quadri, mentre i facchini andavano sgombrando dei mobili e degli arredi il locale dove ci eravamo riuniti. Il rag. Armando Quadri rappresentava in quella occasione il partito d’azione, Francesco Colombo il partito repubblicano, Paolo Betti il partito comunista ed io il partito socialista, allora denominato PSUP.

Il Comitato regionale iniziò da quel momento la sua attività e restò costituito dei soli elementi rappresentanti i quattro partiti che si erano riuniti in via Oberdan fino al momento dell’adesione al CLNER dei rappresentanti democristiano e liberale. Per qualche tempo, fino al successivo febbraio, circa, le riunioni si svolsero nella mia casa, in via Saragozza 158. I democristiani e i liberali aderirono al CLNER fra il giugno e il luglio 1944 ed a seguito di ciò le riunioni avverranno in luoghi i più diversi: studi professionali, sedi religiose, case di compagni ed antifascisti fidati, più raramente nelle case dei membri del Comitato stesso.

Nel momento di massima efficienza ed espansione politica, e cioè nel settembre 1944, il CLNER risultava formato dalle seguenti persone: Antonio Zoccoli (partito liberale), Paolo Betti (partito comunista), Enrico Giussani (partito d’azione), Angelo Salizzoni (partito democratico cristiano), Francesco Colombo (partito reoubblieano) e Verenin Grazia (partito socialista).

Fin dall’aprile accanto al CLNER. come organo da esso dipendente, si era costituito il CUMER (Comando Unico Militare Emilia-Romagna), affidato — come poi riferirò — alla responsabilità di Ilio Barontini (Dario). Con ciò le strutture politico-militari della Resistenza emiliana erano da considerarsi complete e comprendenti, anche nel centro direzionale, come già da tempo si era verificato nel movimento concreto, le rappresentanze di tutte le correnti politiche ed ideologiche dell’antifascismo.

Oltre ai citati membri, del CLNER faceva parte anche Dario come responsabile del CUMER e, nella seconda metà del mese di settembre, anche Giuseppe Dozza vi fu ammesso come sindaco designato della città al momento della liberazione. Per un breve perìodo, tra l’arresto di Quadri e l’arrivo, da Milano, di Giussani, l’avv. Arrigo Gabellini rappresentò il partito d’azione, il quale partito, infine, in seguito alla partenza da Bologna di Giussani, che avvenne i primi di marzo del 1945, fu rappresentato, fino alla liberazione, dall’aw. Romolo Trauzzi.

Queste, in estrema sintesi, le vicende della formazione e dello sviluppo degli orfani dirigenti della Resistenza bolognese. Ma non si deve dimenticare che anche il più piccolo progresso per il raggiungimento di questo risultato è costato a volte mesi e anche anni di paziente lavoro nelle condizioni politiche e psicologiche le più difficili, persino apparentemente insormontabili.

Se è stato possibile realizzare questa unità, necessaria premessa e condizione per l’avvio della lotta concreta contro il fascismo e il nazismo, lo si deve, a mio avviso e indiscutibilmente, ai partiti dei lavoratori che mai esitarono a promuovere iniziative unitarie in ogni campo, riuscendo a collegare il vecchio antifascismo, ricco di motivi ideali e di esperienze concrete, alla nascente Resistenza attraverso l’azione continua, spesso individuale, che non è mai venuta meno durante tutto il periodo della dominazione fascista e che doveva trovare, in modo naturale, nei vecchi militanti, dei tenaci ed attivi combattenti, i quali, nella misura in cui incrudiva la lotta, divenivano sempre più esperti e capaci di imprimere nuovi sviluppi all’azione al fine di allargare l’influenza dei partiti stessi e rendere maggiormente efficiente la lotta contro i nostri nemici: i fascisti ed i nazisti.

Paolo Betti membro del CLN Emilia-Romagna. 

Nei giorni immediatamente seguenti l’8 settembre 1943, quando si pose il problema di costituire, con urgenza, il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Emilia-Romagna allo scopo di dare inizio, su basi unitarie, alla Resistenza armata contro il nazifascismo, io fui designato dal partito comunista a farne parte in rappresentanza del partito stesso. Il lavoro preparatorio fu intenso e gli incontri a tal fine impegnarono gli uomini politici più qualificati dei partiti già allora attivi nella lotta antifascista.

L’unificazione delle correnti socialiste era già avvenuta circa un mese prima, e ciò rappresentava un notevole fatto positivo, e così si dica per gli azionisti che già nel 1942 si erano ritrovati e, proprio a Bologna, avevano riunito nel partito d’azione varie correnti ideologiche della sinistra laica, democratica e repubblicana, creando un efficiente movimento antifascista concretamente operante e teso alla realizzazione dell’unità.

Il 16 settembre 1943 il CLN Emilia-Romagna era costituito e questa è certo una data molto importante nella storia della Resistenza bolognese. Il nucleo promotore era impersonificato da Verenin Grazia, in rappresentanza dei socialisti, Armando Quadri (e anche Mario Bastia), per il partito d’azione, ed io, come detto, per il partito comunista. Fin dall’inizio, oltre al compito fondamentale dell’organizzazione politica della Resistenza armata e dell’espansione dell’attività del CLN alla regione intera, da Piacenza all’Adriatico, incombeva su di noi l’impegno di estendere l’autorità dei CLN fino a che fossero rappresentate in esso tutte le forze politiche dell’antifascismo e subito iniziarono incontri a tale scopo con uomini di parte cattolica, con rappresentanti del movimento cristiano sociale e con liberali progressisti.

L’orientamento del partito comunista era quanto mai semplice e chiaro: la Resistenza doveva essere un fatto di unità nazionale e il partito, pur riservandosi il diritto di svolgere tutta una sua attività propria (come del resto facevano gli altri partiti), doveva essere la forza unitaria fondamentale. I fascisti e i tedeschi — noi sostenevamo — potranno essere sconfitti solo se si realizzerà l’unità del popolo nella lotta concreta e solo in questo risiede la garanzia per un avvenire democratico, per una prospettiva di sviluppo socialista del paese.

Del resto questa volontà unitaria del partito comunista si era già espressa, e molto chiaramente, anche nei mesi precedenti. Ricordo il contributo che Tarozzi, Roncagli, Peloni avevano dato alla costituzione del primo Comitato unitario di azione antifascista, già nel settembre 1942 ed io stesso ebbi ad interessarmi della cosa nei contatti, che poi ebbero esisto felice, con Trebbi e Grazia per-i socialisti, Fabbri e Baroncini per il movimento di unità proletaria (allora i socialisti erano ancora divisi in due raggruppamenti) e anche con Colombo per i repubblicani.

E bene ricordo pure l’apporto dato alla formazione del Fronte per la Pace e Libertà, del giugno 1943, al quale aderirono anche gli azionisti Jacchia e Trombetti e vi furono in esso contatti con ex deputati del partito popolare. E qui era ancora Tarozzi a rappresentare i comunisti.

Del resto non era certo arduo convincere noi, ormai vecchi militanti del partito comunista, dell’esigenza dell’unità, specie in quel momento. Noi non potevamo dimenticare che tutti i mali erano venuti proprio dalla divisione del movimento operaio, dal riformismo, dal massimalismo parolaio ed incapace di comprendere la realtà nazionale, dalla divisione delle forze antifasciste.

Ricordo che fin dalle prime riunioni il Comitato di Liberazione si pose il problema della direzione della lotta armata e della coordinazione dell’attività e del l’azione delle prime formazioni militari che già si andavano formando. Uno dei miei primi incontri l’ebbi con Vittorio Ghini (che poi morirà combattendo coi GAP, a Milano); colti da un bombardamento ci recammo nei pressi di Vizzano per discutere con un giovane tenente dell’esercito che aveva disertato e noi lo convincemmo a passare alla Resistenza: il suo nome era Libero Lossanti e da quel momento sarà noto come Lorenzini, il primo comandante della 36a Brigata Garibaldi Bianconcini. Poi venne l’incontro con Sabatucci (Cirillo) il valoroso comandante dei primi partigiani bolognesi nel Veneto. Sia Lossanti che Sabatucci morirono alla testa dei loro garibaldini ed entrambi furono decorati di medaglia d’oro. Anche mio figlio Vero si unì ai partigiani e ricordo anche Sigfrido Amadori, la guida verso i monti del Veneto di decine di partigiani.

Il Comitato Regionale di Liberazione svolgeva delle riunioni periodiche e già fin dai primi incontri ognuno di noi si rese conto che lo sviluppo delle formazioni militari armate in ogni parte del territorio poneva l’esigenza e l’urgenza di istituire un Comando militare per la Resistenza emiliano-romagnola. In ogni provincia, in molti comuni erano già operanti fin dall’autunno 1943, squadre e formazioni militari partigiane, alcune delle quali anche di notevole entità: sidoveva ora passare al coordinamento dell’azione armata, alla razionale sistemazione delle forze e si dovevano affrontare i problemi del rifornimento di armi, di viveri, ai collegamenti con le altre forze operanti, specie nel nord, e con gli alleati.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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