Giuliano Lenci


Nasce il 25 settembre 1921 a Pisa.

Dopo una tempestosa assemblea alla Sapienza dell’università di Pisa per sollecitare l’arruolamento volontario dei giovani nell’esercito italiano di liberazione, assemblea che si concluse con un nulla di fatto, fornito di permesso di circolazione dell’8a Armata inglese, nella primavera 1945 raggiunse in forma privata Borgo Tossignano.

Entra a far parte del servizio sanitario del battaglione di Libero Golinelli della 36° brigata Bianconcini Garibaldi incorporato nell’8a Armata.

Si inserisce facilmente nella  vita del battaglione per la cordialità dei compagni, per gli ideali che accomunarono tanti giovani di diversa estrazione sociale, di diversa ideologia la cui prospettiva politica era una società non più oppressa dal fascismo.

Nonostante la sua scarsa preparazione allarte della guerra, anche questa compresa e rispettata dai compagni, partecipa agli ultimi combattimenti contro i tedeschi e alla liberazione di Imola.

 La sua testimonianza

Era ormai la primavera del 1945 quando raggiunsi la 36a brigata Garibaldigià incorporata nell’8a Armata, con il compito di tenere, da sola, Borgo Tossignano.

Arrivavo, studente di medicina, dall’Università di Pisa, dopo aver tentato con pochi altri di promuovere l’arruolamento volontario nell’esercito italiano di liberazione.

Si sparava ancora il cannone a qualche decina di chilometri dalla città e non sembrava giusto starsene inoperosi, col triste spettacolo di una retrovia in mano a truppe straniere che continuavano a combattere anche per noi. C’era stata dunque una tempestosa assemblea in Sapienza, con una predominanza di studenti decisamente contrari a tale iniziativa, adducendo i più vari motivi: perché non di fare i combattenti si trattava, ma i servitori nelle salmerie; perché doveva essere proclamato un netto rifiuto alla collaborazione nell’esercito ancora regio (e Pacciardi era il corifeo nazionale di questa tesi); perché il nostro intervento non era ormai determinante dato lo sviluppo della situazione militare. Il tempo avrebbe di lì a poco dimostrato che i più scalmanati di quegli studenti si sarebbero distinti nell’acquistare espliciti connotati antipopolari.

Ma la speranza di un domani migliore vinceva ogni delusione. Ormai ero regolarmente fornito di un eight army Partisan circulation Pass, per il quale il latore è membro delle forze Partigiane che cooperano con le Armate alleate in Italia; potevo indossare l’uniforme alleata con distintivi da Partigiano e portare armi.

Avevo raggiunto Borgo Tossignano in una maniera piuttosto privata, acquistando una divisa inglese nella caserma dei partigiani di Firenze. Con l’autostop militare ero arrivato a Castel del Rio, dove mio fratello Egidio doveva essere il sindaco. Ma lui non c’era. Fui ospite del governatore inglese. Alla fine della cena, costui, sempre con il suo flemmatico sorriso, si dimostrò perplesso sul mio destino.

Per un caso come il mio, di uno abusivamente vestito in divisa in zona di operazione, c’era almeno la pena di morte. Naturalmente tutto fini per il meglio, col famoso circulation Pass.

I ricordi di quelle giornate al fronte, perché di guerra regolare ormai si trattava, sono tutti esaltanti: l’incontro con l’8a armata inglese, un’armata in un certo senso internazionale, una rappresentanza di tutte le genti in lotta per la libertà, tutto il mondo contro il nazifascismo, il trionfo materializzato delle idee dominanti d’allora; l’incontro, soprattutto, con i vecchi della 36a brigata, già carichi di esperienze e di gloria popolare, combattenti ora volontariamente rimasti uniti con Libero ed onorati dall’incarico di partecipare allo schieramento di prima linea, aggregati alla divisione Folgore.

È difficile poter dare un preciso ed obiettivo rilievo dell’ambiente militare, davvero singolare, nel quale mi venni a trovare; non certo quello, ad esempio, che avrei incontrato un anno dopo nella Marina militare, durante un prolungato servizio di leva come ufficiale medico di complemento.

Le impressioni d’altronde possono essere oggi deformate favorevolmente da una simpatia ideologica. Il carattere dei compagni, in prevalenza bolognesi e romagnoli, rese facile e pronta l’amicizia. La mia scarsa preparazione all’arte della guerra fu compresa e rispettata. È anche difficile toglierci di dosso, nella riesumazione dell’oggettività dei ricordi, quello che di letterario e di predisposizione fantastica ci induce inconsapevolmente ad elaborare.

Libero mi apparve con i tratti di un capitano di ventura. Di lui si diceva che finisse di sbrigare i problemi tattici, pur dopo un regolare e democratico dibattito, con l’impulso finale e concreto di quel famoso pugile che era nella vita civile. Non mancava un invidiato e mitico sfondo di eroico amatore. La sua formazione politica doveva essere di stampo ereditario romagnolo, con lampi di letteratura popolare, con una continua comunicativa con gli occhi degli altri. I suoi discorsi partivano alla buona, ma con l’enfatica saggezza di un patriarca.

Con Libero era sempre il simpatico tenente Hallett, ufficiale di collegamento della 8a Armata, un tipico inglese dei commandos, un personaggio certo importante nel definire la nostra posizione di militari nel Regno Unito. Dimostrava larga esperienza di uomini e pareva divertito di quella comunità, con facce, gesti ed esaltazioni perfettamente contrarie alla consueta immagine della gente inglese. Il tenente Hallett mi aveva conquistato subito anche perché, dopo la presentazione, si era rivolto a mio fratello dicendo con aria sorniona: “Questo sì che è un soldato!”.

In verità Egidio era il nostro professore, più di me avanti negli anni, con un ruolo nelle retrovie più politico che militare, mentre io, allora timido, allampato, biondastro, con buona educazione formale e gli occhi celesti, ero evidentemente per il tenente l’unico che gli richiamassi la figura dei soldati del suo paese.

II Moro aveva l’età e la prestanza di un commissario politico di una brigata internazionale in terra di Spagna. Simi, il comandante della mia compagnia, era un ragazzone con la taglia di un rocciatore. Da una lettera di quel tempo voglio riportare qualche brano per dare un esempio delle mie impressioni:

Quando sono arrivato al nostro distaccamento alcuni ragazzi in divisa stavano giocando in una specie di giardinetto. Qualcuno aveva un’arma a tracolla e io li ho individuati. A sera, raccolti nella cucina, abbiamo cantato e scherzato. Un bolognese, che si chiama Fabrizio, faceva ridere più di tutti, parodiando la ninna nanna di Brahms; la cantava dicendo so’o la parola “uccelli”. Mi sembrava di essere al collegio… La nostra vita è abbastanza regolare. All’alba si rientra dalle postazioni collocate nelle case a nord del paese; si dorme in alcune cantine dalla parte opposta, durante tutta la mattinata. Il pomeriggio è dedicato agli svaghi sotto il tiro dei tedeschi e il rischio dell’esplosione di qualche mina. Al tramonto si ritorna alle postazioni percorrendo camminamenti preparati attraverso le case del paese: singolare davvero questo panorama di Borgo Tossignano visto di dentro, con camere, cucine e salotti popolari; tutto il paese più intimo esposto in una galleria… Il paese offre perciò innumerevoli occasioni di distrazione col rovistare i militarizzati appartamenti. La ricerca più comune è rivolta ai cappelli di varia foggia e vario colore, che possono offrire un ulteriore e”emento fuori ordinanza alla nostra divisa… Anche fuori del paese portiamo il fazzoletto rosso. Ci dicono che è pericoloso se ci fanno prigionieri. È la morte certa. Anche la mitragliatrice con un suo geloso proprietario ha il suo fiocchetto rosso…”.

Queste cose apparivano sconvenienti nell’ambiente dell’esercito italiano propriamente detto, con noi confinante e dal quale peraltro non mancavano anche composte manifestazioni di rispetto per le nostre intrinseche qualità professionali.

Avevamo occasione di trovarci con i colleghi della Folgore. Uno di questi incontri è ricordato in una mia lettera:

Ho conosciuto poi un paracadutista che abita vicino a noi. Oltre ad essere un po’ strabico è un chiacchierone formidabile e naturalmente un ballista. In brevissimo tempo ci ha raccontato la storia del suo amore, dello sposalizio, della prima notte, con i minimi particolari. Ha descritto tutti i caratteri fisici e spirituali di sua moglie, la più bella e la più onesta che il paracadutista abbia mai conosciuto.

L’aveva trovata a Chieti quando entrò, per primo, nella città abbandonata dai tedeschi. Si amarono subito, e presto si sposarono, sebbene il paracadutista avesse a Bologna la fidanzata. Ma l’amore vero era l’ultimo e per questo non aspettò tanto a concretare i sentimentalismi. Ora la moglie vive nelle retrovie e aspetta la liberazione di Bologna per conoscere i suoceri. Il marito si dichiara fortunato di starsene un po’ al fronte, per rimettersi dopo questi primi mesi e riprendere i suoi dieci chili di peso che ha lasciato nelle sue quattro o cinque abituali corse giornaliere.

Colpa della moglie, bella e di temperamento acceso come sono le donne — dice il paracadutista — dell’Italia meridionale. Siamo poi passati alle avventure belliche, all’Africa, agli aeroplani, ai paracadute che non si aprono e alle glorie della specialità.

Infine un’animata discussione politica, dalla quale è risultato che quel combattente non ha chiare le idee in proposito. Si giustifica dicendo che il soldato non deve occuparsi di politica. Ha raccontato che il suo battaglione ha combattuto contro i canadesi, contro i tedeschi, contro tutti anche dopo l’8 settembre. È tragica la posizione di questi italiani, che si sono sempre battuti valorosamente, sempre strumento delle forze fasciste e reazionarie, che li hanno costretti in una mentalità tanto dannosa per il nostro futuro”.

I rapporti con i militari della Folgore, soldati di grande esperienza e reduci da epiche gesta, sono forse il fatto politico più interessante di quei tempi. Da una parte il vecchio esercito, non dico soltanto di Mussolini, ma di Alfonso La Marmora, di Manfredo Fanti e di Luigi Cadorna, dall’altra un esemplare di volontari, scanzonati, con un’aria dispettosa e provvisoria, fervidamente politicizzati.

Da una parte dunque quell’atteggiamento che si sarebbe ben presto perfettamente inserito nei fenomeni del qualunquismo e anche del neofascismo; dall’altra parte un preciso orientamento di scelta sociale, progressiva, rivoluzionaria. Ma, intendiamoci, rivoluzionaria in che senso?

Oggi certi giovani vogliono dare un giudizio storico in parte negativo sulla guerra di liberazione in Italia, perché non avrebbe saputo procedere con immediata deliberazione all’acquisto di una società veramente nuova, conseguita attraverso il rovesciamento del potere di classe. In verità dobbiamo dire che la nostra generazione affrontò una battaglia politica con un maturato senso della realtà, adeguandosi con fiducia a quelle sole prospettive rivoluzionarie che il tempo consentiva e che per noi che uscivamo dal fascismo, dalla monarchia sabauda, dall’oppressione nazista, sembravano allora sufficienti a darci compiuta soddisfazione.

Anche tra i miei giovani compagni di Borgo Tossignano non ebbi da riscontrare una futile ambizione di fare cose più grandi di quelle che gli anziani pensassero di fare. Soprattutto c’era la convinzione di rappresentare quello che il moto popolare allora voleva, e niente più di questo. Avevamo il sentimento di un avvenire certo migliore insieme al ribrezzo per il passato.

Durante la notte, in postazione, capitò di essere sconvolti da una voce femminile proveniente da vicini invisibili altoparlanti, che rintronavano nel fondo valle con lugubre richiamo: era la voce suadente del fascismo che ci chiamava dall’altra parte. Verosimilmente ritenevano di rivolgersi ai paracadutisti del nostro esercito (una Folgore era schierata anche con i tedeschi). Ebbene, quella voce dava a noi tutti l’angoscia di un sogno pauroso e poi un’immediata reazione rabbiosa, che ci portava a sparare, in quel gran buio, contro immagini mostruose e innaturali, piuttosto che verso reali figure responsabili.

Verso la metà di aprile arrivarono, in una nottata, tutte in una volta, le ultime bombe nazi-fasciste. Mi piovve addosso il tetto della casa, mentre assonnato stavo di guardia di fronte al fiume. Non mi successe niente, come nei film americani.

I giorni seguenti furono tra i memorabili della nostra vita, con gli ultimi combattimenti vittoriosi e l’incontro con i tedeschi: per me fu un povero ragazzo tremante, in un cappottone, di paura o di febbre. Poi la marcia trionfale di noi liberatori lungo la Montanara fino ad Imola. I miei amici raccoglievano ora la loro giusta parte di gloria. Le ragazze ai lati della strada volevano vedere gli americani, gli inglesi, gli amici dei partigiani; invece trovavano volti noti di compaesani.

Io, con l’elmetto inglese e sempre zitto, volevo dare l’innocente illusione di essere il vero rappresentante ufficiale delle forze alleate e pertanto mi sentivo interessante e molto guardato.

Poco più di un mese dopo, a Pisa, il 29 maggio, era l’anniversario di Curtatone e Montanara. Un modesto corteo di studenti attraversava il prato del Duomo per portare un semplice omaggio al monumento in Camposanto Vecchio. In testa c’era il rettore Augusto Mancini con la sua fluente bianca barba. Egli mi teneva a braccetto, com’era sua consuetudine, mentre nell’altro braccio io portavo la vecchiabandiera risorgimentale, rappresentata da qualche liso brandello.

Dove erano i miei compagni di Borgo Tossignano? Mi avrebbero mai ricordato?

Quali sarebbero state le nostre strade? Cosa sarebbe rimasto di quelle giornate?

Annunci

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...