Walter Nerozzi (Nome di battaglia Negrini Bruno)


Nasce il 30 settembre 1913 a Bologna. Si iscrive al Partito Comunista Italiano nel 1932. Dopo essere espatriato in Francia, rientra in Italia per incarico del partito. Membro dell’organizzazione comunista bolognese che nel 1936-37 svolse un’attività illegale e, insieme a questa, sfruttò le possibilità legali all’interno dei sindacati fascisti, nell’università e con articoli critici su giornali di regime, viene deferito al Tribunale Speciale il 2 novembre 1938.

26 novembre 1938 viene condannato a 8 anni di carcere per costituzione del Partito Comunista Italiano, appartenenza allo stesso e propaganda. Sconta la pena a Roma e Fossano (CN) dall’11 novembre 1938 al 23 agosto 1943.

Dopo l’8 settembre 1943 si interessa a Bologna della promozione dei primi gruppi armati in città. Organizzatore militare della 7ª brg GAP Gianni Garibaldi, è membro del comando delle brigate Garibaldi. Rimane a Bologna fino agli ultimi giorni dell’aprile 1945 poi, per incarico del comando delle brigate Garibaldi, raggiunge Torino con funzione di commissario politico delle GAP.

Con i gappisti torinesi partecipò all’insurrezione per la liberazione della città.

I suoi ricordi

Il 23 agosto 1943 fui liberato dal carcere di Fossano (Cuneo) dopo aver scontato quasi sei degli otto anni inflittimi dal Tribunale speciale fascista per appartenenza al partito comunista italiano e per attività di propaganda. L’8 settembre 1943 mi interessai subito dell’organizzazione a Bologna dei primi gruppi armati di giovani per la lotta militare nella città. Ricordo che all’inizio eravamo pochissimi e ci mancava tutto, eppure in ottobre un primo reparto armato era già formato e sufficientemente organizzato da rappresentare una sicura base di sviluppo di quella che ben presto si farà conoscere come la 7a Brigata GAP.

I dirigenti politici che più si adoperarono per ottenere questo primo risultato furono Umberto e Vittorio Ghini, Mario Peloni, Giuseppe Alberganti, Gianni Masi, Luigi Gaiani, Sonilio Parisini e pochi altri. Fra i primi giovani che diedero vita al nucleo iniziale ricordo Remigio Venturoli (Renato), Bruno Pasquali (Pino); Lino Michelini (William), Vittorio Gombi (Libero), Libero Baldi, Walter Busi, Modesto Benfenati, Bruno Gualandi (Aldo), Ermanno Galeotti, Libero Bergonzoni, Carlo Jussi, che era uno studente e tutti gli altri erano giovani operai.

I GAP (Gruppi di azione partigiana) erano reparti mobilissimi, dotati di armamento leggero e adatti a compiere attacchi lampo, anche individuali, nel centro cittadino, compiuti i quali dovevano rientrare in una delle varie basi collegate col centro operativo. Le azioni non erano mai frutto di una scelta spontanea, ma deliberate dal comando della 7a Brigata, in coordinamento col CUMER secondo un piano che tendeva a disorientare e a indebolire l’apparato repressivo tedesco e fascista, accentuando le contraddizioni e le rivalità nel campo nemico, e, naturalmente, a colpire i capi politici del fascismo locale, gli esecutori degli atti di repressione e i più vili sicari al loro servizio.

Il gappista era costretto ad operare sempre allo scoperto, esponendo ogni volta la sua vita e doveva agire sempre secondo regole rigidissime di prudenza per evitare danni ai compagni e all’organizzazione.

I problemi da affrontare per dare la necessaria vitalità ai GAP erano moltissimi: riguardavano i collegamenti, il coordinamento, il rifornimento delle basi, il funzionamento di un servizio di informazione e la necessaria dotazione di armi.

Un aspetto poco conosciuto, ma a mio parere molto importante, per una formazione destinata a combattere in città e nella completa clandestinità — cioè sempre in mezzo al nemico e non di fronte ad esso — è stato anche quello della fabbricazione di vari ordigni di guerra, costruiti coi mezzi più impensati e nelle condizioni più difficili, sia per il rifornimento dei materiali necessari sia per gli strumenti, alle volte rudimentali, usati per tali fini.

Dall’arsenale militare, ad esempio, prelevammo l’acido nitrico e l’acido solforico; dalle polveriere militari il tritolo, la dinamite, la gelatina, il plastico, i detonatori normali e quelli elettrici, la miccia normale e quella detonante; dalle farmacie gli ingredienti più vari come il cloruro di potassio, lo zolfo, ecc. per la fabbricazione delle micce a tempo o per gli involucri esplosivi per le bombe Molotov; dalle botteghe artigiane e da un’officina meccanica venivano gli involucri di ghisa, di alluminio o lamierino già pronti per il riempimento; e così via. Con questi materiali fabbricavamo i tipi più diversi di bombe; a pressione, a strappo, a tempo, incendiarie ad orologeria, a lancio, ecc., che venivano usate per gli attacchi a colonne motorizzate o ad automezzi singoli, contro presìdi, gruppi, o anche singoli nemici, nonché per il sabotaggio alle linee ferroviarie, tranviarie, elettriche, per combattimenti ravvicinati contro carri armati, come è successo a me ed altri gappisti a Torino, durante i giorni dell’insurrezione.

La 7.a Brigata GAP ha fatto, com’è risaputo, un ottimo uso di questi mezzi.

Un tale lavoro di rifornimento, costruzione e smistamento esigeva l’attività, la dedizione completa alla causa della lotta di liberazione di un numero cospicuo di uomini e donne pronte ad affrontare i più grandi pericoli, compresa la morte, com’è facile comprendere. Una rete complessa di rapporti clandestini collegava i gappisti coi compagni del laboratorio, con i dirigenti militari e politici della città e della provincia. Delle nostre staffette non si dirà mai abbastanza in questo delicatissimo e pericolosissimo lavoro consistente nel portare al laboratorio i materiali suddetti e trasferire poi gli ordigni fabbricati nei vari distaccamenti della Brigata.

Uno dei laboratori più attrezzati della 7a Brigata GAP era quello esistente nella casa di mio fratello e da lui abbandonata perchè bombardata, sita in via Jacopo della Quercia 6. Il comandante Dario (Ilio Barontini) ci fu prezioso insegnante nel maneggio di tutti quegli ingredienti piuttosto pericolosi.

Questo laboratorio ha funzionato con continuità dal settembre 1943 fino alla liberazione di Bologna, senza mai essere scoperto. Ciò conferma anche come le norme cospirative fossero scrupolosamente rispettate dai tre che vi lavoravano e che erano Pietro, il Rosso ed io ed anche da altri compagni e da staffette, le quali ultime ogni giorno, e anche più di una volta, andavano avanti ed indietro anche sotto i bombardamenti aerei.

Ricordo che si impiegava, in media, ogni giorno, 30-40 chili di esplosivo e con punte massime anche di 60-70 chili. Esisteva nella cantina dello stesso fabbricato un deposito di diversi quintali di tritolo continuamente rifornito con trasporti speciali fuori del normale andirivieni delle staffette. Ricordo anche che altri due depositi esistevano in altre parti della città. È significativo che nessuno dei nostri depositi e laboratori sia mai stato scoperto dalla polizia: ciò rappresenta la prova della solidarietà popolare e dell’efficienza della nostra organizzazione.

Il fabbisogno d’armi non poteva però, evidentemente, essere soddisfatto solo dai nostri laboratori. Già l’8 settembre e nei giorni immediatamente seguenti molti depositi d’armi furono costituiti in vari punti della città dove fu sistemato il materiale che i primi gappisti erano riusciti a prelevare dai vari depositi dell’esercito e delle polveriere. Inoltre molte armi corte, e coè rivoltelle e fucili, erano uscite dalle caserme con la collaborazione di compagni soldati e anche di ufficiali: ricordo che la massima parte di questo bottino d’armi e munizioni venne fuori dalla caserma dell’Artiglieria a porta d’Azeglio; altre armi furono raccolte dai soldati sbandati in cambio di abiti civili e, in seguito, l’armamento dei gappisti si arricchì di armi tedesche recuperate a seguito dei nostri attacchi.

Un movimento come quello gappista poteva però funzionare solo se veniva assicurata una certa protezione inizialmente almeno in alcuni ambienti popolari nell’interno della città. E a tal proposito subito venne in risalto l’aiuto dei vecchi antifascisti che ci diedero le loro case e le loro cantine come basi e senza questo aiuto iniziale il movimento avrebbe incontrato all’inizio delle difficoltà insuperabili esponendo i giovani all’inevitabile cattura e compromettendo, proprio nella fase di formazione, le iniziative più coraggiose dall’esito delle quali dipendeva evidentemente lo sviluppo dei GAP.

Però già nel gennaio-febbraio 1944 le basi c’erano (in via San Vitale, in via Lame, nella Bolognina, nella Crocetta, nella Castellata) e questo era un fatto importante poiché i gappisti, dopo gli attacchi, non potevano stare a lungo scoperti e dovevano al più presto trovare un rifugio sicuro e ristabilire anche i collegamenti.

Ricordo anche che non fu facile passare alla lotta concreta. I nostri erano all’inizio, come ho detto, pochissimi e per di più senza alcuna esperienza di guerriglia nella città, cioè proprio dove esisteva la massima concentrazione di forze fasciste e naziste. In più c’erano i timori, fondatissimi, di esporre la popolazione alle rappresaglie e poi c’era da tenere conto degli attacchi che sarebbero venuti al movimento dopo un’azione GAP contro tedeschi o dirigenti del fascismo locale: subito, infatti, fummo chiamati banditi, fuorilegge, sicari assoldati dalla plutocrazia e dal bolscevismo, nemici della patria, e via di seguito.

A noi vennero subito addebitati tutti i mali di cui soffriva la città e si disse che nostra era la colpa se il fascismo non riusciva a realizzare il programma rivoluzionario della Repubblica sociale dove c’era, si diceva, l’esaltazione del valore del lavoro. I giornali bollavano così ogni nostra azione e la situazione non era certo facile. Però noi non potevamo indugiare, non potevamo non avere fiducia nel popolo, nei lavoratori, non dovevamo attendere per passare alla lotta armata concreta nella certezza che il popolo ci avrebbe capiti, come ci capì dimostrandolo con l’aiuto che ci diede anche nelle condizioni più difficili.

La prima azione fu quella del 4 novembre 1943. Gombi, Romagnoli e Baldi buttarono una bomba in un gruppo di tedeschi che uscivano dal ristorante Fagiano in via Calcavinazzi, nel pieno centro della città. Le conseguenze di quest’azione furono notevoli (oltre a due o tre tedeschi colpiti) in quanto fra tedeschi e fascisti si intensificarono gli attriti, il questore fu sostituito e fu imposto il coprifuoco alle 21 e la chiusura dei negozi alle 20. Il fronte interno, per così dire, diveniva più netto e il vivere da opportunisti e attesisti si faceva sempre più difficile.

Restai a Bologna fino agli ultimi giorni d’aprile e poi, per incarico del Comando delle Brigate Garibaldi, raggiunsi Torino col compito di commissario politico delle GAP e coi gappisti torinesi partecipai all’insurrezione per la liberazione della città.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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