Ermes Argentini (detta Gianna nome di battaglia Edera)


Nasce il 3 ottobre 1921 a Imola. Viene incaricata dal Comitato di Liberazione Nazionale di Imola di preparare un giornaletto per orientare tanti che ancora non lo erano, ossia gli sbandati, gli indecisi, quelli che “non sapevano che pesci pigliare”, quelli insomma che pur non essendo fascisti non erano neppure coi partigiani».

Si mette in contatto con Giovanni Murgia, suo ex-insegnante, che accetta di collaborare, nasce così il periodico clandestino Vent’anni, organo della Gioventù italiana della rinascita nazionale. Del periodico ne furono preparati quattro numeri: il primo, diffuso verso la fine dell’ottobre 1944; il secondo, il 9 novembre; il terzo, il 16 novembre; il quarto del 25 novembre fu sequestrato nelle mani del tipografo Walter Tampieri.

Il programma e un articolo, “Dio e Patria” (scritto da Murgia), suscitano una vivace polemica con Serantoni, elemento decisamente anticlericale e con il Partito Comunista Italiano. Nell’articolo si sostiene tra l’altro: “Nella vita dei popoli come in quella degli individui, fattore insopprimibile è la fede. E la fede è appunto elemento vitale e inconfondibile dell’unità storica ideale e morale di ciascun popolo […].

E l’Italia, la nostra cara e bella Italia, funestata dai contrasti e dalle ambizioni personali o di parte fu oggetto delle cupidigie straniere e dovette subire il danno delle spoliazioni e la vergogna della servitù politica. Tali tendenze dissolvitrici, affinate da fattori dottrinari extra nazionali che legano la vita dei popoli alle ferree leggi della vita economica e destinate a garantire gli strumenti adatti per il benessere sociale mediante una divisione larga e totale dei beni materiali, hanno sempre portato alle tragiche conseguenze della servitù politica, pur serbando intatta l’illusoria e quanto mai fittizia unità delle energie nazionali e internazionali”.

Nel merito, il documento del Partito Comunista Italiano osserva:

“L’articolo “Dio e Patria” ed i sei punti in testa al giornale, non soltanto contrastano con le nostre opinioni, ma sono di fatto antiunitari, poiché non si farà mai l’unione della Nazione intorno al concetto che base di questa unità… [fa la] religione. Il Fronte della Gioventù non è una palestra [di] discussioni… ove ognuno sostiene i punti di vista più disparati e contrastanti; esso è l’organizzazione di massa e di lotta della gioventù nella quale le diverse correnti politiche e di senza partito lasciano da parte le loro vedute particolari per ricercare le posizioni comuni che li uniscono tutti nella lotta per la liberazione nazionale e la democrazia progressiva”.

La sua testimonianza

Il fronte si avvicinava, le idee erano sempre più confuse, l’ansia di potere in qualche modo, anche nel più difficile, essere utile al movimento di liberazione nazionale ci incitava a non stare con le mani in mano. Molti dei miei amici avevano lasciato le loro case ed erano partiti per la montagna, altri agivano in città incuranti del pericolo a cui andavano incontro e nello stesso tempo decisi a non dar tregua ai tedeschi e alle brigate nere. Non si poteva restare a guardare impassibili, era necessario agire e subito, organizzarci e fare sempre più fitta la rete in cui sarebbero caduti gli oppressori.

Ma troppi erano gli sbandati, gli indecisi, quelli che “non sapevano che pesci pigliare”, quelli insomma che pur non essendo coi fascisti non erano neppure coi partigiani. Non tutti avevamo la fortuna di avere vicino un padre antifascista come avevo io e di aver modo di conoscere ed apprezzare Nella Baroncini ed Ezio Serantoni, due persone incomparabili, di una rettitudine ed onestà rara che mi sono stati maestri in quei duri momenti ed anche dopo coi loro preziosi ed innumerevoli insegnamenti e consigli.

In riunioni clandestine a cui si partecipava col cuore in gola, ebbi l’incarico dal Comitato di liberazione di Imola di preparare un giornaletto che servisse per orientare tanti che ancora non lo erano. Era difficile così su due piedi improvvisarsi giornalista, comunque accettai l’incarico. Parlai al prof. Giovanni Murgia, mio ex professore e al quale ero legata da ottimi rapporti di amicizia.

Ricordo che discutemmo a lungo su come impostare questo giornale clandestino; fu anche entusiasta di darmi la sua collaborazione. Lo chiamammo Vent’anni, organo della Gioventù Italiana della Rinascita Nazionale; era apolitico e come tale poteva avere più lettori. Di buona lena ci mettemmo all’opera e il primo numero uscì verso la fine di ottobre del 1944 con i postulati del nostro modo di pensare e di vivere.

1 – Dio e Patria, la mia coscienza.

2 – Famiglia, Società, Stato: trinomio di una indissolubile unità: l’Italia.

3 – Pace e Giustizia; libertà nella legge; responsabilità.

4 – Ordine e disciplina; integrità di costumi; condizioni necessarie al vivere civile.

5 – II lavoro unica fonte di benessere; educazione delle attività produttive e spirito di collaborazione; equa ripartizione dei beni economici come stimolo di elevazione sociale e morale; previdenza e risparmio; la terra e la casa.

L’articolo di fondo fu Dio e Patria che il prof. Murgia mi dettò. Iniziava così:

Nella vita dei popoli come in quella degli individui, fattore insopprimibile è la fede. E la fede è appunto elemento vitale e inconfondibile della unità storica, ideale e morale di ciascun popolo…”.

A proposito di questo articolo ci fu una vivace polemica scritta con Ezio Serantoni, elemento decisamente anticlericale, ma di cui, purtroppo, sono andati smarriti gli originali.

Il secondo numero uscì il 9 novembre con un appello alla Gioventù Italiana della Rinascita a scegliere la strada giusta ed onorevole della Resistenza, a rendersi degni dei morti che col loro sacrificio ci avevano indicato la strada e dei vivi “dei nostri patrioti che combattevano per restituire a noi la dignità di essere e di chiamarci italiani”…

Il terzo numero uscì il 16 novembre e l’articolo di fondo era La mia famiglia. Il quarto numero del 25 novembre fu sequestrato dalle brigate nere e dai tedeschi nelle mani dello stesso tipografo, Walter Tampieri, che fu arrestato e deportato in Germania ove, fra atroci sofferenze, morì.

Le copie, una volta ciclostilate, mi venivano recapitate a casa e da qui smistate per mezzo di partigiane un po’ ovunque, anche nei posti più impensati e pericolosi. Purtroppo con l’arresto di Tampieri il giornale finì le sue pubblicazioni.

Le brigate nere fecero una retata e moltissimi furono i giovani inviati in Germania o rinchiusi in carcere.

I fascisti conoscevano il mio nome di battaglia, Edera, ma non sapevano a chi corrispondesse. Serantoni in quella occasione mi esortò molte volte a lasciare Imola, perché qualcuno di quei ragazzi, seviziato, avrebbe potuto fare il mio nome. Non lasciai la mia casa non certo per spavalderia e nemmeno perché fossi eccessivamente coraggiosa, ma ero sicura di quei ragazzi, li conoscevo troppo bene, sapevo che sarebbero morti, ma non avrebbero parlato. Passò del tempo, si giunse alla fine della guerra e solo quando rientrarono i pochi superstiti dai campi di sterminio ebbi la prova della fede che avevo riposto nei miei sfortunati compagni.

Ricordo che correvo alla stazione, ogni volta che sapevo dell’arrivo di una tradotta, con generi di conforto (facevo parte dell’Unione Donne Italiane) e anche con la speranza di veder ritornare un viso amico. Un giorno giunse Vero Vannini, uno dei pochi che ha fatto ritorno. Era macilento, malato e faticava a parlare ed a muoversi, ma appena mi vide disse: “Quante botte ho preso per te”.

Ebbi così la prova della fede che avevo riposto in quei valorosi e sfortunati ragazzi che non dimenticherò e che le persone oneste, a qualsiasi fede politica appartengano, dovrebbero ricordare, perché sono stati essi, col loro sacrificio e col loro eroismo, che hanno fatto l’Italia.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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