10 ottobre 1944 Casalecchio di Reno


Al termine dei numerosi scontri che la 63a brigata Bolero Garibaldi sostenne contro i tedeschi a Rasiglio (Sasso Marconi) e nella valle dell’Olivetta, tra l’8 e il 9 ottobre 1944, 13 partigiani furono catturati, portati prima a Monte S. Pietro e quindi a Casalecchio di Reno.

Il 10 furono legati con filo spinato al cancello di una villa e agli alberi nei pressi del ponte della ferrovia. I tedeschi spararono alle gambe e li lasciarono morire tra inaudite sofferenze.

Tutti erano stati torturati in precedenza. I morti sono

Giacomo Dall’Oca
Mauro Emeri
Ubaldo Musolesi
Alberto Raimondi
Gino Zacchini
Andrevic Marussa Filip (russo)
Misca o Miscia (russo)
Vassiliev o Wassiliev (russo)
Carlo Martinez Collado (costaricano)
quattro martiri sono rimasti ignoti.

 

Testimonianze di quel giorno

Dopo la battaglia di fine settembre 1944 a Monte Sole che dette inizio alla strage di Marzabotto, la brigata «Stella Rossa» si sbandò. Partigiani, comandanti e commissari raggiunsero in gran parte altre formazioni e vi si aggregarono. Al CUMER le notizie giungevano col contagocce, ma non si sapeva nulla di preciso; le uniche informazioni erano state portate da qualche sparuta squadra che era arrivata in città. Si seppe, fra le altre cose, che Ferruccio Magnani e Agostino Ottani si erano collegati alla 63a, e «Mario» (Sante Vincenzi) predispose il piano di far giungere i due compagni a Bologna.

Era verso il 10 ottobre e la brigata si trovava impegnata a con trastare un massiccio rastrellamento. «Mario» aveva mandato in precedenza «Sigfrido», ma egli non era riuscito a passare attraverso lo sbarramento tedesco, cosicché mi chiamò e mi disse : “Sai già qual’è il compito, aiutare i due compagni ad arrivare qui; non ho altro da dirti se non di assolvere il compito e augurarti buona fortuna.”

Partii in bicicletta, non ricordo se il 10 o il 12 ottobre. Sul ponte di Casalecchio fui colta da un allarme aereo. I tedeschi di guardia mi fecero cenno di fermare, ma io fingendo terrore per l’imminente attacco degli aerei pigiai più forte sui pedali. Mi seguì un’altra ragazza, pure essa in bicicletta. L’aria rintronava di colpi dell’artiglieria contraerea. Poche pedalate ancora e fui di fronte ad una visione agghiacciante. Come mi aveva detto Sigfrido, di fronte alla stazione della tramvia Casalecchio-Vignola vi era un orrendo spettacolo. Contro una cancellata e sul cavalcavia vi erano i tredici compagni della «Bolero» massacrati il giorno 8 dopo la puntata in forze delle SS; numerosi erano sovietici e uno era del Costarica. Ebbi il coraggio di avvicinarmi, ed anche l’altra ragazza si fermò con me. Un cartello diceva : «Questa è la fine dei partigiani».

Erano legati alla gola con un filo di ferro ed un uncino penetrava loro sotto il mento. Il peso dei loro stessi corpi li aveva uccisi lentamente. Deve essere stata una morte atroce. I tedeschi dovevano avere infierito su di loro perché le carni erano una piaga sola. Poveri compagni! Sconvolta, ripresi il viaggio, seguita dall’altra ragazza.

A Riale ci dividemmo : io proseguendo verso Bazzano e la sconosciuta imboccando la strada per Calderino.

A Bazzano presi contatto con un compagno che mi indicò la tappa successiva: Rasiglio. Qui dovevo incontrarmi col parroco. Strada lunga e faticosa. Ad un certo punto del tortuoso itinerario fui bloccata dai tedeschi, che mi costrinsero ad entrare in una loro cucina da campo a pelare patate. Con gran sorpresa vidi che anche la sconosciuta abbandonata a Riale stava sbucciando. Poi ci lasciarono libere e riprendemmo la via ancora insieme.

Ad un ponte chiedemmo ad alcuni vecchi di indicarci la strada : ci dissero che eravamo pazze ad andare nella direzione dei combattimenti. Vidi allora la ragazza compiere furtivamente un’operazione : estrasse dalla fodera della sua borsa una busta e se la celò in seno. Vide che avevo notato la cosa ed essa mi sorrise come per dirmi : «In gamba, compagna, siamo della stessa famiglia». Ci separammo nuovamente, ognuna per svolgere il proprio compito.

Il mio incontro col parroco fu breve e di poche parole. Sulle prime non volle darmi ascolto, ma superata la diffidenza mi indicò la «casa del Pipino». Anche qui non volevano saperne, ma poi si convinsero. Mi dettero un cesto e seguii una donna nel bosco. Dovevamo fingere di essere raccoglitrici di castagne. La mia guida mi raccomandava di non muovere i rami, ma io non ero molto pratica, cosicché alcune sventagliate di mitraglia fischiarono sulle nostre teste. Erano i tedeschi in azione di rastrellamento.

In un’insenatura trovammo un partigiano. Mi disse che era praticamente impossibile trovare il Comando poiché tutta la Brigata si era sparsa, come era nella tattica della guerriglia, per non offrire un punto d’offensiva al nemico. Lo incaricai allora di trasmettere le comunicazioni del CUMER e rientrai alla base. Sapevo già che non ci si poteva affidare solo al caso. Perciò alcuni giorni dopo ripartii da Bologna verso Rasiglio. Stavolta però, per non essere ostacolata dai tedeschi, mi tinsi le mani con tintura di jodio e le fasciai alla meglio affinché il colore si vedesse. Fu una buona precauzione perché i nazi delle patate tornarono a fermarmi, ma rimasero male. Alla «case del Pipino» trovai un compagno del Comando di Brigata. Seppi così che la brigata aveva rotto l’accerchiamento, inflitto dure perdite ai tedeschi, e un primo scaglione di essa si dirigeva già verso Bologna per il concentramento che avrebbe dovuto essere insurrezionale, ma che non lo fu per l’arresto del fronte alleato. Il mio compito era virtualmente finito.

Ripassando da Casalecchio, al ritorno, vidi nuovamente i tredici compagni. E non fu la sola sanguinosa ferita nel corpo della Brigata. Pochi giorni dopo infatti, non molto oltre il cavalcavia, a Casteldebole, il Comando della «Bolero» bloccato nella notte dal Reno in piena, venne individuato dai tedeschi. Il combattimento finì solo quando l’ultimo dei venti uomini cadde sulla propria arma rovente.

Ada Tonelli (Olga) staffetta

Quando scoppiò la guerra io avevo 15. Lavoravo in fabbrica. Ricordo bene soprattutto quella giornata del 10 ottobre del 1944 quando ci fu l’eccidio del Cavalcavia. Mia madre era andata verso l’Eremo di Tizzano per portare un sacchetto di crusca ad un contadino che le dava in cambio delle uova. D’improvviso sentii delle raffiche di mitraglia. Pensai fosse un aereo che sparava e salii al piano di sopra per guardare il cielo dalla finestra. Il rumore della sparatoria proveniva dal centro di Casalecchio. Il giorno dopo partii alla ricerca di mio padre che era stato rastrellato dai tedeschi in un campo dalle parti di Ceretolo. Ero in bicicletta. Quando giunsi al Cavalcavia vidi sullo spiazzo tutti quei corpi insanguinati attaccati ai pali. Non c’era gente. Scorsi soltanto un individuo che si avvicinò ad uno che era legato ad un palo e gli diede un calcio e gli sputò in faccia. Era un fascista casalecchiese. Il morto era a dorso nudo, aveva un filo di ferro che gli legava la gola, e teneva la lingua fuori dalla bocca.

Amedea Grandi

Io ricordo che il 10 ottobre 1944 il mio povero babbo di nome Sisto si trovava nei pressi del Cavalcavia nell’orto del dottor Parolini. I tedeschi lo presero e lo misero assieme ai Partigiani che dovevano essere fucilati. Forse intervenne qualcuno che conosceva mio padre e parlando la loro lingua convinse i tedeschi a lasciarlo andare.

E. Dall’Omo

Fu nel pomeriggio del 15 ottobre che si presentò a casa mia un frate, il quale, con fare sospettoso, mi raccontò che mio marito l’aveva pregato di venire a riferirmi che l’8 ottobre all’alba era stato fatto prigioniero in un combattimento nei pressi di Rasiglio e che era rimasto ferito ad un piede per lo scoppio di una bomba a mano. Il frate mi disse che aveva visto mio marito quella stessa sera nella canonica di Rasiglio e che stava malissimo. Gli altri partigiani catturati dai tedeschi erano stati invece rinchiusi in una stalla. Il dottore che aveva medicato mio marito era stato poi messo anche lui con gli altri partigiani nella stalla. Infine il frate mi riferì che la mattina del 10 ottobre aveva visto per l’ultima volta mio marito che partiva assieme agli altri prigionieri, e che l’aveva incaricato di consegnarmi il suo orologio, e di portarmi il suo ultimo saluto perché ormai per lui era giunta la fine. Quel frate si chiamava Angelo e stava all’Istituto San Giuseppe. Appena uscì io cercai di rintracciare qualche compagno dell’organizzazione ma non trovai nessuno nelle vicinanze. E non potevo allontanarmi troppo perché ormai s’era fatta l’ora del coprifuoco.

Io non so perché, ma forse per un presentimento, la mattina seguente mi recai a Casalecchio, dove mi avevano detto che erano stati uccisi dei partigiani. E quando giunsi sul Cavalcavia mi si presentò lo spettacolo più orrendo che mai si possa immaginare. Chi potrà mai dimenticarlo? Vidi tutti quei poveri morti, legati, seviziati. Poi trovai lui, Ubaldo, mio marito, impiccato ad un palo della luce. I tedeschi che erano di guardia mi intimarono di andarmene, ma poi, scorgendo la mia disperazione, forse furono presi da una certa commiserazione e mi lasciarono lì. Io mi aggrappai al corpo di mio marito, sciolsi il filo spinato che lo legava al palo, lo feci scendere a terra e lo distesi, lo ricomposi, lo guardai bene. Gli avevano sparato negli occhi, sulla bocca, era sfigurato. Più che le sembianze riconobbi il suo vestito, la camicia, e il piede a brandelli con la fasciatura. Ero come impietrita dall’angoscia. Non riuscivo più a staccarmi da lui. Poi le guardie tedesche mi costrinsero ad allontanarmi.

Dina Musolesi

La formazione che a Rasiglio aveva protetto fino all’ultimo lo sgangiamento della Brigata resistendo disperatamente in una gola, era stata accerchiata dai tedeschi. Nel combattimento, veramente disperato e senza speranza, undici partigiani caddero e altri tredici vennero costretti alla resa. Poi i tedeschi li portarono a Casalecchio, li massacrarono per due giorni e, il 10 ottobre, li impiccarono nel centro del paese, di fronte alla stazione della ferrovia per Vignola. I tedeschi li legarono al collo con filo spinato, poi spararono delle raffiche nelle gambe, e così i corpi si afflosciarono, si piegarono in giù e gli uncini di ferro penetrarono nella gola, lacerarono il collo dei poveretti nell’ultima orribile agonia che per alcuni durò ancora alcune ore. Le guardie tedesche intanto montavano di sentinella al loro martirio. Questo spettacolo tedesco durò otto giorni. Sei degli impiccati erano partigiani italiani  sei erano soldati sovietici e uno Carlos Martinez Collado, era uno studente costaricense, allievo del prof. Businco, dell’Università di Bologna.

Beltrando Pancaldi comandante della Brigata Paolo, della 63.a Brigata Garibaldi

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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