Franco Franchini (Nome di battaglia Romagna)


Franco Franchini “Romagna”

Nasce il 5 aprile 1910 a Imola. Militante antifascista, dopo l’8 settembre 1943 è tra i primi organizzatori dei GAP di Imola e nell’agosto 1943 della Guardia nazionale di Imola. Nel novembre successivo guida un gruppo di imolesi per costituire una base partigiana sull’Appennino circostante Castiglione de’ Pepoli.

Fallito il tentativo rientra a Imola. Trasferitosi nel distaccamento di Castel Maggiore della 7a brg GAP Gianni Garibaldi, ne diventa il comandante deciso e autorevole. Dai suoi uomini, una cinquantina, nell’arco di tempo complessivo, pretende, ha scritto Elio Cicchetti, “disciplina, intelligenza, coraggio e volontà”.

Fu alla testa dei compagni nelle azioni che caratterizzano la lotta contadina nella pianura bolognese: dagli attacchi alle macchine trebbiatrici, agli assalti alle case del fascio (prima fra le altre quella di Argelato, dove opera personalmente), alla protezione delle manifestazioni preinsurrezionali del settembre 1944.

Il 14 ottobre 1944 alla testa del distaccamento interviene per liberare un gruppo di partigiani (fra i quali Araldo Tolomelli) arrestati da un reparto di militi fascisti nella zona di Sabbiuno (Castel Maggiore) e rinchiusi nel rustico abitato dalla famiglia Guernelli.

Viene gravemente ferito da un tedesco che, riverso in un fossato, è creduto morto, gli spara a bruciapelo in via Saliceto nei pressi del luogo dello scontro tra nazifascisti e partigiani. Soccorso dai compagni e trasportato all’ospedale civile di Bentivoglio, muore poco dopo.

Nello stesso scontro muore anche il cecoslovacco Joseph Goven, appartenente alla brigata. I nazifascisti colpiti a morte furono 36. Dopo il fatto i nazifascisti  per vendetto eseguono immediatamente una rappresaglia (uno contro uno) nei confronti della popolazione del luogo. 33 persone sono trucidate nei pressi di un rifugio antischegge scavato nel campo della famiglia Guernelli.

A Franco Franchini è stata conferita la medaglia d’argento al valore militare alla memoria con la seguente motivazione:

«Animatore del movimento gappista di Imola, assumeva il comando di un distaccamento partigiano portando tra i suoi uomini limpronta inconfondibile del suo ardente entusiasmo.

Al comando dei suoi Partigiani accorreva in soccorso di un presidio partigiano circondato dalle brigate nere e dopo aspra lotta, durante la quale cadeva gravemente ferito, riusciva trascinandosi carponi a condurre i suoi partigiani alla vittoria e dopo aver visto il nemico in fuga esalava lestremo respiro in olocausto per la liberazione della Patria. Fulgido esempio di ardimento e di generoso altruismo».

Castel Maggiore, 14 ottobre 1944.

Gli è stata dedicata a una strada di Castelmaggiore.

I ricordi di quel giorno

Arrigo Pioppi comandante del distaccamento di Castel Maggiore della 7.a brigata GAP 

Poi il 14 ottobre vi fu la grande battaglia di Sabbiuno, nei pressi di Castel Maggiore. Di prima mattina la Germana ci portò la notizia che nel capanno di Guernelli i fascisti tenevano prigionieri Ernesto e altri due compagni. Romagna decise subito di passare all’attacco per liberarli. Quando attaccammo c’era molta nebbia e questo ci favorì nella sorpresa. In breve eliminammo i fascisti e liberammo i compagni. L’azione fu rapida, grazie in particolare alla precisione del tiro del nostro mitragliere Benini. Si trattò di una vera e propria battaglia in campo aperto durante la quale ben trantacinque nazifascisti restarono uccisi. Dei ventitre partigiani in campo, due morirono: Joseph, un cecoslovacco e il comandante Romagna, colpito a morte da un tedesco che era in un fosso e che era stato creduto morto.

Subito io e Gerri caricammo Romagna su una macchina col proposito di raggiungere l’ospedale di Bentivoglio e al momento di partire diedi l’ordine di ripiegare verso Ca’ de’ Fabbri e di avvertire i contadini di lasciare la zona per evitare rappresaglie.

Durante il viaggio Romagna, pur gravissimo, riuscì a parlare e ricordo che mi disse di salutargli suo figlio. Ricordo anche che quando giungemmo all’ospedale Romagna era ancora vivo e subito vennero il professor Pallotti e una suora. Riuscirono a portarlo all’interno, ma subito dopo Pallotti mi raggiunse e mi disse che Romagna era morto. Lo riportai allora a Venenta di Argelato per seppellirlo: il contadino (ricordo che si chiamava Zanardi) fece una cassa di legno e lo seppellimmo nei pressi di Malacappa di Argelato, nella campagna del contadino Regazzi di Malacappa.

Germana Bordoni partigiana nel distaccamento di Castel Maggiore della 7.a brigata GAP

Il 14 ottobre, nella frazione Sabbiuno di Castel Maggiore i nazifascisti accerchiarono le basi del distaccamento con lo scopo di bruciare le case dove i partigiani normalmente si fermavano: in particolare le case Guernelli, Garuti e Cinti. A casa Guernelli, infatti, la sera precedente, vi era stata una riunione dei maggiori responsabili dei SAP e alcuni vi erano rimasti a dormire. Verso le 6 del mattino, una staffetta ci informò della presenza dei tedeschi e dei fascisti.

Romagna dapprima decise lo spostamento del distaccamento nel vicino comune di Bentivoglio, per sottrarsi all’accerchiamento; ma poi, avuta notizia da un’altra staffetta che i tedeschi già stavano preparandosi a bruciare le case e che, inoltre, avevano arrestato molti cittadini della zona e anche alcuni dirigenti della Resistenza, decise di passare all’attacco. Mentre la gente abbandonava la zona urlando terrorizzata, coi bambini in braccio, sotto lo spavento delle fucilate tedesche, il distaccamento si mise in marcia, in fila indiana, per affrontare i tedeschi.

Giungemmo, favoriti dalla nebbia, fino a una ventina di metri dai tedeschi: notammo che stavano facendo scavare buche e allora ci disponemmo per l’attacco piazzando le mitragliatrici per il fuoco incrociato e gli uomini in fila orizzontale.

Romagna, al fine di evitare la rappresaglia, mandò verso i nazisti un ufficiale tedesco che da qualche settimana era nostro prigioniero, col compito di convincere i nazisti a non bruciare le case e ad andarsene, lasciando liberi i prigionieri: gli diede dieci minuti di tempo. Se riusciva a convincerli doveva fare un certo gesto col fazzoletto. Ma i minuti passarono invano e i tedeschi si disposero per la rappresaglia. Allora noi attaccammo: lo scontro diretto durò circa una mezz’ora e, alla fine, 36 fra tedeschi e fascisti erano morti sul terreno, mentre gli altri fuggirono nella campagna. In complesso, soli 26 partigiani si batterono quel giorno contro circa 200 nazifascisti. Purtroppo, però, noi avemmo la più grave perdita: il nostro comandante Romagna, colpito al cuore, era caduto e quando, tre ore dopo, lasciammo il posto, ci accorgemmo che anche lo Slavo mancava. Poi ci spostammo, in pieno giorno, in un campo di granoturco, nei pressi di Minerbio, dopo aver attraversato la zona con le armi in pugno.

Nel tardo pomeriggio arrivò nella zona della battaglia un reparto di brigate nere: arrestarono uno di casa Guernelli e lo Slavo, che era rimasto sul posto.

Poi si misero nel mezzo della strada Saliceto, che va da Bologna a Bentivoglio, e arrestarono i passanti a caso, contandone 34 che, assieme al contadino e allo Slavo divennero 36, tanti, cioè, quanti i morti tedeschi. Poi presero lo Slavo, lo torturarono alla presenza di tutti perché parlasse. Ma lui taceva e allora lo legarono, lo misero sdraiato in terra nella corte e lo uccisero facendogli passare sul corpo le mucche. Poi fucilarono tutti gli altri e bruciarono la casa.

Mario Borghi (Nome di battaglia Ultimo) Capo Squadra della 7ª G.A.P. Distaccamento di Castelmaggiore

Nella notte fra il 13 e il 14 ottobre 1944, i tre gruppi del distaccamento avevano cambiato posto: passammo quindi una notte di veglia per camuffare le nuove basi. Alle ore 8 del 14 una staffetta informa Romagna, comandante del distaccamento, che diversi compagni sono accerchiati dai nazifascisti nella casa Guernelli in via Saliceto; fra essi sono comandanti, intendenti e commissari, cioè compagni di grande responsabilità della lotta.  Romagna, d’accordo coi capisquadra e con tutti i gappisti, vede la necessità assoluta di combattere per salvare quelli che sono in pericolo. Consapevoli dal capo all’ultimo uomo del distaccamento di quale gravità sia questa impresa, ci riuniamo in una sola formazione.

Ore 8,50: con Romagna in testa, il distaccamento composto di 27 uomini decisi a tutto, armati di 8 mitra, 15 armi lunghe (mauser e moschetti) una Breda 38 e diverse bombe a mano, e ben provvisti di munizioni, si avvicina al combattimento.

Ore 9,25: siamo in prossimità del nemico, vediamo i briganti neri che, al rifugio (trincea antischeggie) della casa Guernelli, distante circa 80 metri dalla via Saliceto, fanno lavorare sotto la minaccia dei mitra molti poveri rastrellati. L’ordine di attacco verrà dato dal primo crepitare della mitraglia appostata di fianco al gelso all’entrata della casa Garuti. Tutto il distaccamento si dispone a semicerchio lungo il fossato della stalla della famiglia Garuti. La mitraglia in comincia la sua opera..

Ore 9,15: al primo colpo tutti gli uomini, con Romagna in testa, balzano in un solo grido: “avanti, compagni! A morte i briganti neri!”. Questi urli, accompagnati dagli spari di tutte le armi, sorprendono disorientano i nazi-fascisti, che però incominciano subito a reagire. Hanno già tra loro diversi morti. Avanziamo con una forza e un ardirnento tali, che siamo giunti vicino al mortaio piazzato davanti ai primo appezzamento di terreno della casa Guernelli, senza che il nemico, pur essendo forte di 12 contro 1, abbia potuto servirsene. I serpenti fascisti sono già nostri prigionieri, e a loro si aggiungono in pochi minuti i tenenti delle ingloriose brigate nere, ma in questo attimo della battaglia, il comandante Romagna che è sempre innanzi a tutti, viene colpito al fianco: continua ad avanzare trascinandosi sulle ginocchia. Nuovamente ferito, pur costretto a strisciare sul terreno, non abbandona la lotta e mantenendosi in testa seguita a far fuoco, pone in fuga i briganti neri e infligge loro gravi perdite. Eliminato quello che lo ha colpito, io, Franco e altri sette corriamo a soccorrere Romagna.

Mi ricordo ancora come se fosse adesso: gli levai il pastrano, gli sfibbiai la cintura, gli alzai il maglione, e potei vedere la ferita che grondava sangue come un rubinetto. Ebbe un momento di grande, indimenticabile dolore, perchè prevedevo quello che avvenne poi, lasciai però altri compagni ad occuparsi di Romagna, in quattro lo portarono in una posizione di protezione.

La battaglia continua, la mitraglia è ora piazzata in mezzo alla strada. Con Giorgio Zanichelli che aveva preso il comando della squadra, essendomi io fermato per il tragico incidente accaduto al comandante Romagna, ci occupammo di tre prigionieri catturati da pochi minuti: io guardo Giorgio, e nello sguardo cambiato ci comprendemmo perfettamente. I tre prigionieri, un tenente, una donna e un milite, sono eliminati. Il tenente aveva una pistola nascosta nella piegatura del collo del pastrano.

Intanto capisquadra e uomini di punta facevano a gara per il bottino di eliminazione dei nazi-fascisti. Fra Bill, Napoli, Giorgio, Gerri, Franco, io e Romagna prima della ferita, si raggiungevano buone cifre.

Ore 9,30: la battaglia ha un attimo di sosta, e, liberati i compagni accerchiati, pensiamo a Romagna. Ci impadroniamo di una macchina Fiat 1500, che è fra la casa e la stalla Guernelli, occupate da noi per pochi minuti, e vi mettiamo Romagna in condizioni preoccupanti per la grave ferita. La macchina è quella del criminale Giovetti, che intanto è nascosto ferito in una stanza della casa insieme ad alcuni dei suoi che però non osano sparare benchè in posizione di favore. Gerri e Bill sono destinati all’impresa di tentare al più presto il trasporto di Romagna all’ospedale. Io e Napoli proteggiamo all’esterno la macchina fin sulla strada di San Marino, poi questa prosegue verso Bentivoglio, ma poco prima di arrivarci, Romagna dissanguato muore.

Al ritorno dei due compagni che avevano assistito alla sua morte, sapemmo da Bill le sue, ultime parole: “Bill, io ho ancora poco da vivere. Saluta e difendi il mio bimbo e sua mamma, e di a tutti i compagni del distaccamento che continuino a combattere. Sono sicuro di avere trasmesso in loro la mia volontà e la mia fede di partigiano combattente”. E poi spirò. Noi, in mezzo a un campo di granoturco, con le armi in pugno, quelle armi, 6 mitra e alcune pistole, strappate ai nazi-fascisti, giurammo fede al nostro dovere indicato dal comandante. Fu un triste giorno indimenticabile.

Dopo quella perdita, un’altra tragica notizia ci giunse: i nazi-fascisti avevano trucidato 36 persone inermi, donne, uomini e bimbi.

Abbandonammo la macchina, e la ritirata si effettuò attraverso i campi. I contadini che ci vedevano, sapendo già quello che era avvenuto, stavano impassibili. Noi salutavamo, è nello stesso tempo ammonivamo chi avesse osato tentare di tradire indicando al nemico la nostra direzione. Alle 10,50 attraversammo la Ferrarese nei pressi di Lovoleto. La marcia fu dura e dolorosa, perchè ormai sapevamo di non poter più contare sul valido e insostituibile appoggio del nostro comandante.

Attraversammo il fiume Savena, quindi a pochi chilometri raggiungemmo la base. I compagni che ci ospitarono dettero prova di maturità e spirito di lotta, e quindi avemmo il primo conforto. Però si udiva ancora il crepiti delle armi automatiche: erano i nazi-fascisti, scesi i gran numero e con mezzi più potenti, che terrorizzavano gli inermi: questa la gloria di quegli eserciti che tutti hanno ben conosciuti!

Aggiungo un episodio di Napoli: vestito da tedesco, con la machine pistola scarica perchè esaurite le munizioni, intimò il mani in alto! a due briganti neri, li disarmò delle loro automatiche e con una di queste li eliminò. Fece ritorno da noi con tre armi, due a tracolla e una impugnata.

Aggiungo ancora che nella rappresaglia trovarono morte il partigiano Gianni Alberani e un cecoslovacco prigioniero sfuggito ai nazisti di nome Goven che faceva parte del distaccamento.

Di Romagna voglio dire che ha condotto con freddezza, capacità ed eroismo da vero comandante tutte le più dure imprese della zona, fra cui gli assalti alla casa del fascio di Argelato, San Giorgio, Bentivoglio, ecc. In più ha educato allo spirito di gappisti una cinquantina di uomini, fra i quali qualcuno fortunato per aver scampato tutti i pericoli delle battaglie e delle azioni, vive ancora col ricordo del valore combattivo, dell’imparzialità e dell’alta educazione politica del nostro comandante Romagna.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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