Giulia Bignami


Nasce il 23 ottobre 1909 a Molinella. E’ stata un soprano lirico. Ha militato nella 5a brigata  Bonvicini Matteotti a Molinella, Pieve di Cento (FE), Cento (FE), Copparo (FE), Bondeno (FE).

I suoi ricordi

Il 25 settembre 1943 la casa dove abitavo in via del Porto, a Bologna, fu distrutta da un bombardamento. Decisi allora di trasferirmi, con mio figlio e mia mamma, a Molinella, in casa di parenti. Fu qui che presi contatto con i dirigenti della Resistenza della zona e da questi ebbi l’incarico di raccogliere delle informazioni militari durante gli spettacoli che, in qualità di soprano lirico, svolgevo obbligatoriamente nelle sedi dei comandi tedeschi.

Mi ero diplomata come soprano a Milano, nel 1941, nel Conservatorio «Giuseppe Verdi»; però avevo già cantato iniziando con un concerto al Teatro comunale di Molinella proprio all’inizio di guerra e precisamente l’11 giugno 1940. «II Resto del Carlino» e gli altri giornali pubblicarono l’avvenimento con parole di grande elogio per me e per chi cantava con me.

Da quel momento svolsi la mia attività di artista lirica a Bologna ed in provincia cantando in moltissimi concerti e arrivando, il 28 giugno 1941, al mio debutto nell’opera. Interpretai Mimi dalla Bohème di Puccini al teatro Smeraldo di Milano. Con me cantavano il tenore Casadio, il soprano Maria Varetti, il baritono Minacapelli e il basso Carmassi. Eravamo diretti da quell’ottimo Maestro che è Ino Savini. I quotidiani milanesi ne riportarono la notizia con parole molto lusinghiere per tutti e specialmente per me che ero la debuttante. Anche «II Resto del Carlino» del 29 giugno 1941 pubblicò la notizia complimentandosi con la concittadina.

Avevo studiato a Bologna presso il Maestro Aleramo Ricci il quale era stato il Maestro del soprano Gilda Dalla Rizza, del baritono Rossi Morelli e tanti altri che erano diventati artisti di fama mondiale. Dal mio primo concerto fino al giugno del 1943 cantavo sempre e ovunque mi chiamassero. Nei teatri, negli ospedali per i feriti di guerra, nelle piazze (a quel tempo si eseguivano molti concerti di piazza) nelle sale dei bellissimi palazzi antichi, di cui Bologna è dotata con larghezza, nelle chiese durante funzioni religiose. Era il mio lavoro. Vivevo di quello e dovevo pensare al mio bambino ed a mia mamma, che vivevano con me.

Quando il mio appartamento andò distrutto, dovetti sfollare e, come ho detto, andai ad abitare con i miei parenti a Molinella. Non mi ero e non mi sono mai interessata di politica; ma quando uno dei comandanti della Resistenza venne a chiedermi se volevo entrare nelle file dei partigiani per svolgere un lavoro d’informazione bellica, dicendomi che soltanto io, in quella zona, avrei potuto fare quel lavoro, poiché, data la mia professione, potevo entrare nei comandi tedeschi senza destare alcun sospetto e che così facendo avrei potuto salvare tante vite umane, allora accettai.

Poter salvare delle persone! Io che odio la violenza sotto tutte le forme, che provo grande pena a veder soffrire un gattino, che sono contraria alla pena di morte e che non posso neanche pensare che un uomo debba fare del male ad un suo simile soltanto perché non ha le sue stesse idee, questa fu la ragione che mi spinse ad accettare.

Quello che dovevo fare era semplice: ricordarmi i nomi degli ufficiali tedeschi, quante potevano essere le truppe, quale il corpo, quante contraeree erano appostate e dove. Questo, grosso modo, era il mio compito. Per far ciò viaggiavo in bicicletta, oppure i tedeschi mi venivano a prendere da casa con una macchina qualsiasi.

Il pericolo era grande poiché potevo essere scoperta ad ogni momento ed in più, quando ero in giro, in quell’inverno del 1944-45, piovevano bombe e mitragliate un po’ dovunque. Ricordo che una volta dovevo arrivare a Cento di Ferrara.

Il militare che venne ad avvisarmi mi disse di essere all’ospedale di Molinella il giorno tale, all’ora tale. Di lì, con un automezzo, mi avrebbero trasportata sul luogo. Pensate un po’ come rimasi quando mi vidi chiudere dall’esterno, dopo che fui salita, in un camioncino quasi uguale a quelli che si adoperano per trasportare la corrispondenza, i quali sono tutti chiusi con due feritoie nei lati e basta.

Stavo seduta sopra una panchina di legno ed accanto a me c’erano due fusti di benzina ed una mucca macellata. Guidava un tedesco che aveva un altro suo camerata accanto. Faceva un freddo cane. Con la neve in terra ed il sole in alto, tutto era chiaro, anzi splendente, e sono convinta che con quella luminosità gli aerei alleati potevano individuare anche il più piccolo bersaglio. A circa metà tragitto il camioncino si ferma. I due tedeschi corrono per i campi, nel fosso. Io, chiusa là dentro, senza la possibilità di poter uscire, sento il ben noto rumore degli aerei, la famosa «picchiata» e l’ancor più famosa mitragliata.

Mi rannicchio il più possibile e per fortuna, anche se il camioncino subisce una scossa, non succede nulla e dopo poco possiamo riprendere la via. Ricordo benissimo che in quei momenti ho pensato a che cosa sarebbe successo se una pallottola avesse centrato un fusto di benzina.

A prendere le notizie da me veniva una staffetta. Una giovane ragazza, una bambina, quasi, e una volta venne anche il mio comandante che si chiamava Barba. Uno fra i tanti momenti paurosi per me, fu quando un giorno, mentre ero a letto con la febbre, poiché gli strapazzi dei viaggi, chiamiamoli soltanto poco comodi, mi avevano ammalata di pleurite, vennero due delle SS vestiti come tutti sanno, divisa nera, cinturone nero carico di armi, una grossa catena sul petto con un grande medaglione. Chiesero della «signorina che canta». I miei parenti dissero loro che ero a letto ammalata. Quelli, senza dir nulla, salirono la scala ed io vidi spalancarsi la porta con violenza ed entrare nella mia camera con un’espressione truce sul volto.

Mi chiesero se ero io la «signorina che cantava» ed alla mia affermazione si misero a parlottare sottovoce fra loro; poi, senza aggiungere nulla, infilarono la porta e se ne andarono. Figurarsi quello che provai in quei pochi momenti poiché sapevo che la mia staffetta era stata presa con altre ragazze, e poi rinchiuse in una scuola, mi pare, di un paese vicino. Pensai che la ragazza fosse stata costretta a fare dei nomi e fra i quali anche il mio, durante l’interrogatorio che certamente doveva aver subito. Invece respirai profondamente, rilassandomi, quando vidi quei due andarsene e volli dimenticare presto quel brutto momento per essere pronta ai prossimi che certamente sarebbero arrivati.

Un altro momento pericoloso è stato quando ho portato in salvo un ragazzo il quale era già stato impiccato ad una inferriata di una finestra della casa di certi contadini. Per fortuna la pioggia fece scappare i due che stavano ancora seduti davanti al ragazzo, in attesa che morisse. Arrivarono due contadini, lo slegarono e lo fecero ricoverare all’ospedale dove rimase per circa dieci giorni. Durante la degenza, ricevette un biglietto anonimo dove era scritto che alla sua uscita non l’avrebbe scappata, perché sarebbero stati «più accorti a fargli la festa».

Un giorno me lo vidi arrivare davanti: era magro, pallido quasi senza parole.

Non sapevo nulla di ciò che gli era successo ed egli neppure me lo accennò. Mi disse soltanto queste parole: «Sono un partigiano, Barba mi ha detto che tu sai dove portarmi in salvo, perché i fascisti mi stanno dando la caccia». Era vero che lo sapevo, ma bisognava percorrere almeno una decina di chilometri in bicicletta, sotto la pioggia che scrosciava a più non posso. Comunque bisognava andare. Allora via, sotto la pioggia e con il pericolo alle calcagna. Via per le strade deserte. La pioggia ci filtrava giù per la schiena poiché eravamo tutti e due senza impermeabile ed io avevo ancora addosso quella maledetta febbre che non mi lasciava mai. Arrivammo. Tutto andò bene; ma al ritorno fui io ad essere fermata da tre brutti ceffi i quali mi volevano togliere la bicicletta ed anche i vestiti perché non dicevo loro dove andavo e dove ero stata. Avevo detto che andavo da una zia che si era improvvisamente ammalata, ma loro non ci credettero. Per fortuna uno di essi, il più attempato, mi disse, dandomi una manata sulla schiena, di svignarmela, cosa che feci senza farmelo ripetere.

Un’altra volta (ma quante volte che vi sono state!), mi trovavo a Molinella e sentii che i tedeschi avrebbero fatto, all’alba del giorno dopo, una «partita di caccia», coi cani, in una data zona. Dicevano che andavano «a caccia» quando andavano in cerca di partigiani o anche di qualche uomo nascosto in qualche pagliaio.

Per fortuna nello stesso giorno venne la staffetta e potei darle questa notizia, con la raccomandazione che facesse presto ad avvisare chi sapeva, poiché, se in realtà c’erano questi giovani nascosti in quella zona se ne andassero durante la notte.

Seppi poi che realmente fu così e che, grazie alla mia segnalazione, molti partigiani si spostarono da quel luogo, salvandosi. Notai, il giorno dopo, sul viso dei tedeschi il disappunto di non aver fatto «buona caccia».

Un comandante tedesco era innamorato della musica lirica ed aveva organizzato tutto per fare un concerto, con me soltanto, naturalmente. Non so come fece, ma trovò dei professori di musica coi loro strumenti ad accompagnarmi. Mi dissero poi che erano alcuni elementi dell’orchestra di Praga, cioè dei prigionieri. La musica si legge e si esegue in un modo soltanto sotto qualunque cielo si sia nati e così ci trovammo subito affiatati nei pezzi di Puccini, Verdi, Cilea e altri maestri.

Il comandante aveva invitato gli alti ufficiali dei dintorni ed anche signore e signori del luogo. Dovevo fare anche gli onori di casa e cioè ricevere gli ospiti all’ingresso del comando che aveva sede nella villa del direttore dello zuccherificio, un po’ alla periferia. Avevo notato che in una grande sala adiacente a quella dove si sarebbe svolto il concerto erano stati fatti entrare tanti soldati tedeschi e notai anche che poi avevano chiuso la porta. Io mi domandavo: se questi devono ascoltare il concerto, perché hanno chiuso la porta? Notai che i tedeschi in funzione da camerieri portavano dentro a quella sala vassoi colmi di bicchieri pieni di birra e vino. Per far questo alle volte la porta rimaneva socchiusa. Osservavo per pura curiosità, poiché non aveva nessuna importanza per la mia missione sapere chi erano quei soldati: erano soldati come gli altri e cioè tedeschi e basta.

Cantavo e quando avevo finito, tra un brano e l’altro, giravo per la sala, dicevo qualcosa ad uno o all’altro, però cercavo di avvicinarmi inosservata a quella porta ed infatti il momento venne. Al passaggio dei soldati con i vassoi potei guardare ed ascoltare e figuratevi la mia sorpresa quanto sentii parlare italiano, anzi, per la precisione, un borbottio di tutti quei soldati in dialetto romagnolo. Tutti italiani, vestiti da tedeschi! Ecco perché non volevano che mi avvicinassi: non avevano piacere che io sapessi che quei soldati erano italiani, gente nostra, italiani come me, sotto quelle divise!

Era la vigilia di Natale del 1944. Venni chiamata per cantare al comando tedesco di Molinella. Mi ero ingegnata, durante quel periodo, ad imparare qualche romanza in lingua tedesca. Così pensai che quando sarebbe stata mezzanotte, quella sera avrei cantato «Stille Nacht». È un brano di musica che viene eseguita per Natale in tutto il mondo, naturalmente nelle diverse lingue.

Dopo aver cantato molte romanze accompagnata al pianoforte, all’ora giusta eseguii questa melodia. Era una sorpresa che facevo. Nessuno sapeva che avrei cantato in tedesco. Cominciai nel silenzio più profondo. Cantai come meglio mi fu possibile, cercando di dare l’espressione giusta ad ogni frase. A me sembrava di aver dato il meglio che potevo e alla fine, invece di avere i soliti applausi immediati vidi, con costernazione, che tutti i presenti stavano zitti, fermi, col viso chino. Passò un lungo minuto in questo silenzio e già pensavo di aver cantato in un tedesco orribile, quando mi accorsi che tutti avevano il viso bagnato di lacrime. Poi, dopo lungo silenzio, applaudirono ripetutamente e vennero a complimentarsi. L’episodio mi fece pensare a questa strana gente composta di elementi i quali, in certi casi erano di una crudeltà inaudita ed in altri si commuovevano come tutti i comuni mortali.

Indubbiamente il mio canto li aveva portati col pensiero alle loro case, alle loro famiglie, ai loro figli e madri proprio come tutti gli uomini di questo mondo. Questa strana gente, capace — e l’ho visto — di salvare un cane dalla fame e dal freddo, ma che nello stesso tempo non aveva pietà alcuna per una creatura umana colpevole soltanto di avere delle opinioni diverse dalle loro.

Venne la liberazione e finì così. Non ebbi nulla, non chiesi nulla. La pleurite mi indebolì e la mia carriera di artista, ormai aperta e sicura, finì ben presto. Chiusi definitivamente quella pagina del libro della mia vita per non riaprirlo. So solo di aver fatto del bene e se avessi un’altra vita da vivere, seguiterei a fare del bene, a combattere per salvare qualunque creatura poiché dove c’è un cuore che batte il nostro compito è di lottare perché nessuno lo faccia tacere. Aiutarlo perché possa battere il più a lungo possibile, anche se questo cuore è quello di una creatura dalle idee contrastanti con le nostre. Così sento, così sono.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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