Mario Levi (Nome di battaglia Capitano Mario)


Nasce il 25/10/1902 a Modena. Comandante della 7a brigata Modena della divisione Armando. Come comandante ha portato i suoi uomini a compiere molti colpi con successi importanti. Nella battaglia della Futa, i tedeschi pagarono lo scontro con 87 morti.

Significativa è stata la sua attività nel corso dei mesi durante i quali diversi partigiani della repubblica di Montefiorino sostarono in prossimità di Lizzano in Belvedere nella «zona di nessuno», prima che giungessero gli alleati.

Ha partecipato a numerose battaglie sull’Appennino.

Gli è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione:

«Valoroso comandante partigiano, guidava più volte con perizia e vittoriosamente la sua formazione contro le posizioni nemiche, catturando prigionieri e armi. Vivido esempio di comandante audace, capace e trascinatore».

Emilia Romagna 29/10/1944 -21/4/1945.

I suoi ricordi

Malgrado il tradizionale contrasto fra bolognesi e modenesi, il comune odio per i fascisti e i tedeschi aveva portato la 7a brigata partigiana, formata da bolognesi, a far parte della Divisione  Modena Montagna comandata da Armando (Mario Ricci) e la Divisione stessa ad operare nell’alto Appennino bolognese nella zona di Porretta Terme, Riola, Gaggio Montano, Lizzano e Vidiciatico.

Finita la Repubblica di Montefiorino e dopo lo scontro del 21 settembre 1944 a Sassoguidano di Pavullo, la Divisione Modena Montagna, trovandosi quasi sprovvista di munizioni, aveva dovuto spostarsi al di là del Panaro e si era portata a Trignano e poi sui monti della Riva, fra monte Cappelbuso, il monte Serrasiccia e il lago Pratignano a Ca’ del Vento. È questa una zona incantevole nella bella stagione, ma in una fine settembre ventosa e piovosa, era un vero incubo perché quasi deserta, senza risorse, senza case né rifugi e senza possibilità di approvvigionamenti.

Non era cosa facile trovare da mantenere oltre quattrocento uomini giovani: praticamente era la fame. Era però questa una zona abbastanza sicura contro i rastrellamenti tedeschi, perché da un lato si sorvegliava la strada fra i monti che proveniva da Cutigliano (o da San Marcello Pistoiese) e dalla linea Gotica, per sbucare alla Madonna dell’Acero e, attraverso Poggiolforato e Torlaino, arrivava a Vidiciatico, Lizzano in Belvedere e poi a Siila e Porretta, dove si univa alla Strada Statale n. 84 (Porrettana) per Bologna; dall’altro si sovrastava Sestola, Fanano, Ospitale e Fellicarolo, dove si sapeva che stavano raccogliendosi altre unità tedesche in ritirata.

Se dal punto di vista della sicurezza la posizione era buona e dominante, aveva però il difetto che eravamo troppo lontani e ostacolati nel caso fosse richiesto il nostro intervento. Infatti i balzi dei monti ed il torrente Dardagna in piena ci impedirono, purtroppo, di poter intervenire a Ca’ Berna quando, il 27 settembre, 29 persone fra donne, vecchi e bambini furono trucidati da una colonna di tedeschi che si era scontrata con una pattuglia di partigiani locali che dal monte Grande stava scendendo alla loro base, a Poggiolforato. Era lo stesso reparto tedesco che doveva, in quei giorni, lasciare al suo passaggio una scia di civili inermi trucidati a Ronchidos, a Ca’ d’Ercole di Gaggio Montano, a Silla, partecipando anche al massacro di Marzabotto.

Vista la nostra forzata impossibilità di intervenire dalle posizioni sui monti della Riva, venne deciso di trasferire le formazioni sopra Porretta. Con monte Cavallo e monte Grande alle spalle vi sarebbe stata una possibilità di ritirata, ci saremmo posti in posizione da poter intervenire e avremmo avuto anche la possibilità di ricevere almeno un lancio di armi e munizioni.

Attraverso i boschi che coprono i dirupi di Piana della Farnia, fino alla Sega, sotto una pioggia battente che inzuppava gli stracci che ci coprivano, per due giorni, senza tregua, andammo dai Passi della Riva e del Lupo al Rio dell’Acero, scendendo al fiume Dardagna, attraversato a guado, per risalire alla Madonna dell’Acero. E, finalmente, tappa nella Chiesa e nella canonica deserte, per qualche ora, e poi arrampicata fino alla Sboccata dei Bagnatori e ridiscesa a Pianaccio, dove trovammo qualcosa da mangiare. Poi via di nuovo per Monteacuto dell’Alpi ed arrivo a Pennola dove avevamo intenzione di far tappa. Qui, invece, insieme alla formazione Donati, formata da GAP modenesi e ragazzi di Pavullo e dintorni, al comando di Rino, Bondavalli e Pierazzini, ci mettemmo in marcia diretti al rifugio di monte Cavallo, per cercare una spianata adatta a ricevere i lanci notturni degli aerei alleati. Il lancio ebbe buon esito, per quanto si sia dovuto correre in giro parecchio per raccogliere quanto si era sparso attorno a sacchi e cassette che si erano rotti nell’impatto. Ricordo che feci mio un paracadute di seta rossa, col quale potei farmi una camicia da garibaldino, che, purtroppo, in seguito, cedetti a Marchino, la mia staffetta.

Una pattuglia di due uomini si avventurò verso i Calistri e i Biagioni e dopo qualche ora tornò portando la notizia che gli americani erano arrivati, avanzando lungo il Reno, sulla strada da Pistoia a Porretta per Pracchia e Ponte della Venturina e, come prova, ci fece vedere qualche pacchetto di sigarette Carnel (Si pensi che ci eravamo abituati a fumare foglie di castagno arrotolate nelle veline degli ordini del Comando!).

Tornati a Pennola, ci venne l’ordine di scendere a Porretta per formare una testa di ponte sul monte della Croce, dal quale si dominano tutte le strade che incrociano la Porrettana, facendo numerose azioni di pattuglia, di disturbo ai tedeschi che si erano ritirati all’altezza dello stabilimento Daldi e Matteucci, appena fuori Porretta, verso Silla.

Il 10 ottobre arrivarono le prime colonne americane precedute dai carri armati e noi ricevemmo l’ordine di andare ad occupare Lizzano in Belvedere. Non si sa perché, ma quando c’era da scarpinare toccava sempre alla nostra brigata. E quindi, gambe in spalla, e via, attraverso le mulattiere, lungo il Rio Maggiore, per Capugnano, Castelluccio, Porchia, al bivio della provinciale per Pianaccio e Lizzano, mentre cominciavano a cadere le bombe dagli aerei che avrebbero dovuto appoggiarci.

Mentre noi entravamo in paese i tedeschi se la battevano ritirandosi a Vidiciatico, Rocca Cometa e La Masera. Qui si misero a battere il paese coi mortai. Ma non pensavano che anche la formazione Donati era in grado di ribattere con i tre mortai che da qualche giorno aveva ricevuto: erano pezzi reduci da Napoli, da Cassino o della linea Gotica, già in dotazione all’esercito italiano, ma corredati di proiettili da 81 di tutti gli eserciti che avevano combattuto in Italia: inglesi, tedeschi, americani e italiani. Protetti dai boschi che dalla chiesa alta di Lizzano arrivano fino all’abitato di Vidiciatico, portammo in postazione sulla panoramica superiore quei mortai e li sistemammo presso una cappelletta e qui cominciammo a rispondere colpo a colpo. Ad un certo punto, mentre usavamo bombe tedesche, contenute in cestini di paglia, forse con le cariche di lancio avariate dall’umidità, ci accorgemmo che queste non partivano; ci trovammo coi tre mortai con proietto in canna, non partito ma colpito dal percussore e col pericolo di uno scoppio. Contemporaneamente i tedeschi si misero a tirarci bombe a mano con i tromboncini ed i ragazzi ebbero l’impressione che i tedeschi fossero vicini, forse in mezzo al bosco e si … sganciarono velocemente, lasciandoci in tre, Cappelli, Benassi ed io, con i mortai inutilizzati. Per fortuna non perdemmo la testa ed uno alla volta, presa in braccio la canna, ne rovesciammo la bocca verso terra e facemmo scorrere fuori le bombe, e rimettemmo in postazione le armi.

Poi, con la rabbia in corpo, caricammo tre proietti a grande effetto italiani che avevamo sempre tenuto di scorta e facemmo un buon lancio. Essendo di dimensione doppia della bomba normale, fecero uno scoppio spaventoso giungendo sul boschetto dal quale tiravano i nostri avversari e si vide uno sciame di soldati correre a mettersi al riparo oltre la Masera. Allora avanzammo, lasciando i mortai in postazione, verso Vidiciatico e trovammo tre tedeschi coi bracciali della Croce rossa, armati però di tutto punto; ce li portammo dietro prigionieri e li consegnammo agli americani.

Rientrati in Lizzano, trovammo che tutta la Divisione aveva raggiunto il paese e che il Comando si era sistemato a Villa Faccetta Nera, mentre all’Albergo Farneti vi era un gruppo americano dell’OSS, al comando del cap. Robert R. Rovzer e del magg. Rosetti, per il collegamento con i comandi superiori americani di Porretta e Firenze. L’azione dei partigiani veniva fissata in azioni di pattugliamento, allo scopo di controllare le posizioni dei tedeschi e in colpi di mano per catturare prigionieri di guerra nella terra di nessuno!.

Il giorno 28 ottobre 1944, venni chiamato a rapporto al comando di Divisione e vi trovai Armando, con Guido (commissario di Divisione) e vari comandanti di brigata e battaglione. Inoltre c’erano i due ufficiali dell’OSS e un capitano di cavalleria dell’esercito italiano di liberazione, di cui non ricordo il nome, dato il poco tempo che siamo stati insieme. Armando disse subito che era stato deciso di darmi il comando della 7a brigata, dato che era stato esonerato il comandante.

Il capitano italiano, a nome del governo Bonomi, intervenne per avvertire che, per accordi intervenuti fra i comandi militari alleati, non potevano sussistere unità partigiane al fronte, regolarmente riconosciute e rifornite come reparti combattenti; però, in via di particolare eccezione, avevano deciso di dare alla Divisione Modena Montagna un’occasione per dimostrare che poteva essere impiegata come unità regolare. Si doveva occupare monte Belvedere con un colpo di mano e si doveva tenerlo nel caso di un previsto contrattacco dei tedeschi. Ci sarebbe stato l’appoggio dell’artiglieria ed eventualmente di aerei ed alla fine della giornata ci sarebbe stato il cambio da parte delle truppe italiane o americane. Un cattivo risultato avrebbe portato al ritiro dei partigiani dal fronte.

Il comando di Divisione aveva deciso unanimemente di affidare a me i 160 uomini che avevano ritenuto necessari, considerando le presunte forze tedesche, per compiere l’azione. Si trattava di volontari di varie formazioni. Gli americani, per l’occasione, avrebbero rinforzato il nostro armamento con due mitragliatrici a caricatore a nastro di canapa, con una buona provvista di bombe a mano e avrebbero dato scatolette di viveri: la cosiddetta razione C.

Partimmo il giorno dopo, 29 ottobre, alle ore quattro del mattino, dalla mulattiera che partiva a metà paese, presso il caffè, in perfetto silenzio, nell’oscurità più fitta. Scendemmo al Ponte del Podestà (mezzo distrutto dai tedeschi) e di qui, per Panigale di Sotto, alle Fosse di Sotto, dove si doveva guardare il Silla in discreta piena. Trovata una lunga scala sotto il fienile di una delle case delle Fosse, pensammo di gettarla fra le due sponde del Siila per guadarlo e tutto andò bene fino a che qualcuno cominciò a barcollare e poi cadde nell’acqua. Con un paio di capi formazione ci gettammo nel torrente con l’acqua fino alla cintola a tirar fuori quelli che erano caduti e ad aiutare gli ultimi per evitare confusione e rumore.

Giunti tutti al di là dall’acqua cominciammo ad arrampicarci lungo il Rio delle Vaie, puntando verso le Case Nuove di sopra, Primarella e Calcinara, con l’intento di dividerci qui in tre colonne: una che doveva fermarsi al coperto per formare un eventuale rincalzo, una che doveva proseguire per monte Belvedere e l’ultima che, per Casaccia, i Pianotti e Ca’ d’Ercole, avrebbe raggiunto monte Gorgolesco.

L’avanguardia (della quale facevo parte anch’io) condotta da Marchino (Marco Marcacci, di Chiesina) pratico dei luoghi, era giunta senza destare allarme all’altezza dei Pianotti, quando si ebbero le prime avvisaglie che nelle case c’erano i tedeschi. Tutti volevano precipitarsi ad attaccarli. Per me era invece molto più importante terminare la nostra missione raggiungendo il Belvedere, ormai non troppo lontano, anche perché volevo agire prima che i tedeschi da Querciola e Corona dove, alle notizie, erano attestati, attraverso la strada per Gabba e Grecchia, ci tagliassero la via del ritorno e ci accerchiassero. Dal monte Belvedere saremmo stati invece noi a dominarli e minacciarli di accerchiamento.

Presi perciò con me una ventina di partigiani ed una mitragliatrice e, lasciate le opportune istruzioni al mio vice, Andrea, accelerai la marcia verso la cima del Belvedere. Presso Calcinara, al limite del bosco, ad una trentina di metri e quasi sotto noi, ci apparve completamente allo scoperto una pattuglia tedesca che di corsa andava a prendere posizione, senza sospettare la nostra presenza. Bastò la prima raffica della nostra mitragliatrice per far scappare  precipitosamente i tedeschi. Poiché stava salendo la nebbia ed eravamo a poca distanza in linea d’aria dalla nostra méta, senza ostacoli, ed in tabella di marcia, decisi di sparare il nostro razzo verde che avrebbe segnalato la nostra posizione e richiesto l’intervento dell’appoggio di artiglieria per l’interdizione. Seppi poi che non era stato visto. I tedeschi dopo aver ripreso a sparare per un po’, si misero cheti, ritirandosi. Eravamo sul posto da un’oretta quando arrivò Andrea, con una ventina di uomini in appoggio, per chiedere istruzioni. Decisi di lasciare lui in avvistamento con i suoi uomini, data l’ottima posizione per visibilità e per campo di tiro, e di prendere il suo posto per un’azione in avanti, oltre il crinale. Mi avviai a tornare tutto solo verso Casaccia, lungo la mulattiera, quando, sopra pensiero, al bivio, anziché prendere verso Casaccia presi per il tratto verso i Pianotti. Ad un tratto sentii discorrere. Erano sette tedeschi, parte seduti e parte sdraiati, fermi in una radura. Ero nel dubbio che si fossero accorti di me. Feci un inventario del mio armamento. Avevo una pistola Beretta calibro 9, a sette colpi, e due bombe a mano. Il mio aspetto era abbastanza presentabile, avendo la mia divisa grigio verde da ufficiale, anche se malandata, e la bustina datami dal medico condotto, dott. Gherardi, coi gradi da capitano medico.

Pensai che, secondo quanto insegnatomi, il lancio di una bomba a mano in mezzo agli alberi era sconsigliato perché si poteva essere colpiti dalle scheggie di rimbalzo e l’effetto su varie persone era dubbio. D’altra parte, una pistola con sette colpi per sette nemici era piuttosto poco e non ero nemmeno certo che il legittimo proprietario dell’arma l’avesse mai lubrificata e verificata. Perciò l’unica soluzione era di fingere di non essere solo e che il boschetto fosse circondato. Estratta la pistola e togliendo la sicura, con la più grande tranquillità, intimai in inglese: «Surrender, you are surrounded» (arrendetevi, siete circondati) «Hands up!» (mani in alto), preparandomi però a gettarmi a terra, sparando. Invece, istantaneamente, come un sol uomo, i miei sette tedeschi gettarono le armi e le giberne e si misero le mani sulla nuca. C’erano un maresciallo, due sergenti e quattro soldati. Presi le pistole P.38 dei tre sottufficiali e feci lasciare a terra il resto. Ci avviammo verso i Pianotti, dove speravo di trovare i miei uomini.

Ad un tratto, mentre eravamo allo scoperto, ci sentimmo fischiare all’orecchio delle pallottole non tedesche. Era certo una pattuglia di partigiani della brigata Giustizia e Libertà, del capitano Pietro, che doveva operare alla nostra destra partendo da Raspadore o dall’Osteria de La Vigna, e che ci aveva presi tutti per tedeschi e ci aveva sparato. Pensai allora che ci conveniva andare verso Gaggio Montano dove avrei potuto liberarmi dei mei sette consegnandoli a qualche reparto partigiano per poi cercare di raggiungere la mia formazione. Arrivammo così alle case di Montilocco. Mentre stavo dando un’occhiata per orientarmi vidi su un lato della casa, ma per fortuna mi voltava le spalle, una sentinella tedesca, e, dalla porta aperta di casa, una plancia con una fila di zaini ed elmetti. Prudentemente girai intorno alla casa e mi trovai faccia a faccia con una squadra di soldati con fucile a spall’arm, a passo, perfettamente allineati. I miei sette prigionieri, come un sol uomo, si gettarono di corsa giù per un dirupo ed io mi buttai a terra e mi rotolai per la discesa restando incolume malgrado una tempesta di spari. In basso trovai i miei sette ad attendermi e il maresciallo che parlava inglese mi disse che sarebbero stati kaput se non fuggivano, perché arrendendosi venivano considerati disertori. Continuando la discesa a Battuta Bianca trovammo una pattuglia di partigiani del capitano Pietro ai quali affidai i tedeschi, avendo fretta di tornare dai miei uomini. Erano passate oltre due ore.

Consigliato dai partigiani, presi, per fare più presto, la strada provinciale che da Querciola va a Gaggio Montano e giunto a Gabba trovai gran parte della gente del paese che mi attendeva per festeggiarmi per la cattura dei sette prigionieri, di cui avevano già avuto notizia. Mi trascinarono in una casa per farmi cambiare dato che ero inzuppato per la pioggia caduta di continuo, e per farmi mangiare qualcosa. Poi ripresi la strada, sempre sotto la pioggia, ed un montanaro volle farmi da guida riparandomi sotto un ombrellone verde. Superata Grecchia ci inoltrammo nei boschi verso Casaccia. Ormai mi ritenevo già arrivato, quando mi misero in allarme tracce di orme discendenti, mentre se si fosse trattato di quelle impresse al mattino avrebbero dovuto essere nell’altro senso. Per di più nessun segno dei partigiani che avrebbero dovuto essere rimasti in riserva. Poi, ad una ventina di metri, fra gli alberi, scorsi tre uomini fra i quali mi parve di riconoscere uno dei capi formazione, Coragli, un reggiano. Chiamai e per tutta risposta mi vidi puntare contro una machinen-pistole e mi sentii gridare «Komm, komm» (vieni, vieni).

Istintivamente, e quasi senza puntare, premetti il grilletto della P.38 (una di quelle prese a miei sette) e mi gettai a terra. La pallottola deve avere fischiato molto vicino alle orecchie del tedesco che spianava il mitra, perché tanto lui che gli altri due si misero al riparo dietro agli alberi prima di mettersi a sparare, dandomi il tempo di coprirmi il più possibile. La mia guida intanto era sparita lasciando l’ombrellone sul posto. Provai a sparare ancora, ma la pistola, si era inceppata. Rimasi allora immobile finché i tedeschi non smisero di sparare e si mossero verso di me; allora feci un salto all’indietro e tornai a gettarmi a terra. I tedeschi si fermarono e ripresero a sparare per qualche minuto. Al nuovo arresto, nuova ritirata di qualche passo.

Poi ancora un balzo e via, dietro a una cortina di alberi che mi consentì di mettermi in salvo.

Poi ritornai alle Fosse, e di qui a Lizzano. Arrivai per sentire il mio necrologio, perché, avendo sentito sparare più volte, erano convinti che fossi morto. E finalmente ebbi la soluzione delle orme trovate in posto. Gli alti comandi, vista la nebbia e la visibilità limitata, avevano deciso di sospendere l’azione ed avevano mandato una staffetta a dare ordine di rientro. Questa però era arrivata mentre ero via e non aveva esitato a decidere senza attendermi. L’importante però fu che da un osservatorio sopra Vidiciatico quelli dell’OSS avevano potuto vedere fin dove eravamo arrivati ed avevano dato il loro parere favorevole all’impiego dei partigiani.

Avevamo cosi guadagnato il nostro posto di combattenti in prima linea.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

2 thoughts on “Mario Levi (Nome di battaglia Capitano Mario)”

  1. Ciao, passo per lasciarti un saluto e un grazie di cuore per il grande lavoro che sostiene questo tuo prezioso archivio che so essere per te ormai una parte della tua vita, ma anche per lasciare scritta qui la mia diretta esperienza di quanto non basti ancora lavorare sulla memoria, rafforzarla, mantenerla non solo in vita ma in buona slaute: ieri, alla scuola di mia figlia, durante una riunione fra insegnanti e coordinatore di classe è stato contestato un insegnante per aver proposto la libera discussione in classe della questione antisemita in Italia alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Alcune madri hanno sollevato dubbi di opportunità, circa l’affrontare l’argomento in classe, perché lo considerano turbativo della serentià dei propri figli. Mi è stato riferito dando per scontato che anch’io, in qualità di madre premurosa e attenta, ritenessi prematuro, pericoloso, improponibile un simile argomento. Da parte mia ho superato il primo istante di sconcerto e sono riuscita a spiegare l’importanza della memoria, con così tanta passione e logica da convincere una madre a tornare sui propri passi e a riconsiderare la cosa. Una. Questa circostanza mi ha lasciato l’amaro in bocca, mi sono resa conto che le persone non sanno trasmettere che violenza, non sanno cogliere gli insegnamenti dagli errori e farne crescita, farne evoluzione. Vedono, recepiscono, memorizzano solo la violenza. Le conseguenze quindi, non la condizione che le ha generate. Mia figlia però mi ha dato una grande soddisfazione, mi ha detto: le atrocità dell’Olocausto, la violenza delle leggi razziali, sono “solo” la conseguenza di una chiusura mentale, una orribile conseguenza. Non è solo su quelle che dobbiamo lavorare ma soprattutto sulla condizione che le ha generate e correggerla, modificarla, eliminarla dalla mente, dall’animo di noi esseri umani perchè non si ripeta mai più, perché non abbia mai più conseguenze. Due. Ho pensato subito di portare questa piccola circostanza qui da te, di lasciarla scritta qui. Tu sai dare a ciò di cui parlo un grande valore. Tre.

    Un grande abbraccio, Maria

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