29 ottobre 1944 Casteldebole


Era già calata la sera del 29 ottobre quando questi uomini raggiunsero il ponte di Rivabella presidiato dai tedeschi. Lo presero d’assalto uccidendo le sentinelle, passarono sull’altra riva del Lavino e proseguirono la marcia sotto una violentissima bufera di vento e di pioggia fino al guado del fiume Reno nei pressi di Casteldebole.

Il fiume era in piena, il guado risultò impossibile, ed il gruppo decise di pernottare in una baracca di legno sulla sponda del fiume. Sul far del mattino, in seguito ad una delazione, i partigiani vennero circondati dai tedeschi al comando di Reder, il massacratore di Marzabotto. Il combattimento fu asprissimo. Nessuno si arrese. Erano venti e caddero tutti. Il comandante Bolero, il vice comandante Ubaldo Poli e il commissario Monaldo morirono alla testa dei loro uomini. I nazisti continuarono a sfogare la loro malvagità incendiando le case di Casteldebole e facendo strage di 15 cittadini inermi.

I nomi dei partigiani caduti

Gino Adani

Monaldo Calari

Pasquale d’Errico

Renzo Fanti

Enrico Franceschini

Karaton (partigiano sovietico)

Gregori (partigiano sovietico)

Corrado Masetti (Nome di Battaglia Bolero)

Arvedo Masetti

Aldo Murotti

Giuseppe Magagnoli

Mario Marchioni

Marino Migliori

Attilio Pedrini

Ubaldo Poli

Luigi Rondine

Volfango Seghi

Franco Venturoli

Costantino Testoni

uno sconosciuto.

Durante lo scontro furono uccisi dai tedeschi anche cinque civili che non vi partecipavano, ma che si trovavano all’a­perto e corsero al riparo quando udiro­no le sirene di allarme aereo all’arrivo del citato stormo alleato.

Alfredo Galli

Raffaele Merighi

Augusto Pedrini

Nello Santandrea

Enrico Sgarzi

Nel pomeriggio e durante la serata i tedeschi iniziarono un rastrella­mento al fine di attuare una rappresa­glia, forse in ragione della perdita subita, forse, più probabilmente a mio parere, per punire una comunità sul cui territo­rio era stato scoperto un gruppo così ingente e combattivo di partigiani. Arrestarono quindi dieci persone:

Mario Baesi

Ugo Borrelli

Alfonso Calzati

Giuseppe Casagrande

Afro Fiorini

Vincenzo Gamberini

Medardo Lambertini

Marco Marchesini

Filippo Montanari

Giordano Perini

Furo­no fucilate in pubblico, a Casteldebole, il giorno 31 ottobre. All’esecuzione fece seguito anche l’incendio delle abitazioni in cui erano stati portati i corpi dei cin­que civili estranei al combattimento ma uccisi durante lo stesso

Si salvò Alessandro Ventura “Fra Diavolo” perché, abitando a Casteldebole, la sera tra il 29 e il 30 si era recato a salutare la madre. Intervenne nella battaglia uccidendo un ufficiale e ferendo 2 soldati. Poi dovette ritirarsi. Fu arrestato e fucilato dai fascisti alla vigilia della liberazione.

Alcune testimonianze

Angelo Piazzi ufficiale di collegamento nella 63a Brigata Garibaldi

La sera del 29 ottobre un gruppo di venti uomini, compresi i comandanti, si misero in cammino per raggiungere un tratto del fiume Reno che sta fra Tripoli (frazione di Casalecchio di Reno) e Casteldebole (borgata del comune di Bologna); dovevano attraversarlo e, per una stradina che costeggia il navile, dalla Croce di Casalecchio, arrivare alla base.

Il gruppo marciò di notte e, all’alba del 30, per non farsi individuare, si rifugiò in una capanna a Casteldebole, di quelle che servono ai vallatori di sabbia, in attesa di attraversare il fiume, che si era notevolmente ingrossato, al momento opportuno. Ma una spia, che era anche un alcoolizzato, li vide e avvertì i tedeschi e nelle prime ore del pomeriggio cominciò una battaglia durissima che durò quasi tre ore, fino alle 16 circa, durante le quali i nostri combatterono, contro forze di gran lunga superiori, soprattutto per armamento, e fino all’ultimo uomo, comandante e commissario compresi, e con loro anche l’ufficiale sovietico Karaton, che proveniva dalla brigata «Stella Rossa».

Mentre si svolgeva la battaglia io, che avevo avuto l’ordine dal Comando di attendere i partigiani sulla sponda opposta del fiume per guidarli nella base prefissata a Bologna attraverso strade sicure, dovetti assistere da distanza alla disperata battaglia dei nostri. Nella speranza di vederli arrivare di qua mi nascosi fra le piante di un vivaio, nell’attesa, purtroppo inutile, che durò tutta la notte.

Davanti a me c’era una distesa d’acqua, l’acqua del fiume Reno che da sempre aveva accolto le allegre compagnie domenicali dei ragazzi in bolletta. Quest’acqua increspata da una leggera brezza, ancora piena delle voci spensierate dei fanciulli, si era trasformata in una barriera di morte. Era stata la causa della morte di venti fra i nostri migliori partigiani.

Per me fu terribile assistere senza poter far nulla. Solo una distesa d’acqua mi separava dai compagni ed io ero impotente di fronte a uno degli episodi più duri della vita della nostra brigata.

Un turbine di domande mi affollava la mente. Come era potuto accadere il dramma? Lo seppi più tardi. Mi chiesi anche se per caso gli uomini della brigata avessero commesso involontariamente qualche imprudenza. Alcuni dissero che l’ubriaco informò i tedeschi direttamente, altri che ne parlò all’osteria e la voce giunse all’orecchio dei tedeschi che nella notte circondarono la baracca. Il fatto è che i nostri morirono proprio davanti all’ultimo ostacolo, prima di Bologna.

Quando cessò il combattimento mi avviai verso casa. Una pioggierella uggiosa cadeva, mentre colonne di fumo si alzavano alte nel cielo di Casteldebole. Entrai nel cortile del mio caseggiato mentre trovai mia moglie ed altre donne che attendevano una risposta all’ansia che era nata in loro dal momento in cui avevano udito i primi spari. Mi chiesero se sapevo cosa era accaduto. Non potei rispondere, ma esse capirono poiché avevo certo impresso nel volto il presentimento della tragedia.

Poi avemmo notizia anche dell’eccidio che i tedeschi perpetrarono ai danni della popolazione civile. Dieci cittadini furono costretti a scavare le buche per seppellire i partigiani poi fu messo loro del filo di ferro al collo finché, sfiniti, si impiccarono da soli. Dirigeva quella carneficina un ufficiale delle SS, mutilato a un braccio: fu poi identificato per Walter Reder, il massacratore di Marzabotto.

Cesare Bianchi staffetta nella 63* Brigata Garibaldi

Era il 30 ottobre 1944, un lunedì. Io avevo 16 anni compiuti da poche settimane e, nonostante la mia giovane età, avevo già conosciuto i disagi della guerra per averne subito le conseguenze e per avervi preso parte attiva, militando nelle formazioni partigiane. Abitavo a Casteldebole da sempre, cioè voglio dire, che là ero nato, ero cresciuto e mi ero formato in un clima antifascista con un fondamento un po’ libertario.

Per tutti noi, ragazzi o giovani, fu una cosa naturale aderire alla Resistenza; per la verità anche prima del 25 luglio e dell’8 settembre 1943 avevamo già dato fastidio ai fascisti, meglio al partito fascista, con scritte murali inneggianti alla festa dei lavoratori, oppure esponendo bandiere rosse su case in costruzione. Significativo il fatto che tutti eravamo operai o, se studenti, allievi delle scuole industriali.

Ma nonostante che la borgata fosse partecipe alla vita della Resistenza, nessuno prevedeva gli avvenimenti tragici e tristi del 30 ottobre. Noi avevamo avuto sentore, nel tardo pomeriggio del 29, da alcuni militari tedeschi di stanza a Casteldebole, che polizia e paracadutisti avrebbero compiuto, l’indomani mattina, un rastrellamento in grande stile; pensavamo si trattasse di uno dei soliti rastrellamenti, sia pure in forma più massiccia, per ricercare uomini validi da inviare alla «Todt» o nei «campi di lavoro» in Germania. Tutti noi quindi andammo all’alba ad occupare i nostri soliti rifugi, ben occultati e protetti. Quel mattino il cielo era plumbeo, di tanto in tanto scendeva una fitta e fastidiosissima pioggerella; alle 8 sembrò che il cielo si stesse schiarendo.

Poi sentimmo, in lontananza, un ronzio persistente, che si faceva sempre più forte, e notammo avvicinarsi dei mezzi corazzati tedeschi e potemmo notare subito, con apprensione, che non si trattava di polizia, ma delle «SS», di paracadutisti, al comando delle quali c’era il super criminale Walter Reder, il massacratore di Marzabotto. I mezzi corazzati si addensarono quasi al centro della borgata, protetti da un portico, e le «SS» si sparpagliarono a delta, un po’ ovunque, e, per le viuzze della borgata, raggiunsero il fiume e si avvicinarono al frantoio della ghiaia. Io ero nascosto nella cantina della mia casa che aveva quattro appartamenti e cinque cantine, la quinta in un angolo, ben chiusa, per cui, trovandosi nel fondo dell’interrato, si aveva l’impressione che gli scomparti fossero solo quattro. Si entrava dunque in questo nascondiglio dalla mia camera da letto, attraverso un foro praticato nel pavimento, occultato poi con una rete metallica intelaiata, sulla quale veniva disteso un sacco di patate aperto; adagiato al muro c’era un armadio. Sentivo i passi delle «SS» sopra di me, percepivo chiaramente che appoggiavano qualcosa di molto pesante: probabilmente un’arma. Infatti sentii poco dopo il crepitio di una mitragliatrice, e, nello stesso momento, mi resi conto che non si trattava di uno dei soliti rastrellamenti, ma di qualcosa di più grave.

Contemporaneamente suonò l’allarme; alcuni uomini anziani corsero nei rifugi, ma vennero falciati dalla mitraglia che si trovava sopra di me; li ricordo ancora quegli uomini: Merighi, Pedrini, Sgarzi, detto «Sgherz», Galli, Santandrea detto «al tuschen», uomini, ripeto, anziani, che erano corsi fuori al suono dell’allarme in cerca di un rifugio ed erano stati invece assassinati, col più freddo cinismo. La mitraglia continuava a sparare, sparare, e sembrava che non dovesse mai finire.

Poi il silenzio, rotto dai passi pesanti e dai suoni gutturali della soldataglia nazista, suoni metallici, secchi, imperiosi.

Le donne erano tutte ammassate in una cantina, io le sentivo piangere. Insieme a me, c’era mio padre, due suoi amici e un certo Nello, un piccolo industriale, un uomo che si vantava di aver «vissuto» e che credeva nel fascismo. Lo guardavo e mi pareva che ad ogni scarica di mitraglia, ad ogni secco comando tedesco, crollasse la sua fiducia e la sua «stima» nei fascisti. Ricordo che era pallido, certo come noi, di paura, ma anche per ciò che gli crollava dentro in quel momento. Avevamo tutti paura perché la nostra posizione era di impotenza e se venivamo scoperti era la morte sicura, senza la possibilità di difenderci, di contrattaccare, di offendere gli aggressori.

Alle 6 di sera uscimmo dal nascondiglio; appresi da mia madre che nel capanno di Bedani, situato sul primo argine del fiume, vicino al frantoio della ghiaia, avevano trovato rifugio, nella notte, un gruppo di 19 partigiani, intenzionati a guadare il fiume Reno per aggregarsi ai gappisti della città; ma nella notte era sopraggiunta la «piena», che aveva impedito l’attraversamento. Le «SS» ebbero una soffiata da una spia e fu per questo che fecero il rastrellamento e i partigiani, che erano della 63a brigata Garibaldi, non avevano esitato a rispondere con tutte le loro armi e la loro energia, tanto che, per un momento, sembrava che potessero farcela. Erano circa 500 tedeschi contro soli 19 partigiani, però la battaglia durò circa tre ore.

Purtroppo non c’era niente da fare: solo combattere, col fiume in piena alle spalle, fino alla morte: erano in una morsa di fango, di acqua e di ferro.

Dall’altra sponda del Reno, entrarono in azione anche le mitraglie antiaeree, le quali, anziché sparare contro gli aerei anglo-americani, che solcavano in quelle ore il cielo di Casteldebole e dintorni, preferirono colpire alle spalle quel piccolo nucleo di valorosi; fra essi vi erano due partigiani non italiani, uno francese e uno sovietico e quest’ultimo si chiamava Karaton e veniva dalla brigata «Stella rossa».

Una contadina raccontò che un partigiano, e non siamo mai riusciti ad individuarlo, si finse morto nel luogo dove oggi è stato eretto il Cippo a ricordo della battaglia, e, quando uno delle «SS» gli fu accanto, fulmineamente estrasse la pistola per sparare, ma, purtroppo, la pistola si inceppò e il partigiano venne finito in modo barbaro, lentamente: prima gli strapparono gli occhi, poi le dita, poi venne picchiato, bastonato, seviziato. Così finirono anche gli altri che non ebbero la fortuna di morire in combattimento. Nessuno è rimasto vivo.

Sebbene prendessimo viva parte alla Resistenza, nessuno di noi ragazzi era stato informato che la compagnia comando della 63a brigata avrebbe sostato in quel capanno. E alcuni di quegli uomini noi li conoscevamo bene: il comandante

Corrado Masetti (Bolero), il commissario Monaldo Calari e altri. Con alcuni di quegli uomini avevamo trascorso alcune giornate; molti ricordi e fatti ci legavano, oltreché i comuni ideali; come gli altri, ai civili, «al tuschen», «a Sgherz», a Galli, a Merighi. Mi ricordo particolarmente di quest’ultimo, che mi raccontava gli episodi delle lotte operaie dei primi del secolo, nelle valli di Molinella, dove era nato e dove era vissuto fino a 20 anni, e credo di aver udito il nome di Massarenti prima da Merighi che da mio padre.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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