Fava Adriana (Nome di battaglia Tosca) Staffetta


Nasce il 30 ottobre 1922 a Galliera (BO). Vive in una famiglia antifascista,dopo l’8 settembre 1943 inizia a collaborare con la resistenza clandestina.Inizialmente con lo zio Bruno Frabbi (nome di battaglia Scalabrino) portando in vari recapiti materiale di propaganda e munizioni. Entra come staffetta nella 7a brg GAP Gianni Garibaldi, vivendo nelle basi partigiane, cioè nel gruppo ristretto dei più attivi combattenti. Fidanzata di Bruno Gualandi, lo assiste dopo la battaglia di Porta Lame nella quale era rimasto ferito.Con lui si trasferisce a Pieve di Cento nel febbraio 1945. Rientrata a Bologna, vive l’ultimo periodo prima della liberazione in una base di via Scandellara e, infine, in una nei pressi di Porta S. Felice.

I suoi ricordi

La fame e la mancanza di libertà, aggravata dalla guerra che il fascismo ci aveva imposto, fece nascere in me un odio istintivo, accresciuto anche dall’insegnamento che la mia famiglia antifascista ci aveva dato fin dall’infanzia. Lavoravo da sarta, nella bottega di Giuseppe Zucchelli, un ambiente di comunisti.

L’ambiente mi invogliò ad addentrarmi nella vita clandestina e io incominciai a portare manifesti e munizioni in diversi recapiti. Quando andai in casa dallo zio Scalabrino, sua moglie mi fece una scenata: prima cominciò a sgridare il marito: “Ma voi siete diventati pazzi a fidarvi di una bambina !” Poi, bruscamente, mi chiese : “tu cina (bambina) lo sai cosa vi è 1ì dentro?”  Le risposi che non ero una cina, che avevo ventidue anni e che dentro alla sporta vi erano delle munizioni.

Lo zio Scalabrino mi chiese, dopo una serie di servizi, se mi sentivo di entrare nei partigiani della 7a brigata GAP. Mi sentivo orgogliosa di svolgere il lavoro di staffetta; accettai l’incarico, venni presentata a William e Paolo nella base di via Pietralata.

Un giorno assieme a Ezio in bicicletta, passando di fronte al bar di porta Saffi, decidemmo di fermarci a bere e mentre stavo appoggiando la bicicletta contro il muro, uscì dal bar un tedesco. Mentre un suo camerata stava ultimando di bere, questi mi disse: “O bella signorina, tu grande amore”. Io rimasi indecisa e mi tremavano le gambe. Ezio mi fece cenno di proseguire, come per dire ci sono io. Appoggiammo le biciclette contro il muro e mentre noi entravamo il tedesco si offrì di guardare le biciclette. Al ritorno mi allungò la bici, ci salutò, “Ciao grande amore”.

Viaggiavo scortata da William giù per via Beverara e giunti di fronte alla chiesa si ruppe la sporta che conteneva le munizioni che caddero sparpagliandosi a terra, vicino ai piedi di una donna di passaggio. William corse subito ad aiutarmi a raccoglierle, e anche la donna, a noi sconosciuta, ci aiutò. Finito di raccoglierle riprendemmo il cammino e la signora andò per la sua strada.

La sera del 12 ottobre 1944, dopo il bombardamento che causò tanti morti a Bologna, andai a trovare i miei genitori per rassicurarli e vedere come stavano.

Loro non volevano che io facessi la vita sempre via da casa nella basi. Quella sera mi imposero di non andare più via. Alla mattina presi una scusa per uscire da casa ed alla sera non rincasai. Inviai il giorno dopo a casa mia la Giorgina, una staffetta, che comunicò loro la mia decisione di non andare più a casa.

Mia mamma la pregò di fare il possibile perché l’andassi a trovare, che per il resto avremmo trovato l’accordo. L’andai a trovare assieme ad Aldo (Bruno Gualandi). Lo presentai a loro annunciandogli il nostro fidanzamento; un po’ perplessi accettarono che continuassi la vita partigiana nelle basi. Mio babbo, quando ci salutò, mi disse: “Fino a ieri credevo di avere due figlie, invece ho anche un maschio!

La sera del 6 novembre 1944 mi era stato concesso un permesso per uscire dalla base e recarmi a casa a pulirmi e tranquillizzare i miei genitori. La mattina, mentre percorrevo via Corticella per entrare alla base del Macello, incontrai un signore che mi disse che si sparava; mentre passavo da piazza Umberto I gli spari s’infittivano.

All’ingresso di via Azzogardino, al fianco del mulino vidi un uomo morto disteso sul selciato: seppi poi che era il custode dello stabile. Più avanti raggiunsi uno della brigata nera insanguinato, morto e riverso bocconi nella polvere. Continuavo in bicicletta col cuore che mi serrava la gola: due militi mi fermarono chiedendomi: “Dove va lei, signorina?”  “Vado a porta Lame da dei parenti”. “Torni subito indietro, non vede che qui ci sono dei ribelli, li facciamo fuori tutti”.

Non ebbe ultimato la frase che una raffica di fucileria, proveniente dalla base della Palazzina li distese morti a terra. Scappai via e, giunta in via Riva Reno, pensai di andare a trovare la mamma, Elvira Giovannini che abitava nel vicinato. L’incontrai per strada all’incrocio di via San Felice. Elvira insisteva che gli dicessi che non era vero che la base di Aldo era stata attaccata dai nazi-fascisti.

No, le dissi, è stata attaccata”. Lei si disperava ed insisteva. “Dimmi che non è vero”, Allora le raccontai quanto mi era accaduto. Nell’istante passarono due camion carichi di fascisti morti, che li portavano via. Elvira mi incoraggiò dicendomi: “Quelli lì non ci sono più”. Venimmo raggiunte dalla staffetta di Luigi, la Luisa, che ci raccontò di avere visto, passando nei pressi di porta Lame, un carro armato che tentava di accostarsi alla base dei partigiani. Al racconto, io ed Elvira quasi svenimmo: mi raffiguravo i compagni morti. Aldo non l’avrei più rivisto vivo.

La sparatoria che prima infuriava a momenti rabbiosa, da un po’ di tempo era quasi cessata. Andai a casa dalla mamma di Aldo per cercare notizie di lui; non sapevano niente. Le raccontai che la base era accerchiata e così gettai anche loro nell’angoscia e nella disperazione. Nel pomeriggio, assieme a sua mamma, ritentai di avvicinarmi alla base; nei pressi del mulino di via Azzogardino fummo fatte allontanare; quando giungemmo nella circonvallazione i tedeschi stavano piazzando un cannone puntato contro la base. Mi prese una paura enorme, mentre la battaglia infuriava violenta contro la base. Ci scacciarono anche da lì. Disfatta e disperata, andai dai miei zii, in via Erbosa. Nella tarda sera sentivo delle esplosioni e vidi dei fuochi levarsi in direzione di porta Lame. Sebbene disperata pensavo che nella notte qualcuno si sarebbe salvato.

Prima dell’alba dell’otto novembre presi contatto colle basi dei feriti; seppi che Aldo e Cognac erano feriti in casa di Cognac, in via Casaralta e corsi a trovarli.

Mi raffiguravo una ferita, una buca, uno strappo nella carne, una grossa scorticazione.

Ma quando vidi Aldo e Cognac che sembravano un colabrodo rimasi agghiacciata. I vestiti erano tutti insanguinati, il bagno tutto chiazzato di sangue.

Mi mandarono a chiamare la mamma di Cognac, che era infermiera. Arrivò anche l’ufficiale medico austriaco che era coi partigiani per operare anche Cognac; ma sua mamma non volle e lo fece poi ricoverare al San Luigi, dove lei era infermiera.

Venne scoperto dalla brigata nera, ma il professor Novi riuscì prima a non consegnarlo perché morente poi a mantenergli la febbre fino alla liberazione e salvarlo dalla fucilazione.

Io assistetti Aldo insieme a Carlone, che nel frattempo si erano rifugiati nella casa della mamma di Aldo. Il materiale di medicazione ci venne procurato da Ravaglia, un droghiere che abitava in via Spada. Poi Aldo e Carlone si rifugiarono nella casa di quest’ultimo perché la casa di Aldo era conosciuta. Io pure abbandonai la mia casa per precauzione, perché vi erano già stati degli arresti: infatti la mia casa fu invasa dai fascisti, guidati sul posto da una delatrice, la Renata, che era stata una staffetta delle SAP e che mi conosceva. La mamma di Aldo mi accompagnò dov’era suo figlio e poi mi fece andare dai suoi fratelli, sfollati a Pieve di Cento, dove anche Aldo mi raggiunse. Passammo a Pieve di Cento il mese di febbraio, poi, il 3 marzo, ritornammo in città, nella base di via Scandellara, e alla fine del mese fummo trasferiti in una base presso la mura interna della porta San Felice.

In base restammo fino ai giorni della liberazione e con noi c’erano anche la Stella, la Bruna e la Rina, anch’esse staffette della Brigata. Aldo riprese l’attività dedicandosi ai collegamenti con la 7a GAP e frequentemente usciva di casa, malgrado il pericolo di essere individuato. La mattina del 21 aprile Aldo uscì presto per un appuntamento coi compagni ed io uscendo poco dopo vidi la porta Saffi sgombra e allora mi avviai verso il centro, dove mi riunii ai partigiani.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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