Masi Giacomo (Nome di battaglia Giacomino)


Nasce il 6 novembre 1916 a Castenaso. La sua famiglia era antifascista, aderisce al Partito Comunista Italiano nel 1933 su ripetuto invito di Enrico Bonazzi.

Viene arrestato per attività di propaganda e di diffusione della stampa clandestina nelle associazioni fasciste, condannato il 5 aprile 1935 viene rinviato al Tribunale speciale che il 24 gennaio 1936 lo condanna a 8 anni di carcere per costituzione del Partito Comunista Italiano, appartenenza allo stesso e propaganda.

Sconta 3 anni e 3 mesi di carcere e viene poi sottoposto a 3 anni di sorveglianza. Dal 1939 al 1945 è componente della segreteria della federazione bolognese del Partito Comunista Italiano.

Dopo l’ 8 settembre 1943, è tra i promotori del movimento partigiano. Organizzò le prime manifestazioni operaie e di massa a Castel Maggiore nel gennaio-febbraio 1944.

Diventa in seguito comandante provinciale delle SAP e successivamente commissario politico della divisione Bologna. Assume i nomi di battaglia di Arturo Montanari prima, e di Carlo Marchioni. E’ stato membro del CUMER.

I suoi ricordi

Nella direzione politica e militare della Resistenza bolognese io fui chiamato a ricoprire numerosi incarichi di responsabilità che gradualmente si modificarono e si estesero in corrispondenza delle condizioni sempre più complesse e difficili della lotta armata nella città e nella provincia. A metà marzo 1944 fui nominato responsabile del comitato provinciale del partito comunista (ricordo che con me erano Volpi, Buldini, Serantoni, Tosarelli, Tolomelli, Melega, Argentesi, Brini, Ghedini, Masina, il compianto Luciano Romagnoli e anche delle donne: la Pondrelli, la Guadagnini, la Zanasi e anche mia moglie Giuseppina Bonazzi); all’inizio di luglio, quando in alcuni comuni della pianura già si erano formati i primi gruppi SAP (Squadre d’azione patriottica), mi fu data la responsabilità del lavoro militare nel complesso dei comuni della provincia e, per le esigenze del coordinamento, diedi vita al comando provinciale SAP e i miei più stretti collaboratori nel comando furono in quel momento Aroldo Tolomelli (Ernesto) e Beltrando Pancaldi (Ran); infine, quando, d’intesa con Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, si passò alla fase operativa per la preparazione dell’insurrezione popolare armata e a tale scopo fu costituito il Comando Piazza, io entrai a far parte della direzione operativa di questo organo in qualità di commissario politico. Nel marzo 1945, quando fu costituita la Divisione Bologna, col compito operativo di affiancare le truppe alleate fino alla liberazione completa dell’Italia, ebbi anche in quest’organo, sempre come comandante delle SAP, la funzione di commissario politico: comandante della Divisione fu nominato il col. Trevisani, già comandante del Comando Piazza.

Ricordo che per realizzare i compiti connessi all’incarico di responsabile del comitato provinciale del PCI decidemmo innanzitutto di attuare una nuova suddivisione della provincia in zone, in ognuna delle quali fu nominato un responsabile politico ed un responsabile militare, coadiuvati da un comitato di zona. Se nelle zone non erano presenti altre forze politiche organizzate, operanti sul piano della guerra di liberazione, e quindi non era possibile la formazione dei CLN, allora noi operavamo in due direzioni: luna era quella di dare vita a comitati unitari di coordinamento, costituiti dai rappresentanti degli organismi di massa formatisi in funzione della lotta contro i tedeschi ed i fascisti (Fronte della gioventù, Gruppi di difesa della donna, Gruppi di difesa dei contadini, responsabili del lavoro delle SAP e di partito); l’altra direzione consisteva nel fare una ricerca nei comuni e nelle frazioni degli uomini che nel periodo prefascista erano noti come socialisti, o rappresentanti del movimento popolare cattolico, o di altri schieramenti d’opposizione: questi dovevano essere stimolati a ridare forma organizzata e attività nel luogo al partito politico più vicino alle loro idee. Furono numerosi i casi in cui arrivavano dalle varie zone al nostro comitato provinciale di partito notizie e nominativi di uomini che erano stati attivi prima del fascismo nel campo socialista o cattolico ed anche informazioni su giovani che si dichiaravano disposti ad un lavoro politico. Tutte queste notizie e nominativi noi li trasmettevamo o ai compagni della federazione socialista ai fini di un collegamento operativo, oppure, per quanto riguarda la democrazia cristiana, cercavamo di orientare i suoi simpatizzanti a prendere contatti anche con i parroci dei rispettivi comuni per  impegnarli nella lotta per la libertà.

Il comitato provinciale organizzò nel giugno 1944 lo sciopero generale delle mondine che ebbe luogo in tutti i comuni dove la coltura del riso era prevalente, con una partecipazione pressoché totale e per la prima volta le scioperanti furono protette, in alcuni comuni, da squadre armate organizzate nelle SAP. In quasi tutti i comuni si attuò la parola d’ordine: non un chicco di riso e di grano all’invasore tedesco e anche al momento del raccolto del grano le squadre organizzate nelle SAP ebbero una importante funzione, sabotando e incendiando le trebbie là dove i fascisti cercavano d’imporre la requisizione dei prodotti. Ricordo che allora consolidammo ed estendemmo tutti gli organismi atti a rafforzare la resistenza e la lotta contro i tedeschi e i fascisti (i Gruppi di difesa della donna, quelli dei contadini, il Fronte della gioventù, le squadre SAP); organizzammo decine, centinaia di manifestazioni di massa che ebbero luogo nei vari comuni della provincia, accompagnate a volte da azioni militari di notevole rilievo che conferivano a tutto il movimento un carattere che era contemporaneamente politico e militare e dimostrava l’efficienza della forza rivoluzionaria nelle campagne bolognesi. In queste lotte si andava affermando un fatto nuovo: l’alleanza organica nella lotta unitaria fra tutte le categorie dei lavoratori della campagna.

Lo sviluppo dell’azione politica e la crescente attività delle formazioni SAP imposero presto nuove forme organizzative in vista di ottenere risultati, nel campo operativo militare, sempre più importanti. A tale scopo, mi venne affidata dalla federazione bolognese del partito comunista la responsabilità del lavoro militare della provincia di Bologna. Svolgevo questo lavoro operando in tre diverse direzioni. Una di carattere politico da attuarsi nelle istanze del partito: si trattava di indirizzare i militanti del partito alla lotta partigiana, alla costituzione di nuovi gruppi SAP nelle zone e nelle giurisdizioni delle cellule di partito, di dare al movimento delle SAP un carattere sempre più di massa delle istanze pluripartitiche, di combattere l’attesismo e di superare le difficoltà, specie quelle riguardanti il ritrovamento di armi, di basi, sviluppando ogni iniziativa legata alla popolazione delle frazioni, dei nuclei, dei casolari. La seconda direzione consisteva nel lavorare tramite i militanti del partito che operavano nelle Brigate partigiane sulle nostre montagne per dare vita a nuclei di partito così da garantire il necessario orientamento politico a tutti i suoi militanti e quindi ai partigiani e alla popolazione: era questo l’orientamento teso all’applicazione della politica del fronte nazionale espressa dal CLN e quindi i nuclei di partito dovevano combattere tutte le deviazioni, fossero esse dovute a settarismo o attesismo.

Questa attività non costituiva un compito ufficiale di comando di Brigata o di battaglione, però tutti i nuclei, a tutti gli effetti, dovevano eseguire disciplinatamente gli ordini dei comandi militari, mentre dal punto di vista politico erano legati direttamente alla federazione del partito comunista, per mio tramite in quanto ero responsabile — come ho detto — del lavoro militare. L’altra direzione su cui dovevo operare era soprattutto di carattere militare: si trattava di dare vita ad un comando partigiano di coordinamento, di guida dell’insieme del movimento delle SAP.

Le formazioni SAP organizzate nella nostra provincia, soprattutto per iniziativa del partito comunista, non dovevano essere formazioni di partito, ma formazioni unitarie di tutti i combattenti di ogni tendenza. Quindi il comando provinciale SAP non doveva essere un’istanza, una organizzazione di partito, ma una istanza di carattere operativo-militare di massa. Si doveva quindi formare e al più presto, cosa che feci all’inizio di luglio, il comando provinciale delle SAP inizialmente composto, come ho già accennato, da Aroldo Tolomelli come vicecomandante e da Beltrando Pancaldi come aiutante maggiore. Tale organo venne ben presto allargato a numerosi responsabili militari di zona man mano che l’organizzazione si consolidò e si estese.

 

Demmo subito ai vari gruppi delle SAP già esistenti una struttura più marcatamente militare: formammo le compagnie, i battaglioni, le Brigate e nella estate, sulla base delle concezioni e delle esperienze tipiche del movimento sappista, sorsero e operarono in una vasta zona della pianura bolognese le Brigate Paolo, Irma Bandiera, Matteotti di pianura (che poi si chiamò Bonvicini), Venturoli e anche parte della 63.a Brigata Garibaldi. Queste formazioni sono tipiche del bolognese e la loro esistenza ed attività sono evidentemente connesse con le caratteristiche di un movimento contadino che aveva l’esperienza di lotte socialiste di grande significato rivoluzionario.

Devo ricordare che ogni istanza aveva un suo comando nel quale compariva sempre, al fianco del comandante, il commissario politico che aveva compiti educativi e di formazione politica non solo dei giovani in armi, ma dell’intera popolazione della zona. Ricordo anche che si effettuarono azioni militari simultanee in più comuni, in più zone e che spesso si assicurò la difesa armata a manifestanti e scioperanti.

Le SAP erano l’esercito di massa dei combattenti della libertà che, nei luoghi di lavoro, di abitazione, nelle officine, nei villaggi, nei quartieri, fra i giovani, soprattutto quelli organizzati nel Fronte della gioventù, difendevano i lavoratori e le popolazioni contro i soprusi e le violenze dei tedeschi e dei fascisti, impedivano, ostacolavano razzìe, requisizioni dei prodotti agricoli, del bestiame, delle attrezzature industriali, organizzavano il sabotaggio delle vie di comunicazione, delle centrali elettriche, degli impianti e dei prodotti industriali che servivano ai tedeschi. Le SAP agivano cominciando dalle forme più modeste d’azione quali, ad esempio, le scritte murali, la diffusione di volantini, il taglio dei fili telefonici e nell’azione arrivavano a forme superiori di lotta, compresa la soppressione dei tedeschi e dei fascisti, delle spie e dei traditori.

A conferma dell’importanza del movimento delle SAP e del grado di maturità raggiunto da gruppi di sappisti, voglio qui ricordare il ruolo delle SAP in occasioni della battaglia di porta Lame del 7 novembre 1944. Ricordo che fu organizzata con urgenza una riunione in via Nosadella, nella casa del calzolaio Roveri: erano presenti Giuseppe Alberganti, Ilio Barontini, Giuseppe Dozza. Fernando Zarri, Giovanni Martini (uscito dalla base dell’ospedale Maggiore dove poi rientrò).

Discutemmo come operare per dare un duro colpo al nemico che fin dalle prime ore aveva circondato con ingenti forze una base della 7a Brigata GAP. Le linee fondamentali del piano furono le seguenti: considerato che non era il momento favorevole ad un’azione avanzata di portata generale, ci ponemmo alcuni obiettivi limitati, imposti dalla situazione locale e d’insieme. Si doveva favorire lo sganciamento degli uomini della 7a Brigata GAP con le minori perdite possibili e nello stesso tempo infliggere al nemico un duro scacco militare. Per ottenere questo risultato occorreva mobilitare con rapidità le SAP della città e della provincia e attaccare il nemico per impegnarlo in azioni di disturbo.

Facemmo un rapido programma di lavoro per la mobilitazione delle SAP dei comuni periferici; ad Ernesto e Ran fu affidato l’incarico di procedere alla mobilitazione dei combattenti nei comuni della provincia e la direttiva di fare partire dagli stessi alcune squadre di punta delle SAP col compito di intervenire nella zona di porta Lame, all’ora stabilita, attaccando alle spalle i tedeschi e i fascisti. Incontrai successivamente i comandanti delle SAP della città: ad essi diedi disposizioni di fare agire tutte le squadre disponibili nel corso della sera stessa e della notte, escludendo le zone delle Lame e Galliera nelle quali agivano le squadre di cui sopra. È noto che Bologna la notte del 7 novembre 1944, per merito dei suoi combattenti, fu per alcune ore sotto il nostro controllo e per le strade si cantarono gli inni della Resistenza.

Caddero in quella battaglia e nei giorni seguenti, al fianco degli uomini della 7.a Brigata GAP, numerosi operai e contadini che da poco avevano lasciato il lavoro per portarsi in aiuto ai loro fratelli che combattevano nella zona di porta Lame-ospedale Maggiore. A proposito di tante delle piccole e grandi azioni svolte dalle SAP contro tedeschi e fascisti in quella notte ben poco è stato finora scritto. I nazifascisti accusarono il colpo, passarono all’attacco e i sappisti, che vivevano una vita legale, nelle fabbriche e nei campi, furono più esposti alle rappresaglie; subimmo arresti e deportazioni. Ma le Squadre d’azione patriottica, che rappresentavano l’organizzazione del popolo per la preparazione e l’azione insurrezionale, non si potevano estinguere, ma dovevano, per la ragione stessa per cui erano sorte, accrescere i loro effettivi, aumentare le iniziative, preparare nuovi quadri militari, nuove reclute per le Brigate che operavano permanentemente nella nostra provincia.

Le SAP erano — come ho detto — un’organizzazione unitaria; ai suoi componenti non si chiedeva di quale fede politica fossero, ma solo di agire nei vari luoghi di lavoro contro i tedeschi e i fascisti, e si chiedeva anche di allargare le adesioni agli amici, ai familiari, ai compagni di lavoro. Con tale indirizzo il movimento delle SAP si estese all’intera provincia e nei luoghi di lavoro ed io restai a capo di questo movimento fino alla liberazione, a diretto contatto coi dirigenti regionali e in particolare con Alberganti e Barontini.

Nel luglio del 1944 si riunirono, in un appartamento di via Procaccini, Ilio Barontini, Gianguido Borghese, Leonillo Cavazzuti, Cipriano Tinti, Giuseppe Scarani, che erano membri del Comando unico militare Emilia-Romagna (CUMER), insieme ai colonnelli Trevisani, Bonini, Imbergamo, all’ing. Godoli ed io. In quella riunione furono gettate le basi per la costituzione del Comando Piazza della provincia di Bologna. Al col. Trevisani venne affidato il compito di comandante, al col. Imbergamo e al col. Bonino, che erano in veste di responsabili militari del partito democristiano nella nostra provincia, vennero affidati rispettivamente i compiti di vice-comandante e di vice-commissario politico; l’ingegnere Godoli era l’incaricato militare del partito repubblicano. Io ero in veste di responsabile  militare del partito comunista della provincia e di comandante delle SAP e nel Comando Piazza mi venne affidato — come ho detto — il compito di commissario politico. Dei partiti del CLN mancavano a quella riunione i responsabili provinciali del lavoro militare della federazione del partito socialista e del partito d’azione, i cui dirigenti regionali dissero che avrebbero provveduto a metterli in contatto con me. (Infatti, nel corso della stessa settimana, conobbi Cleto Benassi, allora responsabile militare della federazione del PSUP, il quale teneva collegamenti anche con il partito d’azione). Quella riunione significava l’unificazione di comando delle forze partigiane della nostra provincia, indipendentemente dalle forze politiche che le avevano organizzate.

Senza sottovalutare l’importanza di tale fatto, è bene però ricordare che forze politiche differenti (socialisti, comunisti, azionisti, cattolici) militavano già nelle squadre SAP e nelle Brigate Garibaldi della nostra provincia. Il Comando Piazza era quindi un’istanza provinciale del comando generale unificato, con prevalenti compiti operativi nella città, mentre l’organo regionale militare unitario era e restava iI CUMER. Uno dei principali compiti del Comando Piazza fu quello di creare comandi unici nelle zone e nei comuni della nostra provincia. Fra i primi a sorgere vi fu il Comando Piazza di Imola e poi quello di Medicina. Nostro compito fu di trovare ufficiali dell’esercito onesti, animati da spirito patriottico e disposti a collaborare con noi; dal nostro canto eravamo propensi ad offrir loro responsabilità e ben presto disponemmo di alcune decine di uomini di grado militare elevato, che vennero inseriti, quali consulenti militari, nei comandi di zona della città e nelle Brigate.

Costituendo un comando unico (Comando Piazza), inserendo nei comandi partigiani ufficiali dell’esercito delle più svariate provenienze e tendenze (il col. Bonini fu volontario della guerra civile spagnola e combattè con Franco contro la Repubblica, il col. Trevisani fu uno dei comandanti più in vista del 6° Reggimento Bersaglieri in terra di Russia) le nostre formazioni giunsero a rappresentare di fatto l’unità del popolo italiano.

Quale commissario politico del Comando Piazza, dovevo ora collegarmi a tutte le Brigate partigiane, di qualunque orientamento fossero, operanti nella nostra provincia, per consolidare l’unità politica del movimento ed aumentarne la combattività; dovevo mantenere stretti collegamenti con gli altri membri del Comando Piazza con i quali mi vedevo separatamente una o più volte la settimana, a seconda delle esigenze e della mutabilità della situazione; questi collegamenti a volte avevano luogo indirettamente tramite le due più fidate staffette che servivano da ufficiali di collegamento: mia moglie Giuseppina (Anita) e mia cugina Gina (Tito).

Spesso mi recavo nelle Brigate come rappresentante del CVL (Corpo Volontari della Libertà), espressione la più unitaria di tutta la Resistenza. Ad un sopralluogo che feci, i primi d’agosto, assieme a Sante Vincenzi, alla 36a Brigata Garibaldi, durante il quale mi recai a parlare in varie compagnie della Brigata stessa, notai che tutti i partecipanti portavano al collo un fazzoletto rosso; il giorno successivo, ad una riunione del Comando di Brigata, presi posizione contro questo fatto. Il comandante Bob (Luigi Tinti) taceva, ma in sostanza approvava quello che sosteneva il Moro (Guido Gualandi) e gli altri membri del Comando: “Noi combattiamo, siamo disposti a farci ammazzare per una società socialista, mentre voi della città avete messo acqua nel vino”. Il nostro caldo dialogo venne interrotto dalla voce di una staffetta che, ansimante, gridava: “I tedeschi hanno approfittato della nebbia, ci hanno sorpresi, hanno occupato parte del Monte Bastia, sparano con mortai, già ci sono dei feriti!”.

In pochi istanti questo gruppo di uomini modesti, provenienti dalla classe operaia, che rappresentavano il comando della Brigata, apparvero dei grandi generali. Elaborarono un piano che doveva sconfiggere il nemico. Decisero spostamenti di uomini, di reparti; ad ogni comando di compagnia gli ordini erano portati di corsa da uomini a cavallo, o anche a piedi, ordini eseguiti da combattenti abili e collaudati, ma numericamente insufficienti, a sostenere uno scontro frontale. Alla fine la battaglia della Bastia fu vinta e il nemico si ritirò, ma alla Brigata rimanevano poche munizioni.

Sante Vincenzi ed io proponemmo di partire per Bologna per chiedere che si effettuasse un lancio d’armi per la 36a Brigata. Attraversammo tutta la zona in cui aveva avuto luogo il giorno prima il combattimento, incontrammo una sola donna che ci disse che gli abitanti della zona erano stati portati via dai tedeschi poche ore prima e che lei sola si era salvata nascondendosi in un fossato. Sapevamo che forse uguale sorte sarebbe toccata anche noi, ma proseguimmo senza indugi: la Brigata aveva bisogno di armi e munizioni e dovevamo riuscire nel nostro piano e inoltre in città attendevano il nostro rientro Dario e Cristallo.

Ricordo che durante il breve periodo della mia visita nella 36a Brigata, incontrai molti giovani che, pur di idee diverse, erano animati della stessa fede: vi erano anche dei garibaldini liberali o libertari e ricordo che uno di questi, l’allora studente universitario Luciano Bergonzini, membro del comando, chiese l’iscrizione al partito comunista.

Il Comando Piazza si riunì varie volte, soprattutto in vista della fase finale della guerra che si pensava investisse Bologna nell’ottobre del 1944. Queste riunioni ebbero luogo in casa del compagno Brighetti, in via Falegnami, nella sede dei Salesiani in via Derna e nella sagrestia di San Domenico. In questi incontri si mise a punto un piano insurrezionale per la liberazione della città che prevedeva il graduale spostamento delle forze partigiane della montagna e delle SAP che operavano nei comuni della provincia verso le città e da ciò il difficile lavoro per trovare sedi adatte e per assicurare rifornimenti di armi e di viveri.

Giorgio Barnabà, allora direttore della Barbieri e Burzi, all’insaputa del titolare, mise a nostra disposizione gran parte dello stabilimento; così accadde ai Salesiani dove ci fu assicurata la possibilità di ospitare un cospicuo numero di uomini. Al titolare della Felsinea, in via Crociali 2 (un mio lontano parente), dissi che con ogni probabilità doveva abbandonare l’ambiente perchè ne avevo bisogno poiché anche in quel luogo era possibile collocare un numero considerevole di uomini.

Il piano insurrezionale fissava i punti nevralgici da occupare e le modalità generali per la liberazione del centro cittadino, per bloccare la ritirata dei tedeschi verso il nord. La decisione improvvisa degli alleati d’interrompere l’avanzata nell’autunno non ci permise di attuare il piano che avrebbe salvato la città da ulteriori distruzioni, evitato alla popolazione le sofferenze di un durissimo inverno e avrebbe anticipato la liberazione delle restanti parti del territorio nazionale. Il proclama del gen. Alexander, radiodiffuso il 13 novembre 1944, colpì duramente le nostre organizzazioni nella città e rese anche impossibile la permanenza nelle posizioni appenniniche della linea Gotica delle Brigate di montagna. Per uscire da questa situazione venne lasciata alla scelta delle singole formazioni la decisione se passare il fronte per unirsi alle armate alleate e all’esercito nazionale di liberazione, oppure se convergere nella città, con le dovute precauzioni. Va da sé che in entrambi i casi era difficilmente evitabile lo scontro frontale coi tedeschi che, grazie proprio al proclama Alexander, si erano potuti rinforzare.

Il rientro in città, come già l’operazione di convergenza sul centro decisa nell’ottobre, costò perdite sensibili, anche perché non era facile per un combattente della montagna adattarsi alle rigorosissime regole della clandestinità cittadina. Il nostro comando si trovò quindi di fronte ad una situazione assai complessa dovendo assicurare alle nuove forze la possibilità di sistemazione in basi, dovendo trovare altre basi in un momento molto difficile, senza tener conto del fatto che le varie basi dovevano essere collegate.

Le settimane, i mesi che seguirono furono durissimi. I tedeschi e i fascisti scatenarono la repressione e gli eccidi non si contano più. La città e la provincia furono martoriate, il terrore fu sparso in ogni quartiere. Interi comandi di Brigata, di battaglione, dirigenti di valore, combattenti di ogni età vennero arrestati, seviziati, impiccati, fucilati oppure deportati nei campi di sterminio in Germania. Remo, comandante della Brigata SAP Irma Bandiera, Walter Busi, del settore Mazzini, Bruno Tosarelli, del settore Murri-Castiglione, e tanti altri, subirono questa sorte. Essi erano fra i dirigenti politici e militari migliori, coi quali dirigevamo nella provincia la guerra partigiana. Subimmo duri colpi: le SS erano molto informate sui quadri militari e politici che organizzavano l’insurrezione. Ragioni cospirative ci suggerirono allora di rallentare i collegamenti, in particolare con gli ufficiali che utilizzavamo come consulenti militari.

Ebbero luogo centinaia di rastrellamenti, sia in città sia in provincia, che colpirono soprattutto gli uomini che operavano nelle SAP. Merita qui ricordare uno dei tanti rastrellamenti, quello di Amola, frazione di San Giovanni in Persiceto, in cui vi erano alcune decine di aderenti alle SAP che avevano operato in varie azioni. All’alba del 5 dicembre 1944 centinaia di tedeschi e repubblichini, armati a tutto punto, circondarono il villaggio. Dopo avere frugato, saccheggiato e rubato in ogni casa, strapparono all’affetto dei familiari decine di cittadini, di lavoratori che rinchiusero nella chiesa parrocchiale, trasformata in prigione e luogo di tortura. Da qui vennero trasferiti al teatro comunale di Sant’Agata, dove restarono chiusi tutto il giorno e la notte appresso. Poi alcuni furono inviati alle carceri di San Giovanni in Monte, altri in luoghi di tortura in via Santa Chiara e pochi furono rimessi in libertà.

Dopo nove giorni di indicibili torture, un primo gruppo di uomini aderenti al movimento delle SAP vennero portati sui colli di Paderno e qui assassinati. Alla vigilia di Natale un altro gruppo di rastrellati di Amola subì uguale sorte nello stesso posto, dalle stesse armi; i sopravissuti vennero portati a Bolzano e, assieme ad altri patrioti, stipati su carri bestiame, privi di aria, di luce, senza cibo e indumenti, viaggiarono giorni e notti per raggiungere nella Germania i campi di sterminio e di morte e da quei luoghi molti non tornarono più. Fra questi vorrei ricordare per tutti Giuseppe Fregni, operaio metallurgico, col quale lavorai nella stessa fabbrica, nello stesso reparto e che portai ad aderire al movimento antifascista fin dal 1942. Episodi come questo si ripeterono ad Argelato, a Funo ed in altre località. Ma la lotta insurrezionale contro gli invasori e i loro sicari doveva continuare e continuò.

Nel dicembre 1944, ad una riunione che si tenne al n. 4 di via Crociali, nella casa dei miei genitori ed alla quale parteciparono Alberganti, Barontini, Zarri ed io, si discusse della situazione e delle prospettive. Dal punto di vista militare si decise di operare a piccoli gruppi e anche individualmente, dopo avere ben studiato l’obiettivo da colpire. Oltre alle caserme, ai luoghi in cui si riunivano tedeschi e fascisti, fu riconosciuta l’esigenza di colpire le spie, in ispecie coloro che un tempo erano stati degli organizzati nelle SAP o nelle GAP che conoscevano uomini e cose del movimento patriottico. L’arresto, la tortura, la minaccia di essere fucilati e la lusinga di essere messi in libertà, portò alcuni uomini e donne della Resistenza a mettersi al servizio del nemico. Gli uni, appena scarcerati, cercarono il modo di farci sapere la loro debolezza, mentre altri si misero interamente contro di noi e fecero arrestare e fucilare decine di giovani che erano stati loro ex compagni di lotta. Fu proprio in questo periodo che si decise di procedere alla esecuzione di un dirigente della 7.a GAP che aveva accettato il compromesso con gli uomini della brigata nera. Ed in questa occasione si stilò un volantino che annunciava la sentenza e che venne diffuso fra le SAP, la GAP e la popolazione.

Questa situazione durò circa fino a metà gennaio 1945 ed in quei giorni si distinsero gli uomini di maggiore iniziativa e coraggio nella lotta armata e nella riorganizzazione. Fu un periodo difficile anche nei collegamenti e ricollegamenti e nella ricostituzione dei comandi, dimezzati o annientati, lavoro che portai avanti con i miei migliori collaboratori e coi dirigenti dei partiti politici del CLN della città e dei comuni della provincia.

A tale fine, nell’ultima decade di dicembre 1944 chiesi ai partiti politici, tramite i loro responsabili militari, eccetto il mio, al quale mi rivolsi direttamente in quanto membro della segreteria, di mettere a disposizione del lavoro militare un maggior numero di quadri qualificati, esperti nel lavoro clandestino. Ciò era necessario non solo per coprire i vuoti lasciati dai caduti e dagli arrestati, ma anche per prepararsi rapidamente in vista della insurrezione nazionale.

Fu così che la federazione comunista mise a disposizione dei comandi decine e decine dei suoi migliori uomini: fra questi Enrico Bonazzi, uscito dal carcere dopo dieci anni, al quale venne affidata la responsabilità di commissario politico del comando SAP, Agostino Ottani che aveva una notevole esperienza di lavoro clandestino, Ottavio Baffè uno dei più attivi dirigenti operai, Luciano Romagnoli e Spero Ghedini che si erano formati un notevole prestigio nella lotta alla testa dei contadini. Nel febbraio la nuova sede del comando SAP si stabilì nella casa di Sabatini, in via Gandolfi; qui lavorava in permanenza la staffetta Tito, che fungeva da segretaria.

Ai primi di febbraio l’attività militare dei combattenti della libertà riprese con intensità nell’intera nostra provincia, avendo a disposizione oltre 4000 uomini divisi in nove Brigate. Alla fine del marzo 1945, alla vigilia dell’offensiva, il Comando Piazza si trasformò — come ho già detto all’inizio — in comando della Divisione Bologna, con l’inclusione del dott. Aldo Cucchi (Jacopo), del capitano Carlo Zanotti ed altri. Il comando di Divisione riuniva le nove Brigate partigiane della provincia di Bologna e aveva il compito, oltre all’attuazione di un piano insurrezionale, di realizzare l’unità operativa con gli alleati per la liberazione della restante parte dell’Italia. Nel comando di Divisione io ebbi — come ho detto — la responsabilità di commissario politico e di comandante delle Brigate SAP, pienamente inquadrate nell’attività operativa della Divisione Bologna.

Il 14 aprile mi incontrai con Dario e Sante Vincenzi. Si decise di dare una sede nel centro della città al comando di Divisione e, non trovando di meglio essendo un luogo troppo esposto e controllato dalla polizia, prendemmo sede in piazza del Governo, ora piazza Roosevelt. Il giorno 15, appena mezz’ora dopo che avevo preso sede, entrò nell’appartamento la brigata nera che arrestò Tito mentre stava battendo a macchina una lettera che avevo stilato pochi minuti prima per i comandi delle Brigate SAP, in cui si davano disposizioni per entrare in città con uomini ed armi. La brigata nera ed i tedeschi bloccarono una vasta zona del centro cittadino: a tutti chiesero i documenti, poi setacciarono corridoi e scale. Credevano di arrestare i responsabili della organizzazione clandestina, ma i nostri servizi d’informazione funzionarono; mentre rientravo in centro, una staffetta mi fermò e mi disse che stavano cercando proprio me. Dopo due giorni prendemmo sede in via Mezzofanti, in casa del dott. Medici. Qui si riunì il comando di Divisione, alla presenza di Dario.

Questa abitazione divenne per alcuni giorni, fino alla liberazione, la sede del comando stesso. Il lavoro di avvicinamento alla città delle forze partigiane, operanti in provincia si attuò secondo un piano elaborato tra il comando SAP ed i singoli comandi di Brigata, visto ed approvato dallo stesso comandante della Divisione, col. Trevisani; ragioni cospirative non ci permettevano di sottoporre anche questioni di una certa importanza a tutto il comando di Divisione. Fra i vari incontri con i comandi di Brigata SAP voglio qui ricordare la riunione del comando della Brigata Matteotti di pianura tenuta in casa della mamma di Bruno Marchesi di Medicina, il giorno 17 aprile. Erano presenti Marchesi, Baffè e altri dirigenti e ricordo che si discusse delle misure da prendere per l’insurrezione. Per le questioni riguardanti il battaglione della Matteotti, che operava a Molinella, mi incontrai a parte con il comandante Lampo (Anselmo Martoni) e con Falco (Alfredo Calzolari). Con Bentivogli avevo discusso prima circa l’opportunità che un certo numero di forze partigiane rimanesse in luogo, sia per difendere la popolazione dai tedeschi, sia per la difesa degli argini che proteggevano le terre bonificate. Quando tutto sembrava essere risolto (inquadramento, avvicinamento, recapiti, depositi, collegamenti, obiettivi del piano) per dare un colpo decisivo alle forze nazifasciste e per proseguire il combattimento al fianco degli eserciti alleati fino alla liberazione completa di tutta l’Italia del nord, con migliaia di combattenti che non chiedevano altro, successe un fatto grave che paralizzò in parte l’attacco insurrezionale: l’aiutante di stato maggiore del CUMER, Sante Vincenzi, che doveva comunicarci la parola d’ordine per l’insurrezione e che attendemmo fino all’alba del 21 aprile alla sede del comando di Divisione, con il comando stesso al completo, non arrivò. I fascisti e i tedeschi l’arrestarono la sera del 20 aprile, assieme a Bentivogli, dopo pochi minuti che ci eravamo lasciati da una riunione tenuta nei pressi di viale Dante. Prima di lasciarmi mi disse: “Mi raccomando, Giacomino, di tenervi pronti perchè può essere un problema di alcuni giorni, come può essere un problema di ore”.

La mancata parola d’ordine, che doveva giungere verso le ore 21 del giorno 20 aprile al comando di Divisione, impedì di attuare in tutti i suoi aspetti il piano insurrezionale che venne portato avanti con ore di ritardo e questo a vantaggio del nemico in ritirata e di quegli uomini che, in Italia e altrove, si adoperavano per ostacolare il movimento insurrezionale e la liberazione delle città da parte dei cittadini stessi.

Ed ora, a conclusione della mia testimonianza, ancora una precisazione di ordine critico, con riguardo ad un avvenimento importante svoltosi dopo il 25 aprile, a conclusione della guerra di liberazione. Molti dei peggiori criminali che avevano torturato, assassinato centinaia di combattenti, terrorizzato la popolazione della nostra provincia, erano fuggiti al nord, credendo ancora nella protezione dei tedeschi. Io ebbi l’esatto indirizzo in Brescia, dove erano nascosti gruppi di fascisti.

Mi recai dall’amico Trauzzi, Questore della liberazione, al quale chiesi un automezzo per recarmi a Brescia ad arrestare costoro: Trauzzi mi rispose che non disponeva di alcun mezzo. Cercai altrove e trovai un’auto Topolino e con un agente della Questura di Bologna mi recai nella città lombarda. Qui, alle 2 del mattino, feci circondare con uomini messi a mia disposizione dal comando delle Brigate Garibaldi, la zona del palazzo indicato.

Finalmente anche noi potevamo fare un rastrellamento in un palazzo abitato da assassini. Alcuni riuscirono a sfuggire (Serrantini, Ambrosi, di cui arrestammo solo l’amante). Fra i venti arrestati vi erano due grossi nomi: Monti e Tartarotti, che interrogai nell’ufficio alla presenza del Questore di Brescia. Uno solo di questi criminali, e cioè il Tartarotti, fu condannato a morte e la condanna fu eseguita con fucilazione alla schiena. Gli altri, pian piano, uno alla volta, ritornarono in circolazione, collaborando con le forze della restaurazione capitalistica alla campagna di denigrazione della Resistenza scatenata nei mesi immediatamente successivi alla liberazione per svuotare la nuova democrazia dei suoi contenuti innovatori.

Vorrei concludere (e non per una sorta di vanità personale, ma proprio per offrire l’esempio di una realtà storica negativa e della condizione deprecabile di tutto un costume) ricordando la seduta conclusiva del mio processo (gennaio 1936). Quando il presidente del Tribunale speciale chiese clemenza nei mei confronti per la mia giovane età, quasi fossi un elemento traviato da recuperare da fare rientrare nell’ordine ufficiale e poi, rivolgendosi direttamente a me, disse: “Dichiara di essere pentito di quello che hai fatto”, ricordo che risposi: “A 18 anni non si può essere un comunista”. E dopo una pausa aggiunsi: “Negli anni di carcere che voi mi darete farò tutto il possibile per diventare un buon comunista”. Questa risposta invece di clemenza mi fece ottenere otto anni di carcere e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ma la dignità di uomo e di rivoluzionario in me si rafforzò, soprattutto con lo studio e la vita politica e culturale del carcerato politico prima e successivamente nel lavoro clandestino e nel corso della guerra di liberazione, a fianco dei compagni che nella lotta conquistarono dignità non solo per se stessi, ma per il popolo italiano nel suo insieme.

Le persone che più mi furono vicine durante la lotta per la libertà furono la mia compagna, i miei genitori e i miei fratelli Gianni e Vincenzo. Ricordo Gianni, operaio, primo dirigente del  Fronte della gioventù della provincia di Bologna, poi al centronord, a Milano, nella segreteria nazionale del Fronte dove lavorò con Curiel.

Venne arrestato, torturato, poi portato nel lager di Buchenwald, e qui ucciso due giorni prima della liberazione, nel corso di una marcia di annientamento. E Vincenzo, operaio, responsabile delle tipografie e della diffusione della stampa clandestina della provincia di Bologna. La mia compagna Giuseppina (Anita), sempre presente in tutto il pericoloso e difficile lavoro del periodo dell’organizzazione e della lotta partigiana; la sua funzione di ufficiale di collegamento tra gli organi regionali militari e politici e i comandi SAP e di Divisione fu interrotta solo per pochi giorni per la nascita di nostro figlio Mauro; e mia cugina Gina (Tito) preziosa staffetta del nostro comando. Voglio ricordare inoltre: Ermanno Galeotti, uno dei partigiani che partecipò alla eliminazione del federale fascista Facchini, che fu fra i primi SAP della nostra città e che in seguito assegnai alla 7a Brigata GAP; fu ucciso mentre effettuava un trasporto di armi su di un camioncino.

Ricordo la famiglia Melega, e di essa i figli e particolarmente Mario, primo comandante delle SAP di Castel Maggiore, poi responsabile del lavoro militare e comandante delle SAP di Medicina, ucciso in piazza alla testa di dimostranti; suo fratello minore, combattente della 7a Brigata GAP, morto combattendo; Giuseppe, infine, uno dei più capaci dirigenti delle SAP, deceduto poco dopo la liberazione a seguito di malattia contratta nel corso della lotta partigiana. Le famiglie Azzaroni, Cinti e Guernelli, che misero tutto a nostra disposizione: la famiglia Guernelli che venne quasi distrutta da un rastrellamento, in uno scontro armato coi tedeschi e fascisti; tutto perdettero: la casa contadina e i beni che furono bruciati. Ricordo la capacità, la fermezza, la forza educativa di Giuseppe Alberganti, responsabile del Triumvirato insurrezionale Emilia-Romagna; ricordo Dario (Ilio Barontini) che si era formato come dirigente partigiano nella guerriglia in Africa e che era stato uno dei più validi capi militari dell’esercito popolare spagnolo e delle Brigate internazionali; era un operaio e ricordo che gli ufficiali dell’esercito lo ascoltavano come un maestro di strategia e di tattica militare. Ciò che caratterizzava la condotta di Dario, e per questo, a mio avviso, a volte si allontanava da un’impostazione rivoluzionaria di massa, era la sua continua insistenza per rafforzare la GAP in quanto riteneva che l’apporto dei GAP fosse più importante del movimento di massa. Alberganti e Barontini, così diversi fra loro, erano non solo dei dirigenti politici e militari di primo piano, ma anche degli educatori e al loro fianco noi giovani sentivamo il fascino di una lotta rivoluzionaria liberatrice innanzitutto delle nostre coscienze. Perchè tale, nella realtà più intima, fu la Resistenza: un moto di coscienza, di rinnovamento morale e umano del nostro paese, dell’umanità intera.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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