Oscar Scaglietti un medico al servizio della Resistenza


Nasce il 24 novembre 1906 a S. Josè (Costarica). Direttore del Centro ortopedico militare V. Putti di Bologna. Su incarico di Gianguido Borghese – nella sua veste di commissario politico del CUMER – accolse e curò al Putti numerosi partigiani feriti. Furono decine i patrioti ricoverati sotto falso nome e assistiti. Altri, che erano stati catturati dai nazifascisti e trasportati al Putti per essere medicati e curati, in attesa della sentenza, furono aiutati a evadere.

Più di una volta fu accusato dalle brigate nere di accogliere partigiani e prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento. Il 29 novembre 1944 le SS tedesche circondarono il Putti e lo perquisirono dalle cantine ai tetti, senza trovare i partigiani feriti.

Fu tratto in arresto e trasferito al comando di via S. Chiara, insieme a quattro giovani fermati nelle corsie, e sottoposto a un lungo interrogatorio.

Non avendo accertato nulla di irregolare, le SS lo liberarono il giorno dopo. Riprese il suo posto al Putti e proseguì l’attività di assistenza ai partigiani feriti.

La sua testimonianza

Nel novembre 1940, appena inziata la guerra di Grecia, cominciarono ad affluire nelle colonie della riviera adriatica, già destinate ai bambini, i primi soldati congelati o feriti. I congelati superavano di gran lunga i feriti e la Sanità militare di Bologna si trovò immediatamente nella necessità di dover provvedere al ricovero e alla cura degli stessi. Il problema si presentò subito di una gravita eccezionale, soprattutto per la mancanza di una corrispondente attrezzatura di assistenza.

Io fui chiamato dall’allora direttore sanitario, generale Bruni, come consulente, con l’incarico di visitare queste colonie trasformate in ospedali e dare gli opportuni suggerimenti e consigli ai direttori chirurghi delle varie unità. Mi trovai subito nella impossibilità di poter eseguire un qualsiasi soccorso in loco per l’insufficiente attrezzatura e per l’impreparazione chirurgica dei medici che dirigevano queste unità, o anche per la mancanza di elementi di soccorso che si devono applicare in questi casi, come trasfusioni di sangue, di siero, ecc.

Dopo quattro giorni, una parte dei soldati congelati e feriti fu inviata all’Ospedale Militare di Bologna e al Reparto Militare dell’Istituto Rizzoli; ma io mi resi conto che, o si provvedeva d’urgenza alla costituzione di una unità specializzata per l’assistenza di questo enorme numero di feriti provenienti dai campi di battaglia, oppure restava l’impossibilità assoluta di portare in loco qualsiasi assistenza. Di ciò parlai al generale Bruni e aggiunsi che ai congelati agli arti inferiori occorreva anche, dopo l’eventuale amputazione, un trattamento fisioterapico e protesico e proposi al generale Bruni di costituire a Bologna un Centro specializzato ed idoneo allo scopo.

La proposta fu subito accettata e l’organizzazione di questo Centro procedette rapidamente, tanto che il 27 aprile 1941 l’unità potè essere inaugurata nella sede del Seminario Arcivescovile, nelle immediate vicinanze del  Rizzoli , avendo così anche la possibilità di avere a disposizione l’officina ortopedica del  Rizzoli  per le necessarie protesi agli amputati.

Il  Centro  entrò subito in funzione e si raggiunsero subito le seicento unità ricoverate e rapidamente si provvide alla sistemazione chirurgica dei feriti, traumatizzati e congelati. Dopo le iniziali difficoltà organizzative le cose migliorarono, poiché la Sanità militare si prodigò in modo davvero eccellente tanto che in pochi mesi avemmo a disposizione un centro chirurgico completamente attrezzato. Il numero dei feriti fu continuo ed ininterrotto, tanto che si dovette provvedere ad aprire una Sezione nelle Scuole Carducci dove mandare i feriti nella fase intercorrente fra il periodo di cura e quello di attesa. Dal successo del  Putti  la Sanità trasse motivo per organizzare centri analoghi in altre regioni; sorsero così il Centro Mutilati di Roma, il Centro Mutilati di Milano che avevano le stesse funzioni e lo stesso tipo di organizzazione.

Nel luglio 1943 il Putti risentì dello sbandamento che avvenne nell’esercito in generale, e la situazione risultò aggravata anche dal fatto che in quel periodo giunsero notevoli contingenti di feriti dal fronte russo. L’8 settembre 1943 io rimasi con gli ufficiali medici e con quattro o cinque soldati di sanità a disposizione: tutti gli altri, nella notte, se ne erano andati per raggiungere le famiglie. La situazione si presentò quindi gravissima, anche perché bisognava provvedere subito ad assicurare almeno, oltre alla normale assistenza, anche l’alimentazione ai più di 700 feriti che erano in quel momento ricoverati al  Centro.

Il problema del personale fu risolto con l’afflusso di molti soldati sbandati che, di fronte al pericolo di essere presi dai tedeschi ed inviati nei campi di concentramento, vennero al Putti chiedendo lavoro e rifugio. Si fece in loro favore tutto quello che fu possibile fare, data l’enorme confusione: una parte di questi soldati, che ormai non avevano più speranza di raggiungere le famiglie, fu assunta come personale di servizio, un’altra parte, specie soldati che avevano le famiglie al nord, vennero aiutati, rifocillati e avviati al loro destino.

Dopo sole 24 ore venne un ufficiale tedesco della Sanità, con l’intenzione di occupare l’ospedale e trattenere tutti i dipendenti in servizio all’interno del Centro, come dipendenti dalle forze armate tedesche. Io risposi chiaramente così: come italiano io resto qui fino a quando c’è un ferito italiano ricoverato e, sempre come italiano, non accetto di essere alle dipendenze delle forze militari tedesche. Se volete — dissi — che resti in vita l’ospedale dovete cambiare le condizioni. La trattativa si concluse con la richiesta dei tedeschi di aprire un piccolo reparto per i traumatizzati della strada e per feriti in transito per la Germania e anche con la richiesta di assistenza, cosa che noi non rifiutammo. Da parte loro, in più, l’impegno di fornire il vitto per tutti i ricoverati, che così non vennero abbandonati. Così fu fatto.

Quando fu costituita la Repubblica sociale italiana nulla cambiò, anche perché i fascisti non avevano nessuna autonomia rispetto ai tedeschi. L’unica cosa che fecero fu quella di pagare gli stipendi al personale. In quel momento cominciò da parte nostra un’altra attività, assai più rischiosa, consistente nel dare soccorso ed assistenza agli italiani che erano perseguitati o ricercati dai tedeschi, o dai fascisti, o che già militavano attivamente nella Resistenza. Fu fatta un’infinità di apparecchi gessati a persone sane per metterle in condizioni di non essere fermate e ad altri, ufficiali e soldati già fermati dai tedeschi e inviati a noi per accertamenti di affezioni mediche che noi naturalmente affermavamo positive e anche a questi applicavamo dei busti e poi veniva concessa la licenza di convalescenza e così potevano andarsene. Si noti anche che già allora vi erano nel nostro reparto dei feriti canadesi e inglesi, che cercammo di sottrarre all’osservazione tedesca. Alcuni, non appena in grado di andarsene, furono fatti fuggire; altri, i più gravi, purtroppo, furono identificati e non potemmo evitare la loro individuazione da parte tedesca.

La mia posizione era ormai troppo scoperta, all’ospedale e nella città, perché io potessi aderire esplicitamente alla Resistenza. Inoltre io non potevo certo fidarmi dei tanti elementi raccogliticci che erano affluiti al Centro. Perciò, durante tutto il periodo dell’occupazione tedesca, io non ho mai avuto rapporti con elementi della Resistenza interni all’ospedale, se non con persone che ritenevo fidate, e cioè alcuni ufficiali e qualche sergente. Ebbi però subito contatti con elementi dirigenti della Resistenza bolognese esterni all’ospedale e particolarmente con l’ing. Gianguido Borghese, che era commissario del CUMER, e dirigenti socialisti qualificati.

Naturalmente non ebbi alcuna difficoltà ad accettare le proposte di fare il possibile per il soccorso ai cittadini e anche a feriti partigiani che potessero essere avviati al Putti. I partigiani ci chiesero le armi che erano nel nostro deposito ed io risposi che, personalmente, come medico, non avrei direttamente favorito la cosa se non ignorando che le armi potevano scomparire a seguito di una azione congiunta fra partigiani esterni ed interni all’ospedale.

La mia posizione fu compresa e iniziò il trafugamento delle armi dal magazzino. Naturalmente noi eravamo obbligati a tenere un registro delle armi che entravano e in quel momento ne entravano molte, depositate specie dai feriti che venivano da Anzio. Certo che il registro doveva contenere delle registrazioni approssimate, ma la cosa ci andò bene, sebbene che, in certi periodi, uscissero dal magazzino, diretti ai partigiani, notevoli quantitativi di armi e munizioni.

Naturalmente, con l’aggravarsi della situazione, i controlli aumentarono e aumentò anche la sorveglianza. Tuttavia, anche in queste condizioni, riuscimmo a soddisfare le richieste del Comitato di Liberazione. In genere le richieste riguardavano consegne di sieri, garze, bende, alcool, materiale sanitario vario e spesso eravamo noi stessi che portavamo il materiale nelle sedi occupate dai partigiani. All’appuntamento nel luogo convenuto avveniva la consegna e la presa in carico del materiale richiesto. Queste consegne le facevamo con dei vecchi camions 18 BL della guerra 1915-18 a carbonella, e il servizio era svolto da una squadra di trenta ragazzi che erano tutti studenti in medicina, scappati dalla Divisione fascista Monterosa, che figuravano nei servizi presso l’Ospedale.

Avemmo, sempre dal CLN, l’incarico di immagazzinare il più grande quantitativo di viveri possibile in vista di una crisi alimentare nella città e riuscimmo anche a costituire un’azienda agricola, con una stalla con 40 mucche, con allevamento di maiali, magazzini di patate, cipolle, più di 1.000 quintali di farina. C’era un forno per la cottura del pane, avevamo montato un distillatore d’alcool utilizzando i residui della melassa della barbabietola dello zuccherificio di Bologna.

Creammo anche un grande deposito sotterraneo di acqua, costruimmo un impianto elettrogeno per assicurare la corrente elettrica all’unità ospedaliera e tutto ciò veniva naturalmente fatto di nascosto ai tedeschi.

Ogni giorno però accadevano episodi che ci potevano mettere in allarme.

Visite di ufficiali superiori, denuncie anonime che giungevano ai comandi tedeschi sulle nostre attività clandestine, quindi indagini sia fasciste che tedesche: però, in complesso, andò bene. La mia posizione restava tuttavia coperta sufficientemente, al punto che io potevo firmare delle licenze e dei permessi, regolarmente vistati dai tedeschi, anche per partigiani che andavano e venivano per la loro missione, d’accordo col CLN.

Un giorno mi fu portato, sotto rigida scorta, un ufficiale inglese, il visconte di Lascelles, cugino del Re d’Inghilterra, che aveva riportato delle ferite superficiali e che restò da noi circa dieci giorni. Il CLN, informato del fatto, pensò di farlo evadere, cosa che io ritenni impossibile, data la strettissima sorveglianza cui era sottoposto. Poi venne di nuovo trasferito e non so dove.

Altri feriti alleati furono inviati al  Putti  e noi cercammo di fare il possibile per loro. Vennero anche, sotto scorta armata, dei partigiani feriti in attesa del processo e della fucilazione. Due riuscimmo a farli evadere, corrompendo le guardie di sorveglianza. Tutto ciò accrebbe i sospetti verso il Putti.

La mattina del 29 novembre, alle ore 6, l’Ospedale fu accerchiato da una Brigata di SS e da una di camicie nere. L’enorme apparato di forze era dovuto al fatto che ai tedeschi era stato detto che al Putti avrebbero trovato una forte resistenza armata. Non è neanche il caso di dire che la cosa apparve subito assurda, eccessiva. Era ovvio che non avrei mai permesso che l’ospedale si fosse trasformato in un luogo di combattimento. Piazzarono le mitragliatrici ovunque, fecero salire dei soldati sugli alberi per controllare le finestre e poi eseguirono l’invasione dell’ospedale, una invasione completissima. Davanti ad ogni camera dei malati c’era un soldato armato.

Sempre alle 6 del mattino io fui svegliato da un maggiore delle SS e  invitato  a seguirlo. Frattanto, dentro all’ospedale, un gruppo di medici al servizio dei tedeschi aprì un centinaio di apparecchi gessati per constatare se si trattava di feriti reali o di casi simulati. L’ospedale fu perquisito per sei ore. Non scoprirono i depositi clandestini, videro solo quello di farina, ma potei giustificarlo con le esigenze di alimentazione interna. Anche nel magazzino di armi la cosa passò. Trovarono solo, di irregolari, due vecchi contadini e due nostri soldati che erano stati indicati come partigiani. Verso mezzogiorno i due contadini, i due soldati ed io fummo portati al comando delle SS in via Santa Chiara. Dopo circa un’ora io fui sottoposto ad interrogatorio, prima da parte di due marescialli e poi di un capitano tedesco.

L’interrogatorio si svolgeva in tedesco e a me servì per non comprendere quello che mi domandavano e per pensare a quello che dovevo rispondere. Durò circa fino alle otto della sera, poi dopo una breve sosta per mangiare, continuò fino alle due di notte. Davanti avevano un mucchio di carte scritte e io dovevo rispondere a tutte le contestazioni. Le contestazioni erano esatte all’80 per cento e quando fui alla fine mi fu chiesto di giurare fedeltà alla RSI e di aver detto la verità. Io non ebbi difficoltà a fare l’una e l’altra cosa, tanto era nulla la costituzione della Repubblica sociale. Alla fine il capitano mi fece vedere un passo di lettera anonima ed ebbe apprezzamenti negativi per il metodo della denuncia anonima. Chiesi notizia degli altri quattro, fermati con me. Mi fu detto che i contadini erano stati liberati, mentre i soldati erano ancora sotto interrogatorio, che durò oltre 24 ore durante le quali furono seviziati, ma però seppero resistere e poi si salvarono.

Ma i sospetti continuarono e la vita al Putti divenne sempre più difficile.

Alcune denuncie, del resto, erano specifiche; in esse si diceva, ad esempio: al Putti è stato ricoverato il partigiano tale, ferito in combattimento nel tal luogo , e spesso venivano fatti dei controlli specifici. Ricordo che una volta venne un ufficiale con quattro soldati accompagnati da una ragazza (probabilmente la Vienna n.d.r.) la quale girò l’ospedale e, freddamente, di fronte a tre ricoverati feriti, li identificò come partigiani indicandoli a dito. I tre poveretti furono prelevati, ma fortunosamente si salvarono durante un trasferimento da un ospedale all’altro. Altre volte siamo invece riusciti a sottrarre, appena in tempo, dei ricercati all’identificazione dei fascisti.

Ricordo che una volta, nel novembre 1944, ricoverammo un partigiano ferito a un polmone nel combattimento di Porta Lame e alle sei c’erano già i repubblichini a cercarlo. Ma in tempo riuscimmo a caricarlo, insieme a un altro, sulle biciclette dei nostri piantoni e a sottrarli così all’arresto.

Poi venne effettuato un tentativo di inserire nell’ospedale un confidente dei tedeschi come falso partigiano, al fine di accertamenti diretti sull’attività interna. Arrivò una mattina un’ambulanza tedesca con un  partigiano  catturato mentre tentava di far saltare un ponte e aveva una lieve ferita al piede.

Era amputato di un braccio e ricordo che si chiamava Nitti. Venne ricoverato e subito cominciò a dire di essere un partigiano, diceva di sapere che al Putti i partigiani potevano stare tranquilli, fuori da ogni pericolo e discorsi del genere. La cosa mi fu riferita e io provvidi a far ricoverare uno dei miei sergenti più fidati accanto al suo letto per avere notizie. Seppi così che suo scopo era quello di avere notizie. Diceva, ad esempio: Io so che il vostro colonnello fa parte del Comitato di Liberazione  ecc.

Una notte venni svegliato alle tre del mattino da un mio ufficiale, quello che era di turno all’ascolto della radio alleata. Aveva raccolto la segnalazione che un tal Nitti, amputato di un braccio, aveva passato le linee con scopi sospetti; si diceva che era al servizio dei tedeschi e si avvertivano i partigiani della necessità di eliminarlo come spia e anche perché a Firenze aveva compiuto degli atti di ferocia.

La mia posizione era complessa. Proclamandosi il Nitti, partigiano, non potevo non denunciarlo ai fascisti; chiesi consiglio all’amico Borghese, che incontravo circa una volta alla settimana per i necessari contatti col CLN e concordammo che io avrei chiamato il Nitti nel mio studio, mentre Borghese dall’uscio accanto poteva ascoltare il colloquio. Così avvenne. Appena entrato si presentò come colonnello partigiano, disse che aveva voluto venire al Putti perché era nota l’assistenza che al  Putti  si dava ai partigiani essendo il Putti una unità partigiana organizzata e continuò così.

Io lo smentii subito, risposi, in modo distaccato, che si era sbagliato, che l’ospedale era al servizio dei tedeschi e feci cenno ad una possibile denuncia.

Se ne andò e entrò Borghese e decidemmo di sentire il CLN, anche tramite la figlia di Verenin Grazia che faceva i collegamenti. Poi chiamai il capitano Noci, della RSI, gli raccontai il fatto. Noci apprezzò il mio gesto e poi venne con un’autoambulanza e lo portò al S. Orsola in una camera separata, con trattamento speciale, fino alla liberazione. Il giorno della liberazione venne da me un operaio del Rizzoli, avvertendomi che una squadra di partigiani, comandata da un certo Nitti, si era insediata nell’officina del Rizzoli e m’informava che il Nitti andava dicendo che il primo da far fuori era il prof. Scaglietti. Andai da Borghese; mi mandò da Barontini, comandante della Resistenza emiliana.

Barontini mi accolse cordialmente e mentre parlavamo notai che nella stanza c’erano anche due partigiani in divisa. Gli dissi il fatto e appena pronunciato il nome di Nitri i due all’angolo scattarono e mi chiesero di ripetere dov’era il Nitti. Non finii nemmeno di parlare che uno disse: Quello è un assassino! Deve essere eliminato. È un repubblichino che ha fatto delle stragi e sono mesi che lo cerchiamo.

Me ne andai e appena al Putti vidi il Nitti fra i partigiani che l’avevano catturato. Mi chiesero di effettuare il riconoscimento ed io li pregai di risparmiarmi la cosa. Fu riconosciuto da tutti e poi sapemmo che nella stessa giornata fu giustiziato fra le rovine dell’Ospedale Maggiore.

Nei miei contatti col CLN spesso riferivo notizie che potevo raccogliere nei contatti coi tedeschi, notizie non militari, ma che riguardavano la vita della città. Riuscii ad avere, fra l’altro, notizie del giorno in cui avrebbero fatto la retata degli ebrei e subito informai della cosa la comunità ebraica e molti ebrei poterono salvarsi in tempo. L’informazione potei darla con rapidità tramite un mio fornitore, il sig. Tonioni, che era dipendente della ditta Zabban i cui proprietari erano israeliti.

A un certo momento il CLN ritenne che la mia posizione cominciasse ad essere troppo scoperta e già, sia pure sommariamente, identificata e per tre volte fui invitato dal CLN ad allontanarmi con la mia famiglia con l’offerta di tutte le possibilità di appoggio poiché la mia vita era in pericolo ed ero stato incluso fra gli ostaggi della città e si dice anche che il mio nome figurasse nella lista Jacchia. Io non accettai; risposi che, anche se la liberazione si avvicinava, io non avrei abbandonato l’ospedale.

Ricordo che alcuni mesi prima (mi sembra nel novembre 1944), furono i tedeschi che mi chiesero di mettermi a disposizione della Sanità militare tedesca proponendo il trasferimento mio e della mia famiglia al nord, in quanto Bologna era ormai considerata zona di combattimento. Mi chiamarono al comando militare tedesco dove trovai alcuni ufficiali e fra essi il comandante della Sanità e da loro ebbi la proposta in termini davvero non piacevoli, poiché mi dissero chiaramente che, se non avessi accettato, la mia famiglia poteva incorrere in pericoli, facendomi capire che i pericoli li avrebbero provocati loro. Io allora mi ricordai del caso di un famoso chirurgo tedesco, Wachsmuth, che pur di non abbandonare l’unità sanitaria a lui affidata in Belgio, si era fatto catturare dagli alleati. Ebbi buon gioco a ricordare questo episodio. Dissi che era mio dovere comportarmi come lui e cioè restare nel mio posto fino a che vi fosse un ferito da assistere nell’ospedale. E così non insistettero.

Ricordo anche che un giorno furono fornite prove ai tedeschi che un ufficiale medico del Putti, da me dipendente, aveva fornito armi ai partigiani e vennero improvvisamente alle undici di sera per arrestarlo: la nostra organizzazione di sorveglianza, che funzionava regolarmente in qualsiasi ora, e che era collocata nella portineria, all’ingresso del Seminario, riuscì a preavvertirci dell’arrivo di un camioncino di brigate nere. Capimmo subito che il tenente Marega, sospettato del traffico d’armi, era in difficoltà; infatti, il capitano Noci si presentò e chiese subito di Marega. Io presi la via più lunga, quella delle scale e lasciai libero l’ascensore in modo da dare a Marega, già avvertito, il tempo di fuggire e infatti egli scese in ascensore e quando il Noci arrivò in cima, non v’era più nessuno.

Un’altra volta accadde che tre partigiani furono arrestati e fu impossibile evitarne l’identificazione e uno di questi, mi sembra lo chiamassero il Diavolo, durante l’interrogatorio parlò e disse che le armi al Putti gli venivano fornite da un portiere e da un infermiere. Il pomeriggio il Putti fu di nuovo circondato dalle brigate nere: riunirono tutto il personale e questo partigiano fu chiamato ad identificare le due persone. Uno dei due non era presente; il secondo capì, vedendo il partigiano, che era lui che si stava ricercando, riuscì a scappare nel giardino e poi andò nella mia casa di campagna, si mise sotto il mio letto, vi restò fino al termine dell’ispezione e poi si nascose in una casa del centro e noi continuammo ad aiutarlo con viveri e denaro.

Uno dei momenti più difficili per il  Putti  venne quando, il 20 novembre 1944, le autorità repubblichine decisero di trasferire l’ospedale al nord, senza indicarci nemmeno la località. Io risposi, telefonicamente, al generale che mi aveva comunicato l’ordine, che non mi sarei mosso, che i feriti non potevano, né volevano essere trasferiti. Mi rispose che il mio atteggiamento era assurdo, che l’ordine veniva da Oraziani e dopo dieci minuti si presentò il generale comandante repubblichino. Riprendemmo il colloquio. Io dissi che non bastava dare un ordine, bisognava capire cosa voleva dire trasportare 150 feriti, il personale e le attrezzature. Dissi che i feriti non volevano andarsene, e, d’altra parte, non tutti erano facilmente trasportabili, che il personale sarebbe scappato e poi che non c’erano i mezzi. Conclusi dicendo che non ero in grado di eseguire l’ordine. Mi rispose che ero passibile di fucilazione per mancanza di esecuzione di un ordine. Io risposi che poteva benissimo mettermi al muro, ma io non potevo lottare personalmente con ogni ferito per caricarlo sull’ambulanza, supposto che vi fossero ambulanze. E insistetti: l’unità non si trasferisce.

Protestò e allora io dissi: Va bene, lei domani mandi su 200 camicie nere con l’incarico di trasportare i 150 feriti al nord. Naturalmente riconobbe che la cosa era assurda e allora io chiesi da chi fosse venuto l’ordine e mi disse che la cosa era stata decisa dal comando repubblichino di Maderno, cioè dal col. Borsi (o Corsi, non ricordo esattamente il nome). Poi aggiunse che l’ordine era firmato da Graziani e che quindi non poteva che eseguirlo. Io allora chiesi il permesso di andare al comando generale per spiegare le difficoltà del trasferimento. Ci ripensò poi mi fece sapere che potevo andare a Maderno, prendendo però con me il colonnello direttore di Sanità. Naturalmente, non è neanche il caso di dirlo, il mio piano era ben diverso.

Partimmo verso le 6 di sera del 21 novembre con una  Ballila , io e l’autista davanti e il colonnello, la moglie e il cagnolino di dietro. A Castelfranco Emilia prendemmo il primo mitragliamento e alle 10 eravamo al Po. La situazione era difficilissima: c’erano lunghe colonne di automezzi che attendevano di passare sull’unico ponticello di barche e ogni dieci minuti v’era una incursione aerea alleata. Comunque andò bene e arrivammo a Brescia incolumi. Pernottammo all’ospedale militare di Brescia, dove giungemmo alle due di notte. Prima di salire nella stanza dissi all’autista di stare sveglio e pronto e infatti, alle tre, discesi, salii in macchina e piantai lì il colonnello, la moglie e il cane e mi avviai da solo verso Maderno.

Mi fermai a Ponte sul Mincio, dove si trovava un mio vecchio ferito, il comandante Balisti, già comandante dei giovani fascisti in Eritrea, il quale era molto dentro alle cose fasciste. Lo svegliai alle 4 del mattino, gli spiegai la cosa e gli dissi che volevo parlare con Mussolini poiché questo era l’unico modo per ottenere un contrordine. Da Ponte sul Mincio andammo allora a Gardone e qui ci incontrammo con l’architetto Maroni, quello del Vittoriale, il quale aveva continui contatti col duce. Ci disse che Mussolini era da due giorni assente per un attacco di ulcera gastrica, però nella giornata certamente sarebbe tornato perché era stato convocato il Consiglio dei Ministri.

Erano circa le 8 e il Consiglio era stato convocato per le 14. Disse che avremmo preso contatto col capo dell’Ufficio Stampa per vedere cosa si poteva fare. Andammo, spiegammo le cose e ottenuto un lasciapassare per Maderno dove arrivai dopo aver superato tre blocchi, il primo fascista e gli altri due di tedeschi, assai severi. Giunti al Ministero, una misera villa del centro di Maderno, mi rivolsi al maresciallo di servizio, il quale disse che il duce non c’era, che sarebbe venuto per il Consiglio dei Ministri e mi fece presente che c’era una lunga fila di persone in attesa, facendomi capire che forse avrei dovuto attendere per alcuni giorni.

Allora preparai una lettera per Mussolini, nella quale gli spiegavo sommariamente le cose e gli facevo presente l’assoluta necessità di rientrare per l’assistenza ai feriti di guerra. Il maresciallo, dopo qualche difficoltà, accettò la mia idea di mettere la lettera sul tavolo di Mussolini. Era circa mezzogiorno e restai in attesa parecchie ore mentre davanti a me sfilavano i membri del Governo che andavano alla riunione. Il Consiglio terminò alle 18 e cinque minuti dopo fui chiamato per essere ricevuto dal duce. Passai da un salone pieno di gente in attesa chissà da quanto tempo ed ebbi la precedenza.

Mussolini mi accolse cordialmente nella sua stanza. Nel passato ci eravamo incontrati due volte: una volta a Roma, al Congresso internazionale di ortopedia dove parlò ai congressisti di pace, di agricoltura, di trattori; la seconda volta quando venne al Putti, in divisa di generale della Milizia e lo accompagnai per più di un’ora alla visita dei feriti. Eppure si era ricordato di me. Mi fece accomodare davanti al suo tavolo e mi chiese i motivi della visita. Gli illustrai i fatti e le mie opinioni riguardo al trasferimento del  Putti . Mi ascoltava con attenzione e io lo seguivo per cercare di capire le sue idee al riguardo.

L’impressione fisica dell’uomo che stava davanti a me era penosa, un uomo fisicamente disfatto: era magro, il viso incavato, l’occhio spento. Mi disse che avevo ragione, che l’unità non poteva essere trasferita. Mandò a chiamare Graziani e nell’attesa mi domandò qual’era lo spirito della popolazione e io dissi, certo con difficoltà, che lo spirito era un po’ depresso e poi il discorso venne sull’arma segreta e finalmente entrò Graziani a troncare quel difficile colloquio.

Graziani fu durissimo; mi salutò appena e poi restò ad ascoltare quello che diceva il duce. Mussolini non diede alcun ordine ed espose i motivi per cui l’unità non poteva essere trasferita. Mussolini disse solo: È incredibile che si diano queste disposizioni quando non ho né maglie di lana per i miei soldati della Monterosa, né automezzi, né benzina, e non capisco perché si debba sciupare della benzina per attuare questi ordini. Io dissi che infatti l’ordine c’era stato, ma i mezzi per il trasferimento non vi erano, o erano assolutamente insufficienti. Mussolini concluse dicendo a Graziani di revocare l’ordine e così fu fatto e mi fu consegnato un ordine per il colonnello di Maderno.

Notai che Graziani era ancora pieno di prosopopea, autoritario, fronte retta, come sempre e il suo atteggiamento contrastava con quello di Mussolini, che era l’atteggiamento di un uomo disfatto, senza poteri, alla testa di un governo fantoccio, una larva di governo, senza alcuna autorità, sostenuto dai tedeschi, senza forza propria.

Uscii con l’ordine di revoca, raggiunsi il colonnello che avevo abbandonato a Brescia e, con la revoca al trasferimento del Putti in mano, rientrai a Bologna la sera del 24 novembre 1944.

Annunci

Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

1 thought on “Oscar Scaglietti un medico al servizio della Resistenza”

  1. Ho vissuto personalmente queste testimonianze confermate dai racconti di mio padre alllora direttore del personale tecnico civile al centro Putti dove eravamo sfollati allora avevo 10 anni ma alcuni ricordi sono nitidi.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...