Giuseppe Dozza


Nel suo lungo periodo di antifascista ha assunto diversi nomi di battaglia Domenico Mannelli, Francesco Furini, Lèon Somet, Ducati, Giuseppe Pozzi, Aldo Menetti.

Nasce il 29 novembre 1901 a Bologna. Dopo aver frequentato il secondo anno del ginnasio interrompe gli studi; inizia a lavorare prima il commesso di negozio di manifatture e, poi, l’impiegato. Appena quattordicenne si iscrive alla federazione giovanile socialista della quale diventa poi segretario amministrativo.

La prefettura bolognese, il 14 luglio 1919 lo classifica socialista rivoluzionario e disponeva che sia convenientemente vigilato e pertanto viene schedato.

Nel 1920, durante la lotta agraria, presiede il comitato comunale delle organizzazioni dei lavoratori di Medicina. Aderisce al Partito Comunista Italiano dalla sua nascita, il 21 gennaio 1921.

Aderisce alla corrente Bordiga. Diventa segretario della federazione comunista bolognese. Anima lo sciopero generale dell’Alleanza del lavoro. Viene processato nel 1922 con l’accusa di appartenenza a bande armate, al termine del processo viene assolto. Nell’agosto dello stesso anno i fascisti incendiano la sua abitazione. Chiamato a Roma dalla direzione del PCI, è addetto alla segreteria centrale.

Viene arrestato il 3 febbraio 1923 e processato poi, fra il 18 e il 26 ottobre seguente, insieme a diversi componenti del comitato centrale del PCI (Amadeo Bordiga, Umberto Terracini, Bruno Fortichiari, Ruggero Grieco, Giuseppe Berti, Edoardo D’Onofrio, Teodoro Silva, Giovanni Germanetto, Isidoro Azzario, Angelo Tasca, Giuseppe Vota, Antonio Gramsci) e a numerosi comunisti di varie province italiane (fra i quali i bolognesi Enio Gnudi, Paolo Betti, Arturo Vignocchi e Amleto Tibaldi): nel primo processo ai comunisti italiani dove sono assolti tutti gli imputati meno Alfeo Corassori, colpevole di mancata denuncia di una rivoltella.

Divenuto, nel 1923, segretario nazionale della federazione giovanile comunista, ricopre quella responsabilità fino al 1927. E’ redattore dell’organo giovanile comunista LAvanguardia.

Il 12 maggio 1924 sposa Santa Dall’Osso (detta Tina) già militante comunista dal 1921, la quale, poi, conde le sue peripezie politiche in Italia e all’estero.

Nel maggio 1924 partecipa alla conferenza consultiva del PCI alla Capanna Mara, vicino a Brunate (CO), dove avviene uno scontro tra le mozioni di centro (Palmiro Togliatti), di sinistra (Bordiga) e di destra (Tasca).

A seguito del dibattito sulle posizioni ideali a cui si ispiravano tali raggruppamenti, abbandona la sinistra bordighiana e partecipa alla lotta contro di essa.

Il 18 aprile 1926 viene nuovamente arrestato, a Napoli, per propaganda contro le leggi sindacali fasciste e, tradotto a Roma nell’agosto dello stesso anno, posto in libertà provvisoria.

Sfuggito alla polizia, viene processato in contumacia il 6 dicembre 1926 dalla corte d’assise di Napoli e condannato ad un anno di reclusione. Nel secondo semestre del 1927 espatria clandestinamente.

Coadiuva Luigi Longo nella direzione del centro estero della FGCI; viene delegato a rappresentare la stessa federazione giovanile nell’Internazionale giovanile comunista. Latitante, e stralciato della sentenza istruttoria del 29 febbraio 1928 che investe numerosi dirigenti comunisti.

Nel giugno 1928 venne cooptato nel comitato centrale del PCI, assieme a Pietro Secchia ed a Giuseppe Di Vittorio. Opera in Svizzera e poi in Francia, dove rappresenta il PCI presso il partito comunista francese.

Al X Plenum dell’Internazionale comunista, dedicato alla discussione sul socialfascismo si schiera con Longo e Secchia, contro le posizioni espresse da Paolo Ravazzoli. Nella seconda metà del 1930, diventa dirigente del centro interno del PCI e ritorna clandestinamente in Italia sfuggendo ripetutamente alla polizia fascista.

Partecipa al IV congresso nazionale del PCI, che si svolse tra Colonia e Dusseldorf (Germania) dal 14 al 21 aprile 1931: viene eletto membro del Comitato centrale e, da questo, membro dell’ufficio politico. Successivamente viene delegato a rappresentare il PCI presso l’Internazionale comunista (1932-33) e viene nominato componente della segretaria del PCI all’estero.

Al VII congresso dell’Internazionale comunista (Mosca, 25 luglio – 20 agosto 1935), dove è  membro del presidium del congresso, interviene nella discussione esprimendo un giudizio critico sulle condizioni politiche nelle quali si verifica l’ascesa del fascismo in Italia. Tra l’altro, afferma:

«Vorrei combattere la leggenda secondo cui il fascismo sarebbe giunto al potere in Italia senza incontrare resistenza e che il PC italiano non avrebbe seriamente lottato contro di esso. È inesatto. I nostri compagni hanno fatto grandi sacrifici e sono stati gettati a migliaia nelle carceri. Ma leroismo non basta, quando la linea politica adottata è sbagliata. Noi eravamo isolati dalle masse perché non avevamo fatto alcun lavoro nelle organizzazioni fasciste di massa. Soltanto da un anno noi abbiamo superato le difficoltà e gli errori commessi in questa direzione. Il Partito comunista italiano, applicando una linea giusta nel lavoro di massa, realizzerà i suoi compiti, nelle prossime lotte».

Al termine del congresso è eletto membro candidato dell’esecutivo dell’Internazionale. Rientrato in Francia, partecipa alla fondazione dell’Unione popolare italiana e alla redazione del quotidiano «La voce degli italiani» che si pubblica a Parigi. Su questo giornale, nel 1937-38, scrive vari articoli, alcuni dei quali relativi alla partecipazione degli antifascisti alla guerra di Spagna. È segretario politico dei gruppi comunisti italiani in Francia. A causa di alcuni articoli pubblicati su «Lo Stato operaio» (novembre – dicembre 1937), nei quali, a proposito di vigilanza rivoluzionaria, manifesta punti di divergenza con indirizzi precedentemente espressi da Stalin – mentre agisce dietro il nome fittizio di Furini – è oggetto di critica.

Tra l’aprile e il settembre 1938 è a Mosca con altri dirigenti del partito per ridiscutere i problemi inerenti alla vigilanza rivoluzionaria (dei quali aveva discusso anche il Comitato centrale del PCI nel marzo).

Al ritorno viene esonerato dal lavoro di organizzazione e dei quadri. Invasa la Francia dai tedeschi, nel giugno 1940,  costretto ad abbandonare Parigi e riparare a Tolosa, in località Cabirol dove, insieme a Emilio Sereni, coltiva un orto di tre ettari continuando a lavorare per mantenere in vita l’organizzazione comunista.

A Tolosa, nell’ottobre 1941, sempre assieme a Sereni (in rappresentanza del PCI), con i rappresentanti del PSI (Pietro Nenni e Giuseppe Saragat) e del movimento GL (Silvio Trentin e Fausto Nitti), costituisce il Comitato per l’unione del popolo, il primo organismo unitario che preparò la creazione di un fronte nazionale antifascista. Tale Comitato – che lancia un appello diffuso in Italia attraverso la stampa clandestina – originò diversi comitati unitari locali, che agirono fino al crollo del regime.

Collabora alla organizzazione dei primi nuclei partigiani di Francstireurs nella Francia  meridionale. A Lione, il 3 marzo 1943, firma insieme con Giorgio Amendola, per il PCI, e con i rappresentanti del PSI (Saragat) e di GL (Emilio Lussu), l’Accordo tra il PCI, il PSI e GL, che consolida l’unità d’azione iniziata nel 1941.

Rientrato in Italia, a Milano, il 15 settembre 1943, entra a far parte del CLNAI in rappresentanza del PCI, responsabilità che ricopre fino al settembre 1944. Decisa dal CLNAI l’assegnazione, dopo la Liberazione dai nazifascisti, della direzione del Comune di Bologna ad un comunista, i dirigenti del PCI indirizzano la loro scelta sulla sua persona.

Ritorna a Bologna il 10 settembre 1944, dopo 17 anni, ed entrò a far parte del triumvirato insurrezionale del PCI per l’Emilia-Romagna (al quale partecipavano Ilio Barontini e Giuseppe Alberganti),  responsabilità che ricopre fino alla Liberazione. Il suo pseudonimo più noto fu «Ducati»; ma contemporaneamente era in possesso di documenti accuratamente legalizzati, intestati ai nomi di Giuseppe Pozzi e Aldo Menetti (quest’ultimo nome lo assume nel momento in cui vive rifugiato nell’abitazione di Elisa Menetti, facendosi credere suo fratello).

Scrive numerosi articoli e appelli apparsi nella stampa clandestina comunista. Uno dei più noti è quello dal titolo: «Risposta al comandante tedesco: Odio Mortale» (diffuso il 26 novembre 1944) in segno di disprezzo per le misure di rappresaglia adottate a seguito della vittoriosa battaglia partigiana a Porta Lame, ma per esprimere, più in generale, la irrefrenabile, totale e intensissima avversione delle forze patriottiche contro gli ordini detestabili impartiti dai comandi tedeschi in Italia contro i volontari della libertà e contro gli inviti ripugnanti alla delezione da parte della popolazione, rinnovati dal comando tedesco territoriale.

Sempre nello stesso periodo di tempo scrisse lo «Schema per un discorso per un compagno che ricopra cariche pubbliche al momento della Liberazione» (diffuso nelle istanze comuniste in previsione della liberazione) nel quale, tra l’altro, si legge:

«II paese dovrà essere profondamente rinnovato nella sua struttura, ognuno dovrà lavorare con la sicurezza che lavora per sé e per il paese, non già per degli interessi illegittimi ed oscuri. Una vera democrazia popolare e progressiva che non abbia altri limiti al suo sviluppo allinfuori della volontà del popolo, e che sia basata sulle organizzazioni delle masse popolari, dovrà essere istituita […]. Bisogna che il popolo partecipi ogni giorno al governo del paese».

Il 21 aprile 1945, alla liberazione di Bologna, per decreto del CLNER a firma del presidente Antonio Zoccoli, in attesa della libera consultazione elettorale democratica, viene nominato sindaco della città. L’ufficiale superiore per gli affari civili del 2° corpo alleato, lo conferma verbalmente nella carica il giorno successivo. Per il Governo militare alleato (AMG), il tenente Elmer N. Holmgreen, il 7 maggio 1945, dirama il seguente ordine:

«II sig. Giuseppe Dozza è nominato sindaco del comune di Bologna con tutti i poteri e doveri relativi e con decorrenza dal 22 aprile 1945. Tutti gli atti ufficiali compiuti […] in tale sua qualità […] sono confermati ed hanno piena validità».

La sua testimonianza

Il mattino del 26 luglio 1943, il Comitato di unità antifascista costituitosi in Francia, doveva riunirsi a Lione, per esaminare il da farsi in quel momento, nel quale si sentiva, dopo gli scioperi di Torino, che in Italia qualche cosa andava preparandosi. La data era una data qualsiasi, ma non poteva essere meglio scelta e di migliore auspicio. Andai, come d’accordo, nei pressi della abitazione di Francesco Scotti. Egli mi aspettava sulla strada e, vedendomi, incominciò a gridare e a far gesti che io non capivo. Quando fu più da presso compresi che la radio aveva comunicato le dimissioni di Mussolini. Ci precipitammo per ascoltare una seconda trasmissione. Dimissioni? Sembrava di sognare.

C’era in giro una notevole animazione. La gente incominciava a parlare dell’accaduto. Più tardi uscì un giornale con la notizia e andò a ruba. Sul tram, mentre andavo all’appuntamento, assistetti ad una divertente conversazione sul fatto fra un operaio francese e un soldato tedesco, che fingeva di non capire.

C’incontrammo, Saragat, Lussu ed io. Amendola da alcuni mesi era già in Italia, e, prima di lui, Negarville, Roasio, Novella, oltre a Massola. Ci scambiammo delle opinioni sulla situazione italiana, ma soprattutto sentivamo il bisogno di divenire attori nell’azione. Redigemmo un manifesto, poi ci lasciammo, dandoci appuntamento in Italia. Seppi dopo che Saragat, che aveva preso la strada più corta andandoci direttamente col treno, venne arrestato alla frontiera e trattenuto per alcune settimane.

Secondo le precedenze stabilite, partii da Marsiglia il primo settembre. Rientravo nel mio paese dopo sedici anni di emigrazione trascorsi prevalentemente in Francia. Avevo lasciato il paese nel luglio del 1927 per decisione della segreteria della federazione giovanile comunista, della quale allora facevo parte. Ero ritornato in Italia clandestinamente, nel 1930, e vi ero rimasto per alcuni mesi durante i quali partecipai ai lavori del centro interno del partito comunista con i compagni Domenico Ciufoli e Celso Ghini. Si trattava di mantenere in vita un’attività e una organizzazione che furono centri vivi della resistenza al fascismo.

Il viaggio non poteva essere comodo. Fu organizzato per via clandestina, poiché quelle normali erano impedite. La prima tappa, per passare dalla Francia alla Svizzera, fu Annemasse. Eravamo in due: Giovanni Parodi ed io. Ci avevano preceduto Felice Piatone ed un altro; dovevano seguirci Francesco Scotti ed un altro ancora. La terza notte i compagni francesi della località ci fecero salire, d’accordo coi ferrovieri, sulla locomotiva che alle quattro portava a Ginevra ogni giorno alcuni vagoni merci, dopo il controllo doganale e quello dei tedeschi. Ma noi salimmo sulla locomotiva dalla parte opposta dei tedeschi e quando il treno si era messo in moto, più adagio del solito. E ci gettammo in un fossato prima di giungere alla città svizzera, mentre il treno rallentava. Qui fummo accolti con grande entusiasmo dai compagni locali.

Senonchè, frattanto, si giunse agli avvenimenti dell’ 8 settembre 1943. Noi dicevamo ai compagni svizzeri che la situazione che si era determinata costituiva una ragione di più per affrettare il nostro arrivo; ma essi, pur rendendosi conto delle nostre premure, domandarono ulteriori istruzioni che ci fecero perdere alcuni giorni. Così passammo il San Gottardo, in piena mobilitazione svizzera, con un treno locale zeppo di soldati, e muniti di documenti che non si sa quanto avrebbero resistito alla minima indagine. A Locamo trovammo la guida che ci doveva far valicare le Alpi, a oltre duemila metri; era un compagno allenato a quel lavoro. Parodi si sentì  male passando la montagna. Ci fermammo e si riprese.

Scendemmo nella valle Antigorio. Il giorno dopo andai, solo, a Domodossola, dove fu grande la mia sorpresa di sentirmi chiedere da un commerciante se ero emiliano. Dopo tanti anni ed essere passato per francese, svizzero, córso, spagnolo e senza notevoli incidenti!

Giunsi a Milano il 15 settembre; il 13 la città era stata bombardata. C’erano dovunque macerie e un odore di bruciato che prendeva alla gola. Ma il guaio maggiore era che il palazzo dove avevo l’appuntamento non esisteva più: rimanevano appena le fondamenta! Che fare? Dopo matura riflessione andai in via Ruggero Bonghi, dove avevo abitato 19 anni prima, con tutta la  circospezione del caso e fortunatamente colsi giusto, ma giunsi inatteso a mettere a repentaglio altro lavoro. Dopo qualche giorno i collegamenti furono ristabiliti.

Trovai Secchia e Li Causi; sapevo che Longo dirigeva tutto il lavoro del partito. Li Causi era membro del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) costituitosi in quei giorni; io ne feci parte subito dopo. In quella occasione mi incontrai, per la prima volta, con Ferruccio Parri al quale poi mi legai di sincera amicizia. Altri membri del CLNAI erano, allora, Arpesani, Casagrande, Albasini Scrosati, Veratti, Caso, Enrico Falk e Pizzoni. Successivamente vi furono delle modificazioni ed entrarono nel CLNAI Coda, Sereni, Longo, Lombardi, Valiani, Marzoli, Pertini, Morandi e Marazza.

Passai un anno a Milano, restando nel CLNAI fino al settembre del successivo 1944 quando fui inviato a Bologna prevedendosi la lotta per la liberazione di quella città. Il CLNAI aveva infatti deciso che sindaci di Milano e Genova fossero due socialisti, di Venezia un democratico cristiano e di Torino e Bologna due comunisti.

Rientrare in quelle condizioni, dopo tanti anni, mi fece una strana impressione.

Le strade, all’interno delle mura, mi sembravano tutte strette. Giunsi alle 14 e la città pareva quasi disabitata. Il viaggio fu avventuroso; subimmo tre mitragliamenti senza conseguenza. Una vecchia corriera sgangherata ci depose all’angolo dove una volta c’era il ristorante Grande Italia e di lì mi diressi in via Oberdan dove mangiai in un’osteria che era il solo negozio aperto. Avevo un indirizzo, via Bertiera 5, e dovevo attendere che venissero a cercarmi. La padrona di casa era una compagna incaricata di tenere i collegamenti con Milano. Avrei dovuto attenderla uno o due giorni, ma l’attesa purtroppo fu inutile perché essa fu colpita a morte in un mitragliamento presso Piacenza proprio mentre era in viaggio verso Bologna.

Da ciò potevano derivare gravi conseguenze anche per me, ma (lo si è saputo più tardi), essa non diede nemmeno il suo nome, proprio per questo motivo.

Mi preme ricordare il nome di questa eroica compagna, che come tante altre si sacrificò per la Resistenza: Tosca era il suo pseudonimo; il nome vero era Adalgisa Gallerani.

Mi trovavo così di nuovo in una situazione che mi costringeva a cercare dei collegamenti che non conoscevo. Qualche giorno dopo, tuttavia, anche con la collaborazione della sorella della staffetta uccisa che si era preoccupata del lungo silenzio della congiunta, riuscii ad incontrarmi con Cristallo e con altri compagni bolognesi. Ricordo di aver abitato in molti luoghi diversi; in piazza Santo Stefano, in casa del compagno Sabbioni, in via Derna (l’attuale via Sante Vincenzi), in via Borgonuovo 19 in casa di Bottonelli, in via Garibaldi 7 nell’appartamento della contessa Santangelo che era dall’altra parte del fronte, in casa del dott. Giovan Battista Facchini, in via Artieri 2. La sorveglianza dei fascisti e dei tedeschi rendeva sempre più necessari questi cambiamenti di dimora che avvenivano appena in noi sorgeva il minimo sospetto di essere scoperti.

Fatto importante è che io avevo avuto a Milano contatti con Don Bicchierai, noto esponente della Curia milanese, impegnato nei rapporti con la Resistenza e da lui avevo avuto una lettera di presentazione a Raimondo Manzini, ai fini di un collegamento a Bologna fra cattolici e comunisti, collegamento che, come constatai, già esisteva. Mi incontrai, insieme a Paolo Fortunati, con Manzini, in una stanza del Collegio San Luigi, in via d’Azeglio. L’incontro con Manzini fu assai cordiale. Egli mi disse, fra l’altro, di essere di una opinione molto prossima a quella degli scrittori della rivista cattolica francese Esprit.

Qualche tempo dopo mi recai, in un giorno piovoso di ottobre, sempre con Fortunati, a San Luca per avere una prolungata conversazione con Padre Terzi che aveva larghe simpatie per la Resistenza. Al ritorno in città eravamo tanto infervorati a discutere di quell’incontro e della situazione che appena in tempo ci accorgemmo della presenza di una sentinella fascista.

Quando io arrivai a Bologna l’attività per la lotta di liberazione era già molto avanzata, sotto l’aspetto politico e quello militare. Il Comitato di liberazione, egregiamente presieduto dall’avv. Antonio Zoccoli, aveva reso il suo funzionamento sempre più organico. L’azione delle Brigate di montagna e di pianura e della 7a Brigata GAP in città erano largamente diffuse e i nazifascisti assai insicuri del loro domani. Dario (Ilio Barontini) e Cristallo (Giuseppe Alberganti) erano a Bologna da tempo. Nello stesso mese di settembre io fui inserito nel Triumvirato insurrezionale della città.

Nell’ottobre gli alleati preannunziarono l’azione finale. L’attività si intensificò su tutta la linea e il concentramento delle forze partigiane in città si andò compiendo.

Il nemico non doveva avere respiro e non lo aveva. Il CUMER (Comando Unico Militare Emilia-Romagna) e tutte le formazioni dipendenti erano tesi in quest’opera. Il bombardamento di Bologna del 14 ottobre fu inteso come l’annunzio di fatti che dovevano seguire. Anzi, l’accordo col Comando alleato era che, al momento opportuno, tre spari di granate in alto sulla piazza avrebbero indicato l’ora dell’insurrezione. Ma i colpi furono quattro e non si sapeva quale interpretazione dare di questo fatto. Ad ogni buon conto i combattenti che erano pronti a scattare furono trattenuti mentre mordevano il freno.

La battaglia di porta Lame del 7 novembre avvenne per una imprudenza anticospirativa, e per questo fu apertamente criticata dal comando della 7a GAP; ma essa fu una grande vittoria nel più vasto scontro determinatosi nelle strade di una città importante. Una prima avvisaglia si era già avuta nel combattimento del 20 ottobre all’Università trasformatasi in base di collegamento e in deposito di armi. E dopo poco, il 15 novembre, fu la battaglia della Bolognina.

Il Governo militare alleato manifestò, attraverso il maggiore inglese E. H. Wilkokson, la sua ammirazione e i ringraziamenti per il lavoro che i partigiani di Bologna andavano svolgendo a favore della vittoria comune. Il comando partigiano, a sua volta, rispondeva che l’alto riconoscimento alleato era giunto sommamente gradito a tutti i combattenti e che tutte le brigate attendevano l’avanzata delle armate alleate liberatrici per cooperare alla liberazione della città e dell’Italia tutta.

La battaglia di porta Lame aveva messo allo scoperto diverse basi partigiane, prima fra tutte quella delle macerie dell’Ospedale Maggiore. I partigiani dovevano per conseguenza prendere immediatamente tutte le disposizioni opportune per una diversa disposizione delle loro forze, che furono sparse, secondo la direttiva del CVL per la pianurizzazione. Diceva il Comando centrale: « Tutte le campagne dell’Italia occupata devono diventare come le campagne romagnola e bolognese nelle quali veramente è stato il popolo intero che ha preso le armi per difendere la propria terra e le proprie case ».

Intanto, fra i due combattimenti del 7 e del 15 novembre, la radio trasmise il noto proclama del generale Alexander ai partigiani. Esso diceva: « la campagna estiva, iniziata l’11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea Gotica, è finita. Inizia ora la campagna invernale ». In conseguenza di questa nuova fase bellica i patrioti avrebbero dovuto « cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l’inverno; e avrebbero dovuto eseguire le seguenti istruzioni: 1) cessare le operazioni su larga scala; conservare le munizioni e i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini; 2) attendere nuove istruzioni che verranno date o a mezzo radio « Italia combatte » o con mezzi speciali o manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni troppo arrischiate: la parola d’ordine è: stare in guardia, stare in difesa ».

Il proclama non diceva esplicitamente di tornare a casa; anzi nella conclusione accennava alla opportunità di continuare nella guerriglia e nel sabotaggio; purché il rischio non fosse troppo grande. Ma le cose hanno un valore non solo per il modo, ma per il momento in cui sono dette. Il modo era il più infelice; riguardo al momento non si poteva sceglierne uno meno adatto, poiché il proclama giungeva nel pieno della controffensiva tedesca. Fosse consapevole o no delle conseguenze delle sue istruzioni, il generale Alexander non solo dava mano libera ai tedeschi verso la Resistenza italiana, ma suscitava nell’interno di questa i più gravi dubbi sulle prospettive future, dopo avere eccitato un mese avanti tutte le speranze.

La risposta del CVL (Corpo volontari della libertà) e del CLNAI fu un vero e proprio atto di governo, in cui si assume il tono di chi tratta su un piano di parità con gli alleati rivendicando a sé, e soltanto a sé, il diritto di interpretare in modo giusto le direttive di Alexander. La frase — dice il CVL — dichiara testualmente che ha inizio la campagna invernale»; non si afferma cioè che gli alleati e i partigiani dovranno desistere dal combattimento. « Si dice soltanto che per gli eserciti alleati si avrà, in conseguenza della pioggia e del fango (che scompariranno d’altronde col gelo), un rallentamento del ritmo della battaglia e che, per il momento, i partigiani debbono cessare non « ogni operazione » ma solamente operazioni organizzate su vasta scala » il cui successo, cioè, fosse necessariamente legato al rapido sviluppo della battaglia alleata. Tanto è vero questo che, nelle stesse istruzioni, Alexander aggiunse:

« Questo non significa che non approfitterete di opportunità che vi si presentino, se il rischio non è troppo grande, di distruggere tedeschi e fascisti e sabotare, a seconda delle istruzioni che avete già ricevute ». Cioè la battaglia continua e deve continuare per gli eserciti alleati e per le forze partigiane. Le istruzioni di Alexander per giustificare le proposte di smobilitazione, di contrazione delle forze e della lotta partigiana; di invii in licenza, di stasi operativa per la stagione invernale, ecc, è assolutamente ingiustificata: 1) perché, tra l’altro, le direttive di Alexander si riferiscono non all’inverno in generale, ma solamente al momento della pioggia e del fango; 2) perché dette direttive non sono di smobilitazione o di stasi ma di continuazione della lotta, seppure mettono in guardia, per il momento, contro operazioni organizzate su vasta scala, che non potrebbero riuscire perché non troverebbero l’appoggio immediato degli eserciti alleati.

C’è una ironia amara in queste parole nei confronti delle istruzioni alleate, scritta nella più corretta delle forme.

Il nemico, intanto, aveva iniziato una nuova sorta di azione rivolgendosi ai cittadini con parole lusingamo, e con minacce gravi contemporaneamente contro quelli che avessero insistito nella battaglia antifascista. Questo, a poco più di un mese dalla inenarrabile strage di Marzabotto (1830 vittime!). Esso contava, se non di far cessare il movimento partigiano, di infliggergli un colpo che lo indebolisse definitivamente. In questa circostanza fu pubblicato un manifesto che fu anche affisso, intitolato: « Risposta al comando tedesco – Odio mortale », nel quale si spiegava perché gli hitleriani erano odiati dal più profondo del cuore, per tutti i delitti, tutti i misfatti dei quali si erano resi colpevoli. Erano parole assai dure, che in quel momento dovevano essere pronunziate. E d’altra parte era necessario suscitare nei combattenti e fra la popolazione la più energica reazione all’attendismo che qua e là si rivelava nei punti più deboli delle nostre forze, e che poteva rappresentare il maggiore pericolo per il movimento partigiano, come il nemico dimostrò di avere compreso in quell’inverno terribile.

La liberazione di Bologna era dunque rinviata alla primavera. Sicuri di non essere attaccati dagli alleati, i tedeschi e i fascisti al loro servizio iniziarono un vasto lavoro di polizia che portò a conseguenze serie. Venne allora organizzato un servizio di contro-polizia che ebbe molto da fare per fronteggiare la sanguinosa offensiva nazi-fascista. Diverse decine di spie, provocatori, delatori, ufficiali repubblichini e tedeschi furono giustiziati. La polizia partigiana fu nel marzo citata all’ordine del giorno per aver saputo, con impareggiabile ardimento, eliminare la maggior parte dei provocatori e delle spie che mettevano in pericolo il movimento partigiano, sferrando contemporaneamente durissimi colpi alle forze armate nemiche.

La fase critica era dunque superata.

Ho finora parlato della lotta armata, ma nessuna lotta armata può essere alla lunga combattuta se non accompagnata da una giusta impostazione politica, che mantenga uno stretto legame fra i combattenti e la popolazione nel suo insieme.

Ecco perché si difese sempre l’unità politica e l’unità militare di un solo corpo di volontari. Essere riusciti a giungere alla fine della guerra in quelle condizioni, credo che fosse il massimo che si potesse ottenere per la liberazione del paese, per far riconoscere il nostro contributo alla guerra comune invece di discutere all’infinito su quanto avremmo fatto dopo, e per non far pesare sull’Italia, nella misura del possibile, il peso dei delitti fascisti.

L’origine prima del movimento partigiano, almeno come orientamento, si può trovare nel manifesto di Tolosa dell’ottobre 1941. Questa data non è sospetta: essa è quella della tremenda ritirata degli eserciti sovietici di fronte a Mosca.

Diceva tra l’altro quel documento, alla stesura del quale avevano collaborato Amendola, Sereni, Nenni, Saragat, Trentin, Fausto Nitti ed altri, fra i quali io stesso.

« Noi antifascisti siamo stati a volte discordi nella valutazione di particolari problemi e situazioni. Oggi fraternamente uniti per la più santa delle cause, vogliamo concorrere allo sforzo comune per abbattere le barriere che separano tra di loro gli italiani di ideali, di classi, di partiti politici, di religioni diverse, poiché tutti hanno in comune l’amore della libertà e della pace, l’amore del loro Paese. Rivolgiamo il nostro appello alle correnti liberali, democratiche, cattoliche, ispirate da ideali di libertà e di fraternità. Ci rivolgiamo anche a tutti coloro che non vogliono più oltre sopportare la terribile responsabilità dell’attuale politica del governo fascista, a tutti coloro che ingannati dalla propaganda fascista aprono gli occhi alla realtà, alle grandi masse giovanili che si destano alla coscienza politica in questo tragico momento della storia italiana. Mentre incombe sul nostro Paese la minaccia di un nuovo inverno di guerra e di una intensificazione delle operazioni militari nel Mediterraneo e sul fronte orientale, non c’è più un minuto da perdere per realizzare l’unione del popolo italiano attorno al seguente programma: denuncia del patto di alleanza con Hitler; pace separata immediata con l’Inghilterra, con l’URSS e con gli altri paesi attaccati dal fascismo; ritiro delle truppe italiane di combattimento e di occupazione dall’URSS; via Mussolini dal potere; libertà di stampa, di associazione, di parola; restituzione al popolo italiano della sovrana sua prerogativa di darsi un governo che risponda alla sua volontà e ai suoi interessi ».

Seguivano le parole d’ordine di azione per i soldati, i marinai e gli ufficiali quale si spiegava perché gli hitleriani erano odiati dal più profondo del cuore, per tutti i delitti, tutti i misfatti dei quali si erano resi colpevoli. Erano parole assai dure, che in quel momento dovevano essere pronunziate. E d’altra parte era necessario suscitare nei combattenti e fra la popolazione la più energica reazione all’attendismo che qua e là si rivelava nei punti più deboli delle nostre forze, e che poteva rappresentare il maggiore pericolo per il movimento partigiano, come il nemico dimostrò di avere compreso in quell’inverno terribile.

Seguivano le parole d’ordine di azione per i soldati, i marinai e gli ufficiali dell’esercito e della marina; gli operai, i tecnici, gli ingegneri, i ferrovieri; i lavoratori, i consumatori, e i commercianti; i contadini e gli agricoltori; le donne, gli intellettuali, i maestri e studenti, i giovani; e concludeva, rivolgendosi all’insieme degli italiani:

« Dalla concorde azione di tutti, dai nostri comuni sacrifìci, dallo sviluppo e dalla coordinazione di ogni lotta, per piccola che sia, proromperà irresistibile e travolgente l’ondata della volontà popolare, dalla quale deve sorgere e sorgerà la nuova Italia della pace, dell’indipendenza, della libertà, del lavoro ». 

Questo manifesto ebbe un’eco nella classe operaia torinese nel 1942, poi nell’appello comune dei partiti antifascisti dopo il 25 luglio. Quest’ultimo, firmato a Milano dal Gruppo di ricostruzione liberale, dal partito democratico cristiano, dal partito d’azione, dal partito comunista d’Italia, dal movimento di unità proletaria per la Repubblica socialista, dal partito socialista italiano, fra l’altro così si esprimeva:

« I partiti antifascisti che da venti anni hanno condannato e decisamente combattuto la funesta dittatura fascista dando contributo di sangue e di dolore nelle piazze, nelle carceri e nell’esilio proclamano la loro comune volontà d’agire in piena solidarietà per il raggiungimento dei seguenti scopi:

Liquidazione totale del fascismo e di tutti i suoi strumenti di oppressione.

Armistizio per la conclusione di una pace onorevole. Ripristino di tutte le libertà civili e politiche, prima fra tutte la libertà di stampa. Liberazione immediata di tutti i detenuti politici. Ristabilimento di una giustizia esemplare, senza procedimenti sommari, ma inesorabile nei confronti di tutti i responsabili. Abolizione delle leggi razziali. Costituzione di un governo formato dai rappresentanti di tutti i partiti che esprimono la volontà d’azione popolare.

I partiti antifascisti invitano gli italiani a non limitarsi a manifestazioni di giubilo, ma, consci della gravita dell’ora, a organizzarsi per far valere la irremovibile volontà che la nuova situazione non sia sfruttata a fini reazionari e di salvataggio di interessi che hanno sostenuto il fascismo e sono stati dal fascismo sostenuti

Per tenere unito un popolo intero bisognava occuparsi di tutti i problemi che interessano questo popolo nelle condizioni così gravi della guerra imposta dal fascismo.

Le pubblicazioni di quell’epoca sono folte di richieste di ogni genere: per il salario e gli stipendi, per l’aumento delle razioni dei generi alimentari, per distribuzioni di vestiario per i lavoratori, di combustibili, di case di abitazione. Si raccomandava di scioperare per ottenere queste richieste, o di fare comunque delle agitazioni. La provincia rischiava di essere ridotta a campo di battaglia, come l’Agro Pontino e le valli di Comacchio, e la sola salvezza era nella lotta. Negli spasimi della morte, si diceva, i nazi-fascisti volevano distruggere città e villaggi, saccheggiare gli ammassi di grano portandone il contenuto in Germania; meglio impadronircene noi e distribuirlo fra i cittadini.

Altrettanto per i grassi accumulati per le razioni alimentari. Quando il movimento si allargava si chiedeva la soppressione del coprifuoco, poi ancora la liberazione degli ostaggi. Ai giovani che venivano chiamati alle armi si chiedeva che cooperassero alla nostra vittoria rifiutandosi di rispondere ai richiami fascisti, e di partecipare al CVL. Agli operai che venivano portati a forza in Germania per lavorare, si domandava di sfuggire alla cattura e di darsi anch’essi alla macchia. L’Emilia non doveva diventare una terra bruciata dai tedeschi. I tedeschi attaccavano coloro che volevano lavorare per la semina dei cereali autunnali o primaverili; si diedero istruzioni per camuffare questo lavoro o per lavorare di notte, ed al bisogno di conquistare con le fucilate il diritto di seminare, perché gli italiani, i bolognesi avrebbero avuto bisogno del grano dopo la liberazione. Furono distribuiti manifestini a tutte le categorie e vi fu veramente una unità nazionale che rendeva solida la fermezza della popolazione.

Nella seconda decade del settembre 1944, allorché la « linea Gotica » sembra sfondata, l’edizione straordinaria dell’ Avanti!  chiama alla mobilitazione generale poiché « è giunta l’ora di insorgere, di armarsi, di combattere a fianco dei nostri fratelli e dei nostri alleati ». Così « l’Unità », che dice di trasformare in rotta la ritirata tedesca con lo sciopero generale insurrezionale. I due partiti pubblicano un manifesto comune che conclude: « Alle armi! All’azione insurrezionalle! ».

Abbiamo già detto come la conclusione fu ritardata di alcuni mesi, e le conseguenze che ne seguirono. Ma il generale Clark lanciò il 28 marzo 1945 un messaggio alle forze della Resistenza: « L’inverno sta per finire e con l’inizio della primavera si avvicina il momento in cui entreranno in azione le mie armate. I patrioti dell’Appennino siano pronti a prestare ad esse il loro aiuto ».

Il 14 aprile il partito comunista e il partito socialista lanciano l’ultimo manifesto:

« Chiunque possiede un’arma si arruoli nel CVL. Disarmate fascisti e tedeschi per armarvi e combattere. I tedeschi e i fascisti che si arrenderanno o non faranno resistenza, dovranno essere considerati prigionieri di guerra. Gli altri siano sterminati. Arrendersi o perire! ».

L’ultimo numero de « l’Unità » prima della liberazione, pubblica la lettera di Togliatti portata a Bologna attraverso le linee da Sante Vincenzi, che doveva essere ucciso, insieme a Giuseppe Bentivogli, la notte stessa del 20 aprile.

La notte del 20 aprile — l’ultima del fascismo a Bologna — fu una notte insonne e la passai con Malaguti e Bottonelli nella sua casa di via Borgonuovo. La città era sconvolta dalla fuga impetuosa dei nazifascisti e dai boati delle artiglierie alleate che ogni minuto crescevano. Nel pomeriggio avevamo tenuto una riunione in via S. Stefano, e in quell’occasione sapemmo che il Cardinale Nasalli Rocca aveva stabilito qualche contatto con esponenti della Resistenza. Ricordo che Dario era molto preoccupato per l’assenza di Sante Vincenzi (Mario), l’ufficiale di  collegamento del CUMER, che era atteso con gli ordini per le formazioni.

Mario fu, purtroppo, trovato cadavere a Santa Viola il mattino successivo, come ho già detto, insieme a Giuseppe Bentivogli. Ambedue questi indimenticabili compagni erano stati uccisi dai fascisti. Ma Dario coi suoi collaboratori fece ogni sforzo per sostituire Vincenzi nelle istruzioni che il comando aveva disposto.

Fascisti e tedeschi intanto fuggirono con ogni mezzo. Essi non resistettero mentre il fronte si sfasciava, e venivano inseguiti dai partigiani. Lo scontro principale ebbe luogo a San Pietro in Casale dove i fascisti e i tedeschi ebbero molte perdite, e anche noi ne avemmo. Un altro scontro ebbe luogo verso il modenese. In tutto, malgrado la rapidità della loro fuga, il nemico ebbe 300 morti e un migliaio di prigionieri fatti dai partigiani.

Il mattino del 21 aprile, assai presto, Malaguti e Bottonelli organizzarono una manifestazione di popolo e un corteo che si snodò da piazza Malpighi fino a Palazzo d’Accursio. Io, invece, andai, da solo, incontro alle avanguardie alleate e mi incontrai con una formazione di polacchi dell’ 8a Armata nei pressi di porta Mazzini. Mi rivolsi a due ufficiali che, le braccia coperte di fiori, seguiti da un folto gruppo di militari avanzavano verso il centro, e dissi loro che ero il sindaco e che li salutavo a nome della popolazione; ma non riuscimmo ad intenderci e mi avviai lungo la via Maggiore accompagnandoli. Oltre la chiesa dei Servi vi fu una breve sparatoria; forse sembrava a quei militari che le cose fossero troppo semplici. Lo capii chiaramente più tardi, parlando con l’ufficiale di collegamento inglese, il maggiore chiamato Monti, giunto buon ultimo a Palazzo d’Accursio.

Lasciai dunque le truppe e rientrai in casa, in via Borgonuovo, per redigere il primo manifesto di Bologna libera, a firma del sindaco. Il manifesto fu composto e stampato subito da un tipografo che abitava nella stessa casa e un paio d’ore dopo era già affisso nella città.

Giunsi a Palazzo d’Accursio che era pieno di popolo. I partigiani in quel momento erano tutti alle calcagna dei nazifascisti. Dissi che ero il sindaco e attorno a me si creò subito un clima di entusiasmo e di responsabilità nel tempo stesso. Gianguido Borghese, commissario politico del CUMER, aveva preso possesso della Prefettura, che allora aveva sede in Palazzo Malvezzi. Ricordo anche che il podestà dell’ultimo periodo mi si avvicinò nell’intento — per me davvero incredibile — di darmi le « consegne », come se si fosse trattato di un affare qualsiasi. Non appena seppi chi era gli dissi di andarsene ed era davvero il meno che gli potessi dire.

Una grande emozione ci prese tutti quando le salme degli eroici compagni Giuseppe Bentivogli e Sante Vincenzi furono trasportate nella sala d’Ercole, vittime dell’ultima ora, seguite più tardi dalle spoglie di Otello Bonvicini, che era stato fucilato pochi giorni prima.

Nel corso della mattinata venne da me il maggiore Monti, che già conoscevo di nome come ufficiale di collegamento inglese, il quale aveva rapporti con Dario e il CUMER. A Bologna, evidentemente, non aveva trovato nessuno che conoscesse con cui parlare. Si presentò con una certa arroganza e mi disse che le batterie alleate erano disposte intorno alla città e che l’avrebbe distrutta se i fascisti e i tedeschi avessero resistito, come avevano minacciato di fare nei giorni precedenti. Rimasi trasecolato e mi domandavo da dove venisse costui. Gli risposi con fermezza che non c’era più nessun fascista e nessun tedesco libero nella città, che i partigiani li stavano inseguendo nella pianura e che il suo era un atteggiamento assurdo. Non ignorai però il pericolo che avrebbe potuto derivare dall’eventualità di un colpo di testa inesplicabile, e decisi di mettermi subito in contatto con il colonnello polacco che comandava le prime truppe entrate in città.

Gli riferii dello scontro con l’inglese. Scuotendo il capo, il colonnello polacco mi disse che la cosa era assurda, che egli sarebbe intervenuto, e che l’azione partigiana aveva evitato — sono sue parole — « ventimila morti a Bologna ».

Tutte queste cose erano intramezzate da disposizioni concrete per l’attività comunale, da consegne degli uffici, da disposizioni per i combattenti. Tutto era fatto quasi sempre in piedi, nella sala d’Ercole, o nei corridoi. Ebbi la visita di un sacerdote che mi chiese se avessi gradito incontrarmi col Cardinale Nasali Rocca. Gli risposi che ne sarei stato lietissimo e poco dopo il Cardinale venne in Palazzo d’Accursio e ci abbracciammo. Egli disse che sperava nella pacificazione degli animi, al che risposi che noi avremmo certamente collaborato a tale scopo, ma non dovevamo perdere di vista il fatto che la vittoria, anche se era vicina, non era ancora raggiunta. Non si sapeva, in quel momento che la guerra avrebbe avuto così presto fine.

Un altro comizio si svolse nella mattinata, oltre quello del primo mattino, al quale parlò Malaguti. Fu un comizio ufficiale del CLN e parlarono Zoccoli, in quanto presidente del CLN, Borghese quale prefetto ed io come sindaco, naturalmente senza microfono, dal balcone di Palazzo d’Accursio. Ricordo una frase di Zoccoli che era diretta a Borghese ed a me. Zoccoli disse: « Questi non sono mai stati fascisti ». A me sembrava ovvio, ma l’emozione popolare fu enorme. Noi, mai fascisti, e con noi anche lui, il caro ed indimenticabile Antonio Zoccoli, un autentico liberale, eravamo l’espressione della coscienza della città. Ora si trattava di dare a Bologna un volto civile, corrispondente alla volontà e alla dignità del suo popolo che tanto aveva sofferto nella lunga e dura lotta contro il fascismo e gli invasori tedeschi. Ritengo che lo facemmo secondo i consigli che ci erano venuti dalla lettera di Togliatti e che si ritrovarono nel primo appello rivolto al popolo in Bologna libera.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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