31 dicembre 1943 a Boves (CN) la seconda rappresaglia.


Boves era già stata colpita il 19 settembre 1943 dalle rappresaglie tedesche effettuate dalla divisione SS tedesca Leibstandarte “Adolf Hitler”.  Continua a leggere “31 dicembre 1943 a Boves (CN) la seconda rappresaglia.”

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30 dicembre 1943 prima fucilazione di partigiani al Poligono di tiro Bologna


Il 30 dicembre 1943 avviene a Bologna la prima fucilazione di partigiani, ne seguiranno tantissime altre per tutto il periodo della Repubblica Sociale Italiana.  Continua a leggere “30 dicembre 1943 prima fucilazione di partigiani al Poligono di tiro Bologna”

28 dicembre 1943 I fratelli Cervi vengono fucilati.


Per rappresaglia all’uccisione del segretario comunale di Bagnolo in Piano il Tribuna Speciale condanna alla fucilazione 8 detenuti del carcere di Reggio Emilia. Da la stampa clandestina la notizia dell’eccidio. Continua a leggere “28 dicembre 1943 I fratelli Cervi vengono fucilati.”

Giuseppe Bastia (Nome di battaglia Sergio)


Nasce il 27 dicembre 1919 a Calderara di Reno. Nasce in una famiglia antifascista aderisce al Partito Comunista Italiano prima della guerra.

Dal 27 febbraio 1942 al 14 settembre 1943 presta servizio militare nella sanità a Napoli col grado di caporale. Nella primavera del 1944 diventa responsabile politico del Partito Comunista Italiano nei gruppi partigiani che dalla zona di Castel Maggiore passano sulla riva sinistra del Reno nelle frazioni di Buon Convento (Sala Bolognese) e di Longara (Calderara di Reno). Continua a leggere “Giuseppe Bastia (Nome di battaglia Sergio)”

Ivo Vincenzi (Nome di battaglia Striscio)


Nasce il 26 dicembre 1910 a S. Giovanni in Persiceto. Il 7 novembre 1930 è arrestato, con altri 116 militanti antifascisti, e deferito al Tribunale speciale per «Ricostituzione del Partito Comunista Italiano, propaganda sovversiva». Il 28 settembre 1931 è condannato a 5 anni di reclusione. Continua a leggere “Ivo Vincenzi (Nome di battaglia Striscio)”

Amedeo Ruggi (Nome di battaglia Meo)


Nasce il 24 dicembre 1920 a Imola. Presta servizio militare in fanteria a Roma e in Sicilia dall’1 febbraio 1941 all’8 settembre 1943, con il grado di sottotenente. Nell’estate 1944 entra a far parte della 36a brigata Bianconcini Garibaldi e viene aggregato alla compagnia di Carlo Nicoli con funzione di capo di Stato Maggiore di battaglione. Continua a leggere “Amedeo Ruggi (Nome di battaglia Meo)”

Mario Pozzi (Nome di battaglia Tito)


Nasce il 23 dicembre 1920 a Dozza. Presta servizio militare negli autieri in URSS dall’1 marzo 1940 al 12 marzo 1943. E’ stato comandante nella 36.a brigata Bianconcini Garibaldi combattendo sull’Appennino tosco-emiliano.

I suoi ricordi

Fu nel lontano 1943, e precisamente il 13 settembre, che incominciò per me la lotta di liberazione, prima organizzativa poi armata. Ero fuggito da Brescia, con il comando del mio raggruppamento, sulla sponda destra del lago Maggiore, in un paesino chiamato Porto Val travaglia, vicino alla frontiera svizzera; eravamo decisi a passare il confine, ma solo pochi ufficiali ci riuscirono, abbandonandoci alla sorte.

Ricordo che nel mio autocarro avevo caricato armi, vestiario e viveri e prima di abbandonare tutto ero deciso a disfarmi di ogni cosa distribuendola alla popolazione.

Fu in questa occasione che conobbi un signore, Gianni Roveri, il quale mi disse di tenere nascoste le armi perché sarebbero servite per dei fini che anch’io un giorno avrei compreso meglio.

Verso le 9 di sera, dato che i tedeschi incalzavano, salimmo nell’autocarro tutti e due, più altre quattro persone, e ci dirigemmo verso una mèta che Roveri stesso aveva già scelto. Fu solo dopo un’ora circa che ci fermammo: scaricammo con molta cautela le armi, che furono sistemate in quattro casse e trasportate per qualche centinaio di metri più a monte, dove c’era una grotta ben nascosta, all’interno della quale era stata preparata una fossa dove nascondemmo armi e munizioni.

Il 14 settembre mi portarono a Gallarate, vestito da ferroviere e là fui sistemato presso una famiglia con la quale rimasi fino al 28 settembre. Sempre travestito decisi di rientrare a Bologna per trovare i miei parenti. Al momento della partenza per la mia città mi riservai di tornare a Gallarate qualora mi fossi deciso a dare anch’io un serio contributo alla lotta che si incominciava ad organizzare contro i tedeschi ed i fascisti.

Nel gennaio 1944, dopo una permanenza di tre mesi a Castel San Pietro, riuscii ad avere una tessera della Todt, grazie alla quale potei viaggiare tranquillo fino a Gallarate. Ripresi così contatto con Gianni che mi portò in un paesino nei pressi dell’aeroporto della Malpensa e quindi mi accordai con il CLN per entrare come autista nell’aeroporto. Qui si doveva organizzare, al momento opportuno, un colpo di mano e ciò avvenne verso la fine di aprile del 1944, allorché furono disarmate due baracche di tedeschi e fu distrutto un aereo. Poi di nuovo la fuga verso Bologna. Giunto a Castel San Pietro trovai una guida che mi portò a Montecalderaro dove si stava costituendo la 66a brigata Garibaldi.

Fu lì che conobbi Gilberto Remondini (Gil), studente in medicina. Remondini era un giovane in gamba come pochi e fu proprio per le sue doti di combattente e per il suo coraggio che, appena fu raggiunto il numero sufficiente, gli venne affidato il comando della l.a compagnia, della quale anch’io feci parte.

Dopo un contatto che io presi con Libero Golinelli, appartenente alla 36.a Brigata Garibaldi, operante sulla Bastia, fu deciso di comune accordo il trasferimento della nostra compagnia e di altre due già costituite in quella brigata. Durante la marcia di trasferimento facemmo alcune azioni ben riuscite, come l’assalto alla caserma di Sassoleone.

Raggiungemmo la Bastia dove incontrammo il comandante Bob e il Moro, commissario di brigata, che ci accolsero con molto entusiasmo.

I primi di agosto fummo attaccati da ingenti forze tedesche: la battaglia fu durissima, ma si concluse con la nostra vittoria. La nostra compagnia ebbe un morto, proprio il comandante Gil, colpito mentre rientrava di pattuglia, travestito da tedesco, da un nostro avamposto al quale non si era fatto riconoscere all’intimazione di fermarsi.

Si doveva eleggere il nuovo comandante della 19.a compagnia. Dopo una riunione furono tutti concordi nell’eleggermi come nuovo comandante ed io accettai, pur conoscendo le responsabilità che mi stavano di fronte: ero deciso a continuare la lotta, anche in nome del povero Gil, fino alla liberazione completa del nostro Paese.

Dopo circa due mesi di combattimenti senza alcuna perdita da parte della mia compagnia, si giunse, alla fine di settembre, alla divisione della brigata in battaglioni; due si erano già trasferiti nella zona di monte Battaglia e monte La Fine, mentre altri due, dei quali faceva parte la mia compagnia ed il comando di Brigata, erano nelle zone di Cavina, Ca’ di Malanca, Santa Maria di Purocielo.

Fu proprio da queste posizioni che si doveva partire per l’azione di sfondamento del fronte. Il giorno 9 ottobre 1944 ci fu una riunione di tutti i comandanti, convocata dal comandante Bob per sapere in che condizioni di spirito si trovavano in quel momento gli uomini. Era praticamente una rassegna per misurare le nostre forze e fare il punto della situazione, prima di sferrare un attacco massiccio.

Il morale della mia compagnia era ottimo: erano tutti ansiosi di farla finita una volta per sempre con i tedeschi e i fascisti. Alla mia compagnia venne affidato il compito di portarsi a Piano di Sopra, una casa a ridosso della Faentina e del comando di brigata, per stroncare qualsiasi infiltrazione di tedeschi provenienti da Faenza, o da Brisighella, mentre altre compagnie combattevano già da due giorni a Ca’ di Malanca.

Si giunse così all’11 ottobre. Rientravo con una pattuglia di venti uomini da una perlustrazione nei pressi di Fognano. Erano circa le 6 del mattino quando, giunto nei pressi del comando, mi accorsi che una colonna di tedeschi stava dirigendosi in fila indiana verso le nostre posizioni. Immediatamente diedi l’allarme e preparai rapidamente lo schieramento: eravamo pronti ad aprire il fuoco appena i tedeschi fossero stati a distanza ravvicinata, per prenderli di sorpresa. Ma un colpo risuonò nell’aria e capii che ci avevano scoperti e bisognava attaccare immediatamente, ciò che feci senza ripensarci.

La battaglia che seguì fu durissima. Ci battemmo contro forze che ci attaccavano da tutte le parti. Il primo a cadere colpito a morte fu Tom, commissario, poi Rico, colpito ad un polmone mentre portava un ordine per il vice comandante Raf, che doveva spostare una parte degli uomini più a monte, onde evitare l’accerchiamento e coprire la ritirata a Bob ed ai compagni del comando. Poi cadde Tonio, Galuppo ed altri ancora. Finalmente giunsero Bob e Bruno, il capo di stato maggiore, i quali, dopo una durissima battaglia a Ca’ di Costino, poco sotto, dove il comando aveva subito dolorose perdite, erano riusciti a raggiungerci. Con loro ebbi un breve colloquio. Decidemmo che Bob si portasse all’infermeria per predisporre la copertura della ritirata del resto della compagnia. Fu solo dopo sette ore di combattimento, mentre si stava per essere accerchiati, che venne tentata una sortita: ormai ci colpivano da tutte le parti, ma bisognava portare a tutti i costi il resto degli uomini fuori della morsa.

I tedeschi, malgrado le ingenti perdite subite, ritornarono all’attacco e fu verso le due del pomeriggio che iniziò la ritirata. Ci scoprirono a Ca’ di Malanca e cominciarono con le mitragliatrici pesanti. E fu proprio grazie all’eroismo dimostrato da tutta la compagnia che, dopo un’ora, buona parte degli uomini era fuori dall’accerchiamento.

Giunto in fondo al torrente Sintria, per attirare l’attenzione dei tedeschi su di me, andai loro incontro; arrivato sulla strada che portava al comando me li trovai di fronte e mi salvai sparando due raffiche di Sten e fra le pallottole che mi fischiavano vicine alle orecchie, riuscii a portarmi dietro un crinale e di lì fino alla infermeria.

Quando si fece l’appello, la compagnia risultò decimata, come pure il comando.

Qualcuno rientrò nella notte, perché rimasto dentro l’accerchiamento, come il vice comandante Raf, Dante e pochi altri. Molti non rientrarono più, come i due russi, così Delmo, il carabiniere, ed altri ancora che furono catturati dai tedeschi e poi fucilati a Bologna.

All’infermeria dovemmo sostenere un altro combattimento, ma stavolta fummo noi ad avere la meglio; un altro dei nostri però mori: Spingli, colpito da una pallottola entrata da una feritoia, mentre stava esaltando la battaglia di pochi istanti prima.

II giorno dopo decidemmo lo spostamento ed il trasporto dei feriti a Cavina; i tedeschi li trovarono nella chiesa dove li avevamo lasciati sotto la cura del parroco, mentre noi ed il resto della brigata prendevamo contatto con gli alleati. Furono spietati: nessuno si salvò. Fu l’ultimo crimine dei nazisti nella zona.

Poco oltre i partigiani della 36.a brigata avevano occupato monte Battaglia e monte La Fine. Con l’intervento di poche compagnie e di qualche aereo, gli alleati avrebbero potuto in poche ore superare l’Appennino fra Faenza e Bologna. Non lo fecero, forse per un calcolo politico, e l’Italia del nord dovette così soffrire per un altro inverno.