Gemma Bergonzoni (Nome di battaglia Dora)


Nasce il 10 dicembre 1911 a Medicina. Si iscrive al Partito Comunista Italiano nel 1943, all’inizio della lotta di liberazione collabora alla distribuzione della stampa del partito. Successivamente diventa staffetta presso il comando della 5a brigata Bonvicini Matteotti e diventa dirigente dei Gruppi di difesa della donna. Collabora all’organizzazione dello sciopero delle mondine del 1944 e all’insurrezione di Medicina del 10 settembre 1944. Ha Partecipato anche ad operazioni di guerriglia.

I suoi ricordi

 

La prima manifestazione di donne la facemmo a Medicina il 20 febbraio 1944.

Da parecchio tempo noi discutevamo coi compagni su come fare a mobilitare le donne. Allora non c’era ancora l’organizzazione femminile, anche perché le mondine non erano ancora andate al lavoro e noi pensavamo di farla assieme alle mondine.

Questa prima manifestazione non fallì, però fu molto limitata. In una ventina di donne andammo in Municipio e chiedemmo l’aumento delle razioni alimentari.

Naturalmente non ottenemmo niente.

Il 20 marzo ritentammo e stavolta eravamo circa 450 donne: protestammo per il fatto che ai nostri uomini era arrivata la cartolina militare e chiedemmo con insistenza la distribuzione di generi alimentari. Il podestà entrò nel salone per discutere con noi e le donne dissero che c’erano tanti fascisti a casa e che toccava loro andare a difendere la patria. Il podestà negò che i fascisti fossero a casa e noi facemmo un elenco di nomi su un pezzo di carta e glielo consegnammo. Il podestà disse che ci avrebbe dato una risposta il mercoledì successivo.

I giorni seguenti i fascisti furono affrontati da gruppetti di donne. Un fascista, che era stato qualche settimana in Albania e che si era dato al canto, fu avvicinato in modo piuttosto deciso dalle donne che gli chiesero cosa aspettava a partire per il fronte. Lui rispose che la sua parte l’aveva già fatta e le donne, di rimando: «Dove, nel Rigoletto?».

II mercoledì andammo all’appuntamento col podestà, Avremmo preferito andarci il giovedì, che era un giorno di mercato e c’erano anche i contadini. Il podestà si rese conto che la manifestazione delle donne cresceva e fece affiggere una ordinanza in cui si diceva che non era permesso girare per il paese in gruppi di più di tre persone, ma la cosa non ci impedì di trovarci in 400 o 500 donne nella piazza del Municipio. Una decina di fascisti armati bloccava la scala, ma noi travolgemmo tutti e salimmo di sopra fra un parapiglia incredibile: le donne erano davvero decise di fare sul serio. Qualcuno, preso dal panico, chiamò rinforzi fascisti dai comuni vicini, da Bologna e ben presto i rinforzi arrivarono.

Una parte di donne volle uscire, per paura, poi vennero chiusi i cancelli e restammo dentro circa in duecento e altrettante erano nella piazza. Io restai con quelle che erano dentro per tutta la giornata.

Il pomeriggio arrivarono il questore e altre personalità fasciste. Fuori i fascisti cominciarono a sparare. Noi avanzammo le nostre rivendicazioni e loro dissero che dovevamo indicare i nomi delle responsabili della manifestazione e poi ci promisero i copertoni da bicicletta e ci mandarono a casa. La manifestazione riuscì perché nessun uomo andò via, però nella notte i fascisti arrestarono alcuni uomini le cui mogli avevano manifestato e li portarono in carcere a Bologna.

Io fui chiamata a dirigere il «Gruppo di difesa della donna» e quando, alla metà di aprile, seppi che un gruppo di 336 donne stava per andare al lavoro nella risaia pensai di tentare l’organizzazione di uno sciopero convincendo le mondine a non uscire di casa il giorno seguente. I compagni non erano d’accordo: avrebbero preferito che le donne fossero andate alla risaia per organizzare sul posto la manifestazione.

Cercai i compagni e non li trovai. Erano le 16 e alle 19 c’era il coprifuoco e allora presi la bicicletta e andai a Ganzanigo, Via Nuova, Crocetta e San Martino ad avvertire le mondine che stessero a casa. Non mi fu facile convincerle.

Molte avevano paura, altre erano incerte, altre temevano di essere le sole a scioperare e con alcune dovetti anche far la voce grossa. Il successo fu totale: non una sola mondina andò al lavoro. I compagni, visto come erano andate le cose, non disapprovarono la mia iniziativa.

Nel pomeriggio venne il podestà. Fece le sue proteste e la sua minaccia, ma alla fine disse che quelle che andavano a lavorare avrebbero avuto i copertoni da bicicletta: si noti che senza i copertoni le donne erano costrette a fare dei chilometri a piedi per andare al lavoro e allora non c’era altro mezzo di trasporto. Il giorno dopo una ventina di donne andò in risaia. Non erano molte, ma il fatto creò confusione e malcontento. Il partito comunista non affrontò la questione dello sciopero con la necessaria decisione e così, il quarto giorno, tutte le donne andarono a lavorare.

Ma lo sciopero aveva scosso le coscienze delle mondine e fu più facile da quel momento in poi costituire i «Gruppi di difesa della donna». L’organizzazione si consolidò e il 12 giugno si potè organizzare il grande sciopero delle mondine che fu un vero successo. Noi avanzammo le rivendicazioni economiche e il podestà disse che queste sarebbero state accolte se si rinunciava allo sciopero. Ma noi che sapevamo che a Molinella si stava già scioperando, per non rompere la solidarietà liemmo il pretesto che non vi era un contratto scritto e firmato e che quelle del podestà erano solo parole. Poi mandammo una delegazione in comune a chiedere un vero contratto e ottenemmo la cosa.

Però restava il problema della solidarietà con Molinella. Noi dicevamo che dovevamo sostenere le nostre compagne di lotta e fra noi ci fu chi aveva pareri diversi e qualcuna voleva andare a lavorare ora che il contratto c’era. Discutemmo a lungo e ad aiutarci era venuta anche Nella Baroncini da Imola. Alla fine della riunione lo sciopero fu confermato e, per una settimana, circa 2000 mondine non andarono al lavoro.

L’organizzazione ne uscì fortemente rafforzata, soprattutto per lo sviluppo della coscienza antifascista in molte donne di ogni età. Si giunse così al 10 settembre 1944, il giorno dell’insurrezione, con una maturità ed una combattività senza precedenti.

Le donne ebbero una parte molto importante in quella giornata insurrezionale: toccava infatti proprio alle donne iniziare la manifestazione che i partigiani avrebbero sostenuto e trasformato in fatto insurrezionale. Quando venne la sparatoria durante la quale morì Melega, il paese si intimorì. C’era molta gente in piazza, anche perché era mercato. Molti bottegai abbassarono le saracinesche dei negozi e sprangarono le porte e le finestre di casa. Vi fu anche fuggi-fuggi generale per timore di una violenta reazione antifascista.

Ricordo che alle 8 del mattino ero nella sede del comando partigiano e molti compagni erano quasi rassegnati a dover rinviare la manifestazione. Noi uscimmo e ci recammo nelle frazioni e riuscimmo a portare in piazza un primo gruppo di donne, poi ne seguirono altre e altre ancora; finché uscirono tutte.

Intanto i partigiani avevano completato il disarmo dei carabinieri e dei fascisti ed erano padroni della situazione. Poi andammo in municipio, distruggemmo l’ufficio leva e le foto del duce. Poi in piazza vi fu il comizio: parlò Valdo (Spero Ghedini) che suscitò un grande entusiasmo in tutta la popolazione. Fu veramente un giorno di libertà. Alle 12 la manifestazione ebbe termine e ognuno tornò a casa.

Naturalmente, nel pomeriggio, arrivarono i fascisti. Si fecero aiutare dalle spie a identificare quelli che erano nella piazza; rastrellarono, bastonarono e fecero anche degli arresti. Le ragazze del «Fronte della gioventù» che avevano manifestato portando anche dei cartelli, furono rapate. Uccisero un partigiano che stava uscendo dal paese proprio mentre i fascisti vi entrarono, poi uccisero anche un uomo che era in un campo.

Ma nonostante questi fatti, l’organizzazione femminile continuò a svilupparsi, anche se era diventato più difficile portare le donne alla lotta. Vi fu pure l’atteggiamento negativo di alcuni socialisti che avevano aderito alla lotta e ora la denigravano.

Nell’inverno non restammo inoperose; il 3 febbraio 1945 facemmo un’altra manifestazione per le razioni e ci trovammo in una cinquantina. Poi cambiarono podestà e ne mandarono uno accomodante e la lotta divenne più difficile per l’atteggiamento incerto di molti socialisti che, specie sulla questione del controllo dell’annonaria, erano disposti ad accettare le proposte del podestà per un controllo delle donne che doveva però essere solo formale. Tuttavia la lotta andò avanti, anche perché le donne socialiste vi parteciparono assieme a noi.

Ci preparammo per l’insurrezione di primavera. A un pittore, Aldo Borgonzoni, chiedemmo di farci una bandiera rossa con l’emblema del partito comunista.

Ma noi non sapevamo qual’era l’emblema e allora facemmo dipingere una falce e un martello circondati da un mazzo di spighe. Il pittore aveva i tedeschi in casa e per dipingere la bandiera aveva inchiodato la stoffa nel retro di un armadio che poi spingeva contro il muro quando i tedeschi entravano in casa. E così ce la fece.

In marzo, il podestà emise un’ordinanza con la quale si richiedevano 500 biciclette per i tedeschi. In realtà con questo atto i fascisti volevano impedire i nostri collegamenti. Noi protestammo e la manifestazione fu grandiosa. Io abitavo a Ganzanigo, a un chilometro e mezzo dal centro di Medicina. La manifestazione era indetta per le 9 del 12 marzo, ma già un’ora prima le donne cominciarono a sfilare: venivano dalle frazioni per vie traverse, in mezzo ai campi per far prima. Il movimento era davvero eccezionale. In piazza eravamo una folla.

Una delegazione andò dal podestà, il quale disse subito che i tedeschi avevano detto che si accontentavano di 18-19 biciclette. I tedeschi si fecero avanti e chiesero al podestà se dovevano interrompere la manifestazione, ma egli disse che si sarebbe sbrigato da solo. Le biciclette restarono a noi e ci fu anche permesso di usarle.

Questa fu l’ultima manifestazione prima della vittoria di aprile. E fu un’altra vittoria delle donne, vittoria che ottenemmo grazie alla nostra politica di unità.

Ricordo che nell’inverno venne un compagno (responsabile non so di quale zona) e voleva imporci di fare una manifestazione per il sale pochi giorni dopo, come stava accadendo a Portomaggiore e in altri comuni. Noi dicemmo che le manifestazioni riescono solo quando sono sentite e che per farla bisognava avere con noi non solo le organizzate, ma la maggioranza delle donne. Noi facemmo la manifestazione del sale, ma solo quando il problema era divenuto un problema sentito. E la manifestazione riuscì. Il fatto è molto importante perché indica il modo più giusto per dirigere il popolo e per portarlo alla lotta.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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