Dante Palchetti (Nome di battaglia Lampo)


Nasce il 18 dicembre 1923 a Bologna. Nella zona della Bolognina (Bologna) è uno dei primi organizzatori delle squadre armate subito dopo l’armistizio. Nel marzo sale alla Dogana sul Monte Faggiola ed entra a far parte della 4.a brigata divenuta poi la 36.a brigata Bianconcini Garibaldi. Qualche tempo dopo con altri partigiani entra nella brigata Stella rossa Lupo. Viene nominato comandante della squadra d’azione della brigata, alla quale sono affidati compiti particolari.

Il 28 maggio 1944 la squadra impedisce ai tedeschi di attraversare il fiume Reno, ai piedi di Monte Sole a Marzabotto, evitando l’accerchiamento della brigata mentre è in atto un rastrellamento. In giugno partecipa all’assalto della caserma di Savigno e a tutti i grossi scontri che la brigata sostiene nell’estate.

Alla fine di settembre scende in pianura con numerosi partigiani e sosta a Varignana (Castel S. Pietro) in attesa di raggiungere Bologna per partecipare a quella che si ritiene l’imminente insurrezione. A metà ottobre entra a far parte della squadra Temporale della 7.a brigata GAP Gianni Garibaldi, comandata da Nazzareno Gentilucci.

Il 18 ottobre 1944, partecipa all’attentato all’Hotel Baglioni dove viene collocata una grossa carica di dinamite. L’Hotel Baglioni a quei tempi era la sede di vari comandi tedeschi. La deflagrazione fa crollare parte della facciata. In quel periodo prende parte a numerose azioni e il 7 novembre  alla battaglia di Porta Lame. In quell’occasione, travestito da tedesco come altri suoi compagni, attacca ripetutamente il nemico alle spalle, per alleggerire la pressione sui partigiani accerchiati nella sede dell’ex macello comunale. Dopo l’annuncio del proclama Alexander – quando inizia lo sgombero delle basi cittadine predisposte per l’insurrezione – resta in città e prosegue la sua attività, nonostante sia ricercato dai fascisti, messi sulle sue tracce dalle spie.

La mattina del 25 novembre usce dalla sua base in piazza de’ Marchi pochi minuti prima dell’arrivo delle brigate nere. Il 12 dicembre 1944 si reca alla base di via Lombardi 13 per annunciare ai compagni che si sarebbe trasferito a Minerbio. Vi è arrivato da poco e mentre conversa con altri partigiani, tra i quali Elio Cicchetti, lo stabile è circondato dalle SS tedesche. Anziché arrendersi, i partigiani decidono di rompere l’assedio con le armi in pugno. Per quanto colpito al petto da una raffica di mitra, riusce a fare a piedi un lungo tratto di strada sino a via Saliceto con Cicchetti, pure lui colpito da tre pallottole alle gambe.

Quando non è più in grado di camminare Cicchetti lo carica sulle spalle, ma non riesce ad andare avanti. Oramai privo di vita, per l’abbondante perdita di sangue, viene lasciato in un cortile di via Cignani dove muore poco dopo.

Il ricordo della morte di Dante Palchetti nelle parole di Elio Cicchetti (Nome di battaglia Fantomas)

Il 12 dicembre 1944 si concludeva tragicamente con uno scontro a fuoco nei pressi di via Cignani il periodo più drammatico della storia della Resistenza bolognese. Questo periodo durò poco più di un mese ed ebbe inizio praticamente la notte del 7 novembre, subito dopo la vittoriosa conclusione della battaglia di Porta Lame, quando i distaccamenti che  avevano la base tra le macerie del Macello e dell’Ospedale Maggiore furono costretti a cercarsi nuove basi, disperdendosi in gruppi più o meno numerosi, tra le case bbandonate o semidistrutte delle zone più bombardate della città.

In quei giorni tutte le azioni furono sospese per non esporre inutilmente i partigiani alle rappresaglie dei nazi-fascisti i quali, dopo essersi allontanati dalla città in seguito alla sconfitta subita a Porta Lame, stavano rientrando in forze a Bologna decisi a vendicarsi.

Per i partigiani erano più che mai necessari alcuni giorni di tregua per sanare le ferite e procedere ad una riorganizzazione della bri gata e al reperimento di basi più sicure e concentrate. Naturalmente i nazi-fascisti non erano dello stesso parere. Essi iniziarono infatti immediatamente una violentissima campagna di repressione antipartigiana che, in breve tempo, produsse perdite gravissime tra le file della Resistenza. Si creò così una situazione insostenibile. Non passava giorno che non giungesse notizia di una base gappista saltata o di compagni riconosciuti per strada e fucilati sul posto, o arrestati e torturati.

Il giorno successivo alla battaglia di piazza Unità il comando della 7a brigata GAP diramò l’ordine di sciogliere temporaneamente le formazioni e ritirarsi in campagna fino a quando non fosse stato possibile riprendere le azioni in città. L’ordine prevedeva anche che qualora vi fossero partigiani che non sapessero dove andare o non volessero abbandonare la città, questi potevano riunirsi in piccoli gruppi e attendere in qualche base sicura, appositamente allestita, il momento della ripresa.

Dei cinquanta gappisti del distaccamento di Castelmaggiore, al quale appartenevo, rimanemmo in un primo tempo in una dozzina ma ci riducemmo ben presto a quattro, dopo che una serie di drammatiche vicende indussero gli altri a raggiungere le vecchie basi della pianura.

Rimanemmo io, il Deutsch, Jack e il Marchigiano. Il Deutsch era un austriaco che avevamo catturato tempo addietro e che avevamo accettato nelle nostre file dietro sua richiesta. Jack e il Marchigiano erano due ex militari, uno di Mantova e l’altro di Macerata, fuggiti dall’esercito di Salò ed entrati nella Resistenza da un paio di mesi.

Della base sicura, appositamente allestita, naturalmente non se ne sentì più parlare. Per una ventina di giorni, privi di collegamenti, affamati e con gli abiti a brandelli, pieni di pidocchi e semicongelati, continuamente braccati dal nemico il quale operò ben quattro rastrellamenti per catturarci, costretti a cambiare base di giorno e di notte, a volte armati e a volte disarmati; passando attraverso una serie di episodi incredibili e allucinanti ci trovammo, la mattina del 12 dicembre, a dover abbandonare l’ultimo nascondiglio, in via Saliceto, senza sapere più dove poterci rifugiare ancora.

Decisi che ci saremmo recati da Ambro, un comandante gappista che abitava clandestinamente all’ultimo piano di una palazzina situata nei pressi di via Cignani, alla Bolognina. Del mio gruppo ero l’unico a sapere dove si trovava il suo recapito. C’ero stato tre o quattro volte per tentare di riprendere i collegamenti ma solo una volta lo avevo trovato in casa. Non ero certo di fare bene andando da lui con tutto il gruppo. Sentivo che stavo per fare una mossa sbagliata: d’altra parte era l’unica carta che mi rimanesse ancora da giocare.

Durante il tragitto Jack e il Marchigiano si misero a parlottare tra di loro, infine si fermarono e, quasi vergognandosi, mi confessarono che non ce la facevano più, che avevano i nervi a fior di pelle e che se ne sarebbero andati, tentando di raggiungere in qualche modo le loro case.

Cercai di incoraggiarli, ci scambiammo gli auguri e ci salutammo con le lacrime agli occhi. Seppi poi che il Marchigiano fu arrestato poche ore dopo e che fu massacrato in carcere dai fascisti. Di Jack non ho mai più saputo nulla.

Io e il Deutsch giungemmo al recapito di Ambro verso mezzogiorno. Ambro era in casa. Si mostrò un po’ contrariato che fossi andato da lui col Deutsch il cui aspetto, seppure camuffato con abiti civili, rivelava inequivocabilmente l’origine germanica e dava nell’occhio.

Lo tranquillizzai assicurandolo che nessuno ci aveva seguiti, lo informai dei due partigiani che ci avevano lasciato e gli dissi che noi stessi ce ne saremmo andati subito, appena avessimo deciso dove andare.

Nella casa, oltre ad Ambro e noi due, c’era una staffetta di nome Clara, il gappista Dante Palchetti, valoroso combattente di una squadra di città e un altro partigiano di nome Lupo. Dante era un tipo allegro. In pochi minuti trovò il modo di raccontare alcune barzellette gustosissime. Nel frattempo suonò l’allarme aereo e anche su questo seppe farci ridere improvvisando una freddura sulla morte.

Purtroppo quell’allegra parentesi doveva interrompersi ben presto. Un’improvvisa sfuriata di colpi, cui fece seguito un frastuono di porte sfondate e un vociare irritato e aspro di soldati tedeschi, mise tutti in allarme. Le preoccupazioni di Ambro erano dunque fondate. Per parecchio tempo credetti di essere stato io la causa di quella perquisizione.

Seppi in seguito che i tedeschi avevano agito su indicazione di una spia e ciò mi tolse un bel peso dalla coscienza.

Ambro, che era l’unico ad avere i documenti in regola, ebbe l’idea di scendere, fingendosi un inquilino della casa per tentare di trattenere in qualche modo i tedeschi che nel frattempo erano già arrivati al piano superiore e continuavano a sfondare le porte degli appartamenti, perquisendoli.

Purtroppo non ebbe fortuna; appena sceso venne fermato e trascinato in stato di arresto dentro un appartamento.

Intanto io, Dante, il Lupo, il Deutsch e la Clara tentammo di improvvisare un piano d’azione senza perdere tempo. La nostra prima idea fu quella di fuggire saltando dalla finestra. Il primo a tentare fu il Lupo. Si lasciò cadere su un balcone del primo piano e da lì spiccò un salto a terra dirigendosi di corsa dietro la casa. Appena ebbe voltato l’angolo si udì uno sparo.

Credendo che la casa fosse circondata rinunciammo a seguirlo e, dopo una breve esitazione, ci decidemmo a tentare la fuga per le scale e cogliere di sorpresa i tedeschi affrontandoli direttamente. Era, in fondo, l’unico tentativo che avesse qualche probabilità di successo. Se avessimo aspettato che i tedeschi fossero arrivati al secondo piano, dove eravamo noi, avremmo forse potuto uccidere i primi ma non avremmo impedito che la casa venisse assediata. Le uniche armi che avevamo in quel momento erano due pistole; la mia Browning a 15 colpi e la Beretta calibro 7,65 di Dante.

Il primo a scendere in punta di piedi fu il Deutsch, seguito immediatamente da Dante e da me. Clara preferì aspettare. Quando il Deutsch fu sul pianerottolo del primo piano, approfittando del fatto che i tedeschi erano all’interno degli appartamenti e non l’avevano visto, si slanciò di corsa giù per le ultime rampe di scale che ancora lo dividevano dall’uscita. Anche io e Dante ci mettemmo a correre, dato che ormai non era più possibile che i tedeschi non avessero sentito i salti del Deutsch.

La prima rampa la facemmo d’un balzo. L’austriaco e Dante avevano già infilato l’ultima rampa e io stavo per seguirli quando un’intimazione secca, urlata in perfetto italiano, mi fermò di botto : Mani in alto! Mi voltai di scatto. In cima alla scala c’era un tedesco col mitra puntato contro di me.

Capii che un attimo di esitazione mi sarebbe stato fatale; sparai due colpi su di lui e mi gettai di fianco riparandomi sotto l’arcata delle scale superiori. Il tedesco rispose con una raffica ma i proiettili colpirono i gradini e schizzarono a vuoto contro il muro.

Nello stesso istante altre raffiche di mitra venivano sparate dal basso. Eravamo in trappola. Guardai un attimo in fondo alla scala e vidi il Deutsch stramazzare riverso sui gradini di fronte all’ingresso. Anche Dante, che si era spinto di corsa per uscire, era riuscito a ritirarsi di scatto ma non aveva potuto evitare che una raffica lo colpisse al petto. Barcollava e urlava di dolore ma si reggeva ancora in piedi.

Il tedesco del piano superiore continuava a sparare ma non si azzardava a farsi avanti e i suoi colpi andavano a vuoto. Io lo tenevo a distanza sparando qualche colpo a intervalli regolari. Dovetti però decidermi ben presto a cambiare tattica perché dal basso continuavano a sparare raffiche di mitra contro l’arcata delle scale e i proiettili attraversavano i gradini colpendomi alle gambe.

Con un balzo raggiunsi la ringhiera e mi affacciai in direzione dell’uscita. Nel mezzo della porta era piazzato un tedesco, armato di mitra, che sparava come un indemoniato. Appena mi vide, anziché dirigere la raffica contro di me, ebbe un attimo d’esitazione e sospese il fuoco. Ne approfittai immediatamente, sparandogli. Il tedesco, ferito in più parti, anziché reagire preferì darsela a gambe lasciando libera l’uscita. Subito io e Dante, benché feriti, ci slanciammo fuori scavalcando il corpo ormai inerte del Deutsch. Sparammo ancora qualche colpo al tedesco che fuggiva zoppicando verso il cancello e ci allontanammo di corsa dalla parte opposta.

Fatti pochi passi perdetti le forze e caddi svenuto nel fango. Mi riebbi quasi subito, mentre un proiettile si conficcava nel terreno proprio davanti alla mia testa. Raggiunsi di corsa Dante, che si era fermato ad aspettarmi, e insieme scavalcammo una rete e attraversammo un paio di cortili giungendo in breve sulla via Cignani.

Erano circa le dodici e mezza. Tutta l’azione si era svolta in poco più di dieci minuti. Rallentammo il passo e ci dirigemmo verso via Saliceto.

Non sapevamo esattamente dove andare, volevamo soltanto allontanarci al più presto dalla zona. Appena giunti in via Saliceto mi accorsi che Dante non ce la faceva più a proseguire. Vomitava sangue e non stava più in piedi. Chiamai aiuto ma nessuno mi dava ascolto; la gente fuggiva come terrorizzata e qualcuno usciva perfino di casa per allontanarsi dalla zona.

Mi caricai Dante alla meglio sulle spalle e lo trascinai per una ventina di metri raggiungendo il cancelletto della casa che avevamo dovuto abbandonare prima di recarci da Ambro. Entrai nel cortile ormai sfinito; le ferite alle gambe mi tormentavano. Dante si accasciò a terra rantolando e non diede più segno di vita. Lo trascinai dietro la casa, raccolsi il suo cappello e me lo misi in testa contando di consegnarlo ai suoi per ricordo e lo lasciai.

Povero Dante; lo avevo conosciuto mezz’ora prima. Ci eravamo fatte alcune franche risate con le sue barzellette prima che arrivassero i tedeschi, avevamo combattuto insieme, eravamo stati feriti, ci eravamo aiutati l’un l’altro nella fuga, eravamo diventati amici. Un’amicizia durata mezz’ora. A vent’anni di distanza ancora non l’ho dimenticata.

Mi diressi nella casa di fronte in cerca di soccorso. Trovai due donne che mi curarono alla meglio le ferite e mi procurarono una bicicletta per allontanarmi al più presto. Prima di andarmene le pregai che si interessassero di Dante, che andassero a vedere se potevano ancora fare qualcosa per lui.

Seppi in seguito che Dante era morto. Salito sulla bicicletta mi diressi verso Castelmagiore dove giunsi, ormai privo di forze, dopo circa due ore. Giunto nei pressi di Dozza mi imbattei in un posto di blocco tedesco. Me lo ero trovato di fronte all’improvviso e non mi era ormai più possibile evitarlo. Non avevo neanche voglia, del resto, di fuggire ancora.

Tenendo la mano in tasca, con la pistola in pugno che usciva per metà dal cappotto, mi diressi contro i tedeschi deciso a tutto.

Invece non accadde nulla. I tedeschi, vedendo la pistola sporgere dalla mia tasca e intuendo la mia decisione, preferirono voltarsi e far finta di niente.

Così passai; li tenni d’occhio un po’ per accertarmi che non mi sparassero alle spalle e proseguii per la mia strada. Questo nuovo incredibile episodio concludeva così quella tragica giornata del 12 dicembre e chiudeva l’allucinante parentesi che seguì la vittoriosa giornata di Porta Lame e che rimase tristemente famosa, nella memoria dei protagonisti, come il tragico inverno del 1944.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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