Giovanni Battista Palmieri (Nome di battaglia Gianni)


Nasce il 16 dicembre 1921 a Bologna. Studente in medicina all’università di Bologna. Richiamato alle armi nel 1941, frequenta la scuola allievi ufficiali degli alpini di Aosta, dove la vita era talmente monotona che, in una lettera alla madre, arriva a scrivere «Io invidio di cuore quelli fra noi che hanno il diritto di andare al fronte: almeno loro faranno dei sacrifici forse molto più grandi di questi, ma avranno anche delle soddisfazioni».

Viene congedato prima di ricevere i gradi, riprende gli studi e dimostrando le sue grandi doti intellettuali. Tutti i suoi insegnanti gli preconizzarono una brillante carriera professionale. Quando fu nuovamente chiamato alle armi dalla Repubblica Sociale Italiana, nella primavera 1944, non si presenta e viene dichiarato disertore. Per le insistenti preghiere della famiglia non riesce aggregarsi subito, com’era suo desiderio, a una formazione partigiana.

«Gianni – ha scritto il padre – non si sarebbe mai lasciato prendere dai nazisti e neppure dai repubblichini: piuttosto si sarebbe dato alla macchia».

Nella primavera 1944, mentre si nasconde in una casa di campagna nella valle del Lavino, in comune di Monte S. Pietro, – dove la sua famiglia è sfollata, per evitare i bombardamenti, – ha contatti con la brigata Stella rossa Lupo e si incontra spesso con Mario Musolesi, il comandante della formazione.

A seguito di uno scontro a fuoco con i fascisti Musolesi rimane ferito e viene medicato da Palmieri, Musolesi gli sarà sempre grato delle cure avute. Si sarebbe certamente aggregato a quella formazione, se la famiglia non avesse deciso di tornare a Bologna, per cui si nasconde nell’abitazione di un amico di famiglia e quindi nei sotterranei dell’Istituto del radio all’ospedale S. Orsola, del quale suo padre è direttore.

Per questo motivo può seguire da vicino la vicenda che porta alla razzia, da parte dei tedeschi, di metà della dotazione di radio dell’istituto. Dopo la consegna del radio a Mario Bastia il 27 luglio 1944, decide di non seguire il padre a Firenze, ma di rimanere a Bologna.

Il 24 luglio viene ospitato nell’abitazione di Gino Onofri, alla quale facevano capo le staffette che tenevano il collegamento tra la citta e le brigate di Giustizia e Libertà che operano sull’Appennino tosco-emiliano. Per l’arresto di una staffetta non riesce a raggiungere nè la 1ª brigata Giustizia e Llibertà Montagna, che operava nell’Alta Valle del Reno, né la 2ª brigata Jacchia Giustizia e Libertà, operante nella valle del Sillaro e comandata da Gilberto Remondini, suo compagno di studi.

Il 29 luglio lascia Bologna con Romeo Giordano diretto a Imola per aggregarsi alla 36ª brigata Bianconcini Garibaldi nell’Alta Valle del Santerno. Entra a far parte del servizio sanitario della brigata diretta da Giordano, pur partecipando attivamente a tutti i combattimenti che la formazione sostiene nell’estate-autunno. In uno di questi, verso la meta di settembre, rimane ferito a un piede e dove fare ricorso alle cure di un agricoltore che molti anni prima aveva seguito, ma non concluso gli studi in medicina.

Il 15 settembre la brigata viene divisa in 4 battaglioni, in vista di quella che si ritiene l’imminente insurrezione partigiana. Alcuni reparti avrebbero dovuto dirigersi verso Imola, altri verso Bologna e altri ancora a sud per andare incontro alle truppe alleate.

Viene aggregato al battaglione di Guerrino De Giovanni, con destinazione Bologna. Il  27 settembre, durante una sosta in una casa colonica a Ca’ di Guzzo in località Belvedere (Castel del Rio) il battaglione, passato il giorno prima sotto il comando di Umberto Gaudenzi, è circondato da paracadutisti e SS tedeschi.

Dopo aver resistito per tutta la notte, infliggendo gravi perdite al nemico, la mattina del 28 i superstiti riescono, sia pure a costo di dure perdite, ad aprirsi un varco e a mettersi in salvo. Quando viene invitato a lasciare la posizione e a tentare la sortita, risponde: «Il mio combattimento è qui, fra i miei feriti e io non li abbandono fintanto che ne vedo uno respirare».

Quando i tedeschi riescono a penetrare nella casa colonica, quasi completamente smantellata dai mortai, gli fecero curare i loro feriti. Poi lo invitarono a raggiungere il comando della brigata per proporre uno scambio: avrebbero risparmiato i civili trovati nella casa, se una ventina di partigiani si fossero consegnati. Si reca in una casa colonica, distante un paio d’ore a piedi, dove sino al giorno prima c’era sede il comando della brigata, ma la trova vuota.

Quando torna a Ca di Guzzo, vede i corpi inanimati dei partigiani feriti e dei civili. Erano stati uccisi con un colpo alla nuca da un maresciallo delle SS.

Solo le donne erano state risparmiate. Il giorno stesso, anche perchè le artiglierie alleate avevano cominciato a battere la posizione, i tedeschi abbandonano Ca’ di Guzzo. Lo portarono con loro, forse per continuare a fargli curare i feriti. Alcuni giorni dopo, quando gli alleati liberano la zona, il suo cadavere è trovato in un bosco, in località Le Piane a pochi chilometri di distanza.

Si ritiene che sia stato torturato e ucciso il 30 settembre1944. Pochi giorni prima, quando la brigata era stata divisa, quasi presagisse la sorte che lo attendeva, aveva sentito l’esigenza di salutare Luciano Bergonzini – con il quale aveva stretto una fraterna amicizia – consegnandogli questa lettera che resta il suo testamento spirituale.

«Caro Luciano, mi e parsa giusta la decisione del comandante Bob di dividere la Brigata in quattro battaglioni dassalto e di passare alloffensiva su Bologna e Imola. Penso, però, e la cosa mi addolora, che non tutti ci ritroveremo dopo la battaglia. È inutile illudersi: sarà dura, molto dura e i fatti ci metteranno ancora una volta alla prova. Al di là di queste montagne, si dice, cè la libertà. Io personalmente ne dubito. Sarebbe meglio dire che vi sarà la libertà se noi sapremo esserne i portatori e se riusciremo a trasferire nelle città e in tutto il paese i principi di lealtà e di amicizia che qui abbiamo saputo istituire e difendere.

E poi, te lo dico con tutta franchezza, io ho paura che questa nostra libertà si disperda nei compromessi e nelle lotte politiche non sempre pulite: le notizie che a tal proposito si hanno dal sud mi intristiscono; mi sembra che si rimettano i destini della libertà nelle mani di coloro che al fascismo non hanno opposto che una ben miserevole resistenza! So che tu sei fiducioso ed ottimista. Discutevo di queste cose con Bergami (Alfredo) e anche lui, da bravo comunista, vedeva tutto un avvenire di civiltà e di pulizia: avremmo dovuto riparlarne ancora; ma poi, come tu sai, il mortaio gli ha squarciato la testa proprio alla fine della battaglia della Bastia. Non lo dimenticherò mai.

Ma ora ci sono i problemi dellimmediato domani e converrà pensare a quelli. Ritorneremo allattacco, questo è limportante. E libereremo la nostra Bologna. In città faremo una festa che non finirà mai e cacceremo via di torno gli attesisti e i vili. Quelli che non hanno preso posizione sono i veri e permanenti nemici della libertà: basterà un niente per farli ridiventare fascisti. So che molti miei amici di ieri saranno fra questi e la cosa mi avvilisce. Il tempo stringe. Anchio avrò la mia arma: una fiammante rivoltella tedesca che Giorgio, il nostro mitragliere, ha recuperate dopo uno scontro nella strada. Mi aveva offerto anche un paio di scarpe tedesche quasi nuove, ma io le ho rifiutate. Ė una questione di gusto: non voglio pestare questa terra con le scarpe tedesche!

Preferisco continuare con i miei vecchi, e una volta elegantissimi scarponi di Aosta, anche se ormai fanno acqua di sopra e di sotto. Ci rivedremo? Lo spero tanto.

E ora, caro Luciano, ti abbraccio. I primi si sono gia avviati e cantano ancora quellinno anarchico che a me piace tanto e che so che ti irrita. Addio. Gianni».

Il suo nome e stato dato a una strada di Bologna e a un plotone di ex partigiani delle brigate 36ª e 62ª che, dopo il passaggio del fronte, si erano arruolati nel gruppo Legnano. In località Croda da Lago di Cortina d’Ampezzo gli è stato intestato un rifugio alpino del CAI. L’università di Bologna gli ha conferito la laurea honoris causa in medicina. Gli e stata concessa la medaglia d’oro al Valor militare alla memoria con la seguente motivazione:

«Studente universitario del 6° anno di medicina, volontariamente si arruolò nella 36ª Brigata Garibaldina, assumendo la direzione del servizio sanitario. Durante tre giorni di aspri combattimenti contro soverchianti forze tedesche, si prodigo incessantemente ed amorevolmente per curare i feriti, e quando il proprio reparto riuscì a sganciarsi dallaccerchiamento nemico, non volle abbandonare il suo posto e, quale apostolo di conforto, conscio della fine che lattendeva, restò presso i feriti affidati alla sue cure. Ma il nemico sopraggiunto non rispettò la sublime altezza della sua missione e barbaramente lo trucidò. Esempio fulgido di spirito del dovere e di eroica generosità

Ca di Guzzo (Romagna), 30 settembre 1944.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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