Amedeo Ruggi (Nome di battaglia Meo)


Nasce il 24 dicembre 1920 a Imola. Presta servizio militare in fanteria a Roma e in Sicilia dall’1 febbraio 1941 all’8 settembre 1943, con il grado di sottotenente. Nell’estate 1944 entra a far parte della 36a brigata Bianconcini Garibaldi e viene aggregato alla compagnia di Carlo Nicoli con funzione di capo di Stato Maggiore di battaglione.

Combatte sull’Appennino tosco-emiliano. Dopo la conquista di Monte Battaglia, quando la brigata prende contatto con le forze alleate, il suo gruppo scende verso Imola per partecipare a quella che si sperava l’imminente insurrezione popolare.

Dopo una breve sosta alla Rocchetta di Tossignano, viene chiamato a Imola in settembre per assumere la responsabilità del Comando piazza. A novembre cede il comando ed entra a far parte della brigata SAP Imola.

Sfuggito più volte alla cattura da parte dei fascisti, il 14 aprile 1945 è tra gli organizzatori del piano insurrezionale e uno dei primi a prendere contatto con le truppe polacche e con i partigiani della 36a brigata Bianconcini Garibaldi che stanno scendendo dalle colline per entrare in città.

I suoi ricordi

Nel luglio 1944 entrai a far parte della 36a brigata Garibaldi operante sull’Appennino imolese e fui aggregato alla compagnia comandata da Carlo Nicoli, che aveva sede in una vecchia casa denominata Pian di Rovigo. Verso metà settembrela nostra compagnia fu spostata a Monte Battaglia con lo scopo di premere su Imola anticipando l’avanzata alleata, che invece proprio a Monte Battaglia si fermò.

Dopo una battaglia di tre giorni, che si concluse con la conquista del monte da parte del battaglione che Nicoli comandava, fu preso contatto con gli alleati. Qui partigiani e americani combatterono insieme e in quei giorni io restai al di qua del fronte con Patuelli (nome di battaglia Ribelle) e Schiassi e andammo nella Rocchetta di Tossignano, dove organizzammo un gruppo di partigiani ed avemmo alcuni attacchi dei tedeschi. Nella Rocchetta noi vivevamo insieme agli sfollati rastrellando il bestiame sparso e disperso e lo distribuivamo alla popolazione.

Entrammo poi nelle SAP imolesi e ci mettemmo a contatto con il CLN. La nostra attività si svolgeva fra difficoltà gravissime. Imola era praticamente il primo grosso centro a ridosso del fronte ed era pieno di tedeschi. Il fronte era a Tossignano, dove c’era in linea anche un reparto partigiano della 36a brigata comandato da Libero Golinelli e riconosciuto dagli alleati. I movimenti in città erano difficili e si operava con squadre SAP, soprattutto nelle campagne.

Alla fine del 1944 si costituì a Imola il Comando Piazza ed io ebbi la responsabilità del nuovo organo che doveva preparare l’insurrezione nella città; poi la direzione del Comando piazza fu affidata a un militare e cioè al col. Felici, proveniente dalla 66.a brigata Garibaldi.

La liberazione di Imola si annunciò, nella seconda settimana di aprile 1945, con bombardamenti intensi specie nella zona di San Prospero. Riuscimmo ad avere qualche notizia da staffette ed intensificammo l’attività. Riuscimmo anche a predisporre delle piantine dei campi minati tedeschi che inviammo al comando di Bologna e di qui furono consegnate agli alleati. Le informazioni per comporre i disegni le fornivano gli operai che lavoravano con la Todt nella zona del Sillaro e del Santerno. Ai primi contatti che avemmo con gli inglesi apprendemmo che tali informazioni erano state assai apprezzate.

Alla vigilia della liberazione il grosso delle brigate nere imolesi abbandonò la città; prima di andarsene compirono la strage di pozzo Becca e altre violenze alla Rocca. Restarono i tedeschi, anzi si infittirono. Poi dai bombardamenti si passò ai mitragliamenti e ci rendemmo subito conto che i tempi si acceleravano. Noi cercammo di fare il possibile per evitare che fossero distrutti i ponti sul Santerno, ma non ce la facemmo e i polacchi poi ci rimproverarono. La cosa riuscì invece a Castel Guelfo, dove una partigiana riuscì a disinnescare le mine salvando il ponte.

Nella sede della cooperativa meccanici, dove avevamo un deposito di armi, cominciammo a distribuire fucili e mitragliatrici, poi, alla vigilia dell’attacco finale, ci riunimmo nel Teatro comunale dove fu deciso di piazzare delle pattuglie in vari punti della città. Nel piazzale della Rocca vi fu un attacco a un nido di mitragliatrici tedesche.

All’una circa del 14 aprile 1945 i SAP riuscirono a prendere contatto con i polacchi che erano oltre il Santerno. Lincei andò al di là del fiume e poi ritornò dicendo che bisognava assicurare gli alleati che la città era nelle nostre mani. Io mi incontrai poco dopo nella via Appia con un ufficiale polacco e con un partigiano della 36a brigata. Il polacco mi disse che aveva l’ordine di andare sul campanile di San Cassiano e di lassù sparare una lunga raffica che voleva dire che la città era nostra.

Nella torre del municipio il CLN aveva issato una bandiera bianca.

Il polacco, il partigiano ed io ci avviammo verso il campanile. Quando vi arrivammo fummo sorpresi da una scarica di granate che i tedeschi sparavano con un Panzer dalla zona dei Cappuccini. Ci fermammo anche perché fummo investiti dal pietrisco che cadeva dall’alto del muro colpito. Aspettammo un po’, poi attraversammo il piazzale ed entrammo nel campanile e salimmo. Dall’alto il polacco sparò alcune raffiche e la truppa cominciò ad avanzare. La sera del 14 aprile i polacchi entravano nella città presidiata e protetta in tutta la cintura dai partigiani che avevano piazzato mitragliatrici nei punti principali e lungo la via Emilia, in direzione di Bologna.

La notte passò calma. Solo qualche colpo di fucile nelle zone di contatto. I tedeschi avevano deciso di andarsene. Il giorno dopo tutta la città si riversò in quella piazza che nei mesi addietro era stata scena di tante dure lotte. I partigiani cominciarono ad interessarsi della riorganizzazione dei servizi, della sanità ed anche dei problemi annonari. La città molto danneggiata, specie dalle granate, era disorganizzata, la gente aveva fame, mancavano l’energia elettrica, l’acqua e il gas.

Cominciò così la ricostruzione, sotto il controllo dei partigiani e degli organismi democratici che erano risorti come espressione della volontà unitaria che aveva animato la Resistenza.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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