Ivo Vincenzi (Nome di battaglia Striscio)


Nasce il 26 dicembre 1910 a S. Giovanni in Persiceto. Il 7 novembre 1930 è arrestato, con altri 116 militanti antifascisti, e deferito al Tribunale speciale per «Ricostituzione del Partito Comunista Italiano, propaganda sovversiva». Il 28 settembre 1931 è condannato a 5 anni di reclusione.

Il 12 novembre 1932 viene liberato dal carcere di Alessandria, a seguito della concessione dell’amnistia per il decennale fascista, e subito arruolato per il servizio militare di leva. Il 13 febbraio 1933, viene denunciato dal suo ufficiale per avere svolto propaganda politica tra i militari in una caserma di Ravenna.

Viene trasferito alla compagnia correzione nel carcere militare di Pizzighettone (CR) dove resta sino al 22 settembre 1933. Negli anni seguenti è continuamente sorvegliato dalla polizia.

Il 16 novembre 1942 nella sua pratica venne annotato: «non ha dato finoggi prove di ravvedimento. E’ vigilato». Nel corso della lotta di liberazione ha combattuto nella 9ª brigata S. Justa a Bologna. Viene di nuovo arrestato e incarcerato dall’1 ottobre al 20 dicembre 1943.

I suoi ricordi di comunista e combattente

Mi chiamo Ivo Vincenzi. Sono nato nel 1910 a San Giovanni in Persiceto in una numerosa famiglia di coloni mezzadri.

Nel 1915 mio padre decise di formarsi una famiglia in proprio e si trasferì prima a Sasso, poi a Riale e quindi a Casalecchio di Reno nella borgata di Tripoli, dove si mise a lavorare come carrettiere. Aveva quattordici figli da mantenere (io ero l’ultimo arrivato) e doveva faticare parecchio. Due miei fratelli l’aiutavano mentre un terzo fratello, Ruggero, si occupò come muratore. Dopo aver frequentato la 5ª elementare alle Scuole Carducci, nel 1921, all’età di 11 anni, andai a fare l’apprendista come cementista nella Ditta Amadori-Masetti, divenuta poi S.E.L.C.E e quindi Vignoni. A quei tempi vi lavoravano una quarantina di persone. La mia paga era di lire 0,80 all’ora. Al sabato consegnavo a mia madre 16 lire che era la paga settimanale.

Uno dei ricordi più lontani nel tempo è legato al Circolo degli ex combattenti di Tripoli quando le prime squadracce fasciste arrivavano nel locale per picchiare i rossi che vi si radunavano a giocare a carte e a bere un quartino di vino. Avevo una decina d’anni e mi piaceva molto scherzare. Una sera ero andato nel Circolo per chiamare a cena mio padre quando giunsero gli squadristi. Cantavano “Allarmi siam fascisti botte ai comunisti”,  bevvero senza pagare alcune bottiglie di vino, e bussarono qualcuno. Io mi trovavo vicino al bancone quando uno di quelli con la camicia nera vi si appoggiò. Faceva molto scuro. Io avevo un chiodo in tasca. Lo presi e lo spinsi contro il sedere del fascista. Quello fece un urlo, ed io scappai.

Un’altra sera vidi gli squadristi prendersela con le sedie, coi tavoli e con le bottiglie. Devastarono il locale. Poi picchiarono Fiore Stanzani ed Ezio Zini, due operai che avevano osato protestare. Tra i primi fascisti casalecchiesi ricordo che c’erano alcuni artigiani e bottegai e qualche impiegato delle fabbriche locali. Ma coloro che compivano le loro prodezze a Casalecchio provenivano da Bologna.

Agli inizi del 1930 si verificò il mio primo avvicinamento alla politica attiva e naturalmente mi trovai schierato dalla parte degli avversari del fascismo. Nell’ambiente di lavoro ed al Caffè Rosso sentivo certi operai fare ammiccamenti poco lusinghieri per il regime fascista e raccontare barzellette che mettevano in ridicolo il Duce ed i suoi gerarchi. La mia famiglia era stata sempre dalla parte dei rossi. Io avevo vent’anni, e non temevo di far capire da che parte stavo. Un giorno un muratore di nome Garelli mi allungò dei foglietti e mi suggerì di leggerli e di passarli ad altri giovani di cui potessi fidarmi. “Stai però attento – raccomandò – è roba che scotta, si può finire in galera”.

Cominciai così la mia attività di cospiratore antifascista. Poco tempo dopo formammo una piccola organizzazione, una cellula comunista di 5 militanti.

Eravamo io, operaio cementista, Dante Bettelli, operaio di un’officina meccanica, Francesco Gamberini, fabbro, suo fratello Novello, tappezziere, e il muratore Libero Zanasi. Quest’ultimo era il più anziano del gruppo, aveva 24 anni ed era già stato una volta arrestato e dimesso dal carcere nel 1926. Tenevamo qualche riunione, discutevamo di politica, parlavamo della Russia dei Soviet, delle idee del comunismo, ne dicevamo di tutti i colori contro Mussolini ed i signori che lo sostenevano. Da Bologna ci arrivavano dei foglietti di propaganda che noi leggevamo, passavamo ad altri oppure attaccavamo di notte ai cancelli delle fabbriche di Casalecchio, all’Hatù, alle Argenterie, al Canapificio Melloni, alla Birreria Ronzani. Organizzammo anche la raccolta di fondi per il Soccorso Rosso, che aiutava le famiglie bisognose degli antifascisti incarcerati o costretti ad espatriare.

Nell’autunno 1930 la nostra cellula decise di compiere un gesto che avrebbe dovuto richiamare l’attenzione dell’intera popolazione casalecchiese. Volevamo lanciare una sfida al fascismo, far sapere che i comunisti esistevano ancora e che l’idea antifascista era più viva che mai. L’occasione fu offerta dalla data del 7 novembre in cui ricorreva l’anniversario della vittoria della rivoluzione socialista in Russia. Alla mezzanotte del 6 novembre tutti noi 5 della cellula ci trovammo nei pressi del monumento ai caduti della prima guerra mondiale nel centro del paese. Libero Zanasi estrasse un grande drappo rosso che lui stesso aveva fatto acquistare da una compagna in un magazzino di Bologna. Io e Francesco Gamberini ci arrampicammo sul monumento, togliemmo la bandiera tricolore che vi era stata appesa il 4 novembre, ed in sua vece mettemmo la bandiera rossa. Poi ce ne andammo ognuno a casa propria. Il cielo era nuvoloso ed una folta nebbia avvolgeva il paese. Tutto era andato liscio come l’olio. Nessuno ci aveva visto. L’azione era perfettamente riuscita.

Il mattino dopo, ancor prima dell’alba, io, Libero, Dante e Francesco venimmo prelevati nelle nostre abitazioni da poliziotti della Questura di Bologna e trasportati con un autofurgone al carcere di San Giovanni in Monte. Della nostra cellula mancava soltanto Trovello. In carcere trovammo numerosi altri compagni provenienti sia dalla città che dalla provincia.

Risultò che il motivo della retata non era quello della bandiera rossa. Infatti apprendemmo poi che il drappo rosso era rimasto appeso sul monumento vicino al fiume Reno per l’intera giornata del 7 novembre e soltanto l’8 novembre, quando quelli dell’Opera Nazionale Combattenti erano andati per ritirare la loro bandiera, si erano accorti che essa non era più di tre colori ma solo rossa. Naturalmente tutto il paese ne parlò e il nostro scopo era stato così raggiunto.

I rinchiusi in San Giovanni in Monte vennero interrogati a più riprese. L’accusa era di avere ricostituito il disciolto Partito comunista. Da noi volevano sapere i nomi di tutti i comunisti casalecchiesi, quali contatti tenevamo con Bologna, chi ci forniva la stampa clandestina, chi erano i dirigenti. Naturalmente gli interrogatori non si svolgevano con domande gentili e gesti educati. Le minacce e le lusinghe si intervallavano con pugni e calci. Ogni volta dopo l’interrogatorio rientravamo in cella pieni di lividi e macchie di sangue. In questo esercizio della violenza si distinguevano dei fascisti di cui ricordo ancora bene i nomi: il commissario Pastore, il suo vice Della Peruta, il brigadiere Landuzzi.

Eravamo un centinaio di arrestati e subimmo tutti lo stesso trattamento.

Dopo 10 mesi di soggiorno nel carcere di Bologna, una sera venimmo condotti in manette alla Stazione ferroviaria e trasferiti con un lungo lentissimo viaggio in treno nella capitale d’Italia, a Roma dove fummo ospitati nella prigione di Regina Coeli.

I 62 comunisti bolognesi da processare vennero suddivisi in sei gruppi. Il presidente del Tribunale Speciale era il generale Ciacci. Il mio gruppo, formato da 13 imputati, fu processato il 20 settembre 1931. Io fui condannato a 3 anni di reclusione e a 2 anni di vigilanza, Libero Zanasi a 4 anni, Dante Bettelli e Francesco Gamberini a 18 mesi. Ricordo che quando il presidente del Tribunale concluse il suo discorso con le parole “spero che voi ora siate pentiti di quanto avete compiuto” uno del nostro gruppo gridò “Io no, anzi io sono orgoglioso di quanto ho fatto!” Si chiamava Ernesto Venzi, un operaio marmista di Bologna condannato a 9 anni di reclusione. A scontare la pena ci mandarono nel reclusorio di Alessandria.

Per fortuna nell’ottobre 1932 il fascismo volle celebrare il decennale della Marcia su Roma con un atto di clemenza concedendo un’amnistia. Bettelli e Gamberini furono liberati, io e Zanasi fummo mandati a casa con 2 anni di vigilanza speciale, il che ci obbligava ad andare a letto presto alla sera, a non farci vedere in gruppi di oltre 3 persone, a presentarci periodicamente alla caserma dei carabinieri a firmare un libretto di presenza.

Alla fine del 1932 dovetti partire per il servizio militare e fui destinato a Ravenna. Ai primi del 1933 venni denunciato al Tribunale militare per propaganda comunista, ma fui assolto per non aver commesso il fatto. Mi trasferirono però in una compagnia di disciplina dislocata a Pizzighettone sul fiume Adda in provincia di Cremona.

Tornai a Casalecchio ai primi del 1934 e trovai lavoro come operaio cementista presso la ditta Carati di Bologna. Un giorno vennero in cantiere due poliziotti che mi accompagnarono al carcere di San Giovanni in Monte con l’accusa d’aver ucciso una guardia ferroviaria trovata morta presso i binari. Due mesi dopo mi rilasciarono perché innocente. Avevo un alibi perfetto. Negli anni che seguirono dovetti adattarmi alle varie peripezie imposte a tutti coloro che avevano avuto qualche condanna per antifascismo. In occasione del Primo maggio (Festa dei lavoratori), del 28 ottobre (Marcia su Roma), del 7 novembre (Rivoluzione socialista in Russia), oppure quando il Duce o il Re si trovavano in visita a Bologna, io venivo prelevato da casa e trattenuto qualche giorno nella caserma dei carabinieri di Casalecchio o nel carcere di San Giovanni in Monte a Bologna.

Ebbi una sola fortuna. Siccome da militare ero stato in una compagnia di disciplina, mi avevano radiato dai ranghi dell’Esercito perché non meritevole di servire la Patria. Ciò mi esonerò dalle varie chiamate alle armi, e mi consentì di non prendere parte alle guerre fasciste contro l’Abissinia, l’Albania, la Francia, la Grecia, la Jugoslavia, la Russia, e così via. Anche Libero Zanasi condivise questa stessa mia sorte.

E così giunse il 25 luglio 1943 che segnò finalmente il crollo del regime mussoliniano. Vissi quelle giornate di gioia nelle strade e nelle piazze di Bologna. Al mattino del 26 luglio io e il compagno Ubaldo Gardi formammo un corteo che girò per le strade del centro e si concluse a Porta Saragozza. Un maresciallo dei Carabinieri mi aveva consegnato una bandiera tricolore dicendomi di mantenere l’ordine e la disciplina, evitando che la folla assaltasse e devastasse i negozi. Io feci del mio meglio per assolvere quel compito. E come ricompensa alla fine di settembre venni arrestato e portato nuovamente in San Giovanni in Monte con l’accusa d’aver disarmato un carabiniere.

Un brutto momento lo passai quando mi trasferirono nella cosiddetta cella degli ostaggi e mi assegnarono la branda che era stata occupata dal giornalista Cesarini-Sforza fucilato pochi giorni prima.

Poi finalmente, per mia fortuna, una mattina un ufficiale tedesco ci convocò in un gruppetto di 7-8 detenuti, e ci comunicò che avevano bisogno di spazio per i nuovi prigionieri, e dato che noi c’eravamo comportati sempre bene, venivamo perdonati e rimandati a casa. Così potei tornare a Casalecchio.

Qui venni chiamato un giorno nella sede del ricostituito Partito fascista e delle Brigate Nere. Mi sembra che il comandante fosse un certo tenente Scaramucci. La sede si trovava a Villa Lamma, cioè nell’edificio che ora ospita l’asilo infantile.

Eravamo presenti in una decina di casalecchiesi. Il tenente strinse la mano a tutti ed offrì delle sigarette. Poi cominciò a parlare. Disse che la Repubblica Sociale Italiana era un regime assolutamente nuovo, con un programma che poteva essere anche definito socialista, perché era contro i capitalisti, i banchieri, i massoni e gli ebrei. Perciò egli ci invitava a collaborare per il trionfo della nuova repubblica italiana di tipo socialista. Come prima cosa ci chiese di aiutarlo a rintracciare quelle armi che erano state abbandonate a Casalecchio dopo l’8 settembre del 1943 dal disciolto Esercito Italiano.

Le armi, raccolte e nascoste da certi casalecchiesi, dovevano essere restituite al legittimo proprietario, e cioè al nuovo esercito creato dal maresciallo Rodolfo Graziani. Di tutti i presenti soltanto uno, che del resto era un vecchio fascista, si disse pronto ad aiutare i fascisti repubblichini. Gli altri ascoltarono in silenzio ed alla fine salutarono e se ne andarono via.

Tenendo conto del mio passato di comunista schedato io pensai che mi conveniva lasciare per qualche tempo il paese, e mi trasferii presso dei conoscenti a Campo Tizzorro, oltre Pracchia, sull’Appennino toscano. Qui entrai in collegamento con un gruppo di partigiani al comando di un certo Pollo. Ma non riuscii ad amalgamare con loro. Ritornai a Casalecchio e mi trasferii con la famiglia a Bologna, dove aprii una bottega da cementista nella zona dello Stadio vicino alla Certosa.

Il mio magazzino divenne un recapito della Squadra Temporale della 7ª Brigata GAP. Nell’autunno e nell’inverno del 1944 ospitai spesso nel mio laboratorio i famosi gappisti Tempesta, Terremoto, Vento, Nerone. Li aiutavo nel mangiare, nel vestire, davo loro da dormire, fornivo informazioni, tenevo i collegamenti. Nella primavera del 1945 feci parte della Brigata “Santa Justa”.

Nell’aprile 1945, subito dopo la Liberazione, entrai volontario nella Polizia partigiana a Bologna e partecipai all’arresto di diversi fascisti che avevano dei conti da regolare con la giustizia e che furono processati dal Tribunale nell’immediato dopoguerra. Tra costoro voglio ricordare un certo Carobbio che amava girare baldanzoso per Casalecchio cantando: “Se non mi conoscete guardatemi nei guanti, son figlio di Carobbio, v’ammazzo tutti quanti!” Una volta tanto, non fui io, ma fu lui a soggiornare per qualche tempo, unitamente a qualche altro fascista casalecchiese, nel carcere di San Giovanni in Monte.

Pochi mesi dopo venni trasferito al Commissariato della Polizia ferroviaria. Nel 1946 lasciai la Polizia e ritornai a Casalecchio di Reno dove mi occupai nella locale Cooperativa Muratori. Il paese era distrutto ed occorreva ricostruirlo.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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