Giuseppe Bastia (Nome di battaglia Sergio)


Nasce il 27 dicembre 1919 a Calderara di Reno. Nasce in una famiglia antifascista aderisce al Partito Comunista Italiano prima della guerra.

Dal 27 febbraio 1942 al 14 settembre 1943 presta servizio militare nella sanità a Napoli col grado di caporale. Nella primavera del 1944 diventa responsabile politico del Partito Comunista Italiano nei gruppi partigiani che dalla zona di Castel Maggiore passano sulla riva sinistra del Reno nelle frazioni di Buon Convento (Sala Bolognese) e di Longara (Calderara di Reno).

A Calderara di Reno si impegna con altri partigiani (tra cui Rinaldo Veronesi) per impedire la trebbiatura del grano. Nell’estate prepara manifestazioni, specie di donne, e organizza le SAP di Longara inquadrate nel battaglione Armaroli della 63a brigata Bolero Garibaldi fino alla Liberazione.

I suoi ricordi

Durante la guerra ero militare a Pagani, in provincia di Salerno, e facevo servizio in un ospedale militare. Fu il contatto con centinaia di soldati che, ammalati o feriti, venivano dalle varie zone d’operazione che rafforzò in me l’avversione al fascismo e alla guerra. Ricordo che i combattenti più coraggiosi erano anch’essi stanchi e perplessi e molti compresero pure di essere malguidati in una guerra che era odiata o non sentita dal popolo. Cominciai a rendermi conto che il fascismo era una aberrazione e che inevitabilmente sarebbe crollato e non poco mi aiutò a capire la realtà, l’insegnamento di mio fratello Dante, che già allora era comunista.

Il 7 settembre 1943, con una licenza di convalescenza falsa, rispedii a casa Bruno Bassi, figlio di un ex sindaco socialista di Calderara di Reno, mio paese natale. Per me il fascismo ormai non era più nulla e non temevo più nessuna possibile reazione degli ambienti militari poiché avevo deciso di contribuire, secondo le scelte della mia coscienza, al moto popolare di liberazione.

Il 14 settembre, assieme ad altri sette compagni, fra i quali Tagliavini, Casagrande di Bazzano e Giorgio Gottardi di Budrio, muniti di false licenze di convalescenza, iniziammo la marcia a piedi verso Bologna, dove radio scarpa affermava esservi la rivoluzione. Si mormorava anche, ricordo, che gli alleati erano sbarcati a Genova e ad Ancona; erano solo sogni, ma intanto io venivo a Bologna per mettermi a disposizione dell’antifascismo.

Allora dal nulla nacque piano piano il gruppo autonomo di Longara, frazione di Calderara di Reno; con me erano Tonino Bussolari, Ernesto Gavina, Marino Zucchelli, Mario Governatori ed altri. Si comindava, si cercava, si muovevano i primi passi. Passò così l’inverno.

Intanto nel comune di Castelmaggiore, dove la resistenza era già ad un altissimo livello, si poneva il problema di decentrare parte dei combattenti essendo divenuti troppo numerosi e quindi più vulnerabili.

Uno di questi gruppi passò nella frazione di Buonconvento (come dimenticare l’incontro fra due campi di canapa?), e precisamente nella casa di Evaristo Mazzacurati; era comandato da Bibi, responsabile militare e composto da uno dei fratelli Melega di Castelmaggiore (caduto poi a Sant’Agata Bolognese), dai fratelli Badini di Sala Bolognese, da Armando Ghermandi di Longara, da due compagni, uno di Corticella (zona Fornace) e l’altro (il Meschein), sembra di Granarolo, da Armando Cervellati di Santa Viola e infine da un pilota d’aereo americano abbattuto a Castelmaggiore chiamato Raimond.

Questo pilota aveva un braccio ustionato e completò le cure nell’ambulatorio del dottor Macola dove veniva accompagnato da uno di noi in bicicletta, perché per la verità non l’usava molto bene, e per non dire poi che non sapeva una parola di italiano come noi di inglese. Nonostante tutto il dottor Macola, che sapeva benissimo a che cosa andava incontro se fosse stato scoperto, lo curò senza nessuna esitazione.

Poi il gruppo si ingrandì. In quel periodo bisognava impedire che i tedeschi trasportassero il grano in Germania, perciò ci mettemmo a sabotare le trebbiatrici; una bomba costruita da noi fu messa negli ingranaggi quando non c’erano gli addetti. In una di queste azioni venne ferito e catturato dai nazifascisti Rinaldo Veronesi che, condannato a morte, fu poi liberato dall’ospedale di San Giovanni in Persiceto; venne così sottratto alla fucilazione anche se il suo calvario terminerà solo alla liberazione perché fu successivamente catturato mentre, sotto falso nome, si trovava in ospedale.

I nuovi compagni, oltre a Veronesi, erano Giovanni Bastia, caduto mentre era in forza alla 36a Brigata Garibaldi, Nanni, ferito mentre era nella stessa brigata, Antonio Marzocchi (gemello di Armando) caduto nella zona durante un’azione.

Finita la raccolta del grano, l’intero gruppo, esclusi Bussolari e Marzocchi, era salito in montagna con la 36a Brigata Garibaldi lasciando libere le basi che erano servite alla lotta. I contadini sostennero la nostra lotta fornendoci, oltre alle case, viveri, ogni assistenza possibile.

Spero di non dimenticare nessuno di loro: Luigi Tibaldi, le tre case dei Landuzzi, Giovanni, Antonio e Femando, Primo Martelli, Giuseppe Tarozzi che fu malmenato quando i fascisti scoprirono tracce delle persone che avevano dormito nel fienile; non si fece intimidire e rispose che nella notte forse erano passati dei tedeschi e che lui certo non era andato a vedere chi fossero. Poi ancora Ettore Baratti e fratello; Tonino Bussolari che verrà poi catturato ad Anzola Emilia ed è fra i martiri di Sabbiuno.

Ricordo che durante l’estate 1944 un amico volle a tutti i costi farmi avere i documenti da lavoratore dell’oragnizzazione Todt : credo che volesse veramente aiutarmi, ma in tal modo finii nei registri tedeschi e fui obbligato a lavorare per loro. Mi rassegnai alla cattiva sorte, però decisi di non perdere l’occasione per fare propaganda per la ribellione ai tedeschi e ai fascisti, cosa del resto, abbastanza facile.

Quando sembrava imminente la calata degli alleati su Bologna, pensammo di allontanarci in massa dal lavoro e vi riuscimmo, tanto che su cinquecento operai del mio gruppo ne rimasero al lavoro solo una cinquantina. Gli altri si misero in un modo o nell’altro a disposizione della Resistenza. Nel periodo successivo si passò all’organizzazione delle SAP del battaglione Armaroli della 63a brigata Garibaldi Bolero.

Si facevano sabotaggi, raccolta di armi, propaganda, riunioni, ma la cosa che più imbestialì i fascisti furono le manifestazioni delle donne contro la fame e la guerra: a Calderara ne furono organizzate molte.

Un nome però non dimentico, la Dana di San Vitale di Reno, frazione di Calderara di Reno, un coraggio senza pari: la Tosca Stagni, staffetta coraggiosissimae instancabile e non ultima una staffetta di Longara, la Vannes Landuzzi, che passerà poi in centro, verrà catturata, non parlerà e dopo inenarrabili vicende sopravviverà alla guerra; Livia Vezzani che continuerà dopo la libearzione la lotta alla testa dei braccianti.

Così, delle SAP ricordo Enzo Vignoli, i fratelli Armando e Roberto Cortesi, Carlo Galletti, Remo Dalbuono, i fratelli Tonino e Gino Stagni, Leonildo Salsini, Raffaele Monetti e Rino Ferri; ferito nel tentativo di disarmare un tedesco, fu da me portato prima sulle spalle e poi su una carriola fino alla base Baratti dove era il nostro comando. Tonino Stagni morirà nello scoppio di un deposito di munizioni fatto saltare dai tedeschi.

Non credo di aver ricordato tutti, anche perché sarebbe stato giusto dire: collaborò tutta la popolazione di Longara.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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