Isabella Agati Staffetta


Nasce il 2 gennaio 1920 a Zola. Moglie di Ildebrando Brighetti. Nasce in una famiglia di antifascisti, dopo l’8 settembre 1943 ospita e protegge partigiani e la sua abitazione diventa base partigiana. Viene arrestata il 14 marzo 1945 e incarcerata al comando tedesco di via S. Chiara. Sarà rilasciata il 14 aprile 1945.

Le sue memorie

Entrai nella lotta partigiana nel novembre 1943 con delle convinzioni politiche già formate, in quanto sono figlia di antifascisti. Fin dalla più tenera età vissi nel terrore fascista, per le bastonature ed il carcere inflitti a mio padre. Ancora oggi ricordo la testa di mio padre grondante di sangue, il volto addolorato della mamma che correva a nascondersi in camera perché noi non la vedessimo piangere.

L’8 settembre 1943 mio marito venne a casa con delle armi abbandonate dai soldati in fuga e, verso i primi di novembre, mi disse che Monaldo Calari e lui avrebbero formato una brigata partigiana. Da quel momento la nostra casa (ero sfollata a Lavino di Zola Predosa, mio paese natale) fu una specie di distretto militare. Chi voleva andare in montagna, in formazione, veniva da noi e mio marito ed io pensavamo a farlo giungere a destinazione.

Fino all’agosto 1944 rimanemmo a Lavino, dove il mio compito era quello di assistere i partigiani in transito, di avvicinare le donne si movimento partigiano, di procurare medicinali e viveri. Poi tornammo in città perché mio marito, assieme a Beltrando Pancaldi ed altri, aveva organizzato una brigata SAP cittadina. Tutto andò bene fino al giorno della battaglia di porta Lame. Mentre la battaglia era in corso, Aldo Cucchi, Giacomo e altri comandanti, erano in riunione nella mia casa di via Falegnami 8: aspettavano che portassi loro notizie dei combattimenti. Per due volte fui fermata dai fascisti, ma con una buona dose di fortuna riuscii a cavarmela.

Continuai ad incollare manifestini ai muri, durante la notte, a distribuire la stampa, a trasportare viveri e munizioni da una base all’altra. Inoltre, la mia stessa casa divenne un rifugio di uomini armati e ciò durò per lungo tempo fino all’arresto di mio marito, che avvenne nel gennaio 1945, a causa della delazione di un partigiano della 63a brigata, diventato un provocatore.

Passati i primi attimi di dolore e smarrimento, notando che la casa non era sorvegliata (mio marito aveva retto bene alle torture e le perquisizioni non avevano approdato a nulla), ripresi lo stesso lavoro di prima, operando per i collegamenti con le brigate Paolo e 63a Garibaldi, inquadrata come staffetta del comando della brigata Irma Bandiera.

I primi giorni del marzo 1945, a seguito della sparizione di una spia repubblichina di cui non sapevo nulla, la mia casa fu piantonata dalla brigata nera. A stento riuscii a salvarmi e mi rifugiai in via Galliera, presso dei miei parenti. Mandai un mio zio con una lettera ad avvisare della cosa il comandante Remo Nicoli, abitante allora in via Bertiera, perché pensasse lui ad avvisare immediatamente i compagni.

Nella casa del Nicoli però c’erano nascosti dei tedeschi che presero mio zio con la lettera. Avevo tenuto mio zio all’oscuro di tutto, per motivi di sicurezza, ma mio zio, preso alla sprovvista e non sapendo cosa dire, portò i tedeschi dove c’ero io.

Mi portarono allora in casa del Nicoli. Nel frattempo avevano arrestato altre staffette e il vice comandante Enzo Fustini. Quando ci trovammo faccia a faccia feci capire a gesti che io non li conoscevo.

Ci portarono nella sede del comando delle SS in via Santa Chiara. Il mio interrogatorio durò otto ore consecutive. Non potendo negare la mia appartenenza alla Resistenza e il comandante Nicoli sapendo di poter contare su di me, disse che i contatti che aveva poteva mantenerli solo per mio tramite. Da quel momento mi comportai in modo che nessun altro arresto fosse fatto dopo il nostro: non volevo che un altro compagno subisse la nostra sorte. Per otto ore dissi bugie, in uno stato di tensione tale che dopo, per lungo tempo, ne subii le conseguenze con forti perdite di memoria. Dissi che avevo fissato gli appuntamenti neila chiesetta della Pioggia, vicino a casa mia, per quattro giorni, Mi portarono sul luogo del finto appuntamento e fortunatamente tutto andò secondo i miei piani.

Non dimenticherò mai quando mia madre mi venne a cercare, facendo quella via crucis che io avevo già percorso due mesi e mezzo prima, di caserma in caserma, alla ricerca di mio marito. Mi ritrovò (sentii solo la voce) e Clara Nicoli, sorella del comandante Nicoli, mi disse, guardando da una fessura, che le sembrava che mia madre fosse alla prese con un soldato. Eravamo rinchiuse in una cantina e guardai attraverso un buco che c’era in una piccola finestra e vidi che questo delinquente, un italiano al servizio delle SS, teneva lontano la donna dandole dei colpi col calcio del moschetto, dicendole che lì non c’era nessuno e che se ne andasse subito. Insorgemmo tutte e quattro (tante eravamo) come furie, gridando che era un delinquente ed ogni altra sorta di vituperi.

Tranquillizzai mia madre, dicendole che sarei andata a casa presto. Così lei seppe che ero ancora viva. Delle mie compagne di carcere due furono rilasciate dopo due giorni e Clara Nicoli dopo quindici. Purtroppo per me e Remo non c’era scampo. Remo, sopportando le torture, era rimasto fermo alla prima deposizione. Così anche gli altri, fra cui Enzo Fustini, un esponente del Fronte della gioventù, furono rilasciati perché nulla c’era precedentemente a loro carico.

Tutto questo era accaduto perché un certo Bibi, non sopportando le torture, aveva fatto il nome di Nicoli nella speranza che questi avesse già cambiato residenza e così era venuto l’arresto. Incontrando Nicoli nel corridoio delle cantine mi disse, in un attimo, di far sapere a sua sorella come si erano svolte le cose e di non portare rancore a Bibi, perché l’aveva visto in uno stato tale che nessuno avrebbe resistito ad un martirio simile.

Pochi giorni prima della liberazione di Bologna, i tedeschi vuotarono le carceri e a noi donne la sorte fu favorevole. Non così per parte degli uomini. Di Remo Nicoli, di Bibi e di altri 18 partigiani non furono mai trovati i corpi. Al mio ritorno a casa i miei compagni di lotta mi fecero festa. Ma un altro dolore mi colpiva: il fratello di mio marito, un allegro ragazzo di 22 anni, era stato preso dai tedeschi nel Ferrarese e poi fucilato il 22 aprile. Prima di ritirarsi avevano compiuto l’ultimo misfatto.

Non potrò mai dimenticare quegli uomini, quei ragazzi, quei drammatici giorni. Ricordo che, ormai certi della loro fine, scrivevano sui muri delle celle: Morte al fascismo, Viva la libertà; oppure Meglio morti per la libertà che liberi e delinquenti per Mussolini. Quelle scritte, quei muri macchiati di sangue, le urla di dolore sotto le torture, non le ho mai potute né volute cancellare dalla mia mente. La storia insegna che il riscatto dei popoli è bagnato col sangue del popolo.

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Autore: Comandante Lupo

Ho ricercato e raccolto storie di vita, di guerra, di resistenza. Ne ho pubblicate, altre sono ancora da scrivere. Sono sempre alla ricerca di nuove storie se vuoi aiutarmi nella ricerca contattami.

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